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Filosofia delle scienze sociali – Hobbes Appunti scolastici Premium

Appunti di Filosofia delle scienze socialiHobbes. Nello specifico gli argomenti trattati sono i seguenti: Notizie biografiche e contesto storico, Thomas Hobbes, Dal modello aristotelico scolastico al modello giusnaturalistico moderno, Stato di natura e societa’... Vedi di più

Esame di Filosofia delle scienze sociali docente Prof. N. Villani

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Le leggi naturali per Hobbes, sono delle leggi morali e pertanto prescrivono la pratica dei

comportamenti come., moderazione, equità, fedeltà, umanità, misericordia etc.

Ciononostante poiché sono pur sempre delle norme prudenziali, hanno valore solo in coscienza,

“nel foro interno”. Avrebbero un valore effettivo se l’uomo nel seguirle, avesse la garanzia di

raggiungere il fine cui esse sono state predisposte, primo fra tutti quello di avere salva la vita;

ma ciò non si verifica. Diretta conseguenza è dunque che, se non si esce dallo stato di natura,

l’uomo non potrà mai avere la sicurezza di non rischiare la propria vita.

Così di tale stato, ancora una volta Hobbes tende a sottolineare la triste condizione di timore

reciproco, che permane nonostante la presenza di leggi valide, che si dimostrano tuttavia

inefficaci.

Legge di natura e legge divina

Hobbes dedica molti paragrafi del De cive ad una attenta analisi, che mira a trovare un

riscontro delle leggi naturali, da lui enunciate, con i testi sacri.

Secondo Arrigo Pacchi il legame che il filosofo instaura tra le leggi naturali e i comandi divini,

non deve suscitare nel lettore una eccessiva meraviglia in quanto non va dimenticato il suo

sforzo speculativo nel dare una definizione laica della legge naturale e poi, come vedremo,

nell’assoggettare ogni tipo di istituzione allo stato, compresa la Chiesa.

Quindi come conferma il Bobbio, Hobbes unisce “il diavolo con l’acqua santa” senza però per

[15]

questo venir meno ai suoi principi teorici, per cui appunto le leggi naturali sono dei dettami

della ragione, delle norme prudenziali.

CONTENUTI DEI DETTAMI DELLA RAGIONE E USCITA DALLO STATO DI NATURA

L’intero De Cive è volto ad illustrare la legge di natura come sistema di proposizioni razionali,

“teoremi” su quello che gli uomini devono fare per conseguire la pace.

Dalla prima legge naturale Hobbes fa derivare necessariamente che “il diritto a tutto non deve

essere conservato, ma che certi diritti devono essere trasferiti o abbandonati.” , proprio

[16]

perché lo “ius in omnia” conduce, come già mostrato, ad una guerra costante e permanente,

almeno finchè due uomini restino in vita.

L’enunciazione dei dettami della ragione naturale subisce leggere variazioni da un’opera

all’altra; ciononostante le due leggi fondamentali per lo sviluppo della teoria hobbesiana

restano inalterate. La prima è relativa all’associazione degli individui a scopo di pace o di

difesa, la seconda è invece relativa all’osservanza dei patti.

La contraddizione dello stato di natura, per cui vi sono leggi valide ma non efficaci, non si può

risolvere restando all’interno di esso.

Per questo all’orizzonte della teoria politica del filosofo appare in lontananza lo Stato, inteso

come quel potere tanto irresistibile da spingere chi non è intenzionato a rispettare le leggi

naturali, a desistere da tale convinzione e a cambiare atteggiamento. La salvezza dell’uomo va

cercata dunque non nello stato di natura, ma nella società civile.

Le cause della guerra universale sono tre: le passioni e in particolare la falsa stima di sé, il

diritto a tutto e la difficoltà a premunirsi in pochi e con poche difese dai nemici. La legge

naturale per il suo carattere astrattamente razionale non può rimuovere le prime due cause. Il

timore reciproco invece, la paura della morte, spingono gli uomini ad evitare i rischi di una

lotta condotta con le loro sole forze e senza rispettare la legge naturale, e ad unirsi nella

guerra; “così accade che, per paura reciproca, pensiamo che si debba uscire da tale stato, e

cercare dei soci, affinchè se si deve affrontare la guerra, non sia contro tutti né senza aiuti” .

[17]

IL PATTO

La dicotomia stato di natura-società civile ha una caratteristica fondamentale che risiede nella

modalità con cui l’uomo passa da uno all’altro, per cui a buon diritto il giusnaturalismo

moderno è stato definito una filosofia politica “contrattualistica”. Che infatti l’uomo abbandoni

lo stato di natura e passi allo stato mediante un patto d’unione, è accettato all’unanimità da

tutti i filosofi giusnaturalisti.

Il patto diviene il rapporto sociale fondamentale, la condizione imprescindibile per la

sopravvivenza umana, e proprio per questo ha delle caratteristiche del tutto particolari:

“L’azione di due o più persone che si trasferiscono reciprocamente i loro diritti si chiama

contratto. Ma in ogni contratto, o le due parti compiono subito quanto pattuito, senza che l’uno

debba concedere credito all’altro, o l’uno lo compie, e concede credito all’altro, o nessuno dei

due lo compie. Quando entrambi compiono subito la prestazione, il contratto si estingue non

appena gli è dato adempimento. Quando invece o uno o entrambi danno credito all’altro, colui

al quale si fa credito promette di compiere la prestazione in seguito, e una simile promessa si

chiama patto” .

[18]

Lo scopo principale di questo accordo è di abbattere la causa dell’insicurezza, del timore

reciproco che a sua volta nasce dalla mancanza di un potere comune. Per cui il contratto

preliminare, essenziale per Hobbes, ha lo scopo di istituire un potere comune.

Dal contrattualismo tradizionale al “pactum unionis”

Hobbes supera il limite dualistico del contrattualismo tradizionale, riducendo i due patti da

esso previsti, “pactum societatis” e “pactum subiectionis”, ad uno solo, che forma un unico

soggetto di diritto pubblico, e cioè il sovrano o un consiglio.

Il primo è l’obbligo di obbedire a tutto quello che il detentore del potere comune comanderà; il

secondo è un patto di associazione tra individui che si impegnano reciprocamente a

sottomettersi a un terzo non contraente. Il primo patto trasforma una “moltitudo”, cioè un

insieme di individui che non hanno niente in comune, se non il fatto di essere uomini, in un

“populus”, ovvero in un gruppo dotato di una volontà di maggioranza; il secondo ha come

contraenti il “populus” e il sovrano. Hobbes nota che finchè un gruppo di individui resta

soltanto una moltitudo, legata più al consenso momentaneo di fronte a un nemico comune, lo

stato di guerra vigerà anche al suo interno: “se consentono in una singola azione, per la

speranza di vittoria, di preda o di vendetta, in seguito la diversità di intenzioni e di disposizioni,

o l’emulazione e l’invidia, per cui gli uomini per natura contendono per natura, li dividono al

punto che non vogliono darsi aiuto reciproco, né mantenere la pace fra di loro, se non sono

costretti da qualche timore comune”, e pertanto, “segue da ciò che il consenso di molti (che

consiste solo in questo, che tutti dirigono le loro azioni ad uno stesso fine, e al bene comune),

cioè una società soltanto di aiuto reciproco, non procura a coloro che consentono, o soci, la

sicurezza nell’esercitare fra di loro le leggi di natura, che stiamo ricercando”. La società che

[19]

si fonda sul “pactum societatis”, con cui appunto il popolo si associa, come nota il Bobbio, è “di

mutuo soccorso” ma privo di garanzie. Alla base della stabilità della società deve essere

[20]

invece un accordo preliminare di sicurezza e che dia la possibilità di stipulare in tranquillità gli

accordi ad esso successivi; infatti “soltanto questo accordo preliminare fa uscire l’uomo dallo

stato di natura e fonda lo Stato” .

[21]

E l’accordo preliminare ,che starà alla base della società civile per il filosofo inglese, non

conserva esattamente le caratteristiche né del “pactum subiectionis” né del “pactum

societatis”, ma le unisce originalmente nel cosiddetto nuovo “pactum unionis” di cui enuncia la

formula nel Leviatano: “io autorizzo e cedo il mio diritto di governare me stesso a quest’uomo

o a questa assemblea di uomini, a questa condizione: che anche tu ceda il tuo diritto a lui e

autorizzi le sue azioni allo stesso modo.” Ciascun individuo si obbliga per patto, nei confronti

[22]

di tutti gli altri, a sottomettere la sua volontà a quella di uno stesso individuo, di uno stesso

consiglio, in modo che la volontà di costui sia tenuta per volontà di tutti e di ciascuno.

Il nuovo contratto hobbesiano riguarda, in effetti, il trasferimento al sovrano del diritto di usare

delle forze di ciascuno , e questo , a sua volta, non è altro che l’abbandono del diritto di

resistenza nei confronti del sovrano : “in ogni stato si dice che l’uomo o il consiglio alla cui

volontà i singoli (come si è detto) hanno sottomesso la loro, si dice che ha la potestà suprema

volontà, o il potere supremo, o il dominio. Questa potestà e il diritto consiste nel fatto che

ciascuno dei cittadini ha trasferito ogni sua forza e potere a quell’uomo o consiglio. Avere fatto

questo [...] non è altro che avere abbandonato il proprio diritto di resistenza” .

[23]

Stando così la situazione, tale sovrano avrà evidentemente nelle sue mani il potere per far

rispettare le leggi naturali e dunque per impedire al singolo di esercitare il proprio potere a

danno degli altri.

SUDDITI E SOVRANO

Ora la sottomissione di tutti alla volontà di un solo individuo, implica che le varie volontà

particolari siano confluite nella volontà sovrana, così che una decisione del sovrano non potrà

mai trovarsi in contrasto con la volontà di un suddito, in quanto significherebbe che la volontà

del suddito è in contrasto con se stessa. Da ciò se ne ricava l’importante considerazione per cui

il sovrano, poiché è l’unico ad esercitare il proprio diritto su tutto, risulta essere l’unica persona

a permanere nello stato di natura, e quindi ad essere sottomesso alla legge naturale, ma non

più a quella civile, da esso promulgata; va pertanto obbedito senza discussione alcuna, salvo

per i casi in cui questo attenti alla vita del suddito; infatti nessuno si può impegnare a farsi

uccidere o ferire, poiché il fine che persegue e che lo spinge a sottomettersi, è proprio

l’autoconservazione.

Il diritto del sovrano non è altro che il suo stesso diritto naturale reso efficace dalla rinuncia di

tutti gli altri al proprio, e dunque il rapporto fra suddito e sovrano risulta fondamentalmente

negativo, e si traduce nella semplice non resistenza.

In una situazione di siffatta specie diventa allora palese la grande rivoluzione teorica operata

da Hobbes, nell’ambito della filosofia politica; i poli reali della vita sociale diventano il comando

e l’obbedienza, e vanno a sostituire i rapporti reciproci fra i cittadini, che anzi devono

presupporli per essere possibili. Non è più l’organismo gerarchico della comunità o un ordine

comunque dato, a determinare al proprio interno i rapporti di comando legittimo, bensì al

contrario, è un rapporto di comando, legittimato mediante un consenso generale, a costruire

l’unica base della convivenza di una moltitudine.

L’unica legge a cui è sottoposto il sovrano è quella di natura, cioè ai dettami della ragione che

si riducono ad “un solo detto: la salute del popolo è la legge suprema”, infatti continua Hobbes,

“poiché i poteri sono stati costituiti in vista della pace, e la pace è ricercata per la salute, chi ha

il potere, se lo usa altrimenti che per la salute del popolo, agisce contro le ragioni della pace,

cioè contro la legge naturale” .

[24]

Tuttavia è doverosa una precisazione; qualora il sovrano trascuri tale norma, non

esisterebbero comunque dei pretesti validi per deporlo; i sudditi sono infatti ugualmente tenuti

a sottostare a lui, pur conservando stoicamente la loro libertà di coscienza.

Un’analisi di questo tipo mostra come l’ideologia a cui aderisca il filosofo inglese, sia

profondamente conservatrice e controrivoluzionaria; il potere sovrano dà stabilità, e dunque

tutto ciò che mira al suo abolimento deve essere messo in condizione di desistere dal farlo, in

quanto appunto intaccherebbe tale stabilità.

LO STATO ASSOLUTO

Tramite il patto di unione dunque Hobbes fa passare l’umanità dallo stato bellicoso naturale, a

quello pacifico della società civile, che, a causa delle modalità del patto poc’anzi descritte,

presenta le tipiche caratteristiche dello stato assoluto.

Lo Stato hobbesiano è un caso particolare di autorizzazione; quello cioè in cui gli individui

autorizzano, sulla base di patti reciproci, tutte le azioni del rappresentante.

In altre parole Hobbes mostra con rigore l’atto con cui una moltitudine si unisce in una

persona. A tal riguardo il Bobbio mette in evidenza tre attributi fondamentali definendoli come i

“tre contrassegni della dottrina hobbesiana dello stato : l’irrevocabilità, l’assolutezza,

l’indivisibilità.”

[25]

Irrevocabilità

I contraenti sono tutti, e senza distinzioni dei membri della società civile, sono tutti “uti

singoli”, sono cioè una moltitudine e non un “populus”; e ciò significa che, solo se l’unanimità

convenga nel revocare il patto, quest’ultimo si può sciogliere, il che sta a dimostrare quanto

tale ipotesi rasenti l’impossibilità ad attuarsi.

Oltre a ciò, Hobbes nota poi ,con molta arguzia, che il contratto stipulato fra i membri della

società è a favore di un terzo, il sovrano o un consiglio, che presumibilmente dovrebbe

convenire con l’unanime scelta di tutti, a revocare il patto d’unione, cioè a lasciare

volontariamente il potere affidatogli precedentemente. Risulta allora del tutto evidente,

l’irrevocabilità del “pactum unionis”, poiché in breve consta di una doppia obbligazione, fra i

cittadini medesimi, e con il sovrano.

Secondo una della più celebri tesi antiassolutistiche, il patto tra popolo e sovrano

condizionerebbe poi il potere di quest’ultimo, con determinati obblighi. Ma Hobbes, in coerenza

con la sua dottrina, nota che prima della costituzione del potere sovrano, il popolo non esiste;

in origine infatti, vi è una moltitudine di individui isolati, che, per divenire “populus”, deve

necessariamente stringere un patto d’unione.

Assolutezza

Come è stato accennato in precedenza, il sovrano non è soggetto alle leggi, poiché le leggi

civili sono fatte dal sovrano stesso, e nessuno “può obbligarsi verso se stesso. Infatti

l’obbligante e l’obbligato sarebbero la stessa persona; e poiché l’obbligante può liberare

l’obbligato, l’obbligarsi verso se stessi è vano, perché ci si può liberare a proprio arbitrio”. Così,

continua Hobbes, “lo stato non è tenuto alla leggi civili. Le leggi civili sono tenute dallo

stato” . Dunque come nota il Pacchi, “il sovrano riunisce in sé le prerogative dello stato; la

[26]

sua volontà è la volontà dello stato, e non esiste potere legittimo fuori dallo stato” .

[27]

Indivisibilità

Alla base del proposito hobbesiano per cui la sovranità deve essere attribuita ad un’unica

persona, sta ancora la tendenza del filosofo ad eliminare tutto ciò che possa causare la

disgregazione dello stato.

Non bastano dunque l’irrevocabilità e l’assolutezza; il terzo contrassegno che caratterizza lo

stato è l’indivisibilità.

Il sovrano regge sia la spada della giustizia che quella della guerra, nomina i magistrati e i

ministri e gode di una assoluta impunità.

Il filosofo inglese ci tiene a puntualizzare che le due spade, necessariamente debbono

appartenere alla medesima persona per il semplice motivo che l’imposizione di qualcosa, se

manca dell’elemento coattivo, perde il suo valore: “E questo diritto (che possiamo chiamare la

spada di guerra) appartiene allo stesso uomo o consiglio, cui appartiene la spada della

giustizia. Infatti nessuno può di diritto costringere i cittadini alla armi, e a sostenere la spese di

guerra se non può di diritto punire chi non obbedisce” , e, “dunque ogni giudizio nello stato

[28]

spetta a chi ha le spade, cioè a chi ha il potere supremo” .

[29]

L’analisi dei poteri dello stato mostra la chiara intenzione di Hobbes, di operare una

fondamentale unificazione; tutti i poteri sono strettamente legati l’uno all’altro, così da

richiedere che il possesso di questi ultimi sia proprio di uno solo, appunto del detentore delle

due spade.

LEGGE NATURALE E LEGGE CIVILE

Il rapporto tra le due leggi è probabilmente uno dei punti più controversi del modello

giusnaturalistico di Hobbes. Fondamentalmente il passaggio dalla prima alla seconda è

direttamente proporzionale e parallelo al passaggio dalla stato di natura allo stato assoluto.

Anzi , direi che sono le due facce di una stessa medaglia, che ha come fine primo, il

raggiungimento della pace.

Le leggi naturali sono, come già notato, delle norme prudenziali, dei dettami della ragione che

obbligano solo nel foro interno e che dunque presentano un limite che va risolto nella società

civile mediante l’introduzione dell’elemento coattivo. Dunque nello Stato vige sempre la legge

naturale, in quanto garantita nella sua osservanza dallo Stato stesso, cioè dal sovrano che

punisce i trasgressori.

La legge civile allora sembrerebbe semplicemente il modo di intendere la naturale come legge

coattiva.

Ma è anche vero che Hobbes dice che è compito esclusivo del sovrano, mediante l’introduzione

di tali leggi, stabilire cosa sia giusto e cosa no, così che il sovrano non comanda ciò che è

giusto, ma è giusto ciò che comanda il sovrano; e come afferma il filosofo nel De Cive : “fa

parte del potere supremo produrre e rendere pubbliche delle regole, o misure simili comuni a

tutti, con cui ciascuno possa conoscere cosa debba dire suo e cosa altrui, cosa giusto , cosa

onesto e cosa disonesto, cosa bene e cosa male e insomma cosa si debba fare e cosa evitare,

nella vita comune. Queste regole, o misure, si è soliti chiamare leggi civili o leggi dello stato,

perché sono i comandi di chi nello stato detiene il potere supremo” .

[30]

E da quest’ultima considerazione nasce appunto la controversia. Se Hobbes infatti dice che

“nessuna legge civile , che non sia stata promulgata per insultare Dio [...] può essere contraria


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AUTORE

Sara F

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DESCRIZIONE APPUNTO

Appunti di Filosofia delle scienze socialiHobbes. Nello specifico gli argomenti trattati sono i seguenti: Notizie biografiche e contesto storico, Thomas Hobbes, Dal modello aristotelico scolastico al modello giusnaturalistico moderno, Stato di natura e societa’ civile, ecc.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in scienze del servizio sociale (SALERNO)
SSD:
A.A.: 2013-2014

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Sara F di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Filosofia delle scienze sociali e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Suor Orsola Benincasa - Unisob o del prof Villani Natascia.

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