Filosofia e analisi delle istituzioni
Thomas Hobbes e la filosofia politica moderna
Thomas Hobbes può essere considerato il fondatore della filosofia politica moderna. Con Hobbes si assiste, per la prima volta, al ribaltamento delle prospettive teoriche dell'approccio classico di stampo aristotelico. Aristotele coniò la frase "Uomo come animale politico", quindi esisterebbe un'inclinazione naturale dell'uomo alla politica, dove rientra la struttura complessiva del mondo ("appetito di società", come dicono i teologi medievali).
Al paradigma aristotelico che esalta la naturalità del politico e cancella la determinazione umana, Hobbes contrappone un altro approccio completamente nuovo: la politica non ha nulla a che vedere con un ordine precostituito al quale deve semplicemente adattarsi, non è naturale ma è convenzione, artificio. La politica viene sganciata dalla natura e ricondotta nella volontà umana: viene strappata dall'ordine e incastonata nel piano della contingenza e mutevolezza.
La differenza tra il paradigma antico e quello moderno
Questa è la differenza tra il paradigma antico e quello moderno. Prima incapsulata in un ordine certo, ma con Hobbes la politica ha a che fare con l'imprevedibilità dei rapporti e diviene incertezza e imprevedibilità: non sono previste strade sicure e rassicurazioni e certezze di orientamento etico. La politica ha che fare con decisioni, con atti di volontà, con scelte; ciò che si sceglie non è eterno ed assoluto. Ciò che rimanda alla volontà non è eterno ed assoluto: è senza fondamento.
Esso era l'ordine del creato secondo Aristotele, e che la politica doveva rispecchiare, quindi era calma, piatta, inserita in una dimensione senza imprevedibilità. La politica e l'etica coincidevano; in Hobbes invece, la compone di decisioni, volontà ed artificio. La volontà è ciò che accade nel tempo e appartiene alla contingenza più assoluta.
La concezione politica di Hobbes
La politica di Hobbes non ha più dimensioni assolute: viene strappata al corpo e all'ordine complessivo della natura e dell'etica e ricondotta sul piano congiunturale delle operazioni umane. La politica è artificio non natura. Lo Stato potrebbe non esserci: per Aristotele non esiste uomo senza comunità politica. Hobbes concepisce la possibilità di società senza politica, visto che essa non appartiene al cosmo, all'ordine complessivo della natura: interviene soltanto quando un atto umano crea un ordine.
La differenza tra Aristotele e Hobbes
La differenza tra Aristotele e Hobbes è: Aristotele con la teologia politica medievale presuppone un ordine che ospita la politica, mentre Hobbes presuppone che l'ordine non è un punto di partenza, ma è costruzione umana, il problema, ciò che occorre garantire. Politica come costruzione artificiale e definizione di strutture di potere che dettano regole di convivenza e di conferire un ordine riconducibile alla vicenda umana.
Il problema hobbesiano dell'ordine
Il problema hobbesiano dell'Ordine: fondare l'ordine. Lui è tormentato dalla vicenda del 1500 e 1600 europea, caratterizzata da guerre religiose e civili. L'ordine politico è la soluzione al disordine delle guerre civili e di religione, di decenni. Né l'etica né la natura assicurano l'ordine politico, e la natura non è più certezza, non è naturale bontà e altruismo, apertura generalizzata verso gli altri ma diventa competizione.
Nel Leviatano parla di uomini in competizione, e ne parla in una dottrina antropologica che lui fonda: connette antropologia e teoria politica. Fa discendere il concetto di politica dalla natura umana e connette Antropologia e Stato. Hobbes è di natura pessimistica, infatti vede l'uomo come ente naturale portato alla sopraffazione che deve affermare la propria posizione di vantaggio (uomo lupo dell'altro uomo).
L'antropologia negativa di Hobbes
Questa è l'antropologia negativa che parte da concezione pessimistica di natura umana: che non è bontà ed apertura disinteressata ma è emersione di conflitti e violenza. Con l'antropologia pessimista non dà però un giudizio umano, non dice l'uomo è cattivo, ma per natura è un ente competitivo, che è indotto naturalmente deve affermare istanze combattendo resistenze altrui.
Il nesso tra politica e antropologia
Il nesso tra politica e antropologia è: non esiste idea teologica ed etica di sommo bene che l'umanità spontaneamente riceve. Inesistenza del bene assoluto: ognuno è indotto ad azioni che conducono piacere e scacciano dolore. Ciò che è orientato al mio bene, non è sommo bene ma orientato al mio piacere. Propensione della condotta umana: aumentare il piacere e allontanare le sensazioni di dolore.
La volontà e il desiderio secondo Hobbes
La deliberazione della volontà con Hobbes non ha nulla a che fare con la bontà assoluta: nella condotta conta il vantaggio e l'utilità. Hobbes capisce il carattere passionale dell'uomo e del potere umano. Volontà di un corpo fisico che è mosso da costante passione. Se l'animale ha solo attrazione verso le cose, l'uomo è passionale e possiede pathos e quel qualcosa che lo induce ad agire per soddisfare il desiderio.
Desiderio è parola chiave del lessico politico di Hobbes. Secondo Hobbes, l'uomo ha passioni e desideri contrapposti all'idea di bene assoluto, all'idea di tanti desideri da soddisfare. Nella condotta sociale dell'uomo, una volta esaudito un desiderio, scatta un nuovo traguardo per l'uomo. Questa natura corporale dell'uomo comporta che il desiderio comporta competizione. Se voglio il denaro entro in competizione con gli altri (natura conflittuale della società).
La società moderna secondo Hobbes
L'uomo non è un soggetto che desidera naturalmente la compagnia, per natura esistono inclinazioni contraddittorie e conflittuali. Per realizzare i desideri di ricchezza e gloria, ogni soggetto deve accettare l'eventualità della contesa e della competizione. Hobbes teorizza la società moderna come concorrenziale. La competizione è iscritta nella stessa antropologica, di corpo con desideri da soddisfare.
Leo Strauss e il pensiero di Hobbes
Leo Strauss, filosofo e antropologo dei primi del '900, afferma che Hobbes è il primo filosofo plebeo della storia del pensiero politico: non relativo al suo essere sociale, ma primo teorico a far scendere la politica dai grandi piedistalli della politica e a farla discendere ad un livello umano come il bisogno, della vita, della autoconservazione di se stesso. Questa è la rivoluzione sociale di Hobbes. La politica non è etica ma soddisfazione di bisogni, ha a che fare con la natura umana. Connette politica con soddisfazione di bisogni.
Il compromesso tra giusnaturalismo e positivismo
Bobbio evidenzia il compromesso tra giusnaturalismo (idea di natura umana assoluta ed eterna che pre-esiste alla politica, che precede l'ingresso della sfera sociale e politica, visione eticamente incantata della politica, dove c'è una verità assoluta, attribuisce primato assoluto alla morale) e positivismo: questa definizione accolta con criticità perché sono concezioni però antiche. Hobbes aggiunge elementi innovativi. Certo anche in Hobbes ci sono richiami alla legge di natura, ma sono richiami volti a proteggere e giustificare la rivoluzione teorica che fa. La legge di natura e divina sono meri espedienti retorici. La politica è decisione, la legge è volontà obbediente. Quindi non mediazione tra giusnaturalismo e positivismo, ma abbandono del giusnaturalismo, e apertura verso una concezione moderna del diritto come ordinamento politico. L'unica fonte del diritto è la politica. "Non verità ma autorità crea la legge": dietro la legge non c'è quella della natura (non il giusnaturalismo, non la natura, non la legge) ma quella data da un potere definito. La legge rinvia ad un'assemblea sovrana e non all'eterno. La legge ha dietro di sé una decisione una volontà.
Lo stato di natura secondo Hobbes
Lo stato di natura di pace e tranquillità è lo stato ideale per il giusnaturalismo: quello di Hobbes è contrassegnato da violenza e guerra. La condizione di calma e beatitudine non c'è nello stato di natura dove manca autorità, visto che le condizioni precendenti sono sempre sotto minaccia. Per lui lo stato di natura è guerra e conflitto, mancano stato e sicurezza e tutto è minacciato. Primo imperativo della legge di natura etica: esci dallo stato di natura.
La legge di natura viene richiamata anche da Hobbes è vero, ma si corregge additandola come voce della coscienza, cioè qualcosa di indeterminato e lo definisce il foro interiore. Nello stato di natura, secondo Hobbes, tutto è provvisorio, ed "ognuno ha diritto a tutte le cose", pretesa collettiva di tutti verso tutti. Tutti ci si può appropriare di tutto. Ciò crea la molla verso l'istituzione della politica, che non viene dalla ragione ma dalla percezione che tutti desiderano un ordine. Devo affidare a un mio potere privato la difesa di un mio interesse: ho bisogno perciò di un ordine che me lo garantisca. Nello stato di natura tutti i corpi possono crearsi danni a vicenda. Nello stato di natura ognuno ha un corpo che può uccidere l'altro. L'uomo è un corpo che ha un potere che può creare danno etico all'altro. Nessuno ha tanto potere da poter garantirsi la sicurezza.
Il passaggio dallo stato di natura a quello politico
Bisogna passare da questa condizione di insicurezza a una creazione di uno stato che ci dia sicurezza. Primo teorico dell'uguaglianza. Ma l'uguaglianza la fonda sul corpo: tutti sono uguali sulla base della corporalità e posso recarsi danno a vicenda. Nasce sulla paura, essendo l'uomo un corpo entrando in contatto con la collettività produce paura, sono convinto che la mia forza non sia sufficiente e qualcuno si può approfittare della mia debolezza. Lo stato viene definito da una componente irrazionale: la paura, la paura che ognuno ha dell'altro. È rassicurazione reciproca. Non è sommo bene ma una tecnica sociale.
Hobbes scopre che lo Stato è una tecnica sociale per "vivere tranquilli": è il principale mezzo contro la paura. Esso non ha proiezioni utopico progettuali, ma deve solo impedire che la paura invada la condizione umana. Stato come risposta positiva contro la paura. Il passaggio dallo stato di natura a quello politico non coincide con un'illuminazione razionale, a una svolta culturale, con il passaggio da umanità a un'altra, ma è dentro la natura stessa dell'umanità e dello stato di natura che si insinua la ragione stessa della politica. Espediente tecnicistico per cacciare la paura e rispondere alla prima regola della vita umana: evitare il pericolo di morte violenta.
La nascita dello Stato secondo Hobbes
Lo stato nasce per garantire innanzitutto la sicurezza, serve per ridurre i problemi e la violenza omicida. All'origine dello Stato c'è un contratto politico (contrattualismo moderno): patto in cui tutti i soggetti privati rinunciano a usare la violenza contro l'altro ed attribuiscono il loro potere ad un unico ente il potere di decisione, che Hobbes chiama Leviatano. Stato come unico ente di monopolio di violenza reciproca di Weber ampliamente anticipata da Hobbes. (monopolio statale della violenza). Lo stato gestisce la polizia e la violenza. L'unico ente che può esercitare la violenza è lo stato. Con la politicizzazione dello Stato: solo lo Stato dispone di morte, giudici e polizia mentre il privato finisce con il processo di privatizzazione del soggetto e pubblicizzazione del privato. Società come sfera di individui privati che non posso esercitare la violenza sugli altri.
Hobbes e il positivismo giuridico
In Hobbes c'è il tragitto più coerente del positivismo giuridico moderno con il monopolio della violenza legittima esercitato dallo Stato. Solo lo stato in casi eccezionali può imporre limiti e limitare la libertà di circolazione e altre libertà. Primo teorico dello stato moderno, inteso come grande madre, come ente astratto. Si dice che il primo a parlare di stato fu Macchiavelli che introduce la parola "stato" in senso moderno, ma in lui lo stato è ancora definito secondo determinazioni individuali, personali. Il principe e la virtù sono concepite in maniera individualistica e lo stato è ancora identificato con la persona fisica del principe. Hobbes invece parla di uno stato svincolato dalla figura del Principe e lo concepisce come un ordinamento oggettivo impersonale, abbiamo il superamento della personalità dello stato ricondotto a un ente fisico, ma lo stato è quello che Hobbes chiama la grande madre, o il Leviatano.
La metafora del Leviatano
Hobbes fornisce una metafora per piegare la sua idea di Stato e politica: utilizza quella del Leviatano, mostro biblico che nelle sue determinazioni garantisce quel momento di terrore e di paura che però serve per costruire certezza e coesistenza tranquilla. C'è una curiosità da evidenziare: in tutte le pagine di Hobbes c'è preoccupazione circa l'uso politico della metafora: come filosofo ed analista del linguaggio politico, bandisce le metafore, ritenendole disgregatrici. Sebbene abbia questa visione critica sulla metafora, egli ne fa ricorso. Bene e Leviatano sono le principali metafore di Hobbes. Essa non serve solo a fornire immagini accattivanti, ma anche a suggerire connessioni concettuali, ed Hobbes la usa per quest'ultimo scopo, è uno strumento mentale serve per determinare associazioni e chiarimenti concettuali.
Hobbes e la scienza moderna
Fino ad ora abbiamo analizzato il nesso con l'antropologia ora andiamo a considerare il nesso con la scienza moderna, che fornisce una base teorica senza il quale il pensiero di Hobbes sarebbe incomprensibile. Hobbes è il teorico politico che acquisisce una consapevolezza metodologica: affronta la politica come scienza rigorosa.
Circolo di Vienna, neopositivismo logico, era una scuola nel corso del '900 che ogni giovedì si riuniva a Vienna con grandi filosofi del linguaggio e protagonisti della scienza. Hobbes faceva lo stesso in quello che veniva chiamato il "circolo di New Castel", dove si riunivano nel 1600 le grandi menti filosofiche che cercavano di definire un approccio rigoroso ai fenomeni della politica. Hobbes vuole definire la politica in uno statuto scientifico rigoroso, che per certi versi assomiglia a un neo positivismo logico, quando fa del linguaggio strumento della certezza e di individuazioni di regolarità politiche.
Il linguaggio secondo Hobbes
Secondo Hobbes il linguaggio ha due funzioni: memoria e comunicazione. Come memoria il linguaggio consente di usare nomi generali, che rendono possibili dei raggruppamenti tra individualità differenti. Elemento di sintesi e risparmio conoscitivo, per mettere insieme entità disperse non assimilabili altrimenti. Secondo Hobbes il nome "generale" non ha esistenza reale, così come le classi generali. Solo i corpi individuali esistono non le classi generali.
Inoltre il linguaggio è veicolo di comunicazione politica che bisogna prendere sotto controllo perché dal linguaggio scaturiscono ordine o disordine, elementi di tensione o funzione egemonica. Ha una implicazione politica incancellabile. Le certezze nella politica hanno a che vedere con un uso rigoroso del linguaggio, perché è artificio e convenzione. È il teorico del convenzionalismo linguistico. Per avere certezze nella politica dobbiamo definire le premesse in maniera rigorosa. Occorre perciò una grande operazione di pulizia concettuale per togliere ambiguità delle parole e avere un uso produttivo del linguaggio. Come i neo positivisti logici anche per Hobbes, il linguaggio è un meccanismo di convenzione che occorre studiare secondo capacità combinatorie e classificatorie, che consente così trovare regolarità. Al di fuori del linguaggio la politica rimane un luogo buio e oscuro inaccessibile. Ogni concetto va definito per sottrarlo alle logiche del linguaggio del senso comune.
Il linguaggio del senso comune impedisce di cogliere regolarità alle affermazioni. C'è bisogno perciò di un linguaggio scientifico al quale Hobbes si dedica con attenzione maniacale. Lo Stato, linguisticamente, viene definito come un grande artificio/meccanismo, è non solo uno sforzo concettuale definitorio, ma anche il risultato di Hobbes nell'introdurre il metodo di osservazione naturale nella politica (influenza di Galilei, da qui galileismo politico, aveva stretto amicizia con grandi scienziati). Voleva piegare la politica alla certezza della scienza e del metodo empirico. Hobbes è un filosofo materialista, che intende bandire le concezioni spiritualistiche nel campo della scienza. Prima e seconda parte del Leviatano, sviluppa un illuminismo ante litteram contro il "regno delle tenebre" (regno dell'oscurantismo religioso) che impedisce l'autonomia della politica e svia rispetto alla comprensione delle regolarità politica. Il linguaggio consente di liberarsi di dogmi, preconcetti, e falsi problemi e parole senza significato reale (es: spirito e infinito, che è secondo lui un non-concetto). Hobbes definisce l'infinito impensabile da un essere finito come l'uomo. Aumenta solo nel campo della politica confusione. Il linguaggio deve servire per introdurre veridicità nelle asserzioni politiche.
Hobbes è antimetafisico, meccanicista e materialista. Il vocabolario politico, per essere rigoroso deve essere riferito ad enti, movimenti e corpi, tendenze culturali reali e particolari. Questo metodo della scienza che abbandona la metafisica a vantaggio di precisione, si vede nella definizione di Stato come macchina. Lo Stato è paragonato a un sistema astratto e complesso (prima teoria della complessità della politica), non un individuo, quindi per descrivere lo Stato non va descritto chi esercita il potere.
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