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L A DIMORA DEI LUOGHI

frase potrebbe sembrare una ridondanza. In realtà è funzionale all’esposizione di un

Tale

ragionamento che mira a operare una distinzione fra spazi e luoghi. L’espressione verte sul doppio

senso oggettivo e soggettivo del complemento di specificazione. L’obiettivo è portare alla luce il

fatto che gli spazi -come sostenuto da Heidegger- sono una condizione fisica ante litteram dei

luoghi; quindi tutti i luoghi sono spazi. Però così come l’umanità, per sua costituzione, tende a

prendere asilo presso dei luoghi, allo stesso modo ci sono degli spazi (gli spazi del nostro abitare)

che rivendicano il loro essere luoghi, ossia la possibilità di uscire dall’anonimia del puramente

misurabile.

Heidegger definisce le dimore come dei luoghi in senso filosofico; ovvero: lo spazio è uno slargo

reso libero in attesa di un futuro insediamento, in attesa di essere reso dimorabile. E come si rende

dimorabile uno spazio? Umanizzandolo attraverso il mio soggiorno.

per indicare sia l’edificio

In italiano usiamo lo stesso termine, casa, (che gli inglesi chiamano

house), che lo spazio abitativo-affettivo (che gli inglesi chiamano home). Ciò che rende una casa-

haus una casa-heim, come dicono in tedesco, è la Cura.

L A FILOSOFIA DELL ABITARE

“Abitare” è sinonimo di “rimanere”, “stare”, “essere”, ma nella sua radice contiene anche il verbo

sono quindi sintetizzati nell’abitare:

habeo. Essere e avere per essere ho bisogno di avere un posto

e questo posto lo cristallizzo “avendo una porzione di esso”, cioè abitando un luogo.

nel mondo,

All’interno spazi, dei luoghi, delle situazioni e degli affetti che per noi significano “casa”, la

degli

nostra vita psichica costruisce un racconto, in moda tale che tutti i nostri ricordi e i nostri sogni

abbiano una cornice all’interno della quale, nel bene o nel male, il nostro immaginario si alimenta.

La filosofia dell’abitare, con la sua disposizione a pensare “accanto” alle cose, realizza

quell’atteggiamento che Heidegger definì Ovvero, il rispettoso soggiornare dell’uomo si

vicinanza.

dà nella capacità di rintracciare la necessità che è propria di ognuno di noi di abitare, e che ha

origini psichiche e archetipali. L’abitare è quindi un segno costituente della vita umana, oltre che

pratica antropologica fondamentale dell’uomo.

essere una Heidegger riteneva che il problema

fondamentale della nuova antropologia fosse proprio la crisi dell’abitare.

 L’ ’ L’essenza dell’abitare consiste in una questione etica. L’etica

.

ESSENZA DELL ABITARE in cui l’uomo costruisce il proprio riconoscimento;

infatti attecchisce in un dentro

riconoscimento che, a sua volta, si alimenta nell’ethos, cioè in quella dimensione che

Quindi l’abitare ha a che

Heidegger ha chiamato usando un termine che vuol dire soggiorno.

che precede e sviluppa l’abitare concreto.

fare con il soggiornare in questo in personale

Questa sosta costituisce ante litteram la casa.

 L’abitare può essere considerato una metafora attiva dell’aver-cura,

A - .

BITARE E AVER CURA

nel senso che prima di essere un problema filosofico e architettonico, rappresenta una

domanda fondamentale dell’umanità contemporanea. L’abitare come aver-cura preserva

l’uomo in ciò presso cui soggiorna, ossia le cose. Se l’abitare è una pratica antropologica

fondamentale dell’uomo, e la cura la modalità attraverso cui si esplica, è chiaro che i luoghi

costituiscono il complemento oggetto della proposizione che l’abitare coniuga e la cura

declina.

Per abitare veramente un luogo, prendersi cura delle cose che ne determinano la forma e ne

disegnano le caratteristiche è importante tanto quanto aver cura delle persone che lo abitano

All’interno delle sue pratiche quotidiane, la cura degli ambienti e degli oggetti

insieme a noi. 1

che rendono luoghi gli spazi, costituisce un tassello di fondamentale importanza per la stessa

per un’auto-costituzione

cura del sé, in quanto pone le basi psico-emotive del sentimento di

sicurezza e fiducia nei confronti di un luogo.

 F 3. L . Uno spunto importante in questo senso ci è fornito da un film del

ERRO A CASA VUOTA “Ferro3. La casa vuota”, che vinse il Leone d’Argento e il

regista coreano Kim Ki-duk,

Premio Speciale per la Regia alla 61° edizione della Mostra Internazionale del Cinema di

Venezia. Il regista era già noto per la particolarità delle sue pellicole, potremmo dire anti-

mainstream, grazie alle dinamiche inusuali che le caratterizzano. Gli elementi pregnanti del

film, funzionali alla nostra discussione sono:

I. Per abitare una casa non è sufficiente possederla;

II. La quasi totale assenza di dialoghi è funzionale alla naturale chiusura del circolo fra

riconoscimento, segreto e fiducia che avviene quando Tae-suk e Sun-hwa si

guardano negli occhi senza dir nulla;

III. Le case vuote sono metafore delle vite individuali nella società contemporanea.

I L CORPO

Il nostro corpo è la prima forma di abitazione e il primo grado di partecipazione al mondo che

abbiamo. Husserl fece una distinzione fra Körper (corpo fisico) e Leib (corpo vivente). Del corpo

fisico si può dare una descrizione medica, anatomica e fisiologica; del corpo vivente si può fare

un’analisi psicologica ed è il teatro dell’esperienza vissuta.

Heidegger ha lanciato una critica al biologismo, sostenendo che l’uomo non può essere

considerato alla stregua di un organismo animale; benché le scienze fisiologiche e anatomiche ne

possano dare una descrizione come di un organismo naturale, ciò non significa che la sua essenza

stia nell’organico, cioè nel corpo quale è spiegato scientificamente. In particolare Heidegger

afferma che non è che noi abbiamo un corpo vivente, ma noi siamo corporei. Questo colloca

l’essere umano in una meta-dimensione fra l’organico in senso stretto e l’esistentivo (dimensione

che racchiude l’intera esistenza vissuta).

“Lettera sull’umanismo” Heidegger spiega cosa voglia dire per lui “esistenza”: questa non

Nella

significa “possibilità reale di esistere”, ma “stare fuori”. E questa è, secondo lui, la condizione

dell’esistenza di fronte all’Essere.

I L PERTURBANTE

“Il perturbante” è un’opera di Sigmund Freud scritta nel 1919 nella quale viene considerato il fatto

che la casa non è soltanto portatrice di elementi rassicuranti, ma svolge una funzione di protezione e

nascondimento di aspetti che non possono venire alla luce perché foschi, bui, appartenenti

all’intimo dell’animo umano.

In genere avvertiamo una situazione di spaesamento quando percepiamo che c’è qualcosa che è

da noi che abita la nostra casa che, per antonomasia, è il luogo dell’intimo.

Altro Secondo Freud,

questo Altro è niente più che una parte del nostro stesso Io, che però esso non riconosce più come

tale; che poi sarebbe il ritorno alla coscienza di elementi angosciosi prima rimossi. Quindi il

perturbante non sarebbe qualcosa di esterno e di estraneo a noi, ma qualcosa che prima ci era

interiore e familiare e che poi viene avvertito come qualcosa di modificato e di minaccioso.

Chi non viene riconosciuto come uno di casa non viene accettato. La rimozione comporta un

nascondimento di ciò che non riconosciamo più di noi. Spaesamento e riconoscimento fanno quindi

parte del processo di riappropriazione dell’Io e del luogo in cui l’Io abita e questo processo sembra

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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in scienze della comunicazione
SSD:
A.A.: 2013-2014

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher cecilialll di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Pedagogia della comunicazione e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Salento - Unisalento o del prof Pesare Mimmo.

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