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3. Il segreto massonico.

3.1. L’enigma del segreto.

Il tema del segreto massonico è uno dei luoghi comuni più discussi, controversi e insidiosi della

L.M., considerata la società segreta per eccellenza.

Segreto deriva dal latino secretum, che a sua volta è un derivato della voce verbale secernere:

mettere da parte, separare, distinguere. Interessante è anche l’etimo tedesco di segreto: geheimnis;

accanto al suffisso “ge” troviamo il termine heim, casa, ossia qualcosa che ripara e protegge,

qualcosa di intimo ed inaccessibile. Quindi oltre che il nascondimento richiama anche tutto ciò che

la rappresenta in termini di sicurezza e protezione, senza dimenticare che la casa rappresenta una

sorta di tempio.

Prendendo un qualsiasi vocabolario troviamo diverse definizioni, che per quanto riguarda la L.M.

ruotano attorno a due concetti basilari: il primo sottolinea che è ciò che è accessibile a pochi, il

secondo che l’accessibilità può avvenire solo a particolari condizioni, quindi non è solo ciò che

pochi conoscono ma anche ciò che è stato conosciuto soltanto da quel numero limitato che ne ha

accettato le condizioni di conoscenza.

L’unione e la partecipazione che connotano e caratterizzano il segreto fortificano una comunità e

conferiscono al singolo un privilegio sociale: la partecipazione al potere.

3.2. Il segreto tra protezione ed angoscia.

Il segreto viene quindi a rappresentare una sorta di protezione per salvaguardare la propria

appartenenza ed individualità da ogni intromissione della sfera profana.

Il segreto deve essere rivelato unicamente a chi è in grado di comprenderlo e conferisce alla

personalità uno status di eccezione.

È inoltre appropriato pensare che il segreto nasconda una parte di pericolosità psichica destinata ad

aumentare col tasso di segretezza ed a deflagrare investendo chi non vi partecipa. Ciò è importante

perché se le psicosi investono anche chi non è a conoscenza del segreto questo diverrebbe fonte

d’angoscia non solo, appunto, per chi ne è a conoscenza ma anche per chi solo suppone ci sia.

Secondo Jung i segreti esoterici sono per lo più artificiali perché sono ciò di cui l’uomo ha bisogno.

Quando la segretezza passa al gruppo diventa la forma sociale dello stesso, quindi la condizione

stessa dell’esistenza del gruppo.

Lo sviluppo della L.M. nella forma speculativa è associabile a questo passaggio, da cui poi

deriveranno le accuse di complotto e nascondimento, ecc.

3.3. Il segreto svelato.

Se la “sociabilità” si trasforma nella volontà di occupare la società o di servirsi di essa il segreto

tende a non differenziarsi da un semplice pretesto per stare assieme, altrimenti il gruppo fondato sul

segreto acquisisce un valore altamente positivo diventando datore di una straordinaria ricchezza

interiore.

La segretezza massonica si riferisce solo alle forme del rito, non all’appartenenza dell’individuo ad

essa. A tal proposito Casanova scrisse che chi entra nella massoneria col sol scopo di capirne il

segreto può restare deluso perché esso non gli verrà mai rivelato, dovrà essere lui stesso ad arrivarci

per intuizione.

In un certo qual senso quindi il segreto massonico potrebbe essere definito provocatoriamente come

quel “grande nulla” cui faceva riferimento Federico II, il quale però non si traduce in assenza bensì

nel suo esatto contrario.

Quindi per quanto concerne la L.M. il suo segreto è collegato al carattere di Ordine iniziatico ed

esoterico. Questo non significa pensare che l’utilizzo della ritualità e della simbologia debbano

rimanere segreti, il sigillo della segretezza è tutto interiore ed agisce nella profondità dello spirito. Il

segreto della L.M. diventa quindi di ogni L.M. e viceversa il suo “stato di coscienza”.

IV – L’esoterismo della Libera Muratoria.

1. Sull’esoterismo.

1.1. L’esoterismo in generale.

Eco disse, nel finale di un suo libro, che la gente è affamata di piani esoterici e se gliene si offre uno

ci si butta come un lupo, riducendo quindi il fenomeno dell’esoterismo ad una pericolosa

insensatezza atta a coprire vuoti di pensiero, di ragione e socievolezza. La conclusione di Eco che se

l’essere è così vuoto e fragile da sostenersi solo sull’illusione di coloro che cercano il suo segreto

allora siamo tutti schiavi e ci meritiamo un padrone.

L’arcano della ricerca esoterica non sarebbe, dunque, altro che la ricerca di un padrone, un placebo

in grado di surrogare la fragilità umana. Di conseguenza l’interesse per l’esoterismo che permea la

società contemporanea si ridurrebbe ad un gigantesco esempio di infantilismo.

A ciò si contrappone Zolla, il quale disse che l’esoterismo non lo si può spiegare come un tentativo

di fuga perché ciò significherebbe pervenire alla condanna a priori di un fenomeno che non viene

esaminato né definito. Come detto precedentemente ogni rimozione genera un’ombra, il che

significa che l’esoterismo è considerato tale.

Attualmente esso trova nuovo spazio nel mondo globalizzato, a prezzo però di una sua

commercializzazione e contaminazione, cosa quest’ultima che ha portato ad una pericolosa

confusione tra esoterismo, spiritualismo ed occultismo.

1.2. Lo spiritualismo.

Evola in esso non solo legge una diretta decadenza dell’occidente, ma anche l’emergenza di una

incapacità a controllare i fenomeni della coscienza. Esso sostiene che il solo scostarsi delle cose

dall’ordine ritenuto “normale” porti una grande quantità di nostri contemporanei ad abbandonarsi ad

esso; i risultati sarebbero drammatici e coinciderebbero in un venir meno della coscienza.

1.3. L’occultismo.

Si può affermare, come autorevolmente ribadisce Guénon, che l’occultismo non abbia nulla in

comune con il vero esoterismo. Storicamente infatti questo lo si può considerare come un

movimento sincretista, influenzato dall’estetismo decadente, da un superficiale simbolismo e da una

spiccata propensione per tutto quanto poteva rappresentare una reazione al piatto mondo borghese.

Il progressivo abbandono di ogni valore da parte della società, fatta propria anche dalle grandi

istituzioni religiose occidentali, e l’abbandono del simbolismo Tradizionale a favore di un impegno

sociale è culminato in un generale effetto di vuoto e spaesamento che spingerà un numero sempre

maggiore di persone ad abbracciare qualsiasi forma di spiritualità ed occultismo.

Inoltre l’esotismo ha portato l’occultismo ad ispirarsi ad un Oriente immaginato ed idealizzato, di

cui coglie però soltanto gli aspetti manieristici e prossimi al sentire occidentale.

Così l’occultismo finisce con l’essere più simile ad una società che ad una comunità.

1.4. Le origini del termine “esoterismo”.

La presunta invenzione aristotelica di esoterico deriva dal fatto che esso trattò di tematiche che

potrebbero essere considerate esoteriche.

Esso sarà invece creato da Luciano di Samosata che gli attribuirà il valore semantico di “interno”.

Clemente Alessandrino lo riterrà l’aggettivo connotante un insieme di dottrine, testi e rituali

riservati a pochi.

Dal mondo romano in poi, con variazioni interessanti ma di scarso rilievo, servirà ad indicare una

dottrina segreta atta a rivelare una essenziale verità nascosta.

1.5. Il significato etimologico di “esoterismo”.

Il prefisso del termine greco da cui deriva esoterico introduce l’idea di “interno”, il suffisso

richiama l’idea di opposizione.

Faivre introduce invece un’etimologia fantasiosa di esoterismo che lo fa derivare dal greco eso-

thodos, metodo o cammino verso l’interno.

Entrambe le interpretazioni sottolineano la tendenza alla ricerca dell’interiorità, che si contrappone

all’esteriorità propria di chi si accontenta e si rifiuta di scoprire sé stesso.

1.6. L’esoterismo come ricerca della totalità.

La totalità deve diventare vita e la vita totalità, in quanto la sua pienezza non è altro che l’Armonia

Mundi, l’armonia della totalità; in questo senso l’esperienza esoterica è l’esperienza della

dissoluzione e della ricomposizione in una unità. Consente di tornare a quel Sé Assoluto cui ogni

iniziato deve somigliare; ma la costruzione dell’uomo perfetto che vuole metaforicamente “farsi

Dio” è lo scopo ultimo sia dell’esoterismo tradizione che di quello muratorio, entrambi figli

dell’unica Tradizione.

2. L’esoterismo muratorio.

2.1. L’Arte Reale.

L’esoterismo muratorio si può considerare come l’espressione istituzionalizzata del più generale

fenomeno dell’esoterismo. La L.M. pone come base metodologica del suo insegnamento la pratica

individuale e rituale dell’esoterismo, secondo la Tradizione.

Anderson nelle Confessioni scrissi che le preferenze dei Muratori sono fondate solo sul valore reale

e sul merito personale e che l’Arte Reale non debba essere disprezzata.

Stabilire cosa sia l’Arte Reale è difficile a meno di non considerarla come la denominazione

simbolica dell’aspetto trasformativo operato dall’iniziazione.

Questo termine è stato usato per esprimere il lavoro architettonico che lo spirito deve compiere per

eliminare tutto ciò che impedisce all’uomo di scoprire la divina scintilla presente in lui.

2.2. La regolarità e l’universalità della Libera Muratoria.

Fichte risolve la conoscenza della L.M., in stretto parallelismo con quanto detto sul segreto, nella

sua stessa esistenza; la regolarità e la continuità dell’istituzione massonica vengono quindi a

coincidere con la continuità dello scopo che essa fa propria, ma ciò non significa altro che ribadire

come l’esistenza della L.M. sia tutt’uno con l’esoterismo stesso e con la Tradizione che ne

rappresenta organicità e compiutezza.

La regolarità della trasmissione iniziatica della L.M. è quindi indistinguibile da quello della

Tradizione.

Si deve capire quale sia il veicolo temporale della Tradizione, va da sé che questo riguarda da

vicino la L.M. in cui presenta palesi discontinuità; è pura fantasia rivendicare storicamente una

continuità diretta con i Collegia Fabrorum romani, i misteri greci o le attitudine esoteriche dei

Cavalieri Templari.

È sufficiente perseguire l’unione con il Sé (totalità) per allinearsi perfettamente con la Tradizione,

questo porta al raggiungere pienezza, perfezione e piena armonia col cosmo, come Tradizione e

L.M. vogliono. Quindi tutti coloro che fanno propria la ricerca del Sé si collocano nella continuità

della Tradizione. Ovviamente questa continuità è tanto più forte quanto più utilizza il simbolo,

quanto più si attua nella ritualità, quanto più universale (quest’ultima caratteristica nella L.M.

troverà come icona l’uomo vitruviano, simbolo che rappresenta integrazione e tolleranza).

L’universalismo dei valori è stato però sostituito dalla particolarizzazione ideologica, dal

predominio del mercato e dal funzionalismo politico ed economico che riducono tutto agli interessi

di una società, esprimendo perfettamente il senso ultimo del cosmopolitismo (che etimologicamente

rimanda alla costrizione del cosmo in una polis). Il celebre uomo di Leonardo è stato quindi

sostituito dall’uomo-macchina, risultato dell’equazione marxista denaro-merce-denaro.

2.3. L’iniziazione e la morte simbolica.

L’esperienza iniziatica Tradizionale porta al raggiungimento di un sapere interiore, quello che porta

al passaggio dall’ignoranza al sapere e segna, a sua volta, l’acquisizione di ciò che rende l’uomo

sacro; tale sapere, sempre in costante divenire, coincide con lo scopo esoterico dell’andare in

profondità al fine di conseguire un sapere più profondo.

L’andare in profondità genera e necessita di situazioni contrastive, ostacoli che devono essere

superati in quanto prove indispensabili e funzionali a raggiungere, rinnovati, la meta; questo

caratterizzano, nell’ambito della Tradizione esoterica, la pratica iniziatica, una pratica segnata dallo

sforzo, dalla fatica e dal travaglio spirituale. Essi devono indurre una sincera disposizione

dell’animo e una convinzione interiore.

Possiamo quindi concordare con Eliade il quale disse che possiamo vedere l’iniziazione come la

fine dell’uomo naturale e l’introduzione del novizio alla cultura.

L’iniziazione rappresenta quindi l’eccezionale salto qualitativo che porta l’uomo a superare la

pesantezza dell’esistere in una più ampia e aperta visione di sé, della natura e dell’universo; è l’atto

per cui l’uomo si comprende e si percepisce come totalità nella totalità, come con-creatore del

mondo. Arriva quindi a contatto con il mondo degli Dei e degli altri Esseri soprannaturali, cosa che

gli fa scoprire di essere portare del fuoco del divino.

Per fare tutto ciò l’iniziato deve predisporsi ponendosi il problema della totalità.

Per ottenere questa conoscenza “religiosa” della totalità si deve padroneggiare la logica simbolica e

la conoscenza che ne deriva, ed è indispensabile operare un vero e proprio salto qualitativo ed

ontologico; a tal fine bisogna sperimentare l’esperienza (decisiva e trasmutatoria) della morte

simbolica, l’unica che permette all’uomo di superare l’immagine ed il modello della realtà che

percepiamo grazie alle categorie della scienza.

Questa esperienza implica l’incontro-scontro con alcune immagini archetipiche che impediscono il

cammino dell’iniziato con immagini deduttive ed illusorie; l’iniziato deve guardarsi da esse e,

contrastandole, negare ciò cui alludono: una pseudo-realtà fatta di apparenze e tenebre. L’iniziato

deve quindi lottare contro ciò che proviene dall’inconscio raggiungendo, esotericamente, una fine

che da luogo ad un inizio ed un inizio che da luogo ad una fine.

Morire significa accettare di calarsi nel buio dell’inconscio e dell’ombra, dei nostri rimossi. Per

farlo l’iniziato deve anche mutare il suo atteggiamento nei confronti della ragione, che è il primo

ostacolo alla morte simbolica ed alla rinascita iniziatica. Infatti in nome di essa si è perduto ogni

contatto con le forze viventi facendone perfide ed ostili matrigne, con il risultato che non ci sono

più dei cui si possa ricorrere per invocare aiuto.

Naturalmente il viaggio iniziatico nella terra ed il successivo cammino di risalita significano, per

chi li vive, porsi, pericolosamente, in diretto contatto con l’inconscio.

L’inizio infatti è andare nel profondo sperimentando l’esperienza di ciò che non è il carattere della

vita che siamo soliti vivere, ossia l’esperienza della morte e della rinascita.

Solo coloro che si sono staccati iniziaticamente dalla pesantezza della corporeità vivono veramente,

a differenza di coloro che, al contrario, facendo della pesantezza del corpo la propria divisa

sperimentano, in vita, la morte.

D’altronde in tutte le Tradizioni esoteriche e sapienziali saggio è colui che vive in una situazione di

equilibrio perfetto; l’esperienza iniziatico-esoterica non è che l’ineffabile esperienza di

quest’equilibrio: esperienza che è conoscenza in quanto unisce lo spirituale con il materiale.

Il significato di “iniziatico” coincide con quello di esoterico, cioè qualcosa che va in profondità;

questo non equivale a costruire qualcosa di nascosto, segreto o estraneo alla sensibilità umana, anzi

tutto è esplicito ed esplicitato. Tutto tranne le forme concrete che può assumere l’iniziazione e che

possono variare a secondo della ritualità o del contesto in cui si collocano.

2.4. Iniziazione, esoterismo e mondo moderno.

Posto che l’iniziazione mostra il duplice carattere di consacrazione e metamorfosa si possono

individuare tre grandi categorie di forme iniziatiche; lentamente si delineeranno quelle che sono le

caratteristiche dell’iniziazione intesa come fondamento stesso della Tradizione esoterica.

- La prima inerisce ai rituali iniziatici per il cui tramite si ottiene il passaggio dalla fanciullezza

all’età adulta. Essa è però estranea a qualsiasi immediata presa di coscienza, non fa quindi

dell’adulto un Io conscio e realizzato.

- La seconda riguarda i riti d’ingresso in una società segreta o in una confraternita. Tali iniziazioni

prendono, classicamente, l’avvio dalla morte iniziati sempre coincidente con il ritorno nell’alveo del

materno uroborico. In ciò è evidente il progressivo delinearsi di una funzione riflessivo-coscienziale

dell’iniziazione, tendenzialmente rivolta al potenziamento dell’Io.

- La terza è data dall’iniziazione mistica o magica e segna decisamente il passaggio ad un più alto

livello di coscienza, in cui la ritualità iniziatica consente il definitivo superamento dell’aspetto

uroborico.

Sottoponendo ad una riflessione più approfondita queste tre categorie possiamo trarre qualche

interessante conclusione; in primo luogo da tutti questi aspetti iniziatico-categoriali si deduce come

l’individuale tende sempre a fondersi con il collettivo. In secondo luogo l’appartenenza ad un

gruppo iniziatico costituisce l’attribuzione, per il singolo, di un ruolo specifico nella quotidianità,

ruolo la cui ampiezza è talmente rilevante da costituire una vera e propria caratteristica ontologica.

In terzo luogo tutti coloro che hanno spazio di appartenenza nelle categorie sopra delineate sono

perfettamente inseriti nella loro epoca storica, la dimensione iniziatica d’altronde non configge

assolutamente con la dimensione più propriamente sociale e comunitaria; anzi, ne rappresenta una

sorta di completamento ideale, come ben sanno i Liberi Muratori.

Detto questo è il caso di esaminare la struttura delle moderne società iniziatiche, le quali (come la

L.M.) mantengono le caratteristiche che contrassegnano le tre tipologie esaminate; infatti anche

oggi si danno modalità iniziatiche connessi a passaggi di condizione, di status e di ruolo, anche se si

connotano per una ridotta e impoverita presenza simbolica. Una particolare eccezione è data proprio

dalla L.M. in cui rimane una rilevantissima dimensione simbolica ed una fondamentale pratica

esoterica

Tuttavia se nella L.M. è chiara la sua diretta continuità con la Tradizione è non di meno chiarissimo

ed evidente che fuori di essa si riscontra, nel sociale, una profonda e radicale cesura con essa.

Il motivo della scomparsa della perfetta integrazione tra il sociale, l’individuale e l’iniziatico-

esoterico è identificabile nel venir meno di quell’equilibrio tra conscio e inconscio, tra interiorità ed

esteriorità che caratterizzava il mondo antico.

Ma questo non significa la fine dell’esoterismo, equivale piuttosto alla sua morte simbolica, al suo

inabissamento in una dimensione diversa e più autentica in cui le scorie si volatilizzano e rimane ciò

che è solido e duraturo.

V – Il mito della Libera Muratoria.

1. Il significato del mito.

1.1. Il mito in generale.

Il suo più preciso e originario significato era “parola”; non si trattava però di parola nel senso di ciò

su cui si è ponderato e che serve a convincere, ma nel senso di ciò che è pensato e ragionevole.

È dunque una parola particolare, di straordinario spessore e di eccezionale importanza in quanto dà

notizia di qualcosa che “è da sempre” e che per questo assume una connotazione immutabile e

sacrale, senza avere l’obiettivo né di spiegare, né di convincere.

Appare subito che il mito è una struttura complessa, polimorfa e polivalente non certo riconducibile

a un unico ed esaustivo elemento, cosa questa che molto spesso il sapere e la cultura moderna hanno

invece (e volutamente) sottolineato, all’unico scopo di liberarsi di quanto di problematico e

d’inquietante nel mito è presente.

Il mito caratterizzerebbe una sorta di “fase infantile” dell’umanità simile a quella che tuttora

identifica l’età infantile e pre-scolare dei bambini cosiddetti “civilizzati”, sarebbe quindi una fase

evolutiva dell’umanità.

1.2. L’importanza del mito.

Il mito non si può ridurre a una costruzione letteraria in grado di veicolare sentimenti e

immediatezza, ma non compiute e complesse visioni del mondo, al contrario è non solo

l’espressione di una completa e coesa visione del mondo, ma di una visione del mondo

caratterizzata dall’essere una struttura di tipo totale.

Si potrebbe affermare che il mito è una conoscenza che diventa vita.

Riferirsi al mito come ad un racconto fondante significa costituirlo come un principio cui far

riferimento sia per la piena comprensione sia per la piena articolazione della realtà interiore ed

esteriore.

Tale carattere di totalità del mito lo rende extra-storico.

Esso si pone, per chi lo legge come un’esperienza esistenziale, come una netta cesura rispetto al

vivere quotidiano, offrendo gli strumenti idonei a compiere il passaggio ad un altro, diverso e

sconosciuto status e a un’altra, diversa e profonda conoscenza.

2. Il mito di Hiram.

2.1. Gerard de Nerval ed il mito di Hiram.

Il mito di Hiram è il mito principale e fondante della L.M. ed è importante per essa in quanto

connesso con il grado di Maestro di cui esprime sia il compimento iniziatico che l’apertura

sapienziali e immediatamente evidente sulla verità del mondo e dell’uomo. Esso rappresenta uno

dei miti centrali per la costruzione dell’esperienza di ogni uomo che desidera sperimentare la

totalità.

Nerval ha rielaborato letterariamente diverse varianti cogliendone la straordinaria portata esoterica.

2.2. I personaggi del mito.

Il racconto prende le mosse dalla narrazione biblica della costruzione del Tempi di Gerusalemme ed

ha tre grandi protagonisti: Salomone (Nerval lo erotizza con il nome di Solimano Ben-Daud),

Balkis (regina di Saba) e Adoniram, l’architetto cui Solimano affida il compito d’innalzare ad

Adonai un Tempio che sarebbe essere una delle sette meraviglie del mondo.

Se la Bibbia magnifica la sua potenza e saggezza nel racconto mitico di Nerval viene descritto come

un arconte di questo mondo, una potenza negativa e tenebrosa che la cecità dell’uomo scambia per

positiva. Balkis è la splendida e fiera regina che si contrappone a Solimano e condanna i suoi

sacerdoti, unendosi poi ad Adoniram per dare vita ad una razza di uomini migliore e spirituale.

2.3. Adoniram, Caino e la Gnosi.

Il vero protagonista del mito è senza dubbio Adoniram, il geniale architetto e scultore di cui nulla si

conosce. L’impatto con lui è segnato dalla grandiosità e dal mistero, infatti inizialmente ben poco si

conosce di lui; si sa che proviene da lontano, che è un uomo geniale, ribelle e misantropo.

Soprattutto, però, è un costruttore capace di unire la razionale capacità progettuale al talento

artistico e alla “bellezza dell’anima”.

Il “cuore” del mito nervaliano è rappresentato dalla discesa di Adoniram nella dimora di Enoc, il

mitico antenato della razza cainita; questa discesa si conclude in una caverna illuminata da una luce

straordinaria, dove tutto è gioia, armonia e pace. Sarà proprio in questa caverna estranea al “mondo

profano” che Adorinam avrà la piena certezza di ciò che è e del ruolo che dovrà svolgere.

2.4. Sacrificio, morte e rinascita.

Al termine del suo viaggio Adoniram torna nel mondo avendo vissuto la morte simbolica e la

certezza della sua rinascita a ciò che è veramente; ha quindi potuto conoscere il senso ultimo delle

cose e l’essenza gnostica dell’uomo, cosa questa che coincide con l’appartenenza al mondo

pleromatico della totalità. Grazie a questa conoscenza potrà sconfiggere definitivamente gli arconti.

Ma il suo destino è quello di andare incontro all’estremo sacrificio per mano dei suoi compagni e

pseudo amici, i quali si recano da Solimano che se ne servirà per uccidere Adoniram.

I suoi tre compagni lo colpiranno a morte con martello, scalpello e compasso (i simboli dell’Arte);

lui preferirà la morte piuttosto che rivelare la parola segreta che rappresenta la chiave di volta della

maestria, ossia di ciò che indica la raggiunta totalità.

A sua volta Solimano uscirà di scena miserevolmente mostrando tutta la sua pochezza: si rifugerà

infatti in un inaccessibile palazzo in cui tenterà di esorcizzare ciò che avrebbe potuto corrompere il

suo corpo materiale; morirà però miseramente nel sonno. La sua morte sarà causata da un acaro che

rosicchierà una colonna portante, venuta meno la quale il soffitto crollerà schiacciando Solimano.

L’acaro diventa quindi l’icona del L.M., che senza piegarsi alla fatica procede nella sua opera lenta

e costante ed erode tutto quanto contrasta con lo spirito costruttivo che deve contrassegnare la vita

degli uomini che vogliono sollevarsi da una condizione di schiavitù ed annichilimento.

3. Il Grande Architetto dell’Universo.

Nelle Logge massoniche si parla di rado di lui, limitandosi a considerarlo l’Essere Supremo.

Si può ipotizzare che il Grande Architetto dell’Universo possa essere pensato, platonicamente,

come una sorta di entità demiurgica, ma anche questo suo presunto carattere è estremamente vago e

sfumato. Non rimanda insomma specificatamente a qualche forma di attività creativa di tipo

personalistico.

A differenza del Dio dell’Antico Testamento esso non attua una creazione diretta e personale,

semmai progetta tanto la realtà quanto la pura possibilità della realtà, attualizzata o meno.

4. La “parola perduta”.

La ricerca della parola perduta costituisce la metafora più importante dell’immaginario massonico,

dove la nuova parola, la parola di sostituzione, sembra alludere al passaggio da una situazione di

unità perfetta ad una di imperfezione, ed è compito dei massoni lavorare per creare le condizioni

che permettano il ritorno all’armonia originaria, il che corrisponde alla ricerca ed al ritrovamento

della parola perduta. Questa ricerca è il sinonimo di un percorso fatto di tappe verso l’inconoscibile.

In realtà la parola perduta non è altro che un interrogativo, ed è la risposta a tale interrogativo che

costituisce la vera parola perduta, vale a dire il vero nome del Grande Architetto dell’Universo.

La ricerca ed il ritrovamento della parola perduta sono pertanto la metafora della volontà di porsi in

contro tendenza con la realtà decaduta e decadente del mondo profano in nome di un altro mondo la

cui appartenenza segna l’ingresso in una diversa ontologia. Questo mondo rappresenta una sorta di

nostalgia per il futuro, che diventa eterno ed armonico presente. Trovando la parola si innalza il

Tempio interiore.


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Corso di laurea: Corso di laurea in scienze della comunicazione
SSD:
A.A.: 2013-2014

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Menzo di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Filosofia delle scienze sociali e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Insubria Como Varese - Uninsubria o del prof Bonvecchio Claudio.

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