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Riassunti di storia della filosofia contemporanea

Libro adottato: "A cosa serve la verità?" di P. Engel e R. Rorty

Relazione di Rossi Giacomo

Questo libro è frutto di un dibattito avvenuto alla Sorbona nel 2002 tra due filosofi i cui pensieri sono diametralmente opposti. Esporrò per semplicità dapprima le loro concezioni separatamente, poi cercherò di simulare il dibattito basandomi su quanto è stato detto.

Pascal Engel

Il pensiero del filosofo francese Pascal Engel rientra nel filone per così dire realista delle concezioni della verità. Secondo Engel infatti, quando noi attuiamo un proferimento o asseriamo qualcosa, facciamo riferimento al modo in cui le cose stanno nella realtà, indipendentemente da ciò che noi pensiamo o crediamo. Il credere una cosa piuttosto che un'altra non rende un enunciato meno vero (o meno falso). In linea di massima, il pensiero del filosofo francese può essere suddiviso nei seguenti punti fondamentali:

Triangolo credenza-asserzione-verità

Secondo Engel c'è una relazione molto stretta tra questi tre elementi che rinviano l'uno all'altro e costituiscono una sorta di triangolo concettuale: la credenza, l'asserzione e la verità. Infatti, asserire un enunciato significa comunicare la propria convinzione che questo enunciato è vero. Ciò si vede chiaramente se pensiamo alla paradossalità di enunciati del tipo “credo P, anche se P è falso”, in quanto non ha alcun senso continuare a credere a qualcosa di falso (sapendo che ciò di cui si sta parlando è effettivamente falso). Dunque l'asserzione contiene in sé una credenza, e la credenza racchiude in sé una sorta di “tensione” verso la verità, essendo la verità lo scopo a cui mirano asserzioni e credenze.

Inoltre, il suddetto triangolo credenza-asserzione-verità esprime una serie di relazioni che a prima vista sembrano banali: infatti è ovvio che se io affermo P significa che credo che P e credo che P sia vero. Tuttavia, se andiamo più in profondità nell'analisi, ci accorgiamo che proprio ciò che diamo maggiormente per scontato costituisce l'essenza stessa della verità e delle pratiche linguistiche che mirano ad essa. Se anche eliminassimo uno solo di questi elementi dalla relazione triangolare in cui si trovano, ometteremmo qualcosa di essenziale riguardo la verità, qualcosa di fondamentale in riferimento al nostro uso linguistico del termine “vero”.

Oggettività e normatività della verità

Il triangolo credenza-asserzione-verità è per Engel una norma oggettiva delle nostre credenze. Noi infatti forniamo delle ragioni per credere un enunciato che si riferisce al modo in cui le cose stanno in realtà: la verità è in questo senso oggettiva perché non riguarda soltanto le credenze che possiede una persona o un gruppo di persone che la pensano allo stesso modo, ma la realtà, la quale non può essere influenzata dalle opinioni. Tuttavia, qui si parla di “realtà” non nel senso di “realtà in sé”, ovvero non nel senso di una realtà trascendente, che sta in un mondo a parte indipendente dal nostro e con il quale noi non abbiamo alcun contatto; tutto il contrario, si parla di una realtà che è immanente alle nostre pratiche linguistiche e sociali, ma che nonostante questo non è modificata da una credenza piuttosto che un’altra.

Inoltre, il concetto di verità è, secondo Engel, un concetto normativo, nel senso che la verità è il fine della pratica linguistica. Ciò che abbiamo di mira quando proferiamo un enunciato è proprio la verità, o meglio l'affermare qualcosa di vero. Questo non significa che la verità costituisca una sorta di norma “morale”, che la rende quasi una virtù da conseguire, o addirittura che la renda tale da imporci un obbligo, un dovere etico imprescindibile. Noi non siamo obbligati a credere soltanto ciò che è vero; possiamo infatti anche credere il falso, ma non è quello che si sta cercando di dire qui. Il punto è che si può credere il falso, ma bisogna riconoscere che questo è un comportamento per così dire anormale e va quindi corretto. È invece normale rivedere le proprie credenze quando ci si accorge di credere il falso.

La verità inoltre non è una proprietà reale che si trova nelle cose, e non è necessario che esista una siffatta proprietà per stabilire se qualcosa abbia una norma o uno scopo, come sostengono gli antirealisti (tra i quali Rorty). Gli avversari di questa idea normativa di verità assumono dunque una premessa falsa, ovvero che se c'è una verità come norma della ricerca, allora deve esistere una proprietà reale come “la verità delle nostre asserzioni”.

Valore della verità e virtù aletiche

Engel su questo ultimo punto attua una distinzione doverosa che rischia, se omessa, di creare incomprensioni. Distingue infatti tre diversi modi di concepire la verità e il modo di approcciarsi ad essa:

  • Tesi concettuale: è la tesi che abbiamo descritto nei paragrafi precedenti riguardo il triangolo credenza-asserzione-verità il quale stabilisce la norma costitutiva della verità. Questo tuttavia è un livello concettuale nel senso che non richiama né una realtà in sé, né un obbligo morale, e nemmeno considera la verità come il principio supremo a cui tutto tende. Qui si parla invece della verità a livello delle nostre pratiche linguistiche.
  • Tesi etica: la verità in questo senso etico è un valore intrinseco, che va perseguito per se stesso, e bisogna ricercarla in tutte le circostanze. Questa posizione dunque mette in rilievo il valore della verità e le virtù della verità che ne conseguono (sincerità, veridicità, fiducia).
  • Tesi epistemologica: la verità è il fine della ricerca e il valore supremo a cui tutta la conoscenza tende. È dunque in questo caso un valore epistemologico.

Engel attua queste distinzioni per chiarire il fatto che non bisogna confondere tra loro tesi diverse. Il punto è che non si deve confondere la verità con ciò che noi crediamo di essa, o con il valore che noi le diamo, o con le istituzioni che la valorizzano. In questo senso Engel è d’accordo con Moore nel dire che non c’è una storia della verità ma soltanto una storia delle nostre credenze a proposito di essa. Inoltre, si potrebbe sostenere la tesi concettuale senza però fare lo stesso con le altre due tesi. La tesi concettuale infatti non implica un valore in senso e...

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-FIL/05 Filosofia e teoria dei linguaggi

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Azzo92 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Filosofia del linguaggio e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Parma o del prof Santambrogio Marco.
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