Che materia stai cercando?

Filosofia delle scienze sociali - La maschera e l'uomo Appunti scolastici Premium

Appunti per l'esame di filosofia delle scienze sociali del professor Claudio Bonvecchio, cdl in scienze della comunicazione. Gli argomenti trattati sono l'uomo e la maschera e le varie considerazioni, l'inconscio collettivo, l'età moderna e quella contemporanea, lo spazio e il potere..

Esame di Filosofia delle scienze sociali docente Prof. C. Bonvecchio

Anteprima

ESTRATTO DOCUMENTO

L’ETA’ MODERNA E QUELLA CONTEMPORANEA (POST-MODERNA) è caratterizzata dalla

scomparsa del Sacro e dalla sostituzione di esso con la ragione. L’uomo ha perduto il contatto

con il cosmo, con la natura, con se stesso, optando per un rapporto scientifico con la realtà.

Questa lontananza dal tutto recide ogni legame con l’inconscio portando all’uomo un enorme

vuoto. Egli è ormai dominato dalla società e dalla tecnologia, entrambi surrogati di una

totalità. L’uomo è costretto ad indossare una maschera perché necessita di una identità che lo

renda partecipe a tutto questo surrogato di totalità. In questo caso la maschera gli è imposta

dalla società stessa che disegna un uomo perfetto, sempre sorridente, realizzato ma senza

sentimenti autonomi, in pratica un’immagine senza vita. Chi non indossa questa maschera è

tagliato fuori dalla totalità. Questa maschera insidia anche i morti (maschera del caro istinto)

è ormai la vittoria dello stereotipo. Ma c’è un’insidia ancora più grave, è la tendenza regressiva

verso una incontrollabile dimensione inconscia. In questo frangente gli archetipi impongono la

loro identità senza distinzione fra bene e male, fra positivo e negativo, con eccessi di buone

azione ma con altrettanti eccessi di crudeltà. Questa inclinazione per ora contenuta ,

aumenterà, accrescendo il rischio di catastrofiche inflazioni psichiche collettive. Per evitare

ciò bisogna riscoprire una nuova dimensione di totalità e di equilibrio, una nuova complexio

oppositorum, una nuova età del Sacro, in cui conscio ed inconscio possano ritrovare la loro

armonia.

Nel ‘700, l’età dei lumi, è il secolo in cui la ragione prende il posto dl divino e vuole governare il

mondo. Si pensava che la ragione fosse la figlia stessa di Dio, l’espressione eterna di Dio, più

antica e più sicura che scritture e riti; questo era sostenuto anche da Kant che affermava in

aggiunta che la ragione fosse un potere di estensione che coincideva con l’uscita dallo stato di

minorità dell’’uomo. Come Kant, abbiamo nomi come Roberspierre e numerosi filosofi e

monarchi illuminati che hanno perso la convinzione di essere rappresentati di Dio e se il

sovrano non è pronto ai dettami della ragione è accusato di tirannia e come accadde a Luigi

XVI processato e mandato al patibolo. Alcuni filosofi tentano di tradurre nella quotidianità

l’idea della ragione. Quando viene composta la Grande enciclopedia, dai più grandi illuministi

(Roberspierre, Voltaire, Turgot, Didrot ecc) la ragione viene santificata e apertamente

contrapposta alla religione e spazza via le superstizioni del medioevo.

In nome della santa ragione la società civile prende per sé il giudizio morale, che nel passato

era di esclusiva competenza ecclesiastica. La fede interiore diventa una religione in un mondo

dove dominano capitale industriale prima, finanziario poi, e la massa assume il ruolo di forza

lavoro.

Morte e vita devo essere rigorosamente regolamentati, l’uomo deve essere obbligato per

legge, felice in nome della Santa Ragione.

La ragione procede ancora ad attaccare la religione ed in particolar modo quella cattolica,

provocando una brusca accelerazione al processo secolarizzante e la razionalità

dell’imprenditoria sostituisce la Grazia medioevale ai fini della salvezza. La ragione si

trasforma in un placebo residuale da accettare, solo se funzionale agli interessi della “classe

abbiente” La religione si trasforma in una situazione di benessere residuale da accettare solo

se funzionale agli interessi della classe più abbiente. Il nuovo credo è il mercato, diventato

ormai unico, il vero ed incontrastato Dio.

La scienza oltre ad operare giustamente, miglioramenti di vita, tenta in ogni modo di

scardinare le grandi certezze del passato: rifiuta la priorità di ogni autorità spirituale e cerca

in contemporanea di screditarne la legittimità. Così la scienza non si perita di teorizzare il

superamento di ogni limite morale e religioso, ma si propone di penetrare i segreti più

profondi del sapere, tentando di imporre, a qualsiasi costo, il proprio primato: osando

l’inosabile. Ne sono prova identificativa e profetica, a livello letterario sia il racconto di

“Frankestein” che “Lo strano caso del dottor Jekyll e dl signor Hidy”. Tutto deve poter

diventare sperimentabile, controllabile e riproducibile secondo la ragione.

Durate la rivoluzione francese la ragione è la simbolica luce solare del progresso contrapposta

alla tenebra dell’ignoranza. Essa vuole “liberare il mondo tagliando le catene che lo tengono

unito al passato”; nel pensiero controrivoluzionario essa è invece considerata come forza

diabolica e disgregatrice. In quel antico modo di concepire la vita, la ragione è solo e soltanto

un semplice strumento subordinato all’intelletto, a sua volta collegato tramite l’anima alla più

alta immagine di Dio. Non possiede dunque alcuna autonomia, né può averla se non a prezzo di

essere confusa con le furbizie del potere tutto teso al vantaggio, all’utile e all’interesse.

Non è causale poi che nel pensiero controrivoluzionario, al ragione considerata come un

principio filosofico venga, appunto giudicata una forza disgregatrice e diabolica.

Con l’età dei lumi, si capovolge l’assunto medioevale, si arriva alla convinzione della coincidenza

della ragione con la coscienza, con l’Io puro. Ma questo indispensabile meccanismo conoscitivo

si attiva a spese dell’uomo che assume la connotazione di un’entità astratta, di un soggetto

pesante e formale che coincide con l’oggetto che la ragione assume ad unico principio di

riferimento dell’uomo, consacrandosi come l’espressione di un nuovo mito, di una nuova

metafisica di cui la scienza è custode, interprete e depositaria dell’uomo vassallo.

L’uomo dipende dalla ragione e in caso contrario cadrebbe nell’incontrollabile; la ragione perciò

è l’unica vera divinità e chi va contro queste idee è moralmente condannato.

Per i razionalisti, non esiste alcuna possibilità alternativa al “dogmatismo” della ragione che si

configura come una vera e propria moderna Signoria. Per tutti coloro che cercano di sottrarsi

a questa Signoria, c’è la riprovazione e la condanna. Riprovazione e condanna che colpiscono

coloro che si schierano contro i sacerdoti della ragione, invocando un più moderato

atteggiamento, un maggior equilibrio e di conseguenza anche maggior tolleranza.

A fronte di questa vera e propria “tirannia” che segna la storia europea a partire dal ‘700,

viene spontaneo domandarsi che cosa essa rappresenti e per quale motivo abbia acquisito

questo straordinario ed incomprensibile potere: potere che ne fa un idolo moderno.

Storicamente la ragione è stata il motivo dello sviluppo umano; l’uomo tramite la ragione ha

preso coscienza di sé come individuo, staccandosi dal mondo uroborico (antico simbolo egiziano

e gnostico che rappresenta un serpente o un drago che si morde la coda, è una icona della

totalità, dell’eterno e dell’infinito) e delle origini.

Un mondo in cui sia l’individuo che la collettività sono indistinguibili, in una reciproca totale

interdipendenza che Lévy ha definito come lo stadio della partecipation mystique: lo stadio in

cui domina l’inconscio collettivo.

A questa azione individualizzante la ragione ha portato ad una azione protettiva nei confronti

dell’Io: bisognava far in modo di non ricadere nella dimensione partecipativa e mistica delle

origini, che causerebbe pulsioni devastanti. E’ ovvio che bisogna arrivare ad una situazione di

equilibrio tra conscio e inconscio, tra l’Io e la dimensione ctonia (ctonio=sotterraneo) se ciò

non si verifica si produce uno squilibrio ed è quello che accade nell’epoca moderna dove il

conscio prevale sull’inconscio causando la disumanizzazione del mondo. Per Jung l’uomo di

sente isolato nell’universo poiché ha perso il contatto con la natura e con al sua dimensione

inconscia.

Scatta quindi la Legge enantiodromica (enantios= opposto,dromico= relativo a impulsi nervosi)

di Eraclito che scoprì la funzione regolatrice dei contrari alla quale dette il nome di

enantiodromica e con al quale intendeva affermare che ogni cosa sfocia prima o poi nel suo

contrario. Con ciò si vuole spiegare che a fronte di uno squilibrio tutto a favore della ragione-

coscienza-Io, si tenderà ad una progressiva crescita dell’aspetto inconscio che si manifesterà

con al sua straordinaria potenza travolgendo ogni cosa.

La ragione non può occupare tutti gli spazi dell’uomo, in quanto negli individui esistono

insopprimibili bisogni che essa non è in grado di colmare; sono gli spazi del desiderio,

dell’emotività, dell’istintualità, della passionalità, della sicurezza, della trascendenza: tutti

presenti ed ineliminabili nella psiche individuale e collettiva dell’umanità.

Se questi spazi vengono compressi all’interno di un ordine logico-razionale si profilano di

rischi. Dapprima si avrà un disagio personale che tenderà a mutarsi in complesso dando vita a

situazioni nevrotiche facilmente mutabili in psicopatologie. Questo meccanismo si innesca non

solo a livello individuale ma anche a livello sociale e quindi a livello politico. Non meraviglia

allora che il corpo socio-politico viva in maniera malata lo squilibrio causato dalla priorità della

ragione e la storia conferma tristemente la legge enunciata.

Gli effetti sono devastanti e minacciano letteralmente il grande corpo sociale e politico.

Negli avvenimenti della rivoluzione francese, una iper-razionalità causata dall’ideologia

illuminista, corrisponde ad una vera e propria epidemia simbolica che si manifesta con una

irruzione incontrollata dell’inconscio nella coscienza collettiva; irruzione che prende poi corpo

nei sanguinosi eventi della rivoluzione stessa e che fa sorgere e proliferare nel ‘700 società

iniziatiche ed esoteriche.

L’inconscio prende il sopravvento per estremo opposto alla ragione.

E’ con l’epoca dei lumi che prende corpo e significativo avvenimento del razzismo; fenomeno

culturale, sociale e politico che appare come l’esatto opposto dei valori razionali e dei

presupposti della ragione, ma che inizia a diffondersi proprio dall’età in cui la ragione ha il suo

trionfo.

Il maggior epicentro di tale fenomeno è la Germania, il paese in cui più di ogni altro è

attecchito il culto della ragione: patria per eccellenza della ragione.

C’è da fare una premessa: il razzismo non nasce nel medioevo come molti credono, è vero che

le popolazioni erano perseguitate ma lo erano in nome della religione e non certo per

differenze biologiche, fisiologiche o ideologiche. Questo vale anche per gli stermini iniziali

delle popolazioni pre colombiane.

Il razzismo ebbe le sue fondamenta sia nell’illuminismo sia nel risveglio religioso del XVIII

secolo; esso fu il prodotto dl profondo interesse per un universo razionale, per la natura e per

l’estetica, ma anche dell’esigenza di dare u rilievo alla forza eterna del sentimento religioso e

dell’anima dell’uomo. Esso rientrava nella tendenza a definire il posto dell’uomo nella natura e

si accordava con la speranza di un mondo ordinato, sano e felice. Il pensiero razzista fece un

tutt’uno dell’aspetto esteriore dell’uomo con il suo posto nella natura e i corretto procedere

del suo spirito.

Ne viene che tutto ciò esteriormente appare diverso da uno standard stabilito e perciò

differente in senso negativo ad un modello ideale e comprova l’esistenza anche di un deficit

spirituale. Progressivamente questa convinzione si colorerà di una luce obiettiva, di una

valenza scientifica: diventa una “verità scientifica”. Si delinea uno stereotipo razziale che

tende ad affermarsi nella società, indipendentemente dalle ideologie, convinzioni personali,

opinioni politiche e religiose dei singoli.

Nel ‘700 si scopre che la culla di tale fenomeno è la Germania dove, appunto, il culto della

ragione aveva maggiormente attecchito. Tutto ciò che esteriormente appare diverso da uno

standard arbitrariamente stabilito, rimanda direttamente ad un deficit spirituale. Tutto ciò

che è ritenuto primitivo è considerato a livello inferiore; questa tendenza di pensiero si

consoliderà in tutto l’800 diventando una sorta di verità scientifica. Molti autori e scienziati,

tendono a provare scientificamente l’evidenza di questa diversità trovando ogni sorta di

trucco, sotterfugio. La razionalità tende quindi ad un perverso automatismo che in pochi

decenni verterà in qualcosa che sicuramente razionale non è e che porterà

enantiodromicamente l’uomo a macchiarsi dei più feroci delitti.

Se questo è il pericoloso trend che caratterizza il sociale, altrettanto si può dire per ciò che

riguarda l’interiorità del singolo. L’individuo legge la parola interiorità (l’antico spazio sacrale

in cui si realizzava l’unione tra l’umano ed il divino) come una semplice metafora della coscienza

sociale; non si distingue da quella coscienza che è a sua volta il punto supremo a cui l’umanità

può pervenire nel suo millenario e progressivo percorso.

Ma la coscienza è solo qualcosa di relativo. E’ il modello economico, tecnologico-industriale che

procede ad una razionale esaltazione dell’immediato, del contingente, del denaro, del successo:

in ogni modo, ad ogni condizione, ad ogni prezzo.

Quanto più la pubblicistica, l’iconografia, la letteratura e la filosofia esaltano il mondo

superiore, uranico, solare della ragione, tanto più sprofonda nel baratro della realtà, dominata

dalla razionalità dell’economia, fatta di disagio, intolleranza, incapacità, crudeltà disumanità,

follia; ormai solo per il denaro si vende l’anima al diavolo.

L’umanità nel 19° secolo, soprattutto quella occidentale, privata di punti di riferimento,

estranea ad ogni sistema simbolico, illusa di giungere in breve tempo al progresso totale, si

trova in un drammatico vuoto: il nulla considerato dagli antichi sinonimo del caos, del diabolico.

Un nulla che per enantiodromico movimento verso il proprio contrario cerca di essere colmato

in qualche modo. Così il vuoto lasciato dalla ragione viene colmato dai mostri e dagli angeli

delle profondità archetipiche dell’inconscio: il mondo dell’irrazionalità.

Questo produce effetti imprevedibili sia a livello sociale che a livello individuale, primo fra

tutti quello che rendo gli uomini, immediate prede dei fantasmi archetipici dell’inconscio, che

irrompono nella psiche, sia individuale che collettiva, con effetti devastanti.

Si ha però un’inversione di marcia, si riscopre l’amore per la terra e il naturale e tutto ciò per

sentirsi ancora uniti ad un qualcosa; dallo stesso sangue per esempio, dalla stessa lingua, e

tutto ciò che è diverso viene considerato nemico.

E’ il nemico che insidia la compattezza e l’unità del gruppo e che vuole violare la comune madre

archetipica e divorarne i figli.

In un simile contesto, l’altro assume connotazioni inimmaginabili e diventa il contenitore in cui

racchiude i mostri, le paure, le ansie, le nevrosi: insomma tutto il negativo prorompente allo

squilibrio della sfera coscienziale e ai sogni della ragione.

Si verifica nel caso tedesco una situazione particolare ed esemplificativa.

Succede allora in Germania che la borghesia ebraica sulla scia delle convenzioni razionali-

illuministe, cerca di integrarsi alla classe borghese allontanandosi dai propri usi e tradizioni,

emancipandosi con la ragione. Lo spirito tedesco che viaggiava ormai verso il caldo abbraccio

della Madre Natura, in preda ormai alla potenza dell’inconscio collettivo, riconosce come

avversari tutti coloro che si comportano in maniera opposta. Più l’ebreo razionalizza pensando

di avvicinarsi al pensare del popolo tedesco, più si estranea fino a giungere ad una distanza

massima. E’ il momento in cui i tedeschi ed il loro inconscio collettivo è invaso dalla potenza

delle figure archetipe che non distinguono il bene dal male, essendo espressioni istintive,

immediate, passionali. L’ebreo diventa allora l’ostacolo naturale che bisogna abbattere e lo si

abbatte sfruttando tutto il sapere acquisito dalle scienze. La macchina della shoa

(annientamento sistematico di un popolo) è ormai innescata, il seguito è storia ornai nota.

Una piena e totale irrazionalità che si è sviluppata enantiodromicamente dalla ragione dando

come frutto: Auschwitz.

“Il mondo è tutto unitario e di conseguenza la natura, che ne è l’espressione sia una totalità

armonica, coesa, interconnessa ed animata in tutte le sue manifestazioni”, cantava il romantico

Goethe nella sua opera “Faust”; ma che è tuttora presente nella speculazione dell’olismo

(concezione secondo la quale ogni realtà complessa va considerata come un tutto, superiore e

qualsiasi autonomo dalla somma dei componenti).Goethe durante un viaggio in Italia (1786) fa

tappa inizialmente a Padova dove, durante la visita ad un orto botanico, ammirando un’antica

palma, sviluppa l’ipotesi che tutte le forme delle piante si possono far risalire ad una pianta

unica; è l’idea della pianta originaria: la Urpflanze. Questa sua ipotesi matura con delle

successive riflessioni sempre contemplando la flora mediterranea in altre città italiane.

Elabora questa ipotesi dopo il suo ritorno in Germania ed egli arriverà ad affermare che

quest’idea è applicabile a tutti gli esseri viventi; richiamando perciò la stretta unione tra

l’uomo e la natura, tra spirituale e materiale. La Urpflanze gli appare come una pianta ideale o

meglio come un archetipo della pianta e come sottolinea Stefano Zecchi è un’immagine che

rappresenta la possibilità di sviluppo di una pianta, un modello si sviluppo, come pensava

Goethe, e non qualcosa di statico ed immoto.

Il tentativo di Goethe (anche con altre teorie es. quella dei colori) va nella direzione della

totalità naturale, altrimenti irraggiungibile. Totalità presente nello stesso modo sia nelle

scienze naturali che il quelle dello spirito.

Partendo dall’immagine dinamica e simbolica dell’archetipo, l’dea della vita si proietta sul

cosmo sia nella sua generalità che nella sua particolarità, attribuendogli un significato. Il

corrispondente della Urpflanze goethiana è l’albero del paradiso terreste, è l’albero della vita

che è fonte di rinnovamento e di saggezza. Si identifica con la croce di Cristo che è l’albero

per eccellenza da cui nasce la vita interiore ed esteriore dell’uomo e lo si può riscontrare in

tutte le religioni. L’archetipo erboreo appare come una delle chiavi della vita, come un potente

schema interpretativo del mondo, (mi ricordo un corso che feci sulla Cabalà e sull’astrologia

interiore, che si parlò di albero della vita come rappresentazione grafica di un programma

secondo il quale si è svolta la creazione dei mondi e il cammino dei popoli per arrivare alla loro

attuale condizione), è il simbolo del mondo nella sua originaria congiunzione di cielo e terra, è

l’armonia stessa di superiore e inferiore, e la sua dinamicità e creatività.

Quanto è riferibile alle piante, una delle prime manifestazioni della vita organica, sembra

essere riferibile anche alle pietre che apparentemente prive di vita e valore spirituale, viene

però considerata la prima matrice degli uomini in quasi tutte le tradizioni simboliche dove le

pietre sono considerate vita e creazione. (mito di Deucalione e Pirro che per ripopolare il

mondo, dopo il diluvio voluto da Zeus, gettarono pietre che si trasformarono in uomini e donne.

La pietra genera anche altre pietre, sviluppa una vera e propria gravidanza nel ventre della

Terra. Le pietre sono quindi paragonate agli alberi e quindi agli uomini è perciò anch’essa

l’immagine dell’archetipo della Grande Madre.

La funzione archetipica tende ad accumulare sia l’inorganico che l’organico. Tale funzione dà

luogo ad una sorta di gigantesco deposito in cui si conservano immutate le forme del vivente

espresse in valori numerici o in immagini e in questa prospettiva si può pensare alla natura

come una totalità in cui il singolo fenomeno si fonde con l’insieme; una totalità che alle sue

origini è inconscia ed è in grado di esistere indipendentemente dal livello di conoscenza che

possiede di se stessa.

Gli archetipi, in quanto strutture dinamiche, sono alla base di un processo continuamente

trasformativi che dà luogo a mutamenti sostanziali: l’eternità della forma non impedisce la

radicale modificazione della sostanza. Un esempio pratico si può trovare nell’osservare alcuni

rituali di accoppiamento degli animali, ed esempio l’uccello lira cambia sia il suo aspetto che il

modo consueto di comportarsi, utilizzando standard di comportamento del tutto ininfluenti al

fine del corteggiamento vero e proprio. Questi standard lasciano intendere che all’interno

della sfera archetipica esiste una tensione inconscia verso uno stato sempre più conscio dei

propri comportamenti; questa tendenza può portare perfino al mutamento dell’istinto. Il

comportamento rituale, sostanzialmente ripetitivo, ha lo scopo di incanalare l’istintualità del

comportamento rendendolo sempre più conscio.

In questo caso è utile notare come gli uomini nello stato primordiale della loro esistenza

sperimentano nella loro quotidianità con cose inanimate o apparentemente inanimate e con

cose animate; gli esseri umani scambiano se stessi con le cose e viceversa, tanto da

identificarsi con l’animale totemico della tribù o del gruppo sociale e di esso fanno propria la

ritualità come modalità esistenziale. Con questa particolare ritualizzazione l’uomo sviluppa la

facoltà di espressione per immagini e la facoltà simbolizzante ed infine si percepisce come

individualità autonoma, ponendo le basi della coscienza di se stesso e del suo ruolo nel mondo.

Il Genesi insegna una storia dove l’uomo è creato ad immagine e somiglianza di Dio è

pienamente cosciente di sé, delle sue capacità creative e del suo dominio sulla natura. La

necessaria superiorità del conscio tende a ribaltarsi negativamente sulla natura che viene

ridotta a manifestazione cieca e pericolosa delle forze ancestrali ed inconsce che si

contrappongono al conscio, connotandosi come incontrollate. E’ questa l’eredità residuale

dell’antica totalità della natura; totalità che il regno del conscio tende a negare producendo

così effetti negativi.


PAGINE

15

PESO

160.03 KB

AUTORE

Menzo

PUBBLICATO

+1 anno fa


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in scienze della comunicazione
SSD:
A.A.: 2013-2014

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Menzo di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Filosofia delle scienze sociali e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Insubria Como Varese - Uninsubria o del prof Bonvecchio Claudio.

Acquista con carta o conto PayPal

Scarica il file tutte le volte che vuoi

Paga con un conto PayPal per usufruire della garanzia Soddisfatto o rimborsato

Recensioni
Ti è piaciuto questo appunto? Valutalo!

Altri appunti di Filosofia delle scienze sociali

Filosofia delle scienze sociali - Esoterismo e Massoneria
Appunto
Filosofia delle scienze sociali - gli archetipi dell'inconscio collettivo integrati con appunti prof. Bonvecchio
Appunto
Filosofia delle scienze sociali - gli archetipi dell'inconscio collettivo
Appunto
Filosofia delle scienze sociali - la cavalleria il sacro e il graal
Appunto