Varie espressioni linguistiche
Espressione linguistica
Per espressione linguistica s’intende: enunciato, nome proprio, connettivo, predicato.
L'enunciato
L’enunciato è l’unità minima di significato con cui possiamo eseguire un atto linguistico.
Parola e atto linguistico
Poiché le parole sono emesse in vista del conseguimento di un fine, esse possono dirsi “atti linguistici”. Non è necessario che tali “atti” per dirsi veramente tali abbiano la struttura grammaticale di un enunciato completo. Tuttavia possiamo chiamare “proferimento comunicativo” il gesto di alzare la mano per chiedere la parola, in questo modo lo distingueremo dall’atto linguistico in senso stretto.
La proposizione
La proposizione è ciò che una buona traduzione deve preservare. Essa è l’entità non linguistica invariante rispetto alla traduzione dello stesso enunciato in lingue diverse. Una proposizione? Una intensione di tipo proposizionale.
L'enunciato dichiarativo
Un enunciato dichiarativo è un enunciato per cui il quesito circa la verità o falsità si pone sensatamente. Solo una proposizione (enunciato dichiarativo) può portare il titolo di “vero” o “falso” (Frege).
- Un enunciato dichiarativo è un enunciato adatto all’espressione di un pensiero, e continua a esprimerlo anche quando abbiamo scoperto che l’enunciato è privo di valore di verità (Frege).
- Solo l’asserzione fatta usando un enunciato può portare il titolo di “vero” o “falso” (Strawson).
- Un enunciato dichiarativo è un enunciato adatto alla rappresentazione di un fatto (Wittgenstein).
- Un enunciato dichiarativo è un enunciato adatto all’espressione di una credenza (Davidson 1974, Ramsey 1927).
L'enunciato atomico
Un enunciato atomico è un enunciato dichiarativo che non presenta alcun connettivo logico (congiunzioni, disgiunzioni, condizionali, negazioni etc.), né espressioni di generalità (un-il, alcuni-tutti). Un enunciato atomico è grammaticale o “ben formato” per definizione. Anche l’enunciato risultante da un’applicazione per volta di un connettivo a un enunciato grammaticale, ha questa proprietà.
Condizioni di verità
“Capire il significato di un enunciato” significa capire in primo luogo il significato delle singole parole e i legami grammaticali che le tengono unite, in secondo luogo la forza allocutiva con cui l’enunciato ci viene rivolto e quindi la credenza che l’interlocutore vuole comunicarci con quella frase. Tuttavia può darsi che uno dei due amici abbia una conoscenza inesatta o idiosincratica delle parole usate, e quindi la conoscenza del significato letterale di un enunciato può non coincidere con l’intenzione con cui esso viene detto o recepito. Bisogna pertanto essere preparati all’uso non letterale del linguaggio: l’enunciato è un composto, non un miscuglio di parole. Da qui l’esigenza di trovare una teoria che ci permetta di derivare le “condizioni di verità” di buona parte degli enunciati costruibili in una lingua.
Carattere locutivo, perlocutivo e illocutivo
Il carattere illocutivo di un atto linguistico concerne il modo in cui le parole sono intese da chi le dice, o che si vorrebbe fossero intese da chi le ascolta. Questo carattere definisce il “modo” o “modalità” di un enunciato (assertiva, interrogativa, imperativa etc.). [Austin]
Il carattere perlocutivo di un atto linguistico concerne la reazione che il parlante vorrebbe evocare in chi ascolta. (Austin)
Il carattere locutivo di un atto linguistico concerne la produzione di suoni e la struttura grammaticale dell’enunciato proferito. (Austin)
Enunciato performativo (Austin)
Cerimonie battesimali, contratti di compravendita, promulgazione di leggi e dichiarazioni di guerra? “Enunciati performativi”, cioè enunciati pronunciando i quali trasformiamo la realtà sociale e/o lo stato epistemico dell’ascoltatore. A differenza di questa classe di enunciati, le comuni “asserzioni” non hanno la stessa “potenza trasformante”, in quanto rivelano semplicemente un nostro punto di vista.
La teoria ideazionale del significato (Locke)
Ogni segno scritto o parlato, avulso dal contesto enunciativo, evoca un'immagine mentale (idea): essa è il significato del suddetto segno [Con Frege è stato l'asserto e non il termine (Locke, Hume) a essere riconosciuto come l'unità che deve rendere conto di sé di fronte a una critica empirista]. Capire il significato della parola “rosso”, non è solo un’abilità pratica!
I segni sincategoremantici sono segni che servono semplicemente a collegare le immagini evocate da altri segni ad effettivo potere evocativo – nomi, verbi e aggettivi (segni categoremantici). La teoria ideazionale del significato di Locke è una teoria vacua giacché nel fare un'asserzione non intendiamo parlare delle nostre immagini ma di ciò che le parole designano! (Frege)
Frege
Funzione e concetto (1891) Senso e denotazione (1892)
Il nome proprio
I nomi propri sono unità linguistiche semplici, non ulteriormente analizzabili. Possono tuttavia esibire a volte una natura grammaticalmente complessa (il barbiere di Siviglia, il sacro romano impero, la bibbia, la controriforma). Un nome proprio non può sensatamente essere negato e quindi non può costituire l’intero predicato di un enunciato.
Un nome proprio comprende sia i nomi veri e propri, come “Aristotele”, sia ciò che Russell chiamerà “descrizioni definite”, come “Lo scolaro di Platone” (e che oggi chiamiamo di solito “termine singolare”, ovvero espressione che designa un unico oggetto).
A un nome proprio sono associati sia un senso sia una denotazione. Cioè, al segno linguistico (“nome proprio”) corrisponde un determinato senso, e questo determina la denotazione corrispondente.
Il senso di un nome proprio
Il senso di un nome proprio esprime il modo in cui il nome è afferrato da un parlante che conosce la lingua in cui il segno è espresso. Esso esprime una sorta di percorso, una via utile a determinare il significato (o riferimento) del nome proprio, ma tali “vie” non sono mai qualcosa di soggettivo, altrimenti anche l’enunciato risultante sarebbe qualcosa di soggettivo, rendendo con ciò impossibile l’intesa comune.
Il nome proprio vacuo
Non ha senso dire “Giulio Cesare esiste”, perché ciò è presupposto nell’uso del nome, né è corretto dire “Pegaso non esiste”, perché “Pegaso” non è un nome genuino! Solo i nomi propri non vacui sono logicamente ammissibili e quindi possibili argomenti di calcoli logici.
Odisseo? La serie più bella? Nomi propri vuoti o apparenti, giacché non designano nulla anche se sintatticamente hanno la forma di nomi propri e descrizioni definite. Una descrizione definita può intendersi come nome proprio.
La descrizione
La descrizione nella lingua naturale si comporta come un nome proprio: è sempre soddisfatta da qualcosa. Nel linguaggio formalizzato invece la descrizione indefinita è un enunciato falso nel caso in cui la funzione abbia come valore del suo argomento una classe vuota.
I pensieri
Un "pensiero" è un senso che può essere espresso da un enunciato dichiarativo. Esso quindi è un'entità portatrice di verità o di falsità. I "pensieri", a differenza delle indagini e delle rappresentazioni, sono per principio comunicabili, cioè espressi in una qualche lingua. L'enunciato dichiarativo esprime un pensiero anche quando contiene nomi propri vacui o fittizi (le Erinni).
La rappresentazione
Il “senso” non coincide con la “rappresentazione” connessa a un segno. Il senso ha una dimensione oggettiva, rimane invariato nel processo attraverso cui due parlanti comunicano e si comprendono (casa ed home condividono il medesimo senso). La rappresentazione connessa a un segno è invece qualcosa di soggettivo e di mutevole, perché coincide con l’immagine interna che un individuo associa al segno e che dipende dai ricordi di impressioni sensibili, dalle attività interne ed esterne esercitate, nonché dai sentimenti.
Ad esempio, se guardiamo la luna col cannocchiale, la luna è l’oggetto reale, cioè la “denotazione”, l’immagine impressa nell’obbiettivo – anch’essa oggettiva e accessibile a diversi osservatori allo stesso modo – è il senso, mentre l’immagine che si imprime sulla retina è personale, e questa è la rappresentazione.
L'enunciato
Gli enunciati non descrivono né corrispondono a fatti, sono piuttosto “nomi propri complessi di oggetti”. Gli enunciati sono come "nomi complessi" di determinati oggetti logici (valori di verità, vero o falso). Possiamo pertanto applicare ad essi gli stessi principi di sostituibilità che valgono per i nomi propri.
Il senso di un enunciato
Il senso di un enunciato è dato dalla conformità dell’enunciato alle regole logiche e grammaticali del linguaggio con cui l’enunciato è espresso.
Il significato di un enunciato
Il significato di un enunciato è determinato dalle condizioni di verità ricavabili dalla struttura dell'enunciato le quali possono trascendere il nostro riconoscimento.
Denotazione
Quando noi affermiamo qualcosa, presupponiamo implicitamente che i nomi propri usati nel nostro enunciato abbiano una denotazione (teoria della presupposizione), ma è tipico della imperfezione delle lingue naturali il fatto che in esse certe espressioni siano solo apparentemente dei segni dotati di denotazione: gli enunciati in cui ricorrono questi termini “vacui” sono anch’essi privi di denotazione (per via del principio di composizionalità) e la funzione proposizionale risulta così falsa. Cionondimeno essa continua ad esprimere un pensiero e, pertanto, ha un “senso”.
Ad esempio la proposizione “Ulisse sbarcò ad Itaca” ha un senso, ma è falsa giacché Ulisse è personaggio di fantasia. Mentre l’enunciato “L’attuale Re di Francia è calvo”, è un enunciato indecidibile perché il nome proprio “L’attuale Re di Francia” è privo di denotazione, però ebbe denotazione in un tempo che non è questo.
Il senso di un enunciato dichiarativo è il pensiero oggettivo da esso espresso, mentre la sua denotazione è data dal suo valore di verità e può essere “il Vero” se l’enunciato è vero, “il Falso” se l’enunciato è falso. Un comando non può essere detto vero o falso, in quanto espressione di una volizione e non di un pensiero.
Un enunciato atomico è vero se il predicato che in esso figura è vero degli oggetti designati dai nomi propri. In altre parole, il ruolo semantico (vero o falso) del predicato dipende dalla sua applicabilità all’oggetto in questione.
Intensione ed estensione
L’intensione di un concetto è l’insieme di qualità essenziali che è necessario attribuire a un concetto affinché faccia parte della classe cui appartiene. Si può anche dire che l'intensione di un termine è data dall'insieme dei criteri o condizioni necessarie e sufficienti che quel termine deve soddisfare per appartenere alla sua data estensione.
Che cos’è l’umanità? Cosa deve essere un uomo per essere veramente uomo? Questo è un “problema intensionale”.
Per estensione di un termine si intende la classe di tutte le entità di cui un termine è vero (nozione fregeana funzionalista). Quando tale classe consta di un solo membro è più corretto parlare di denotazione del termine.
Intensione sta a connotazione (o senso) come estensione sta a denotazione (luogo comune in filosofia). “Creatura con cuore" e "creatura con reni" hanno la stessa estensione ma i sensi sono diversi. Intensione sta per senso.
È vano il tentativo fregeiano di separare l’oggettività del pensiero [estensione] dalla soggettività del pensare [intensione], cioè di separare i pensieri da coloro che li pensano in maniera che siano essi da soli capaci di determinare l'estensione di un termine comparso in una data espressione linguistica. (Putnam).
La funzione predicativa
Alla coppia soggetto (o nome proprio) - predicato di una proposizione possiamo sostituire la coppia funzione-argomento, dove l’argomento sta al posto del nome e la funzione al posto del predicato. I connettivi logici e i quantificatori indicano un tipo particolare di funzione.
Rispetto alla formulazione grammaticale il vantaggio è evidente, non abbiamo dovuto specificare la forma grammaticale del predicato (potrebbe indistintamente essere un verbo, un aggettivo o un nome comune o un concetto astratto), né abbiamo dovuto menzionare il verbo essere in funzione di copula. [Inoltre questa concezione evita l’intera problematica dei costituenti del fatto (Paolo ama Francesca ha gli stessi costituenti del fatto Francesca ama Paolo, eppure sono fatti diversi!)]. Quindi ciò che il processo di produzione di forma logica ha consumato e distrutto, è la forma grammaticale. Il “valore della funzione” sarà il suo valore di verità per quell’argomento.
Senso di un predicato
Si dice senso di un predicato [della forma P(x)] la proprietà (o relazione, se gli argomenti sono più d’uno) da esso espressa in rapporto all’argomento della funzione predicativa. “Afferrare il senso di un predicato” significa essere in grado di giudicare se l’enunciato ottenuto completando il predicato con un certo nome proprio è vero o falso.
Denotazione di un predicato
Per denotazione di un predicato s’intende invece il valore di verità della funzione predicativa, il quale può essere Il Vero se l’enunciato è vero, Il Falso se l’enunciato è falso. A differenza dei predicati, i nomi propri e gli enunciati (estensioni del concetto-predicato o “argomenti della funzione”) sono espressioni linguistiche complete, non bisognose di saturazione.
Il principio di composizionalità
Il senso e il riferimento (significato) di un enunciato è “funzione di” o “è composto a partire dal” senso e dal riferimento (significato) delle parti componenti, ovvero, l'interpretazione semantica da assegnare a un "parte" dell'enunciato deve essere ricavabile senza ambiguità dalla categoria sintattica cui quell'espressione appartiene. In tal modo alla costruzione dell'enunciato per mezzo di parti corrisponde la costruzione del pensiero per mezzo di parti di pensiero: non ci sono “sensi costituenti” dell’enunciato-pensiero. Con questo principio Frege teorizza e prescrive l’armonia fra sintassi e semantica.
Il principio di sostituibilità
Il valore di verità di un enunciato non cambia quando a una sua parte se ne sostituisca un’altra avente la stessa denotazione e un senso diverso (principio di sostituibilità, già enunciato da Leibniz). Ad esempio, il valore di verità dell’enunciato “La stella del mattino è più vicina al sole rispetto alla terra” è identico al valore di verità dell’enunciato “La stella della sera è più vicina al sole rispetto alla terra”, perché “La stella del mattino” e “La stella della sera” hanno la stessa denotazione ma diverso senso.
Il principio di funzionalità
Il valore di verità di un enunciato dipende funzionalmente dal valore semantico delle sue parti componenti.
Il principio di contestualità
Soltanto negli enunciati completi le parole, a rigore, hanno un significato: nessuna espressione denotativa, da sola, denota alcunché. Solo considerando il contesto dell’enunciato in cui una parola è usata possiamo rispondere alla domanda di quale sia “il senso” o l’accezione intesa in quel contesto per quella parola, fra le varie che il dizionario propone.
“Non domandare quale sia il valore semantico di un enunciato dichiarativo considerato isolatamente; solo nel contesto di un enunciato più ampio esso ha un valore semantico” (1884).
La scienza: il criterio di identità
Conoscere il senso di un termine (singolare o generale) consiste nella conoscenza di un criterio di applicazione e di un criterio di identificazione per esso. Essi sono parte di ciò che un parlante deve implicitamente sapere per comunicare le sue conoscenze.