Che materia stai cercando?

Anteprima

ESTRATTO DOCUMENTO

Altro tipo di formalismo è quello interpretativo, tende ad escludere il carattere creativo

dell’attività del giudice diversamente dalla concezione creativa dell’interpretazione(cap. I).

2) Il realismo giuridico scandinavo: anche se condivide i 3 elementi del giuspositivismo parte

dall’affermazione che l’unica realtà esistente è quella empirica procedendo all’analisi dei concetti

giuridici tanto cari al giuspositivismo quali validità, obbligo, dovere, diritto soggettivo e norma per

ricondurli a processi di tipo psicologico.

3) Il realismo giuridico americano: anche se condivide i 3 elementi del giuspositivismo parte

dall’affermazione che l’unica realtà della quale bisogna occuparsi per comprendere il fenomeno

giuridico è l’attività dei tribunali, le sentenze.

Altro approccio realista e anti – formalistico è l’istituzionalismo: il suo massimo esponente è

Santi Romano il quale pose al centro della sua riflessione sulla natura del diritto il concetto di

istituzione. Il diritto non può essere ridotto a semplice norma, il diritto è organizzazione ossia

istituzione. Istituzione = ordinamento giuridico = diritto

L’implicazione più importante di questa teoria è il pluralismo giuridico: se ogni insieme

organizzato è considerato diritto è evidente che il diritto non sarà più monopolio dello Stato.

3 modi di considerare il giuspositivismo:

1) come modo di accostarsi allo studio del diritto: lo studio deve partire dalla separazione del

diritto dalla morale e quindi un atteggiamento a-valutativo o eticamente neutrale.

2) come teoria del diritto: il giuspositivismo si ricollega allo statualismo, al diritto come volontà

dello stato. Secondo Bobbio questo abbinamento ha soltanto radici storiche comuni.

3) come ideologia della giustizia:sostiene che il diritto positivo è uno dei criteri per distinguere il

giusto dall’ingiusto. Secondo Bobbio, come per il giuspositivismo come teoria del diritto, le cause

di questa confusione sono di tipo storico e non logico.

In definitiva per Bobbio il solo modo importante di considerare il giuspositivismo è quello relativo

al primo dei tre ossia lo studio del diritto deve partire dalla separazione del diritto dalla morale e

quindi bisogna avere un atteggiamento a-valutativo o eticamente neutrale.

Diritto e giustizia: sorge una domanda. Si può completare la definizione del vocabolo diritto

aggiungendovi l’elemento giustizia? Diventerebbe cosi: il diritto è l’insieme delle regole giuste per

la distribuzione imperativa dei valori nella società.

Cosi facendo daremmo ragione ai giusnaturalisti che considerano obbligo giuridico e obbligo

morale indivisibili.

E inoltre, cambieremmo l’impostazione empirico – realistico dei giuspositivisti che tengono alla

separazione del diritto dalla morale.

Cosa fare? Esiste una terza via?

La terza via è indicata da HART che teorizza una specie di “diritto naturale minimo”.

Secondo questa teoria bisogna affiancare al giudizio di legalità sempre il giudizio morale in termini

di libertà, uguaglianza e legalità.

CAPITOLO IV – LA LEGITTIMITA’

Tradizionalmente con il concetto di legittimità si poteva intendere:

1. potere fornito del giusto titolo, cioè che le persone o gli organi che lo esercitavano erano

stati eletti secondo regole comunemente accettate. Legittimità formale

2. potere giusto rispetto ai fini che si volevano perseguire. Legittimità sostanziale

Attualmente vivono quasi ovunque le norme costituzionali conseguentemente si dovrebbe più che

di giusto titolo parlare di conformità alle norme costituzionali. In definitiva il problema diventa

esclusivamente quello della legittimità sostanziale.

La crisi dell’etica razionalistica finisce per spostare la discussione sulla legittimità sostanziale al

piano della soggettività dei valori.

Si è tentato di ri-definire il concetto di legittimità:

1. far coincidere la legittimità con la legalità – classificazione di Weber

2. ritenere possibile ridurre il concetto di legittimità a consenso.

Classificazione WEBERIANA:

- La riduzione della legittimità a legalità: partiamo dal definire la legittimità come la legalità

ossia conformità alle leggi, all’ordinamento giuridico. Bisogna distinguere 3 nozioni:

1 – esercizio del potere: l’insieme degli atti posti in essere dagli organi o dalle persone che

dispongono di tale potere.

2 – governo: l’insieme di persone che portano avanti e realizzano i fini del regime.

3 – regime: si intende l’insieme delle istituzioni e delle norme che governano i rapporti politici.

Il problema della legalità si può porre per il governo e per l’esercizio del potere ma non per il

regime in quanto è proprio il regime che costituisce il fondamento della legalità.

- Lo stato di diritto: Weber assegna un altro significato al termine legalità ossia la legalità intesa

come corrispondenza a quel tipo di sistema giuridico in cui governano le leggi e non gli uomini.

Si tratta del significato attribuito al termine legalità dai teorici dello STATO LEGISLATIVO o

STATO LEGALE(1). Il teorico dello stato legale è SCHMITT il quale affermava che uno stato

legislativo è un sistema statale governato dalle norme.

Lo stato legale non è altro che lo STATO di DIRITTO(2).

La legalità nello stato di diritto non è intesa come conformità alla legge bensì anche come presenza

di certi requisiti giuridico-formali atti a limitare l’arbitrio del potere e a garantire una sfera di libertà

individuale. Si tratta dell’ideologia liberale.

La critica al tentativo di ridurre il concetto di legittimità a legalità tramite la teoria dello stato di

diritto trova il suo punto debole nel fatto che anche in uno stato di diritto può accadere che il potere

venga esercitato in modo arbitrario, illegale ossia non conforme all’ordinamento giuridico.

Il problema della riduzione della legittimità a legalità è un falso problema perche tale riduzione non

è possibile.

La nozione di legalità 1 (stato legale) non funziona da principio di legalità perché non applicabile al

regime.

La nozione di legalità 2 (stato di diritto) è già essa stessa un principio di legittimità per cui non ha

senso parlare di riduzione.

Funzione valutativa e funzione ascrittiva del giudizio di legittimità:

all’inizio si è accettata la seguente definizione di legittimità: riconoscere un potere come legittimo

significa ritenere giusti i fini che esso si propone di realizzare e l’assetto istituzionale che intende

darsi. La legittimità viene concepita come qualcosa che dipende dal riconoscimento, quindi è il

risultato di un giudizio di valore (funzione valutativa).

HARE parla di funzione ascrittiva del giudizi di legittimità nel senso che si attribuiscono dei poteri

all’organo di cui si parla.

Il giudizio di legittimità quando è pronunciato da un soggetto facente parte del corpo politico

giudicato assume duplice aspetto: a) insieme di valutazioni; b) insieme di iscrizioni;

quando è pronunciato da un soggetto appartenente ad un corpo politico diverso da quello giudicato

assume solo un giudizio di valore.

Bobbio distingue tra legalità che si riferisce all’esercizio del potere e la legittimità che si riferisce al

titolo. Per Bobbio legittimità e legalità sono due diversi modi di giustificare il potere.

Il potere legittimo è un potere il cui titolo è giusto; un potere legale è un potere in cui è giusto

l’esercizio.

Legittimità e consenso:vi è un grande tentazione da parte della scienza politica di ridurre il

giudizio di legittimità a mero giudizio di fatto consistente nella constatazione del consenso. La

legittimazione consisterebbe nella accettazione del potere politico tramite il consenso della

popolazione. Le principali critiche vengono condotte da:

1. LEVI osserva come il consenso possa essere, anzi è, manipolato. Quindi il consenso da solo

non è garanzia di legittimità. Bisogna chiedersi inoltre di che tipo di consenso si tratta, se è

frutto del libero convincimento o prodotto dalla propaganda politica.

2. HARE si chiede cosa intendono i cittadini con il termine legittimo. Affermare che la

legittimità si riduce a mero consenso significherebbe dire che è legittimo qualsiasi governo

che venga chiamato legittimo dai cittadini.

Altra critica di Hare: non è affatto contraddittorio dire che un governo suscita il consenso

pur essendo illegittimo. Cercare di trasformare il giudizio di legittimità in un giudizio di

fatto significa fare della persuasione ideologica mascherata da scienza.

Legittimità e legittimazione: come definizione generale del termine legittimità COTTA propone

la seguente: la legittimità esprime la conformità al potere, del regime politico secondo la concezione

che di esso ha una nazione.

Tra i rappresentanti della scuola struttural – funzionale troviamo Meynaud e Duverger che

sostengono da un lato che la legittimità è un valore e dall’altro la definiscono come la

corrispondenza del potere ai valori della popolazione.

Definizione di legittimità: i due tentativi di ridurre la legittimità a legalità e a consenso si sono

dimostrati impraticabili.

La definizione iniziale di legittimità diceva che essa consisteva nel riconoscere un potere come

legittimo significa ritenere giusti i fini che esso si propone di realizzare.

La caratteristica di tale definizione consiste nel fatto che la legittimità viene concepita come

qualcosa che dipende dal riconoscimento, si tratta di una qualità attribuita al potere in seguito ad

una valutazione.

L’obbligo politico: l’obbligo politico rappresenta una pre-condizione del potere politico. Anche a

proposito dell’obbligo politico si può parlare di punto di vista interno e punto di vista esterno.

Punto di vista interno: chi approva il potere e ne condivide i fini lo considera legittimo e quindi si

impegna a sostenerlo, in questo caso sentirà l’obbligo politico come vincolante dal punto di vista

interno.

Punto di vista esterno: chi invece lo subisce e lo ritiene illegittimo subirà l’obbligo politico dal

punto di vista esterno.

La differenza tra obbligo politico e obbligo giuridico sta nel fatto che il primo riguarda l’esistenza

del sistema nel suo complesso; il secondo la vincolatività delle regole che da quel sistema

provengono.

CAPITOLO V – LA VALIDITA’

Dire che una norma è valida significa dire che è vincolante, che è obbligatoria. Se consideriamo il

sistema giuridico nel suo insieme allora tale obbligatorietà è detta validità mentre se parliamo di

singole norme la validità equivale ad appartenenza al sistema.

Concezione assiologia della validità: una norma è valida in quanto è giusta. Tale concezione è tipica

del giusnaturalismo, in questa concezione giustizia, validità, obbligatorietà sono saldate insieme e il

diritto positivo deve rispettare il modello rappresentato dal diritto naturale.

Con il positivismo giuridico la prospettiva cambia, infatti il principio fondamentale del positivismo

è la separazione tra diritto e morale e tra diritto e giustizia.

All’origine di tale esigenza vi è la convinzione che la sola attività del sovrano illuminato

permettesse un accordo tra diritto positivo e diritto naturale per cui qualsiasi controllo veniva

considerato superfluo. Inoltre, con il positivismo giuridico cambia l’equazione giustizia, validità,

obbligatorietà in quanto si perde il primo fattore ossia giustizia. Si è reso necessario trovarne un

altro che lo sostituisse.

La volontà vincolante dello Stato (autori tedeschi): secondo questi autori la volontà dello Stato si

sostituirebbe alla giustizia. Lo stato è inteso come una realtà spirituale, un ente morale. La critica a

tale teorie risiede nella affermazione che nella vita reale esistono solo gli individui che non hanno

una univoca volontà rappresentata dallo stato.

John Austin – la concezione fattuale della validità (corrente analitica inglese): l’esistenza di

una norma giuridica, la sua validità e la sua obbligatorietà sono tutte definite in termini di efficacia.

La norma giuridica è tale se è un comando del sovrano, il sovrano è tale se riceve abitualmente

obbedienza.

Quindi la validità dipende dall’esistenza di un potere in grado di imporre dei comportamenti

mediante sanzioni. A questo tipo di concezione vengono mosse varie critiche:

Austin afferma che il diritto per essere giusto deve mirare all’utilità sociale.

Hart: criticava la concezione dell’obbligo e della validità basata esclusivamente sulla previsione

della sanzione.

Anche Olivercrona attacca osservando che essere obbligati vale a dire sperimentare la forza

vincolante del diritto, in altri termini il concetto di obbligo e validità non possono esaurirsi nella

paura della sanzione o nella probabilità di incorrere in essa.

Kelsen e la concezione formalistica della validità: Kelsen intende staccarsi sia dalla prospettiva

giusnaturalista che da quella fattuale. Contro l’ipotesi del diritto naturale sostiene una teoria non

cognitivista della giustizia. Kelsen insiste sul carattere relativo dei valori. La coercizione è legata al

comportamento mediante il verbo dover essere. La validità delle norme consiste nel dover essere il

quale ha carattere formale. Per comprendere come funzione il dover essere Kelsen introduce due

distinzioni.

1) tra nomo statica e nomo dinamica

2) tra sistema statico e sistema dinamico

la nomostatica si occupa della singola norma, nella sua struttura formale. Secondo la nomo statica

la norma è un giudizio ipotetico che ricollega una conseguenza ad un comportamento mediante il

dover essere.

La nomodinamica esamina il modo in cui la norma si collega con le altre.

Nei sistemi normativi statici le norme costituiscono un sistema. Dal contenuto della norma base si

possono ricavare tutte le altre.

Il diritto è un sistema normativo dinamico, il che significa che le norme che formano un sistema

nel senso che derivano da una norma fondamentale ma non nel suo contenuto bensì da una serie di

deleghe, di autorizzazioni.

Nel sistema normativo dinamico vi è una norma fondamentale la cui funzione è quella di conferire

il potere di creare diritto all’atto del primo legislatore e a tutti gli altri atti basati sul primo atto. Il

dover essere e quindi la categoria della validità è un dover essere formale. La funzione della norma

fondamentale è quella di conferire il potere di creare diritto. Secondo Kelsen l’unica soluzione

possibile consiste nel presupporre la validità dalla norma fondamentale, concependo appunto il

dovere essere come categoria formale.

Alf Ross scrive: pensare giuridicamente secondo Kelsen è pensare in termini di dover essere

(sollen) e non in ciò che è (sein) e la scienza del diritto è una dottrina normativa e non sociale.

Olivercrona definisce il dover essere Kelsiano il grande mistero

Validità e legittimità: Kelsen parla della legittimità come sinonimo di legalità, una norma è valida

quando viene emanata secondo quanto previsto dalla norma immediatamente superiore e così via.

Questo procedimento viene definito da Kelsen il principio di legittimità.

La debolezza della teoria del dover essere risiede nella considerazione a accettare la norma

fondamentale in maniera astratta come puro dover essere, questo rappresenta un problema quando si

deve decidere quali siano le regole da seguire in concreto.

La risposta di Kelsen rimanda all’effettività, la norma fondamentale presupposta valida cioè come

categoria trascendentale.

Si finisce per cadere nella fallacia naturalistica della legittimità.

Le trasformazioni della Costituzione. Il puzzle della norma fondamentale: secondo Kelsen la

trasformazione, ossia il passaggio da un regime politico all’altro, si può verificare in due modi, uno

legale, che si ha quando la norma fondamentale prevede le modalità del suo cambiamento. L’altro

modo è quello rivoluzionario, in modo cioè non prescritto dall’ordinamento. Se il tentativo

rivoluzionario ha successo, vi sarà una nuova norma costituzionale, se viceversa il tentativo non

avrà successo, rimarrà in vigore la vecchia Costituzione.

Della trasformazione legale si è occupato Alf Ross; nel suo “Diritto e giustizia” (1958) l’autore

criticava tale possibilità argomentando che esistono anche norme di competenza le quali

stabiliscono la creazione delle norme: in questo modo sorge un complicato sistema di autorità. In

definitiva, la modificazione è un fatto meramente psicologico-sociale, al di fuori di ogni procedura

giuridica. In un altro lavoro (One self reference and puzzle in costitutional law) Ross suggerisce

tuttavia una possibile soluzione al problema affermando che la norma fondamentale vera e propria

consisterebbe in una norma non scritta. Occorre rendersi conto del fatto che alla base di qualsiasi

trasformazione della norma fondamentale vi è una scelta politica, e non soltanto l’applicazione di

una norma espressa o tacita che sia.

Norberto Bobbio ritiene il problema della validità un problema indipendente dal giudizio di valore.

Bisogna compiere tre operazioni: 1- accertare se l’autorità che ha emanato la norma ha il potere

legittimo di emanare norme giuridiche; 2- accertare che non sia stata abrogata; 3- accertare che non

sia incompatibile con una norma gerarchicamente superiore o successiva.

La validità nel realismo scandinavo: i due movimenti realisti, quello scandinavo e quello

americano, tendono a smontare il sistema formalistico kelsiano rispettivamente con un approccio

psicologico fattuale e comportamentista. Il realismo è l’elemento che accomuna i vari pensatori

delle due scuole.

La tesi della realtà (scandinavo): il realismo scandinavo comprende la corrente svedese

rappresentata da Hagerstrom, Lunndstedt e Olivercrona e la corrente danese rappresentata da Alf

Ross. Il realismo giuridico scandinavo deriva dalla cosiddetta tesi della realtà di Hagerstrom:

secondo l’autore, l’unica realtà possibile è quella empirica. Secondo la teoria, se i principi del diritto

si riferiscono ad una qualche realtà empirica, ha senso studiarli, altrimenti sono da considerarsi dei

concetti metafisici. La loro critica si appunta sui concetti giuridici dei giuspositivisti e la concusione

a cui arrivano è che anche questi sono concetti metafisici. Ad esempio, la nozione di validità, per i

realisti, non è obbligatoria perché si tratta di un dovere morale né perché esiste una volontà dello

stato superiore. Hagerstrom osserva che non è affatto vero che tutti gli individui rispettano le norme

e soprattutto che non tutti conoscono le norme, per cui è impossibile pensare che i destinatari

possano volerne l’applicazione.

La forza vincolante del diritto (scandinavi): per i realisti scandinavi il diritto è un insieme di

regole di comportamento espresso in forma imperativa che riesce a provocare nel destinatario un

senso di costrizione.

La forza vincolante del diritto è una nozione puramente immaginaria, un tipo di coercizione

psicologica. Le sue origini risalgono al mondo magico-religioso delle società primordiali.

L’applicazione delle sanzioni aumenta il senso del dovere, la nozione della forza vincolante o

validità del diritto è di primaria importanza: senza la sua applicazione a livello psicologico l’azione

del diritto sarebbe addirittura impossibile.

In definitiva per i realisti scandinavi la validità non dipende dalla giustizia; essi colgono, oltre alla

organizzazione della forza, la dimensione psicologica. Senza il senso del dovere, senza le

convinzioni degli uomini e i loro atteggiamenti psicologici, la distribuzione imperativa dei valori

nella società si dovrebbe basare solo sulla minaccia delle sanzioni.

La forza psicologica della costituzione (scandinavi): Olivercrona si pone il problema del

rapporto tra ordinamento giuridico nel suo complesso e le singole norme. La spiegazione va cercata

nella forza psicologica della Costituzione.

Tra i fatti, e la validità come nozione indicante una doverosità, si interne l’elemento psicologico,

ossia la credenza in un obbligo oggettivo. Infatti senza questa credenza sarebbe complicato e

dispendioso mantenere in vita una società civile.

D’altra parte, questa credenza è puramente immaginaria: nella realtà c’è soltanto il funzionamento

della macchina del diritto.

Certo, il meccanismo psicologico esiste, ma si basa su una menzogna. I realisti continuano a dare

per scontato questo aspetto, ma dal punto di vista scientifico ed etico, è evidente che dietro

all’obbligo giuridico si nasconde, come diceva Machiavelli, un’utile menzogna.

La soluzione consiste nel puntare su un sistema politico democratico, in modo che si rafforzino i

motivi per rispettare le leggi e diminuisca il timore conscio o inconscio delle sanzioni.

La validità nel realismo americano: due fattori vanno tenuti in considerazione: 1) che il realismo

americano sorge in un ambiente di common law per cui si da enorme importanza all’operato dei

tribunali; 2) è rappresentato dell’influenza del pragmatismo americano di William James e John

Dewey. I realisti americani si battono contro la concezione meccanicistica dell’interpretazione che

chiamano teoria fonografica della funzione giudiziaria. Non esiste un diritto precostituito alle

decisioni dei tribunali. L’elemento fondamentale del diritto non sono le norme ma il comportamento

concreto dei tribunali, i cosiddetti paper rules.

I realisti americani si dicono scettici delle regole e criticano la interpretazione sillogistica, dove i

giudici assumono la norma quale premessa maggiore.

Gli scettici dei fatti: alcuni realisti americani tra cui Frank si dicoo non solo scettici delle norme

ama anche dei fatti. La ricostruzione dei fatti spesso avviene mediante testimonianze. Ma come si

comportano i testimoni? Il giudice deve interpretare le deposizioni,valutarle,valutare le parole e

come vengono pronunciate anche i giudici sono parte attiva della valutazione con i loro pregiudizi.

Allora su cosa basano la loro teoria i realisti americani?

Partendo dal discorso della validità: il diritto consiste nelle decisioni dei tribunali e nelle profezie

che di tali decisioni si possono formulare.

Per i realisti le uniche norme valide sono le sentenze già emanate e le previsioni relative a quelle

future.

Il grande merito dei realisti americani è di aver sottolineato la funzione creativa del diritto

dell’attività interpretativa dei giudici.

Il realismo giuridico scandinavo: Alf Ross

Ross condivide la tesi della forza vincolante come creazione soggettiva dovuta all’abitudine,

all’educazione però ritiene insufficiente una definizione di validità basata su questo senso

dell’obbligo esistente nella popolazione. Occorre un criterio esterno per poter dire che un sistema di

diritto è valido. Questo criterio è dato dall’aspettativa che una norma sarà presa come base delle

decisioni delle corti. Così facendo Ross si avvicina ai realisti americani, infatti anche Ross insiste

sul carattere costruttivo dell’attività di chi deve interpretare e applicare il diritto.

Il giudice fa delle scelte e queste scelte sono frutto di valutazioni. La sua interpretazione della legge

è in misura costruttiva non è una mera conoscenza.

Coscienza giuridica formale e coscienza giuridica materiale: i giudici risentono di una

coscienza giuridica formale che li spinge a cercare di seguirà la lettera della legge, questa viene

definita coscienza giuridica formale. Accanto ad essa vie è l’ideologia della giustizia propria del

giudice definita coscienza giuridica materiale.

Ross non si accontenta della concezione dei realisti americani che chiama

behavioristica(comportamentale) il mutamento nel comportamento del giudice può essere compreso

solo attraverso una interpretazione ideologica.

Il gioco del diritto: nella validità sono inseriti 2 aspetti: 1) la regolare conformità osservabile

esternamente e 2) l’esperienza di questo modello di azione come norma socialmente vincolante.

Per decidere se le regole sono vincolanti è necessario chiedere ai giocatori da quali norme si sento

vincolati. Non di quello di cui si sento vincolati i singoli individui bensì di quello che sentono

vincolante i giudici.

L’insieme della legislazione viene vista da Ross come la più importante tra le fonti del diritto, le

altre fonti sono le consuetudini, il precedente e la ragione del giudice.. in pratica le corti

disapplicano talvolta le norme giuridiche non conformi alla coscienza giuridica materiale

predominante.

Gioco del diritto o gioco dell’arbitro? In merito alla teoria di Ross si possono fare due obiezioni:

1) non sembra essere semplice fare un’indagine conoscitiva sull’’ideologia del giudice; in pratica ci

si può basare sulle decisioni passate e quindi perde rilevanza il richiamo all’interno.

2)Rimane quello esterno, l’efficacia, in questo la teoria ha sottovalutato il comportamento dei

cittadini e degli altri organi detentori del potere.

Herbert L.A. Hart e il problema della validità: Hart o distingue i punti di vista in interno ed

esterno, il primo è quello proprio dell’attore, ciè di colui che assume certi comportamenti perché li

ritiene vincolanti; il secondo, è quello dell’osservaore che si limita a descrivere quello che vede.

Hart scrive che se ci si mette dal punto di vista esterno ci sfuggirà un’intera dimensione della vita

sociale.

Hart afferma che le norme funzionano in quanto vengono sentite come vincolanti. Un sistema di

norme esiste anche quando nei singoli casi non vengono sentite come vincolanti.

Sistemi giuridici semplici e sistemi giuridici complessi: Hart introduce una distinzione tra sistemi

giuridici semplici e complessi.

I primi sono composti dalle sole norme primarie, tali sistemi, possono funzionare solo se la grande

maggioranza dei consociati li accetta. Le norme primarie si presentano come slegate tra loro e

quindi se la società si allarga si sente la mancanza di un procedimento certo per risolvere i dubbi.

Questo difetto può essere chiamato incertezza. Inoltre quando si presentano dei mutamenti sociale

sorge l’esigenza di un meccanismo che permetta di adeguare le norme ai cambiamenti, questo è il

problema della staticità. Infine, il problema della inefficienza dovuto al fatto che le sanzioni on

vengono inflitte da un apposito organo ma dagli stessi offesi.

Nei sistemi complessi si integrano norme primarie e secondarie che permettono un’organizzazione

migliore della società ovviando ai problemi di incertezza, staticità e inefficienza.

La norma di riconoscimento: Hart trova rimedio ai problemi propri delle società semplici e

precisamente:


ACQUISTATO

9 volte

PAGINE

16

PESO

118.00 KB

PUBBLICATO

+1 anno fa


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in giurisprudenza (a ciclo unico)
SSD:
Università: Parma - Unipr
A.A.: 2013-2014

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher geminusis di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Filosofia del diritto e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Parma - Unipr o del prof Palombella Gianluigi.

Acquista con carta o conto PayPal

Scarica il file tutte le volte che vuoi

Paga con un conto PayPal per usufruire della garanzia Soddisfatto o rimborsato

Recensioni
Ti è piaciuto questo appunto? Valutalo!

Altri appunti di Filosofia del diritto

Appunti di filosofia del diritto del professore Palombella
Appunto
Appunti di filosofia del diritto del professore Palombella
Appunto
Diritto di superficie
Dispensa
Diritto romano - Lezioni e Marrone
Appunto