Estratto del documento

_ Preliminari

Introducendo il suo lavoro Kripke rileva come esso non consista né in un’esposizione

dell’argomento contro il linguaggio privato per come è presentato da Wittgenstein, né in

una critica dello stesso che faccia capo a una propria tesi in proposito. Ecco infatti come si

esprime: «Non si dovrebbe considerare il presente saggio come un’esposizione

dell’argomento “di Wittgenstein” né di quello “di Kripke”: si tratta piuttosto di come

l’argomento di Wittgenstein ha colpito Kripke, di come ha presentato un problema per lui.»

[pag.14]. Quindi non ci si deve aspettare di ritrovare nelle “Ricerche filosofiche” gli

argomenti contenuti in questo testo, né tantomeno il modo in cui sono legati tra loro,

piuttosto bisogna considerarli come un’elaborazione autonoma di problemi e spunti offerti

dal testo wittgensteiniano. A questo riguardo anzi Kripke afferma esplicitamente che molte

delle sue considerazioni circa la questione in esame non avrebbero incontrato

l’approvazione di Wittgenstein e che questo sia, in un certo senso, un effetto collaterale

inevitabile del tentativo di ricondurne le tesi a una forma argomentativa quanto più chiara

possibile .

1

A questo punto, prima di sviluppare il paradosso wittgensteiniano, Kripke presenta una tesi

di carattere generale circa la posizione che questo occuperebbe nell’economia

complessiva dell’opera: egli, prendendo le distanze dalla lettura allora dominante, ritiene

che l’argomento del linguaggio privato non sia presentato da Wittgenstein a partire dal

§243 e nei paragrafi immediatamente successivi, in cui l’attenzione è focalizzata sul

“linguaggio delle sensazioni”, ma che essi siano un’esemplificazione di quell’argomento

per come è già stato sviluppato nei paragrafi precedenti il 243; la conclusione

dell’argomento del linguaggio privato sarebbe anzi contenuta nel § 202, e precisamente

nell’affermazione seguente: «E perciò non si può seguire una regola ‘privatim’: altrimenti

credere di seguire la regola sarebbe la stessa cosa che seguire la regola». Kripke

propone dunque una diversa scansione del testo wittgensteiniano, legando per altro il

discorso sulle proposizioni matematiche su cui si concentra la prima parte a quello sul

“linguaggio delle sensazioni” trattato nella seconda, in quanto entrambi esemplificazioni

del “seguire una regola” e quindi più in generale inquadrabili nella confutazione della

2

possibilità di un linguaggio privato, in cui andrebbe individuata la struttura portante

dell’opera.

1 L’idea di Kripke è infatti che il carattere aforistico delle “Ricerche filosofiche” non sia solo una scelta

stilistica ma riveli piuttosto una difficoltà intrinseca ai temi trattati, una loro peculiare irriducibilità entro i limiti

di un discorso unitario (del resto questo sembra confermato dalla “Prefazione” di Wittgenstein, come rileva lo

stesso Kripke). Sarebbe cioè proprio la natura dei temi trattati a “spingere “ in quella direzione e in questo

senso egli ammette di aver dovuto forzare il testo wittgensteiniano per trarne un’argomentazione più lineare,

ma nello stesso tempo anche più circoscritta [cfr. pag. 14].

2 Ciò non toglie che Wittgenstein proponga anche argomenti specifici per ognuno di essi, in linea con lo stile

complessivo dell’opera [cfr. fine pag. 12]. 1

_ Il paradosso wittgensteiniano

Per introdurre il paradosso Kripke si serve dell’operazione matematica “68 + 57 = 125”.

Egli immagina che ci venga chiesto di sommare i due numeri “68” e “57” e che, avendo noi

risposto “125”, qualcuno se ne venga fuori dicendo che questo risultato non è quello

giusto. La reazione più normale a questa affermazione, al limite dopo aver rapidamente

controllato la correttezza del calcolo, è di non darle nessun peso («la mia prima risposta

[…] potrebbe essere che costui ritorni a scuola e impari a fare le somme» [pag. 16]).

Immaginiamo però che lo scettico insista e che in particolare sostenga il punto seguente: il

nostro uso del segno “+” in questa particolare operazione contraddice tutti gli usi che ne

abbiamo fatto in passato e quindi lo stesso uso che avrei dovuto farne ora per essere

coerente con me stesso, svolgendo l’operazione conformemente al senso in cui l’ho

sempre intesa; soprattutto egli dichiara che in passato con il segno “+” non intendevo l’

“addizione” ma la “viaddizione”, i cui risultati sono uguali a quelli dell’addizione per tutti i

numeri inferiori a 57 e pari a 5 per tutti i numeri superiori a quella cifra . In breve:

3

x y = x+ y , se x, y < 57

⊕ = 5 altrimenti

dove identifica il riferimento o il significato del simbolo di « viaddizione », nella realtà dei

fatti identico a quello di addizione (“+”). Per ipotesi si ammette che non ci siamo mai trovati

a svolgere questa particolare operazione, né che abbiamo mai sommato numeri superiori

a 57; date queste precisazioni l’accusa dello scettico diventa effettivamente problematica.

Per liberarcene dovremmo trovare un “fatto” che giustifichi la nostra convinzione di aver

sempre impiegato il segno “+” in modo coerente, cioè conformemente a una stessa

identica funzione tale che, dati due numeri qualunque, la loro somma ne fosse determinata

in modo univoco. Prima però di scoprire quanto possa essere difficile la ricerca di un simile

fatto, è utile sottolineare come la sfida dello scettico consti di due punti distinti:

in passato, con il segno “+” non avremmo inteso l’”addizione” ma la “viaddizione”;

1) non avremmo una particolare ragione per ritenere che, nel caso in esame (“68

2) +57”), si tratti di un’addizione e quindi che il risultato sia 125.

I due punti sono strettamente collegati, tanto che il primo potrebbe essere considerato uno

sviluppo del secondo in un’altra versione del dialogo tra noi e lo scettico, come se cioè noi

cercassimo una giustificazione della nostra convinzione di aver sommato correttamente in

ciò che ci è stato insegnato al riguardo (non è però questo il percorso scelto da Kripke).

Già a questo primo stadio del discorso emergono alcune differenze rispetto a quanto è

possibile leggere nelle “Ricerche filosofiche” e Kripke le mette prontamente in rilievo: egli

3 Con questa mossa il discorso prende una piega per così dire “introspettiva” che non è tuttavia l’unica

possibile. A questa affermazione avrebbero potuto far seguito altri sviluppi, anche se tutti sarebbero stati

messi ugualmente in crisi dal dubbio sollevato dallo scettico. Sembra che questo sviluppo del discorso sia

cruciale ai fini della confutazione dell’idea di un linguaggio privato che Kripke ha in mente.

2

riconosce di dedicare più attenzione alla tesi di un cambiamento d’uso nel tempo e alla

distinzione tra uso ed espressione del segno rispetto a Wittgenstein e questo perché vuole

orientare la posizione scettica verso una precisa direzione; a suo modo di vedere essa

non è innanzitutto una messa in discussione dell’aritmetica a cui si possa rispondere con

una dimostrazione matematica, e in tal senso si può anche partire dal presupposto che “68

+ 57 = 125” sia vera. In base a una precisa scelta programmatica Kripke fa quindi in modo

che il problema diventi da subito quello di una giustificazione dell’uso fatto di un segno nel

corso del tempo. Oltre a queste condizioni generali vengono definite altre due “regole del

gioco” (così si esprime Kripke):

Regola del linguaggio comune; si presuppone che il significato dei termini in gioco

1) (in particolare di ciò che ora si intende con “addizione”) sia chiaro a entrambe le

parti e che non sia intenzione dello scettico metterlo in discussione (“altrimenti non

saremo neppure in grado di formulare il nostro problema” [pag.20]).

Regola dell’assenza di limiti comportamentistici; i fatti che giustificano la nostra

2) convinzione di aver sempre inteso l’addizione con il segno “+” non devono

necessariamente essere fatti manifesti o osservabili, del tipo dei soli ammessi nella

pratica scientifica, ma possono anche riguardare le nostre particolari esperienze

interiori .

4

Ecco quindi i diversi passi in cui verrà ad articolarsi il paradosso:

Si presuppone che il significato di “viaddizione” , “addizione”, “+” …

I) relativamente all’operazione “68 + 57 = 125” sia lo stesso tra noi e lo scettico

e che pertanto ci si comprenda.

Rispetto alla soluzione data a una particolare operazione (“68 + 57 = 125) lo

II) scettico avanza l’ipotesi che avremmo riservato al segno “+” un uso

anomalo rispetto al passato, intendendo con esso una funzione di

“addizione” anziché di “viaddizione”.

Vengono proposte una serie di tesi a giustificazione della convinzione di aver

III) sempre inteso l’addizione con il segno “+”, ma tutte vengono

sistematicamente confutate.

Dato che non si è riusciti a dimostrare falsa la tesi scettica trovando un fatto

IV) che giustificasse la nostra convinzione di aver sempre inteso l’ “addizione” e

non la “viaddizione” negli usi passati del segno “+”, anche la convinzione

presente che noi con esso abbiamo inteso l’addizione, inizialmente

ammessa come vera, si rivela ingiustificata.

4 Kripke sottolinea infatti come Wittgenstein non sia un comportamentista e come la sua destituzione di

importanza dell’interiorità, effettivamente espressa in più di un’occasione, non sia nel suo caso una

premessa ma piuttosto una conseguenza. Del resto l’argomentazione essenzialmente “introspettiva” di

Wittgenstein non sarebbe ammissibile in un’ottica comportamentistica ed è su questo aspetto che Kripke

rileva una differenza sostanziale rispetto a Quine, al di là dei punti di contatto che pure ci sono (in particolare

per quanto riguarda la tesi dell’ “indeterminatezza della traduzione”).

3

Alla fine di questo percorso ci ritroveremo dunque a non avere più alcuna giustificazione a

ritenere che “68 + 57” abbia “125” come risultato; appunto per questa radicalità il dubbio

scettico si rivela come tale:

«Ecco dunque il paradosso scettico. Quando rispondo in un modo piuttosto che in un altro

a un problema quale “68 + 57”, non posso avere nessuna giustificazione per una risposa

piuttosto che un’altra. Dal momento che non si può rispondere allo scettico, il quale

suppone che io intendessi viù, non esiste nessun fatto riguardante me che possa

distinguere tra il mio intendere più e il mio intendere viù. Anzi, non esiste nessun fatto

riguardante me che possa distinguere tra il mio intendere con “pi

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-FIL/05 Filosofia e teoria dei linguaggi

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Gennaro Caruso di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Filosofia del linguaggio e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Roma Tor Vergata o del prof Dottori Riccardo.
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