Notizie biografiche e contesto storico
Thomas Hobbes nasce nel 1588 a Malmesbury in Inghilterra, in un periodo storico poco felice per un'Europa dilaniata dalla "guerra dei trenta anni", dalle lotte per l'organizzazione della monarchia assolutistica in Francia, dalla crisi della monarchia inglese, in cui l'unità dello stato era minata dalle lotte religiose, sociali, politiche, e dal contrasto tra la corona e il parlamento; eventi che, come triste e angoscioso spiraglio, lasciavano aperto solo quello della guerra civile.
I motivi di lavoro e gli avvenimenti politici lo portarono a vivere distante dalla sua patria; precettore presso la famiglia dei conti di Cavendisch, Hobbes poté conoscere Bacone e vari scienziati. Dopo svariati viaggi in Europa, nel 1640 si stabilisce a Parigi e viene a contatto con alcune grandi personalità dell’epoca e con le idee filosofiche d’avanguardia.
Tutto il suo apparato filosofico politico, ridotto al nocciolo della questione, vuole essere un antidoto risolutivo al più grande dei mali, da cui il filosofo è ossessionato, cioè la guerra civile, causa della dissoluzione dello Stato. E questo Hobbes sente di dover evitare perché senza lo Stato, l’uomo resterebbe anche senza quella sicurezza che, come vedremo, viene ad essere uno dei cardini del suo modello giusnaturalistico.
Le questioni sul diritto del potere e dell’obbedienza, che preannunciavano in modo tristemente scontato l’avvento della guerra civile, sono addotte dal filosofo nella prefazione al De Cive, come motivo della anticipata pubblicazione del volume suddetto, rispetto ai suoi piani originali, in base ai quali avrebbe dovuto occupare la terza posizione, dopo il De Corpore e il De Homine. Bene.
In seguito a ciò afferma di non aver scritto il De Cive per essere lodato ma "Per il vostro [...] poiché spero che, conosciuta ed esaminata la dottrina che propongo, avreste preferito sopportare di buon animo qualche danno privato [...] piuttosto che turbare l’ordinamento della repubblica".
E non è un caso che nella conclusione della prefazione, Hobbes usi delle espressioni come: "in vista della pace", manifestando il suo "giusto dolore di fronte alle presenti calamità della patria".
Bobbio vede come prova che Hobbes sia uno scrittore realista, proprio il fatto che la sua descrizione dello stato di natura vada a coincidere indirettamente con quella della guerra civile. Se dunque lo stato di natura hobbesiano risulterà, nel prosieguo di questa trattazione, un’ipotesi di ragione, una pura idealità necessaria a giustificare il passaggio dell’uomo alla società civile, tuttavia esso costituisce per un altro verso uno specchio che riflette, nelle sue particolari accezioni, la guerra civile che dilaniava la sua patria.
Dal modello aristotelico scolastico al modello giusnaturalistico moderno
Fino al 1600 vigeva la cosiddetta filosofia politica tradizionale, che si fonda sul modello aristotelico, e che trova nella Politica una delle sue illustrazioni più famose. Successivamente con il Giusnaturalismo moderno, e particolarmente con Hobbes, tale concezione viene per molti versi rovesciata, proprio come era accaduto alla visione aristotelico-tolemaica per opera di Copernico.
Da Aristotele in poi sorge e si fortifica la concezione di etica e politica intese come conoscenze del probabile, dimora incontrastata della retorica. I punti essenziali della dottrina politica classica riguardano l’analisi della natura dell’uomo, inteso da Aristotele come "animale socievole", e l’esame del processo storico-evolutivo dell’umanità, dallo stadio più primitivo di società, la famiglia, alla forma più perfetta, la "polis"; processo caratterizzato da tappe non contrastanti tra loro, ma che denotano un passaggio graduale evolutivo.
Prima di Hobbes, il diritto romano aveva la funzione di risolvere i casi concreti, il che implicava adattare la teoria al singolo caso pratico. Si interpretava cioè lo "ius civile" relativamente alla situazione particolare. In ciò il filosofo vede un grosso limite della giurisprudenza classica. La novità, che apporta in questo campo, consisterà nel mettere a contatto il diritto con la filosofia, affinché il compito del giurista sia di dire cosa è legittimo e non cosa è giusto.
La scuola del Giusnaturalismo moderno, che i più sono concordi nel far nascere nel 1625, anno in cui veniva pubblicato il De iure belli ac pacis di Ugo Grozio, il quale sotto molti aspetti ne è il fondatore, tende a ribaltare i tratti essenziali del modello aristotelico, dando così nei suoi punti più importanti una nuova definizione di scuola di diritto, stato di natura, società civile, basata non più su un’analisi storica dell’evoluzione umana, bensì su una costruzione razionale, su una pura ipotesi logica da cui deriverà, per convenzione, la società civile, che perderà quindi l’origine naturale assegnatale da Aristotele.
Con ciò si fonda la scuola del diritto naturale, dello "ius naturale". Essa si preoccuperà di individuare le norme che presiedono allo svolgimento dei dettagli e dei contenuti delle disposizioni naturali.
Al passaggio graduale, che conduce naturalmente la famiglia verso la "polis", il Giusnaturalismo moderno oppone il suo nuovo modello basato su una caratteristica dicotomia: stato di natura - società civile, da cui discendono direttamente due conseguenze:
- L'uomo può vivere o nel primo o nella seconda;
- Il passaggio graduale viene totalmente rovesciato.
Stato di natura e società civile
Tra essi c’è una intima contrapposizione; sono i due estremi tra cui non vi è alcun anello naturale di congiunzione, le due uniche condizioni di vita al di là delle quali non c’è altra soluzione, "tertium non datur". A causa di tale antitesi l’uomo perviene allo stato civile non naturalmente, bensì mediante delle convenzioni, delle scelte volontarie; il che prova l’artificialità dello Stato, in quanto prodotto volutamente dall’uomo.
Il consenso sotto forma di patto, di contratto, rappresenta così la novità della scuola del diritto naturale moderno rispetto al modello aristotelico. La società civile ha la funzione di eliminare i difetti dello stato naturale, identificati nei suoi elementi costitutivi: gli individui singoli non associati e il regime di libertà e uguaglianza.
Se per certi versi si può parlare di una scuola del giusnaturalismo, perché tali tratti fondamentali si possono riscontrare in tutte le opere di ogni giusnaturalista, d’altra parte il senso in cui questi punti fermi vengono intesi da ciascun esponente della dottrina politica in questione, è particolare e originale. A buon diritto è opinione comune della critica, trarre dal modello teorico di tale dottrina, filosofico pratico giuridica, un motivo ideologico, facendo di essa un riflesso, un rispecchiamento della nascita e dello sviluppo della società borghese.
Metodo e recta ratio
Un’altra differenza con la tradizione del diritto giuridico tradizionale riguarda il metodo d’indagine seguito da Hobbes in base al quale la critica gli attribuisce, più che a Grozio, che da questo punto di vista resta ancora legato al passato, "il titolo di Galileo delle scienze morali".
Annoveriamo tra gli elementi che hanno condizionato seriamente il filosofo nel delineare la dottrina del metodo, la rivoluzione scientifica di Galileo e Bacone, la filosofia di Cartesio oltre alla sua logica e al suo nominalismo rigorosamente estremo.
Hobbes, infatti, arriva alla conclusione che solo la geometria garantisca all’uomo le certezze e non solo nel suo campo specifico, ma in tutte le scienze, non ultima la filosofia politica con cui il filosofo tenta di abbattere qualsiasi tipo di instabilità e di insicurezza umana.
La filosofia non si deve più soffermare su ciò che è giusto o no, ma deve adottare un metodo geometrico rigoroso, cioè partire da assiomi, da postulati da cui dedurre delle conclusioni autoevidenti come gli assiomi di partenza. Tale metodo va oltre quello di Galilei, analitico-sintetico, che dalla causa prevede l’effetto; Hobbes infatti passa dal metodo dimostrativo a quello scopritivo che consta nello scomporre in parti un oggetto per poi ricomporlo al fine di meglio comprenderlo. L’esempio più evidente di tale architettura metodologica sta nell’analisi dello Stato, inteso dal filosofo come un meccanismo artificiale da analizzare come fosse un orologio. Hobbes infatti opera una razionale ricostruzione dell’origine e del fondamento dello Stato.
La sua rivoluzione metodica mostra come sia cambiato il punto di riferimento a cui si aggrappavano i giuristi tradizionali. Con Hobbes infatti l’insegnamento della storia lascia il posto all’analisi razionale. L’autonomia della ragione assume in tale contesto un ruolo fondamentale di purificazione dagli inquinamenti ad essa esterni come la religione ecc.
Effettivamente la sua trattazione politica trova nella "recta ratione" uno dei punti più felici, più sicuri, più innovativi. I dettami della retta ragione infatti svolgono una funzione importante di guida per l’uomo sotto forma di regole prudenziali. Non è la facoltà di capire l’essenza di una cosa, essa non ha valore conoscitivo bensì normativo. Per Hobbes il ragionare equivale ad una pura azione di calcolo: "ratiocinatio est computatio" (De corpore, I, 2). Il che mostra l’evidente connubio instaurato dal filosofo tra metodo rigoroso geometrico e ragione calcolatrice, per cui data una certa premessa si ricavano necessariamente determinate conclusioni.
La ragione come "calcolo" in Hobbes non è una novità, basti pensare al suo rigoroso nominalismo, famoso per la caratteristica unione di linguaggio e matematica, per cui "animale + razionale = uomo".
Antropologia pessimistica
Lo stato di natura delineato da Hobbes è l’immediato riflesso della sua antropologia. In effetti la sua analisi rigorosamente naturalistica, che nel De homine fa dell’uomo, contribuisce in modo significativo a delineare la sua filosofia politica.
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