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La maschera e l'uomo

Sezione prima – L'uomo e la maschera

Questo testo si può considerare come un'apertura su un percorso originale che si propone di disvelare ciò che ciascuno maschera e che gli impedisce di essere quello che è. Significa però rompere con quel comodo e conformista modo di essere in cui gli uomini si rifugiano per non pensare, per avere un alibi per la propria piatta quotidianità, che occulta, inganna e distrae impedendo una corretta comunicazione con sé e con gli altri, impedendo di vivere la realtà che è una.

Questo percorso, antico e sempre nuovo, è quello della cultura che si nutre della vita, del sentimento, dell'emotività senza rifiutare logica e ragione. Si tratta di una cultura che pone il simbolo come possibilità di unire ciò che è diviso: lo spirituale con il materiale, il conscio con l'inconscio, il terreno con il celeste, in nome di quella totalità di cui l'uomo sembra avere perduto persino il ricordo.

Il percorso proposto nel testo è una sfida che, servendosi dell'approccio del singolo a vari campi tematici come religione, natura, spazio, potere, vuole proporre il progetto di un pensiero forte per poter accettare la propria debolezza e non debole da rifiutare la propria forza.

Il tema della maschera

Analizzare il tema della maschera non è semplice per la sua vastità di contesti che si collocano in diverse aree geografiche, sociali e culturali. Maschere di vario tipo, uso, carattere e funzione si ritrovano in varie epoche storiche collegate alla vita dell'uomo e della natura e tutte manifestano con straordinaria immediatezza lo sforzo dell'umanità nell'affinare il proprio linguaggio per rendere conoscibili l'inconoscibile.

Tanti sono stati gli studi fatti su di esse ma pochi gli sforzi per comprendere il senso intrinseco di questo fenomeno e la sua caratteristica principale che è quella di essere come prima cosa un simbolo e di spiegare il desiderio degli uomini di sovrapporre alla propria, tramite la maschera, un'altra identità.

Il simbolo: arcaico o attuale?

La prima domanda che l'autore si pone è se il simbolo sia qualcosa di arcaico e quindi di appartenenza alla remota infanzia dell'umanità, oppure se rappresenti ancora un particolare e vitale approccio alla realtà.

Nel primo caso il simbolo viene considerato come un veicolo di un'umanità arretrata, come un qualcosa di lontano e datato. Con ciò il persistere del simbolo nell'uomo civilizzato appare incomprensibile, ma come dice Ferrero è tutt'oggi in uso per comunicare e fissare le idee. Questa è però una versione negativa che mira a razionalizzare tutto. Molti autori ritengono che il simbolo sia un segno linguistico con il quale l'uomo struttura logicamente la realtà e tutto ciò rende il simbolo niente più che una parola e la sua forza espressiva viene depotenziata. Questo approccio toglie al simbolo tutta la sua ricchezza, è come se noi regalassimo al posto di anello (con tutti i suoi significati) il corrispettivo del suo valore in denaro, il valore intrinseco risulterebbe ben diverso.

Nel secondo caso il simbolo appare in tutt'altra prospettiva, è quella in cui nel simbolo parte e tutto si compongono dando luogo ad una indiscutibile unità, esprime perciò qualcosa di più profondo. Jung afferma che il simbolo implica qualcosa di vago, sconosciuto e che unisce i due mondi, quello terreno con quello sovramondano, immaginale che altro non è che il mondo degli archetipi che coincide con l'inconscio collettivo. Gli archetipi sono complessi di esperienza che sopravvengono fatalmente il cui effetto si fa sentire nella vita personale. È in definitiva qualcosa di reale che rimanda ad una struttura del mondo non individuabile tramite la consueta esperienza. È il modo migliore per esprimere un contenuto inconscio presagito ma ancora sconosciuto. Il simbolo ha dunque una duplice funzione quella essenziale e quella conoscitiva. Con la prima collega diversi settori del reale e con la seconda svela i significati non evidenti all'esperienza immediata. Il simbolo va intuito e conosciuto per via analogica e tramite questa percezione è possibile comprendere la rappresentazione della totalità veicolata dal simbolo.

Analisi della maschera

L'autore passa poi all'analisi della maschera che è qualcosa che rappresenta una identità che si sovrappone all'uomo. Tale identità rimanda ad una figura diversa da quella che la indossa, dotata di una sua esistenza autonoma e significativa. Il pericolo è che si possa raggiungere al drammatico ed irreversibile fenomeno di inversione di ruolo tra l'uomo e la maschera, fenomeno che genera disturbi alla psiche.

La maschera, il cui concetto si fonde con quello del simbolo, esprime l'inconscio collettivo, o meglio, è una forma, un segmento, un'immagine dell'inconscio collettivo e questi altro non sono che gli archetipi. Quindi quando un individuo indossa una maschera, assume o tende ad identificarsi con i modi archetipici di essere e con i relativi comportamenti che la maschera simboleggia. La forza vitale condensata nella maschera può impadronirsi di colui che si è posto sotto la sua protezione. Per esempio, Jung racconta di un episodio di una festa in maschera dove Hitler si presentò indossando una maschera di Cesare con la quale voleva identificarsi e con la quale si rifaceva alla forma archetipica della sovranità.

Il rapporto tra la maschera, l'uomo e l'inconscio collettivo

È quindi utile puntualizzare il rapporto tra la maschera, l'uomo e l'inconscio collettivo. L'uomo delle origini non possiede una sua identità, possiede solo uno stato embrionale di coscienza, non esiste alcun IO cosciente di sé. Il primitivo vive in una situazione mistico/partecipativa all'interno dell'inconscio collettivo che tutto contiene e tutto in sé esaurisce in una perfetta circolarità, quella stessa espressa dall'antica immagine del serpente si morde la coda (Uroboro). Esiste però l'esigenza di affermare la propria individualità ed è ciò che segna il passaggio dal mondo ferino (animale bestiale) a quello umano. La personalità dell'individuo coincide con la rappresentazione archetipica che costituisce l'inconscio collettivo; non appena aumenta il grado di conoscenza dell'individuo diminuisce la necessità della maschera la cui dimensione archetipica si ritira nell'inconscio occupando spazi onirici e fantasiosi, mentre l'identità con il tutto tende a diventare conscia diminuendo così l'uso della maschera fino a scomparire.

La maschera nei periodi storici

Nel periodo del cristianesimo e più tardi nel primo medioevo la maschera appare ancora sporadicamente. Ci si trova in un momento in cui la dimensione conscia ha raggiunto un alto grado di sviluppo e un buon equilibrio con l'inconscio. È il Medioevo o Età del Sacro in cui il popolo di Dio composto dai singoli cristiani non manifesta più la necessità di indossare una maschera. Il suo modello di riferimento è lo specchio, attraverso il quale si coglie la perfezione divina che è propria anche dell'uomo in quanto figlio di Dio e fatto a sua immagine e somiglianza. È l'equilibrio perfetto tra uomo e divino. Ci sono però dei momenti in cui viene meno questo equilibrio perché riemerge la nostalgia delle origini, come le feste dei folli e il carnevale. Sono momenti in cui l'uomo ambisce ad essere interscambiabile con il tutto in conscia sintonia con tutto il cosmo. La Chiesa teme questi momenti e teme le maschere che nell'età del Sacro rappresentano la dimensione conscia. Tanti sono gli esempi dove Dio o gli Angeli prendono sembianze umane. Tramite la maschera Dio si fa uomo e viceversa, elevando così l'uomo. In questi casi la maschera insieme allo specchio eleva l'uomo facendolo incontrare nella totalità con il Divino.

Con il progressivo venir meno del Sacro, l'uomo mantiene la coscienza di sé, ma questa coscienza non più equilibrata con la realtà cerca di distanziarsi dall'inconscio, tende perciò sul fronte della ragione con la presupposta totalità. In realtà non si tratta affatto di totalità e l'uomo ricade perciò nella situazione arcaica e necessita di nuovo della maschera che gli possa fornire un'identità. Ma ormai la maschera è priva di un reale rapporto col divino e quindi perde il suo carattere archetipo. L'uomo inizia ad assumere la maschera imposta dalla società, dal conformismo.

Età moderna e contemporanea

L'età moderna e quella contemporanea (post-moderna) è caratterizzata dalla scomparsa del Sacro e dalla sostituzione di esso con la ragione. L'uomo ha perduto il contatto con il cosmo, con la natura, con se stesso, optando per un rapporto scientifico con la realtà. Questa lontananza dal tutto recide ogni legame con l'inconscio portando all'uomo un enorme vuoto. Egli è ormai dominato dalla società e dalla tecnologia, entrambi surrogati di una totalità. L'uomo è costretto ad indossare una maschera perché necessita di una identità che lo renda partecipe a tutto questo surrogato di totalità. In questo caso la maschera gli è imposta dalla società stessa che disegna un uomo perfetto, sempre sorridente, realizzato ma senza sentimenti autonomi, in pratica un'immagine senza vita. Chi non indossa questa maschera è tagliato fuori dalla totalità.

Questa maschera insidia anche i morti (maschera del caro estinto), è ormai la vittoria dello stereotipo. Ma c'è un'insidia ancora più grave, è la tendenza regressiva verso una incontrollabile dimensione inconscia. In questo frangente gli archetipi impongono la loro identità senza distinzione fra bene e male, fra positivo e negativo, con eccessi di buone azioni ma con altrettanti eccessi di crudeltà. Questa inclinazione per ora contenuta, aumenterà, accrescendo il rischio di catastrofiche inflazioni psichiche collettive. Per evitare ciò bisogna riscoprire una nuova dimensione di totalità e di equilibrio, una nuova complexio oppositorum, una nuova età del Sacro, in cui conscio ed inconscio possano ritrovare la loro armonia.

L'età dei lumi

Nel '700, l'età dei lumi, è il secolo in cui la ragione prende il posto del divino e vuole governare il mondo. Si pensava che la ragione fosse la figlia stessa di Dio, l'espressione eterna di Dio, più antica e più sicura che scritture e riti; questo era sostenuto anche da Kant che affermava in aggiunta che la ragione fosse un potere di estensione che coincideva con l'uscita dallo stato di minorità dell'uomo. Come Kant, abbiamo nomi come Robespierre e numerosi filosofi e monarchi illuminati che hanno perso la convinzione di essere rappresentanti di Dio e se il sovrano non è pronto ai dettami della ragione è accusato di tirannia e come accadde a Luigi XVI processato e mandato al patibolo. Alcuni filosofi tentano di tradurre nella quotidianità l'idea della ragione.

Quando viene composta la Grande enciclopedia, dai più grandi illuministi (Robespierre, Voltaire, Turgot, Diderot ecc.) la ragione viene santificata e apertamente contrapposta alla religione e spazza via le superstizioni del medioevo. In nome della santa ragione la società civile prende per sé il giudizio morale, che nel passato era di esclusiva competenza ecclesiastica. La fede interiore diventa una religione in un mondo dove dominano capitale industriale prima, finanziario poi, e la massa assume il ruolo di forza lavoro. Morte e vita devono essere rigorosamente regolamentati, l'uomo deve essere obbligato per legge, felice in nome della Santa Ragione.

La ragione procede ancora ad attaccare la religione ed in particolar modo quella cattolica, provocando una brusca accelerazione al processo secolarizzante e la razionalità dell'imprenditoria sostituisce la Grazia medioevale ai fini della salvezza. La ragione si trasforma in un placebo residuale da accettare, solo se funzionale agli interessi della "classe abbiente". La religione si trasforma in una situazione di benessere residuale da accettare solo se funzionale agli interessi della classe più abbiente. Il nuovo credo è il mercato, diventato ormai unico, il vero ed incontrastato Dio.

Il ruolo della scienza

La scienza oltre ad operare giustamente, miglioramenti di vita, tenta in ogni modo di scardinare le grandi certezze del passato: rifiuta la priorità di ogni autorità spirituale e cerca in contemporanea di screditarne la legittimità. Così la scienza non si perita di teorizzare il superamento di ogni limite morale e religioso, ma si propone di penetrare i segreti più profondi del sapere, tentando di imporre, a qualsiasi costo, il proprio primato: osando l'inosabile. Ne sono prova identificativa e profetica, a livello letterario sia il racconto di "Frankenstein" che "Lo strano caso del dottor Jekyll e del signor Hyde". Tutto deve poter diventare sperimentabile, controllabile e riproducibile secondo la ragione.

Durante la rivoluzione francese la ragione è la simbolica luce solare del progresso contrapposta alla tenebra dell'ignoranza. Essa vuole "liberare il mondo tagliando le catene che lo tengono unito al passato"; nel pensiero controrivoluzionario essa è invece considerata come forza diabolica e disgregatrice. In quel antico modo di concepire la vita, la ragione è solo e soltanto un semplice strumento subordinato all'intelletto, a sua volta collegato tramite l'anima alla più alta immagine di Dio. Non possiede dunque alcuna autonomia, né può averla se non a prezzo di essere confusa con le furbizie del potere tutto teso al vantaggio, all'utile e all'interesse.

Non è causale poi che nel pensiero controrivoluzionario, la ragione considerata come un principio filosofico venga, appunto, giudicata una forza disgregatrice e diabolica. Con l'età dei lumi, si capovolge l'assunto medioevale, si arriva alla convinzione della coincidenza della ragione con la coscienza, con l'Io puro. Ma questo indispensabile meccanismo conoscitivo si attiva a spese dell'uomo che assume la connotazione di un'entità astratta, di un soggetto pesante e formale che coincide con l'oggetto che la ragione assume ad unico principio di riferimento dell'uomo, consacrandosi come l'espressione di un nuovo mito, di una nuova metafisica di cui la scienza è custode, interprete e depositaria dell'uomo vassallo.

L'uomo dipende dalla ragione e in caso contrario cadrebbe nell'incontrollabile; la ragione perciò è l'unica vera divinità e chi va contro queste idee è moralmente condannato. Per i razionalisti, non esiste alcuna possibilità alternativa al "dogmatismo" della ragione che si configura come una vera e propria fede.

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Scienze politiche e sociali SPS/01 Filosofia politica

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Menzo di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Filosofia delle scienze sociali e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi dell' Insubria o del prof Bonvecchio Claudio.
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