Scheda di lettura del saggio
CITTADINANZA
Concetti Commento Rif.
Nel Novecento la nozione di “comunità” ha avuto una
importante e decisiva analisi nel discorso di Toennies
su Gemeinschaft e Geselleschaft, tradotte con le parole
“comunità” e società”.
Dopo questo momento, la nozione di comunità è
sempre stata minacciata da fenomeni moderni come la
l’omologazione, la trasformazione dei
massificazione,
popoli in folle solitarie.
Alla fine del “secolo breve” (secondo lo storico Par. I
La nozione di Hobsbawm concluso con la caduta del muro di Berlino
comunità: quali nell’89), il mercato ha aggredito i concetti di oikos e pp. 93-
problemi genera? polis, abbattendo confini e identità per creare un 94
grande spazio comune degli scambi, del consumo, in
cui nessuna comunità è più in grado di riconoscersi.
quelli che parlano di “comunità” lo fanno quasi per
Oggi
tentare di difendere il proprio spazio vitale da questa
aggressione, che ormai è già avvenuta: per questo,
spesso, il concetto di comunità è usato in senso
conservatore e xenofobico, come antidoto al
multiculturalismo avanzante (vedi Lega Nord e altri
movimenti simili).
La parola “comunità” può essere ricondotta a
(greco). Ma c’è
communitas (latino) e quindi a koinonia
una differenza tra questi due termini:
fa riferimento a un’unione (koine)
il termine greco
che viene prima di qualsiasi individualismo: il
Un’analisi singolo membro è quasi come un arto del corpo, la
etimologica può Par. I
sua vita non è concepita come autonoma rispetto
essere utile a alla comunità. Per questo non si può diventare
discutere le pp. 94-
membri della comunità: o lo si è dal principio, o se
prospettive attuali di 95
ne è esclusi (los chiavo, il barbaro);
questo concetto il termine latino si basa su cum + munus, a
sottolineare il fatto che l’appartenenza alla
comunità non è originaria e indiscutibile, ma si
basa sullo scambio reciproco, sul dono (munus).
Ciò significa che l’individuo rinuncia a qualcosa di 1
proprio per far parte della comunità (in effetti, nel
mondo latino l’istituto dela cittadinanza romana si
acquisisce, non è dato dall’inizio)
il termine tedesco Gemeinschaft introduce ancora
un altro elemento concettuale; qui infatti compare il
–
pronome mein (mio), che sottolinea come nella
–
mentalità dei Germani emerga il senso di
comunità come appartenenza etnica e non come
appartenenza allo spazio comune della polis o
della città.
Nel pensiero di Althusius la comunità include ogni
–
genere di rapporto sociale, mentre Hobbes teorico
–
della società non riconosce alla comunità alcuna
valenza politica.
Per Althusius (che più tardi adotterà come sinonimo di
politica addirittura il termine “simbiosi”) la vita dell’uomo
è essenzialmente comunitaria in tutte le sue
manifestazioni, che vanno dalla famiglia alla civitas
maxima (qualcosa di simile alla comunità nazionale).
L’uomo è un animale politico, ma la parola politica non
ha a che fare con polis, bensì con comunità di vita,
modellata sulla famiglia. La vita politica si articola in una
scala di comunità che, dalla più piccola alla più grande,
si basano sul dono, sullo scambio tra governanti e
governati. Il rapporto tra questi è analogo al rapporto
Althusius e Hobbes: padre-figlio. Il patto, in Althusius, non istituisce la
comunità (che esiste dall’origine) ma semplicemente la
pensare la comunità Par. II
e la società. esplicita e la dichiara. I membri delle comunità non sono
Due riflessioni che gli individui, ma di fatto le altre comunità più piccole pp. 95-
sono all’origine della (famiglia, tribù, gruppo, etc.) 98
politica moderna Per Hobbes, al contrario, il patto sociale è alla base
dell’intera vita politica e della società tessa, poiché esso
consorzia gli individui e li rende membri di un organismo
Il fatto è che l’uomo, per natura, non è già
collettivo.
adatto alla socialità (pur avendo il desiderio di socialità):
lo diventa quando passa dall’appetitus alla disciplina,
ovvero quando consapevolmente rinuncia
all’uguaglianza, all’indistinzione a favore dell’armonia (in
Hobbes coincide con ordine sociale). Il patto, che ha
alla base la volontà dei singoli, istituisce dunque il
sovrano, il quale per conseguenza istituisce il popolo,
cioè gli uomini riuniti in società. Secondo Hobbes anche
la famiglia, prima cellula della società, è il risultato di
questa istituzione: ogni forma di vita sociale deriva dal
patto tra individui che rinunciano alla propria
individualità.
Comunità, identità, Par. III
L’interesse per la comunità è ripreso verso la fine del
appartenenza: la XX secolo, a partire dalla critica a due pilastri della 2
critica alla nozione cultura politica angloamericana: Utilitarismo e pp. 98-
“giustizia” come
di Liberalismo. Il primo adotta un concetto fasullo di 99
“bene”,
fondamento sociale mentre il secondo se ne disinteressa a
vantaggio della nozione di “giusto” (un problema
formale e non pregnante).
La ripresa della riflessione sul concetto di comunità
condivide la critica liberale all’Utilitarismo operata da
per lui, l’Utilitarismo
John Rawls: non prende sul serio
la distinzione tra le persone, tra gli individui,
immaginando l’esistenza di individui puramente
funzionali alla società, privi di conflitti, concorrenza,
contraddizioni.
A sua volta, anche il Liberalismo di Rawls viene
sottoposto a critica da Sandel: egli nota, infatti, che il
concetto liberale di giustizia come equità non riesce a
fondare realmente la nozione di comunità. Perché?
Vediamo.
Affinché ci sia comunità non basta l’esistenza di un
patto procedurale tra individui: c’è bisogno di qualcosa
di più profondo, qualcosa in comune. La comunità non
si basa su principi deontologici (cosa è giusto, cosa
devo fare) ma su principi ontologici (chi sono, chi
siamo).
Se questo è vero, l’io – l’individuo appartenente a una
–
comunità non sceglie, ma si scopre radicato in uno
spazio comune, indisponibile e indipendente dalla Par. III
capacità dell’individuo di trovarvi la sua collocazione:
L’io e la comunità esso infatti esiste prima e al di là dell’individuo. pp. 99-
100
La mia identità è dunque definita dagli impegni e dai
processi di identificazione che metto in atto in relazione
con gli altri individui e la società.
Secondo Taylor la vita dell’io è sempre già un “noi”: la
relazione con gli altri individui si basa Par. III
sull’interlocuzione, sulla conversazione e ha alla base
La vita dell’io, l’uso del linguaggio. Se la conversazione serve a
comunità e pp.
entrare nello spazio comune, cercando la propria
interlocuzione 100-
identità, la narrazione (dialogo protratto nel tempo) 101
serve appunto a costruire la propria storia, a mantenere
la propria identità nel tempo all’interno della comunità.
Nella relazione tra individuo e società, secondo Par. III
McIntyre, la modernità ha smarrito il concetto di
Il concetto di uomo “uomo”: questa perdita è la premessa della nascita del
nelle forme di vita pp.
concetto di individuo, così come il concetto di bene, di
sociale. Il problema 101-
vita buona, è stato sostituito dal concetto di giusto.
dello Stato 105
Queste considerazioni nascono sempre come critica al
Liberalismo, che è accusato di essere indifferente al 3
bene e ai valori costitutivi dell’identità e della comunità,
a vantaggio di nozioni puramente procedurali con cui
l’individuo si fa membro di una società.
Invece, la vita buona, il bene non è soltanto lo scopo di
una vita felice, ma è il riferimento fondamentale per
definire l’uomo come soggetto, e non solo come oggetto
(ad esempio della scienza). La sfida dei
“comunitaristi” è quella di ripensare l’uomo in
relazione con il bene, con il fine buono come sua
peculiarità nella vita sociale.
Lo Stato acquista valore, per questi pensatori, solo se è
comunità riunita attorno al bene comune, non se è uno
Stato burocratizzato che garantisce semplicemente le
procedure e la giustizia formale.
Riassumendo, il pensiero comunitarista ha una
concezione forte del bene come valore assoluto
incarnato dall’uomo nella sua dimensione sociale: la
sfera dell’essere (l’uomo, il soggetto) e quella del
dovere (la ricerca del bene) sono saldate in un unico
orizzonte. l’idea della priorità
Viene rifiutata, di conseguenza,
del giusto sul bene, poiché questa prospettiva
relativizzerebbe il bene ammettendo l’esistenza di
diversi beni possibili; allo stesso modo si rifiuta il
convenzionalismo sociale: la comunità non si
istituisce per convenzione, esiste a priori e l’individuo
non è concepibile senza di essa.
I critici accusano questa concezione di irrazionalismo, di
disprezzo verso i valori moderni della libertà e
dell’individuo.
Con la svolta linguistica avvenuta all’inizio del ‘900
(Wittgenstain) la comunità non è più concepita come un
insieme di corpi, di presenze fisiche, ma diventa
soprattutto una comunità di voci.
Tale concetto di comunità si basa non sul concetto di
organicità, di compenetrazione, di identificazione, ma su
La comunità e la quello della dialettica, della argomentazione: esse,
comunicazione dopo infatti, mettono in relazione i parlanti (gli uomini) ma lo
la “svolta fanno tramite un processo di reciproca comprensione e
linguistica” avvicinamento.
L’appartenenza alla comunità, dunque, non è fondata
sulle radici etniche o sulle affinità sociali, ma sulla
partecipazione alla razionalità del discorso: la comunità
è sempre comunità di persone parlanti e pensanti,
condivisione di un logos (il discorso razionale) senza
barbarie. 4
Apel, uno dei più importanti filosofi dell’etica pubblica
degli ultimi decenni, sposa il concetto di comunità come
comunità di parlanti da un punto di vista particolare.
Egli ritiene che un grande fraintendimento del pensiero
moderno e contemporaneo sia quello che separa la
realtà sociale dall’essenza del soggetto pensante. In
verità, egli ritiene che non ci sia soggettività possibile (e
pensante, razionale) al di fuori della realtà sociale.
Il soggetto è sempre un co-soggetto, alla ricerca di un
senso collettivo della vita (il con-senso, parola chiave
della democrazia che significa “condividere il senso”).
Qui siamo di fronte a una comunità che non è
semplicemente comunità di parlanti, ma comunità
fondata sul discorso argomentativo, ovvero sul
discorso razionale condotto in cooperazione.
Tale discorso fonda la norma morale, che diventa
“interesse pratico della ragione teoretica stessa (il
La comunità fondata linguaggio è quello di Kant, ma a differenza di Kant,
sull’argomentazione: Apel ritiene che la fondazione della norma morale derivi
Karl Otto Apel direttamente dall’esercizio pubblico della ragione: l’etica
esige nella comunità dell’argomentazione il
riconoscimento reciproco del pari diritto di tutti i membri
alla discussione.
Con queste idee, Apel innova profondamente anche le
idee del neo-positivismo: per lui la comunità non può
rinunciare a nessuno dei membri argomentanti. Peirce,
ad esempio, pensava a una verità che potesse
appartenere solo agli scienziati, per Apel essa ha una
portata generale e riguarda tutta la comunità degli
argomentanti.
È vero, tuttavia, che la comunità degli argomentanti è
una comunità ideale, non coincidente con quella
esistente. Noi siamo impegnati innanzitutto, nel pratico,
nella sopravvivenza di tutti gli individui della comunità;
in secondo luogo siamo impegnati nella realizzazione
della comunità ideale degli argomentanti (teleologia: la
ricerca del bene ultimo).
Come Apel, Habermas pensa che, attraverso la teoria
del discorso, possiamo ripensare il problema di Kant,
che si chiedeva come fondare le norme. Per Habermas
La fondazione delle ciò può essere fatto grazie alla teoria del discorso.
norme etiche nel Ciò che differenzia Habermas da Apel è la rinuncia ad
discorso: Jurgen ogni pretesa di fondazione utlima dei discorsi: non c’è
Habermas universalizzazione possibile dei discorsi, possiamo
generalizzare solo a posteriori (dunque si tratta di false
generalizzazioni). 5
L’etica è concreta, H. propone una “autocomprensione
modesta” del discorso: cosa significa? Che la morale
comune si fonda, sì, su delle astrazioni, ma su
astrazioni che nascono dal confronto tra individui,
capaci di cogliere il carattere generale (universale) delle
regole del discorso.
Un ruolo diverso assume il concetto di comunità nel
pensiero post-razionalista della modernità. I filosofi di
questa tendenza pensano la comunità come qualcosa
Essere comunità: che precede anche il discorso (Apel, Habermas) e
ontologia ed etica riguarda costitutivamente l’essere umano. Essa è
problema centrale dell’ontologia
dunque il (dottrina
delle essere).
Dal punto di vista ontologico, per questo filosofo
l’essenza dell’essere è la l’essere è
co-esistenza:
“essere-con”, ma questo “con” non si aggiunge
all’essere bensì lo precede, lo radica, lo fonda: noi
siamo sempre in comunità. Il “con” indica che il cuore
dell’essere è rapporto e non assoluto (dal latino
absolutus, autonomo, sciolto).
Un affermazione fondamentale: “la comunità va pensata
come l’essere estatico dell’essere stesso”: questo
Jean Luc Nancy perché l’essere non è immanenza (cioè concretezza,
presenza), anzi: qualsiasi pensiero dell’immanenza non
riesce a concepire la comunità e l’essere poiché li
limita, ne limita le potenzialità.
Pe Nancy, così, il nostro Occidente è la nostalgia di
una comunità che non c’è mai stata; la modernità è il
progetto di una comunità impossibile, utopica (si veda la
grande utopia moderna del Comunismo).
Riprendendo Nancy, Agamben sostiene che “comune”
è l’aver-luogo di ogni cosa.
Gran parte del risentimento da noi vissuto verso le
attuali forme d’aggregazione sociale è dovuto per
Agamben alla dicotomia che il potere statuale, ovvero la
sovranità nelle sue molteplici forme, inscrive in ciò ch’è
di per sé non-dicotomico. Questa ele-mentare entità di
ha nome “forma-di-vita”: «col
per sé non-dicotomica
Giorgio Agamben intendiamo […] una vita che non
termine forma-di-vita,
può mai essere separata dalla sua forma, una vita in cui
non è mai possibile isolare qualcosa come una nuda
vita».
L’azione dellasovranità statuale consiste principalmente
nella spaccatura di questa unitaria forma-di-vita, nella
segregazione di una nuda vita come zoe, «il semplice
fatto di vivere comunea tutti iviventi», dal bios, «la forma 6
o la maniera di vivere propria di un singolo o di un
gruppo». La divisione della nuda vita dalla forma (che
dissolve l’unità della forma-di-vita) non è che la versione
politica della decisione metafisica tra forma e contenuto,
spirito, «l’antinomia dell’individuale
ma-teria e
dell’universale».
e
Si tratta allora di recuperare per lo sguardo filosofico,
anzitutto, la fisionomia concettuale della forma-di-vita
nella sua integrità. La forma-di-vita altro non è che ciò
che ci siamo per il momento abituati a chiamare
“singolarità”. Dunque, la ricerca di Agamben comincia,
proprio come accade in Nancy, con una genealogia
della figura della singolarità, per restituirla al suo statuto
di complessità, non ancora deturpata dalla decisione
della sovranità statuale 7
Scheda di lettura del saggio
DIRITTI
di Gianluigi Palmbella
Concetti Commento Rif.
Tradizionalmente, il concetto di “diritto soggettivo” è
una nozione giuridica: esso nasce, quindi, dalle
regole che gli uomini si danno per la convivenza, e
non ha una sua consistenza naturale, non è
connaturato all’uomo.
Da tempo, però, anche in Europa questo concetto è
cambiato: oggi si parla sempre più spesso di “diritti
morali”, accostando due termini che sono
Una premessa: il tradizionalmente vicini ma estranei: con questa
diritto soggettivo è Premessa
nozione, il ragionamento morale, sui valori, entra nel
una norma o è campo del diritto.
connaturato pp. 183-
Queste osservazioni sono funzion
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