Che materia stai cercando?

Filosofia delle scienze sociali Appunti scolastici Premium

Appunti di Filosofia delle scienze sociali della professoressa Villani Natascia contenenti l'analisi approfondita dell'opera La critica del Giudizio di Kant.
Negli appunti si studia il pensiero di Kant che in quest'opera espone il tentativo di rintracciare la finalità nella natura.... Vedi di più

Esame di Filosofia delle scienze sociali docente Prof. N. Villani

Anteprima

ESTRATTO DOCUMENTO

neppure all’esistenza. Il bello è disinteressato: ci si trova in un rapporto di godimento

estetico quando non si ha alcun interesse per l’esistenza reale dell’oggetto. Kant specifica

meglio questo nel periodo successivo: «Esso ha perciò sempre relazione alla nostra

facoltà pratica (desiderio o appetizione o volontà). Ora invece, quando si tratta di decidere

se qualcosa sia bello o non bello, non si chiede se a noi o a qualunque altro importi o

possa importare l’esistenza della cosa, ma come noi la giudichiamo nell’atto

anche solo

della semplice pura contemplazione (intuizione o riflessione)». Quando ho interesse a che

una cosa esista, secondo Kant, è per tre motivi: o perché mi può dare piacere (desiderio);

o perché mi può essere utile (appetizione); o perché può portare al bene (volontà).

Desiderio, appetizione, volontà che cosa implicano? Desiderio implica interesse alla cosa

perché mi può dare piacere; appetizione, interesse alla cosa perché essa mi può recare

volontà, la volontà buona, interesse all’esistenza della cosa perché essa mi può

utilità;

portare al bene morale. Queste affermazioni di Kant sono state di importanza grandissima

nella storia dell’estetica. Il bello è definito come una qualità autonoma, disinteressata

rispetto all’esistenza dell’oggetto, quindi disinteressata rispetto a ogni finalità pratica. Di

conseguenza, quando ci troviamo di fronte a un’opera che per esempio produce effetti di

all’arte. Dal punto di vista kantiano,

utilità, o di bontà, non per questo siamo di fronte

quando un artista ricerca un fine di utilità, per esempio di suscitare un sentimento

patriottico, di dare un insegnamento, ecc., non c’è la bellezza, non siamo in contatto con

l’arte. Allo stesso modo Kant dice che bisogna stare attenti anche all’interesse della

volontà, cioè all’interesse che l’oggetto artistico, l’oggetto bello, susciti bontà, muova la

volontà buona, perché anche questo è estraneo alla pura contemplazione estetica. In

questi casi l’arte è stata inquinata da un interesse pratico. Questo interesse pratico, basso

come l’utilità, o alto come la bontà, comporta pur sempre un inquinamento della pura

contemplazione estetica. Allora, perché ci sia la poesia veramente pura, perché ci sia

l’arte veramente pura, ci dev’essere il disinteresse assoluto verso tutti i risvolti pratici che

l’oggetto può implicare. Non parliamo, ovviamente, dei banali risvolti di mercato: è chiaro

che un’opera d’arte non ha niente a che vedere con il suo valore di mercato, che è un fatto

crassamente pratico, utilitaristico in senso bruto. Ma addirittura, ripeto, anche l’utilità nel

senso più elevato, come nel caso del patriottismo, è estranea alla sfera della bellezza, alla

sfera estetica, alla sfera dell’arte.

«Bello è ciò che piace universalmente senza concetto. Circa il gradevole ciascuno

riconosce che il suo giudizio, fondato su di un sentimento personale, si limita, quanto al

valore, alla sua persona. Quando perciò egli dice: il vino delle Canarie è gradevole, egli

non s’offende se un altro lo corregge e gli ricorda che può solo dire: il vino delle Canarie è

gradevole per me… in riguardo al gradevole bisogna attenersi al principio che ciascuno ha

il suo proprio gusto (dei sensi). Tutt’altrimenti sta la cosa per il bello. sarebbe ridicolo se

alcuno, che ci tenesse al proprio gusto, cercasse di giustificarlo col dire: quest’oggetto

(come quest’edifizio, quell’abito, quel concerto, quella poesia) è bello per me. Perché egli

non può chiamare bello ciò che piace solo a lui… Egli dice perciò: la cosa è bella, e non

attende l’accordo degli altri circa il suo giudizio perché li ha trovati più volte d’accordo con

sé, ma lo esige. Egli li biasima quando giudicano diversamente e nega loro quel gusto,

che pure tutti dovrebbero avere. Perciò non si può dire che ciascuno ha il suo gusto

particolare: ciò sarebbe come dire che non vi è gusto». Il gradevole è soggettivo e

personale, il gusto è invece soggettivo ma universale, trascendentale; il gusto è quello che

che Kant infatti chiama “giudizio estetico o di

ci permette di formulare il giudizio estetico,

gusto”. Quest’affermazione sembra paradossale, ma riflettiamo con un esempio: anche se

consideriamo l’opera d’arte più riconosciuta, la Gioconda, qualcuno può dire di essere

andato al Museo del Louvre a vedere la Gioconda e di non aver vissuto alla sua vista

alcuna emozione estetica. Si può mai sostenere che il gusto è universale, come afferma

Kant? Direi che la difesa di Kant si può articolare in questi termini: per raggiungere

veramente il giudizio estetico bisogna prescindere da tutto ciò che è empirico, da tutto

quello che è fattuale, materiale. Bisogna escludere l’utilità, la morale, ogni praticità. Non è

facile, perché tutto questo si insinua nelle maniere più imprevedibili nella nostra

considerazione estetica. Che cosa voglio dire? Una cosa apparentemente banale: se una

persona è stanca o distratta non riesce ad apprezzare la Gioconda, infatti c’è un elemento

fisico, materiale, fattuale, che impedisce di mettere in moto la funzione trascendentale

superiore. Tutto ciò non è per niente scandaloso, infatti, se una persona è stanca, non

riesce neppure a dimostrare un teorema di geometria, cioè a usare correttamente la

ragione. Per Kant si può entrare in sintonia con la bellezza, si può emettere il giudizio

estetico, soltanto quando si sono messe da parte tutte le pesantezze dell’empiria. Ripeto,

se non c’è una disponibilità o una educazione all’apprezzamento della bellezza, purtroppo

spesso avviene che non c’è neppure un’educazione o una disponibilità all’uso dell’in-

telletto e della ragione. Allora, come una persona non colta, non avendo avuto coltivata la

propria razionalità, non riesce a risolvere un problema, così, non avendo avuto coltivata la

un’opera d’arte; ciò non toglie che la

propria facoltà di giudicare, non riesce ad apprezzare

capacità di risolvere il problema e la capacità di apprezzare l’opera d’arte siano universali,

a patto che però queste potenzialità umane vengano educate ed esercitate. E Kant

aggiunge anche un altro elemento: «Bello è ciò che piace universalmente senza

Si riesce a cogliere la bellezza di un’opera d’arte in maniera intuitiva, senza un

concetto».

ragionamento, senza uno sforzo di carattere concettuale. La bellezza si coglie

intuitivamente, “senza concetto”. Come non ha niente a che vedere con la pratica, così

l’arte non ha niente a che vedere con la teoria. Ciò che è bello non riguarda la pratica,

l’utile, il piacevole e la morale, ma non riguarda neppure la conoscenza, la teoria: un

romanzo non ci dà una conoscenza sul reale; il romanzo, la poesia, le giraffe in fiamme o

gli orologi che si liquefano di Salvador Dalì, sono oggetti non reali, la Divina Commedia è

un viaggio completamente fantastico, non ci dice niente sulla realtà di fatti che siano

l’estetica è una sfera autonoma dalla pratica, ma anche dalla

avvenuti. Kant vuol dire:

teoria. Bello è ciò piace universalmente senza concetto, cioè senza riferimento alla

conoscenza.

Il bello è disinteressato e universale, poi Kant aggiunge che è necessario. Ribadisce che

tutti devono ricono- scere, se si mettono in sintonia con la cosa bella, che essa è bella,

quindi il bello è appunto universale e necessario insieme. Infine aggiunge un’altra

definizione: il bello è finalistico senza scopo. Che cosa vuol dire? Se avesse uno scopo,

ricadremmo nell’empirico; cioè se avesse lo scopo di arricchirci, di darci piacere, ecc.,

sarebbe un fatto empirico. La bellezza presenta un ben diverso finalismo: il bello nasce

quando c’è una finalità di armonia, di proporzione tra le parti che compongono la cosa

bella; questa finalità si manifesta poi nella finalità di rispondere al nostro senso di armonia,

di proporzione. Il bello è finalistico nel senso che ha il fine di attivare il senso di armonia

del soggetto, di mettere in moto il finalismo interno al soggetto. Queste sono le

caratteristiche del bello per Kant.

Kant distingue il bello libero e il bello aderente. Il bello libero è quello che egli considera

più puro. Si tratta di un concetto che ci aiuta molto a capire che cosa Kant intende per

bellezza. Leggiamo il brano che vi si riferisce: «Così i disegni à la grecque [i disegni

geometrici che si ripetono in maniera armoniosa indefinitamente], gli arabeschi [Maometto

impediva la venerazione delle immagini, per cui gli Arabi svilupparono la decorazione per

arabeschi, motivi ornamentali vegetali che si ripetono inde- finitamente, senza

rappresentare niente di preciso], nelle incorniciature o nelle tappezzerie non significano

nulla per sé: essi non rappresentano nulla, non rispondono ad alcun oggetto secondo un

concetto determinato, e sono bellezze libere. Si può anche ricondurre al medesimo genere

di bellezza le fantasie musicali (senza tema), anzi tutta la musica senza testo. Nella

valutazione di una bellezza libera (secondo la pura forma) il giudizio di gusto è puro». La

musica senza tema, gli arabeschi, le greche, ecc., che non mirano a far immaginare niente

e non sono la riproduzione di un’immagine, sono le forme di bellezza più pure, in quanto

non presentano il pericolo di inquinamento dell’emozione estetica da parte di un interesse.

Oltre al bello libero c’è anche un bello aderente, che aderisce all’oggetto. Dice Kant: «Ma

la bellezza di una figura umana (sia essa maschile, femminile o infantile), la bellezza di un

cavallo, di un edificio (chiesa, palazzo, arsenale, villa) presuppone il concetto di un fine

che determina ciò che la cosa deve essere e quindi un concetto della sua perfezione, ed è

perciò una bellezza aderente». La bellezza libera non si riferisce a nessun concetto, a

nessuna immagine, a nessun modello; la bellezza aderente: un cavallo perfettamente

proporzionato, un essere umano come quelli che disegnava Leonardo da Vinci, oppure

una casa armoniosa, ecc., bene o male rispondono pur sempre al modello di cavallo

perfettamente elegante, di casa perfettamente proporzionata, ecc. Il bello aderente è

meno puro di quello libero in quanto cerca di rispondere alla perfezione di un modello, di

aderire a un modello, al concetto della cosa di cui è immagine, mentre invece il bello libero

del buono (ciò per

non pre-tende di riprodurre alcuna immagine. Kant prosegue: «L’unione

cui il molteplice è buono a qualche cosa, secondo il suo fine) con la bellezza altera a sua

Nel bello aderente c’è la tendenza a che la bellezza

volta il giudizio stesso». corrisponda a

un modello che altera il giudizio estetico, non lo fa essere perfettamente puro.

passa a un’altra dottrina cui accenno

A questo punto Kant nella Critica del giudizio

soltanto perché è importante per il Romanticismo: a proposito del bello d’arte, afferma che

il bello d’arte ha una caratterizzazione precisa, esso è prodotto dal genio. Introduce un

concetto che sarà al centro dell’estetica romantica: il bello artificiale per essere prodotto ha

bisogno di una personalità particolare, di una personalità che abbia una sensibilità fuori del

comune, ha bisogno del genio. La definizione del genio è data da Kant in questo senso: il

genio possiede una tale creatività originaria che sembra dare luogo a fenomeni naturali.

non può sottostare a regole. C’è una polemica con

Esso è assolutamente alieno da regole;

il classicismo: il genio non si può ispirare a modelli, esso è semplicemente creatore; come

la natura, dà luogo a forme che crea da se stesso. La vera opera d’arte deve dare

l’impressione di una tale perfezione, di una tale organicità, da sembrare un organismo

vivente nato dalla forza generatrice della natura. La forza generatrice della natura è

eguagliata soltanto da pochi uomini eccezionali, che hanno una sensibilità particolare, i

danno l’idea di un che di spontaneo come un organismo naturale.

geni, la cui creazioni

Un altro elemento romantico in Kant è quello del sublime. In che cosa questo si distingue

dal bello? Il bello è qualche cosa che ha una forma, che è caratterizzata da proporzione e

armonia. Il sublime, invece, è qualche cosa di informe. Per esempio sublimi sono la

distesa dell’oceano, un massiccio montuoso, una nevicata, un’eruzione vulcanica. Mentre

il bello è sempre qualche cosa di circoscritto, di delimitato, che ha forma, il sublime,

proprio perché è informe, è tendenzialmente infinito, e si distingue dal bello anche perché

ci procura un’inquietudine. Il bello ci fa sentire a casa nostra, ci mette a nostro agio, ci

sembra rispecchiare la nostra più intima finalità, è pienamente consono con noi stessi.

Invece il sublime ci spaventa, ci dà il senso della nostra piccolezza, della nostra

insignificanza fisica, a cui, però, subentra immediatamente dopo il senso della grandezza

morale, della grandezza spirituale dell’uomo. Il sublime presenta dunque una dinamica

particolare: prima sembra essere qualche cosa di aggressivo, che schiaccia l’osservatore,

ma il soggetto, subito dopo, recupera il senso della propria superiorità spirituale su questa

entità che dal punto di vista fisico gli sembrava soverchiante e minacciosa. Il sentimento

del sublime, che si manifesta nei confronti dell’informe, del grandioso, presenta due

manifestazioni: il sublime matematico e il sublime dinamico. Il sublime matematico è

generato da un’estensione immensa: il mare, il deserto, un ghiacciaio, un massiccio

montuoso. Invece il sublime dinamico è una forza soverchiante, una potenza straordinaria

che sembra doverci travolgere e di fronte a cui, invece, acquistiamo poi il senso della

nostra grandezza morale; per esempio l’eruzione vulcanica, il mare in tempesta, un

uragano, una tormenta di neve, e così via.

Vediamo un po’ meglio e più da vicino che cosa dice Kant: «Il sentimento estetico del

sublime è un piacere o senso di esaltazione che segue a un senso di depressione delle

nostre energie vitali [mentre il bello intensifica le nostre energie vitali, ci fa sentire in

espansione, il sublime è un’esaltazione che segue a una depressione: ci sono due

momenti, è più complesso]. Il piacere del sublime è diverso da quello del bello; questo

infatti produce direttamente un sentimento di esaltazione della vita; quello invece è un

piacere che ha solo un’origine indiretta, giacché esso sorge dal sentimento di un

momentaneo arresto delle energie vitali, seguito da una più intensa loro esaltazione».

Dapprima si ha un senso di oppressione e di sconfitta, poi ci si riprende. Questa

concezione influenzerà profondamente l’estetica romantica, anzi l’estetica fino a oggi, in

quanto, rispetto all’arte classica, all’arte rinascimentale, all’arte neoclassica, in cui tutto è

ben proporzionato, ben delimitato e c’è il senso della prospettiva, con la teoria del sublime

anche l’informe e l’illimitato rientrano nella sfera estetica. L’informe prende il sopravvento

su quello che è dotato di forma. Questa tendenza, iniziata con il Romanticismo, è

delineata nella teoria del sublime di Kant. Se i romantici si possono avventurare su strade

che pervengono fino all’orrido è proprio per la teoria del sublime di Kant, il quale per primo

ha colto una sfera dell’estetica che non implica semplicemente la soddisfazione di veder

riflessa l’armonia, di godere l’intensificazione delle energie vitali, ma può essere anche la

conseguenza di un sentimento contrapposto; su questa strada poi alcuni romantici

l’estetica del brutto, perché paradossalmente anche certe forme

arriveranno a teorizzare

parzialmente brutte possono mettere poi, per contrasto, in moto un sentimento di armonia

nell’uomo. L’arte, dall’Ottocento in poi, è arrivata a forme che prima erano assolutamente

impensabili.

«Chi teme può tanto poco giudicare del sublime della Natura, quanto colui che è in preda

delle passioni e degli appetiti può giudicare del bello». Del sublime non si deve provare

orrore, timore, come non si deve provare piacere nel caso del bello; anche nel sublime,

sottolinea Kant, non c’entra l’empirico, il materiale, il sensibile: se temo non sono in

procinto di avvertire il sentimento del sublime; come se ho una sensazione di piacere

corporeo, non sto avendo a che fare col bello. Come il bello è separato dal corporeo, dal

sensibile, dal materiale, così anche il sublime. Quindi: «Chi teme può tanto poco giudicare

del sublime della Natura, quanto colui che è in preda delle passioni e degli appetiti può

Egli fugge la vista dell’oggetto

giudicare del bello. che gli incute timore ed è impossibile

provar piacere in un timore effettivamente sentito [se si è veramente in pericolo per

un’eruzione vulcanica non si potrà provare nessun sentimento estetico per l’eruzione

stessa]. Perciò il senso di sollievo che ci dà il cessare di una minaccia è gioia. Ma questa,

se deriva dalla liberazione di un pericolo, è gioia solo quando noi pensiamo che non ne

saremo più minacciati; e si è tanto lontani dal cercare l’occasione di riprodurre in noi tale

Le rocce che s’elevano ardite e quasi

sensazione, che anzi non ci pensiamo mai volentieri.

minacciose, le nuvole temporalesche che s’ammassano nel cielo tra lampi e tuoni, i

vulcani nella loro potenza devastatrice, gli uragani che lasciano dietro di sé la

devastazione, l’oceano senza limite sollevantesi in tempesta, l’alta cascata di un grande

fiume, tutte queste cose riducono a un’insignificante piccolezza il nostro potere di resistere

a tanta forza. Ma la loro vista ci esalta tanto più quanto più è spaventevole, a condizione

che ci troviamo al sicuro». Se contempliamo questi spettacoli della natura senza essere

affetti da un sentimento empirico di paura, allora si mette in moto il senso del sublime, cioè

allo sgomento segue il nostro senso di superiorità morale. «In tal modo la Natura nel

nostro giudizio estetico non è giudicata sublime in quanto essa è temibile, ma in quanto

essa risveglia in noi una forza (che non è natura), per cui consideriamo come insignificanti

quelle cose delle quali ci preoccupiamo (i beni, la salute, la vita), e riconosciamo quindi


PAGINE

11

PESO

393.82 KB

AUTORE

ninja13

PUBBLICATO

+1 anno fa


DESCRIZIONE APPUNTO

Appunti di Filosofia delle scienze sociali della professoressa Villani Natascia contenenti l'analisi approfondita dell'opera La critica del Giudizio di Kant.
Negli appunti si studia il pensiero di Kant che in quest'opera espone il tentativo di rintracciare la finalità nella natura. Se si rintraccia tale finalità l’opposizione si supera.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in scienze dell'educazione
SSD:
A.A.: 2012-2013

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher ninja13 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Filosofia delle scienze sociali e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Suor Orsola Benincasa - Unisob o del prof Villani Natascia.

Acquista con carta o conto PayPal

Scarica il file tutte le volte che vuoi

Paga con un conto PayPal per usufruire della garanzia Soddisfatto o rimborsato

Recensioni
Ti è piaciuto questo appunto? Valutalo!

Altri appunti di Filosofia delle scienze sociali

Grandi opere del pensiero politico CHEVALLIER
Appunto
Filosofia delle scienze sociali - la teologia politica
Appunto
Filosofia delle scienze sociali - Hobbes
Appunto
Filosofia delle scienze sociali
Appunto