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La rivoluzione copernicana di Fichte e il suo impatto sul pensiero

Fichte compie una svolta radicale rispetto al pensiero precedente con la sua famosa "rivoluzione copernicana". Con Fichte ci troviamo di fronte a una svolta ancora più radicale. Il pensiero, come la storia, procede in certi periodi con ritmi molto lenti, ma giungono poi epoche intensissime, in cui in venti-trent'anni si produce di più che in molti secoli precedenti.

La rivoluzione francese e il fermento del cambiamento

Una di queste età è quella della Rivoluzione francese, la cui enorme creatività intellettuale si spiega con il fermento del passaggio da un'epoca all'altra. Gli intellettuali, gli uomini di cultura della borghesia europea guardano all'evento della Rivoluzione francese come a un evento epocale, che porta un'enorme possibilità di liberazione dell'uomo. In quel momento, in cui la storia si innalza su un'onda che permette di vedere approdi più lontani, i grandi filosofi, soprattutto tedeschi, da Kant a Hegel, riescono a scorgere possibilità decisive di liberazione e di progresso dell'umanità.

Il ruolo di Fichte e la cultura romantica tedesca

Assistiamo, già a partire da Fichte, a quel fenomeno grandioso che è la nascita nella cultura romantica tedesca, che, già accennata da Kant, e in un crescendo fino ad Hegel, manifesterà una produttività intellettuale eccezionale. Di solito erroneamente i filosofi dell'idealismo tedesco, Fichte, Schelling ed Hegel, non vengono inclusi all'interno del grande movimento culturale, del grande momento di civiltà del Romanticismo. Mi riservo di parlarne più a fondo nel prossimo incontro su "Il Romanticismo e Schelling", quando cercherò di dimostrare che la filosofia idealistica non è qualcosa di estraneo rispetto alla cultura romantica, ma anzi ne è un momento decisivo.

Il dogmatismo secondo Kant e Fichte

Kant aveva sostenuto che tutta la filosofia precedente a lui era viziata dal dogmatismo. Il dogma, la credenza non dimostrata, in cui la filosofia prekantiana sarebbe caduta, era quello della presupposizione dell'esistenza di un ordine, di leggi, all'interno della natura. Kant invece sostiene che l'io è il legislatore della natura. Con Fichte abbiamo una definizione di dogmatismo ancora più radicale, che fa ricadere nel dogmatismo lo stesso Kant. Fichte sostiene che tutta la filosofia precedente, Kant compreso, è dogmatica, in quanto ha creduto nel dogma dell'esistenza di una cosa in sé, di un mondo, di una realtà di per sé stante, indipendente dal soggetto umano.

La fondazione dell'idealismo

Tutta la filosofia precedente a Fichte, tutta la filosofia precedente alla fondazione dell'idealismo, ha pensato che venisse prima il mondo, prima la realtà materiale, prima l'oggetto e poi il soggetto. Invece le cose stanno esattamente all'opposto, come Fichte pensa di poter dimostrare. Proprio per questo Fichte è un filosofo difficile da capire, in quanto si pone un problema decisivo, quello della fondazione ultima della realtà e del sapere, un problema che tra l'altro ai giorni nostri è assolutamente fuori moda, in quanto viviamo in un periodo di relativismo, di soggettivismo. Fichte invece, sull'onda di grandi eventi storici che danno fiducia nelle possibilità dell'uomo, è convinto che si possa arrivare a una fondazione ultima del sapere e della realtà. In questo senso la filosofia è per lui dottrina della scienza.

La dottrina della scienza secondo Fichte

Che cosa vuol dire dottrina della scienza? Fichte, con molto orgoglio, in quanto filosofo, pensa che le varie scienze sono subordinate a postulati, a princìpi, partono da affermazioni non dimostrate e poi procedono con catene deduttive. Le scienze fanno ricorso inoltre a concetti, a metodi, non discussi nell'ambito del discorso scientifico stesso. Questo è vero anche per la matematica: anch'essa, che è la scienza esatta per eccellenza, parte da postulati, cioè da affermazioni non dimostrate. Fichte invece sostiene che la filosofia è l'unica scienza che giustifica i fondamenti dei suoi stessi princìpi, è capace di autofondarsi e quindi è superiore alle altre scienze. In questo senso la filosofia è "dottrina della scienza", cioè è la dottrina dei fondamenti ultimi, che sono decisivi anche per tutte le scienze.

L'approccio alla conoscenza di Fichte

In questa affermazione così decisa di un fondamento ultimo, Fichte parte da questa considerazione: ci sono due possibilità di approccio alla conoscenza, una è quella di partire dall'oggetto, dalla cosa, dalla realtà, l'altra è quella di partire dal soggetto, dalla coscienza. Tutti i filosofi precedenti sono accomunati nella critica di aver preso le mosse dall'oggetto, dalla cosa, dalla realtà, Fichte invece sostiene che bisogna partire dal polo opposto, cioè dal soggetto, dall'io, dalla coscienza. Ribadisco questi termini perché in Fichte sono sostanzialmente sinonimi.

La critica alla cosa in sé

Fra Kant e Fichte si è verificato uno sgretolamento del concetto di "cosa in sé", che permette a Fichte di affermare con molta decisione che bisogna partire dall'io, dal soggetto, eliminando completamente la cosa in sé. Il criticismo kantiano suscitò un dibattito intenso, e il risultato di questo dibattito fu lo sgretolamento del concetto di cosa in sé. La posizione dell'io, che Kant aveva installato al centro dell'attenzione, sostenendo che tutta la conoscenza è fenomenica e tutto è quale appare al soggetto, che ha una collocazione centrale, viene lentamente consolidata. I maggiori contributi a questa discussione vengono da Reinhold, Maimon, Jacobi, Schulze: sono essi ad allargare il concetto di coscienza e a restringere quello di cosa in sé.

La cosa in sé e il suo ruolo nella filosofia

La cosa in sé sarebbe la causa delle nostre intuizioni, che poi mettono in moto tutto il processo conoscitivo. Si obietta però a Kant che la categoria di causalità è appunto una delle dodici categorie e quindi si può usare soltanto nel caso di una realtà già inquadrata nello spazio e nel tempo, altrimenti essa è adoperata impropriamente. Ora, come può Kant sostenere implicitamente che la cosa in sé è la causa delle intuizioni, se la cosa in sé per definizione è inconoscibile, come egli stesso afferma? Se la cosa in sé è qualche cosa di inconoscibile, fa parte del noumeno, del mondo soltanto pensabile, ma non conosciuto, è evidente che ad essa, come d'altra parte a Dio e all'anima, non si può applicare la categoria di causalità, che è una delle dodici categorie trascendentali dell'intelletto ("trascendentali" significa che entrano in gioco, funzionano solo a contatto con un materiale sensibile, cioè con un materiale già inquadrato nello spazio e nel tempo). Quindi non si può affermare che la cosa in sé è causa delle sensazioni, anzi, a voler cavillare e a volere essere più kantiani di Kant, non si può dire neppure che la cosa in sé esiste, perché l'esistenza è essa stessa una delle dodici categorie, quindi, come non si può applicare a Dio, la categoria di esistenza non si può applicare neppure alla cosa in sé. La cosa in sé si disgrega completamente.

Le conclusioni di Fichte

Dei due poli, l'io e la cosa in sé, uno cade: la cosa in sé si dissolve, di conseguenza rimane soltanto il soggetto, l'io, la coscienza. Fichte parte dal fatto che c'è una conoscenza, c'è un'esperienza, c'è un'intelligenza delle cose, cioè c'è un legame fra soggetto e oggetto; ora si tratta di capire se vengono prima le cose o viene prima l'io, viene prima la coscienza.

La dottrina della scienza di Fichte

Fichte nella Dottrina della scienza afferma: "Nell'intelligenza dunque, per usare un'immagine, vi è una doppia serie, dell'essere e del guardare, del reale e dell'ideale [in altri termini ci sono l'oggetto ed il soggetto]; ed è appunto nell'indivisibilità di questa doppia serie che consiste la sua essenza, la quale è dunque sintetica, mentre invece alla cosa non compete che una serie semplice, quella del reale e cioè dell'esser posto. Intelligenza e cosa sono perciò direttamente opposte, si trovano rispettivamente in due mondi, tra i quali non c'è ponte di passaggio".

Sembra un'affermazione complessa, e in verità penso che Fichte sia uno dei filosofi più difficili di tutta la storia della filosofia, ma è possibile una spiegazione chiara di questa frase. L'intelligenza, il sapere, la coscienza, il soggetto, l'io (li userò indistintamente scambiandoli tra loro in quanto sinonimi) da una parte e le cose dall'altra fanno parte di due mondi tra i quali non c'è ponte di passaggio.

Il dualismo tra soggetto e oggetto

L'empirismo ed il razionalismo, ma anche Kant stesso, si sono trovati di fronte a un problema irresolubile perché sono partiti da una concezione dualistica: ci sono le cose e c'è l'io, ci sono le cose che precedono l'io, ma Fichte rileva che se si parte dalle cose non si riesce ad arrivare all'io. Gli empiristi si sono sforzati di arrivarci con il metodo induttivo, ma sono caduti nello scetticismo. I razionalisti con il metodo deduttivo a priori, ma il metodo deduttivo a priori, come già Kant ha dimostrato, implica un salto non giustificato, un passaggio indebito dal mondo delle costruzioni intellettuali al mondo reale. Kant stesso è caduto nel dualismo tra fenomeno e cosa in sé, tra realtà filtrata dal soggetto e realtà oggettiva in se stessa. In forma nuova il dualismo tra soggetto ed oggetto è rimasto anche in Kant.

La critica di Fichte ai dogmatici

Prosegue Fichte: "Si tratta di dimostrare il passaggio dall'essere al rappresentare, ma questo è quanto i dogmatici non fanno né riescono a fare, perché il loro principio dà ragione soltanto dell'essere, ma non del rappresentare, che è direttamente opposto all'essere. È solo con un gran salto che i dogmatici passano ad un mondo del tutto estraneo al loro principio". Passano dal mondo delle cose al mondo dell'io. Fichte aggiunge un elemento metodologico molto importante: i dogmatici, fra cui rientra a questo punto anche Kant, sbagliano nel vedere le cose come esterne le une alle altre, sostenendo che esiste il mondo ed esiste anche l'io. In questo modo non si riesce a capire qual è il legame tra l'entità mondo e l'entità io: c'è fra loro un rapporto di estraneità.

Fichte e il metodo filosofico

Fichte con molta energia sostiene che questo è un metodo non filosofico, è come se affermasse in maniera molto orgogliosa: "Fino a me non si è usato un metodo veramente filosofico, perché il dire che ci sono varie cose, cioè il dire che c'è questo e c'è anche quest'altro, è estraneo alla filosofia". La filosofia, dice Fichte, non può usare la parola anche, cioè non può procedere per enumerazione.

I filosofi che lo hanno preceduto, e anche Kant stesso, hanno enumerato. Fichte sostiene che le scienze, che però sono inferiori alla filosofia, procedono per enumerazione e per esempio rilevano che ci sono stelle, pianeti, satelliti ecc., oppure ci sono insetti di questa, quella e quell'altra specie e sottospecie; le scienze cioè sono descrittive e quindi enumerano le cose che si trovano nel loro campo di osservazione, fanno la conta, le mettono l'una vicina all'altra: c'è una cosa, poi un'altra, poi un'altra, anche un'altra, ancora un'altra e così via. Invece la filosofia deve essere una scienza assolutamente a priori, fondata sul ragionamento e non può procedere con l'enumerazione: l'enumerazione non fa parte della filosofia, che procede invece per deduzione: bisogna partire da un primo anello della catena e tutti gli altri debbono seguirne come conseguenze logiche; non si può aggiungere una cosa all'altra, non si può dire: c'è il mondo e poi c'è anche l'io, c'è l'oggetto e c'è anche il soggetto, perché questo errore porta al fatto che poi tra l'oggetto ed il soggetto non si riesce a creare collegamento.

Il principio unico di Fichte

Tutta la filosofia precedente (ma soprattutto Kant è presente in questa critica) è una filosofia dualistica. Fichte invece si sforza appunto di partire da un principio unico, che a questo punto dovrà essere il principio della coscienza, del soggetto, dell'io.

Leggiamo ancora dall'opera principale di Fichte: "Quell'essere, la cui essenza consiste puramente in questo, che esso pone se stesso come esistente, è l'io come assoluto soggetto. In quanto esso si pone è, ed in quanto è, si pone, e l'io perciò è assolutamente e necessariamente per l'io. Ciò che non esiste per se stesso non è io. Si domanderà certo: che cosa ero io dunque prima che giungessi all'autocoscienza? La risposta naturale a questa domanda è: io non ero affatto, perché io non ero io. Non si può pensare assolutamente a nulla, senza pensare in pari tempo il proprio io, come cosciente di se stesso; non si può mai astrarre dalla propria autocoscienza".

La difficoltà del pensiero di Fichte

È un ragionamento che presenta qualche difficoltà perché non siamo abituati a questo tipo di impostazione: oggi siamo abituati a discorsi genetici, ma non a discorsi sulla validità, pensiamo che per capire una cosa si debba risalire alla genesi della cosa, non si impostano mai i discorsi nel senso di saggiare la validità della cosa, la validità dal punto di vista logico.

Esempio pratico

Che cosa voglio dire? Provo a fare qualche esempio. Voi frequentate l'ultimo anno di corso e i vostri insegnanti sicuramente vi hanno anche introdotto all'evoluzionismo: c'è il mondo inorganico, poi nasce il mondo organico, che dà luogo a tutta una serie di forme sempre più complesse di vita fino a che nascono i mammiferi, ecc.

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Scienze politiche e sociali SPS/01 Filosofia politica

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Sara F di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Filosofia delle scienze sociali e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli studi Suor Orsola Benincasa di Napoli o del prof Villani Natascia.
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