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Il nome logicamente proprio

Un nome logicamente proprio (“questo”, “quello” etc) è un dispositivo linguistico che serve a indicare un dato di

senso. Tali dati di senso costituiscono il significato della proposizione nella quale figurano e sono la denotazione

dei nomi logicamente propri.

Le uniche parole che si usano come nomi propri in senso logico sono parole come “questo” e “quello”. Possiamo

usare “questo” come un nome che sta per un particolare del quale in quel momento abbiamo conoscenza diretta. I

nome logicamente propri hanno dunque il vantaggio di non essere mai privi di denotazione.

Tuttavia “questo” ha una proprietà molto strana per un nome proprio, vale a dire che raramente significa la stessa

cosa per due minuti di seguito. E’ un nome proprio ambiguo, nondimeno è proprio un nome: un nome proprio.

Il nome proprio

In ogni conoscenza espressa per mezzo di parole non compare alcun nome in senso stretto (denotante dati di

senso: questo, quello etc.): quelli che sembrano nomi (Emanuela, albero) sono, in realtà, descrizioni camuffate (“la

ragazza che incontrai l’altro giorno”; “l'oggetto alto con fusto e foglie”). Potremmo infatti legittimamente sostituire

“Omero” con "l'autore dell'Odissea".

I nomi propri hanno portata conoscitiva proprio perché sono cripto-descrizioni.

Per chi usa il nome senza avere conoscenza diretta del suo portatore, l’uso del nome equivale di fatto a quello di

una qualche descrizione definita.

Nomi propri e descrizioni definite designano oggetti, dove per “oggetto” si intende tutto ciò che può essere

designato mediante un termine singolare. Una data espressione linguistica è un termine singolare se può essere

impiegata per designare un oggetto reidentificabile, in questo modo i numeri e i cavolfiori sono “oggetti”, ma la

“bellezza di Elena” no.

Descrizione e sintagmi denotativi

Un nome (Scott) è un simbolo semplice che sta a significare qualcosa che può comparire solo come oggetto. Al

contrario, una descrizione (" l'autore di Waverley") non è simbolo semplice, perché le singole parole che

compongono l'espressione sono parti che sono simboli.

Un nome è un simbolo semplice che designa direttamente e “di diritto” l’oggetto denotato, senza dipendere dal

significato di altre parole (“Umberto Eco”), e non è analogo a una descrizione, infatti sostituendo ad x in “x è un

uomo” prima “Umberto Eco” e poi “L’autore de Il nome della rosa” otteniamo due enunciati simili nella forma

grammaticale ma profondamente diversi nella forma logica. “Umbero Eco è un uomo” è un enunciato atomico della

forma soggetto-predicato, non ulteriormente analizzabile. Invece “L’autore de Il nome della rosa è un uomo” è un

enunciato complesso logicamente equivalente a quest’altro enunciato:“Una e soltanto una entità ha scritto Il nome

della rosa, e questa entità è un uomo”.

Da ciò ne deriva che “Il rapporto fra il nome proprio “Manzoni” e la descrizione definita che mettiamo al suo posto

non sta con il nome in un rapporto di sinonimia cognitiva.

Un sintagma denotativo ( o descrizione) è una espressione o della forma “Una cosa così e così” (descrizione

indefinita come “un uomo”; essa denota un oggetto ambiguo, ma non certo una moltitudine di oggetti, che sarebbe

comunque qualcosa di preciso) o della forma “La cosa così e così” (descrizione definita come “L’autore dei

Promessi sposi”; essa denota un oggetto preciso). In altre parole, una descrizione definita è una locuzione ottenuta

premettendo l’articolo determinativo a un espressione predicativa che riteniamo atta a caratterizzare univocamente

un certo individuo (il padrone di casa, il medico di famiglia etc.).

Per converso, una descrizione è un sintagma denotativo di tipo nominale.

Le descrizioni definite improprie

Dinanzi a descrizioni definite improprie (non denotanti nessun dato di senso) non siamo di fronte a un nulla di

fatto: possiamo dire qualcosa di vero anche di ciò che non esiste senza doverne necessariamente postulare una

sussistenza reale. In altre parole, l’uso di un nome proprio come tale non comporta l‘adesione al principio che esso

denoti qualcosa nel mondo attuale, lo comporterebbe solo se esso fosse un nome logicamente proprio.

Tutte le tesi della logica proposizionale classica restano valide anche se esemplificate con enunciati contenenti nomi

propri falsi

La scienza fregiana non si può fare

Se per Frege non è possibile comunicare qualcosa che io solo capisco, per Russel tutta la comunicazione si regge

sulla diversità dei significati intesi (piuttosto che sulla somiglianza sistemica postulata da Frege). Infatti, il

significato che uno annette a una parola dipende dalla natura degli oggetti di cui ha conoscenza diretta, ma persone

diverse hanno conoscenza diretta di cose diverse perciò non riuscirebbero a discorrere tra loro senza annettere

significati diversi alle parole. Ciò vuol dire che comunichiamo a chi ci ascolta proposizioni completamente diverse

da quelle che sono nella nostra mente.

Le proposizioni che possiamo genuinamente conoscere sono quelle dei cui costituenti extralinguistici abbiamo

conoscenza diretta.

Primo Wittgenstein

Tractatus logico-philosophicus (1921-22)

Isomorfismo

Il pensiero

Il pensiero è l’immagine logica dei fatti.

Un pensiero è una proposizione munita di senso.

Il linguaggio

Il linguaggio è l’immagine logica della realtà, intesa come la totalità dei fatti sussistenti e insussistenti [isomorfismo

(identità di forma) tra struttura del linguaggio e struttura della realtà].

La proposizione e il fatto

Agli oggetti, agli stati di cose e ai fatti corrispondono rispettivamente i nomi (che designano gli oggetti), le

proposizioni elementari o atomiche (che raffigurano proiettivamente gli stati di cose) e le proposizioni complesse o

molecolari (che sono costituite da nessi logici di proposizioni atomiche).

Come una fotografia raffigura un fatto coi propri mezzi (spazio e colori), così anche una proposizione raffigura un

fatto coi propri mezzi, ovvero tramite l’unica cosa che essa può condividere col fatto: la forma logica.

Ogni altra immagine (geometrica, fotografica, pittorica, ecc.) è anche un’immagine logica: l’immagine

proposizionale, invece, è solo un’immagine logica.

Se gli oggetti del mondo non esistessero la sensatezza di una proposizione dipenderebbe dalla verità di un’altra

proposizione, che asserisce l’esistenza degli oggetti di cui parla la prima, e questo non garantirebbe alcuna “verità”

della proposizione.

Senso, nomi e condizioni di verità

I nomi non hanno un “senso”: il loro valore semantico è dato solo dalla loro “denotazione”.

Consideriamo la proposizione semplice “La penna è sul tavolo”. Essa mostra il suo “senso”, cioè essa stessa

mostra quali stati di cose o “condizioni di verità” (che la penna sia effettivamente sul tavolo) devono sussistere

affinché essa sia vera. Dunque senso e condizioni di verità di una proposizione coincidono.

Ma una proposizione elementare è anche funzione di verità di se stessa, per cui (anche) le possibilità di verità (in

questo caso Il Vero o Il Falso) di una proposizione sono le sue “condizioni di verità”.

Una proposizione complessa è funzione di verità delle proposizioni elementari che la costituiscono.

Linguaggio scientifico ed ordinario

I confini del linguaggio scientifico sono determinati dai confini delle scienze di natura.

Il linguaggio ordinario "traveste" i pensieri, ed è con ciò responsabile dei "malefici" che contrastano una libera e

feconda azione dell'intelletto.

Modello neoempirista “moderno”

Introduzione

L'intento che ispira i programmi di riduzione è mostrare come su basi logiche e "sensistiche" è possibile conferire

un significato univoco e sicuro anche ad asserti non direttamente verificabili.

Secondo il riduzionismo tutte le idee altro non sono che “sensazioni affievolite” riconducibili sempre e comunque

al loro determinante empirico (Locke, Hume, Karnap etc.)

I postulati di sugnificato

I postulati di significato sono metodi espliciti per fissare il significato delle parole di una lingua artificialmente

ricostruita. Con ciò Carnap intende illustrare la nozione di analiticità per la lingua, egli pensa infatti che la difficoltà

di distinguere tra asserti analitici e sintetici nel linguaggio ordinario si deve alla vaghezza del linguaggio ordinario e

che la distinzione è chiara quando abbiamo a che fare con un linguaggio artificiale con precise “regole semantiche”.

Per Quine questa è però una confusione: le regole contengono la parola analitico che noi non comprendiamo! Noi

cioè grazie all’idea di Carnap possiamo capire a quali espressioni le regole attribuiscono analiticità, ma non

capiamo che cosa le regole attribuiscano a tali espressioni.

Il verificazionismo forte e debole

Connettiamo il significato di un enunciato con i modi di cui disponiamo per accertarne la verità e dunque con i

concetti di prova e di evidenza. Il concetto di verità viene così saldato agli interessi umani (verificazionismo

classico di Schlick e Carnap 1936).

Quando un enunciato rispetta tali regole d’uso per i suoi termini esso risulta dotato di significato e quindi

verificabile in linea di principio. Gli esempi di Schlick di enunciati inverificabili, e quindi privi di significato, sono

di questo tipo: “Il mio amico morì dopodomani”, “Il campanile è alto sia 100 piedi che 150 piedi”, “Il bambino era

nudo ma indossava il pigiama”,

D’altra parte, asserzioni come “I fiumi scorrono verso l’alto” e “Noi sopravvivremo al nostro corpo” egli le

considera logicamente verificabili (infatti non è logicamente impossibile immaginare dei fiumi che invertano il loro

corso o di assistere al proprio funerale) e quindi perfettamente in regola in quanto al significato: in particolare la

prima è empiricamente falsa e la seconda è un’ipotesi empirica (e non metafisica, e quindi insensata, come

pensavano altri positivisti meno “tolleranti” di Schlick, soprattutto nella prima fase del Circolo di Vienna).

Secondo Wittgenstein

Ricerche filosofiche (1947)

L’ostensione

Sant'Agostino ritiene che la cosa si chiami col nome che si profferisce quando la si indica.

L'insegnante indica al bambino determinati oggetti, dirige la sua attenzione su di essi è pronuncia, al tempo stesso,

una parola ("insegnamento ostensivo" delle parole).

La definizione ostensiva può in ogni caso essere interpretata in molteplici modi ("due noci" non sono

necessariamente il "due"). La definizione ostensiva spiega il significato di una parola, cioè il suo uso, solo quando

sia già chiaro quale funzione la parola deve svolgere in generale nel linguaggio. "Questo è rosso" sarà compreso

solo se si sa già che si vuol definire il nome di un colore. "Questo è il re" definisce qualcosa soltanto se l'allievo

conosce già il gioco degli scacchi. In breve, chiede sensatamente il nome di qualcosa solo colui che sa già fare

qualcosa con esso. Infatti, qualcuno nello spiegarci il gioco degli scacchi ci ha mai spiegato la torre in quanto torre?

La svolta linguistica

Il mio linguaggio “scientifico” (del Tractatus) non ha trovato il suo referente del mondo dei fatti, sebbene in esso

abbia il suo correlato naturale.

L'ostensione, il riferimento diretto, la necessità metafisica sono miti da sfatare e non realtà su cui costruire!

Comprendere pragmatico

Esistono processi psichici caratteristici del comprendere, ma il comprendere stesso non è un processo psichico.

Esso è piuttosto un'esperienza che sopravviene in relazione a determinate circostanze, e non coincide con il

disvelamento di qualche formula nascosta.

Imparare a contare non è un processo graduale o cumulativo di apprendimento; ciò che s'intende trasmettere

attraverso questo processo non sono i singoli contenuti ma il dominio di una regola, acquisita la quale l'allievo sarà

in grado di applicare l'addizione a un'infinita quantità di casi. Un nuovo oggetto (l'addizione come calcolo) si è così

reso presente alla sua coscienza che, perciò, l'ha da sé stessa prodotto, mediante l'acquisizione delle concrete regole

generative che stanno alla sua base.

Comprendere pubblico

Comunicare con gli altri non è un uso fra i tanti della lingua, è la funzione principale della lingua. Non ha quindi

senso parlare di “lingua privata”, accessibile ad una sola persona. “Capire il significato” è un fenomeno pubblico,

ancorato a criteri pubblici, e senza una qualche differenza tra linguaggio “giusto” e linguaggio “sbagliato” non

potrebbe esistere alcuna lingua.

Capire il significato di una parola o di una locuzione non è un processo mentale che si compie nella coscienza del

singolo individuo, ma un’abilità pratica che si manifesta nella capacità di compiere mosse appropriate nei vari

contesti in cui la parola ricorre.

I veicoli del senso non sono solo proposizioni, ma anche azioni, manifestazioni espressive. Per dominare il

significato delle espressioni simboliche nel loro complesso non occorre solo una "competenza linguistica", ma

anche la capacità di entrare in una "forma di vita" ("competenza comunicativa" di Habermas), e il linguaggio è una

“forma di vita”! Esso può essere immaginato come una vecchia città: un dedalo di stradine e di piazze, di case

vecchie e nuove, e di case con parti aggiunte in tempi diversi; il tutto circondato da una rete di nuovi sobborghi con

strade diritte e regolari, e case uniformi.

Comprendere l’uso per comprendere l’enunciato

La differenza tra l'asserzione "cinque lastre" e il comando "cinque lastre!" consiste nel ruolo che l'enunciato

composto di queste parole ha nel gioco linguistico, mentre l'uguale senso di due proposizioni (di lingua diversa)

consiste nel loro uguale impiego.

Comprendere il significato di una proposizione significa aver capito il ruolo che essa ricopre nel sistema linguistico

di appartenenza.

Il filosofo del linguaggio non deve perciò andare alla ricerca di teorie sistematiche, deve piuttosto “descrivere

l’uso” degli enunciati, mettendo nella giusta luce ciò che abbiamo sotto gli occhi.

Esistono innumerevoli tipi differenti d'impiego di tutto ciò che chiamiamo "segni", "parole", "proposizioni", e

questa molteplicità non è qualcosa di dato una volta per tutte: nuovi tipi di linguaggio, nuovi giochi linguistici

possono sorgere mentre altri invecchiano e vengono dimenticati.

Un linguaggio è tale solo in rapporto ad una “grammatica” che fissa le regole d’uso degli enunciati e lo delimita

rispetto ad altri linguaggi.

Il linguaggio come gioco

Le regole grammaticali sono come le regole dei giochi, cioè regole costitutive, e non meramente regolative. Una

regola regolativa mostra come fare meglio qualcosa che si fa comunque, invece una regola costitutiva crea la

pratica che regola.

Molti “giochi” si evolvono nel corso del tempo, nel senso che ammettono varianti pur conservando un nucleo di

regole costante.

Nel corso del gioco la regole possono essere tematizzate e diventare oggetto di discorso, ma nel gioco linguistico

no: chi segue nel cucinare regole diverse da quelle giuste, cucina male, così come chi segue regole diverse da

quelle degli scacchi, gioca un altro gioco.

A differenza del gioco che si rivolge al gioco, il linguaggio non si rivolge al linguaggio ma si riferisce sempre a

"qualcosa nel mondo", ovvero non può prescindere del tutto da condizionamenti esterni, sebbene la regola

linguistica condivida con quella ludica il fatto che è anch'essa una regola convenzionale è "costituiva", cioè in

grado di determinare le possibilità dell'esperienza.

Il linguaggio ordinario

Il linguaggio ordinario è il linguaggio per eccellenza, poiché solo ad esso e dato di trascendere i particolarismi dei

singoli giochi linguistici.

Contro la denotazione

Le parole non sono "denominazione di oggetti", perché con le parole facciamo le cose diverse, non solo parlare e

definire cose! (" Ahi!" "Bello!" "No!" "Acqua!").

Nome, senso e descrizione: la teoria dell’agglomerato

Concependo i nomi propri come descrizioni camuffate eliminabili a favore di queste ultime, Russell ammette

l’esistenza di una ed una sola descrizione privilegiata indissolubilmente associata al nome Mosè. In realtà però

abbiamo molte descrizioni applicabili unicamente a Mosè, e se una di esse dovesse rivelarsi impropria,

cionondimeno non sarebbe corretto dire “Mosè non è mai esistito”, anzi ci rivolgeremo ad altre descrizioni del

medesimo nome e impiegheremo quelle per “ancorare” il nome proprio Mosè.

Il senso di un nome è quindi un complesso estendibile di descrizioni (teoria dell'agglomerato). Il nome “Mosè”

infatti non è mai stato introdotto nella lingua mediante una definizione esplicita, non ha un uso inequivocabilmente

determinato in tutti i casi possibili, né sarà mai possibile rintracciare descrizioni singole analiticamente equivalenti

al significato del nome proprio, che dunque esiste accanto e non al posto delle descrizioni definite, delle quali però

il nome rimane principale fulcro di aggregazione.

Quine

Due dogmi dell’empirismo (1951)

Analiticità

Hume

Gli enunciati matematici sono giudizi analitici.

Kant

Per analiticità o “giudizio analitico” s’intende un enunciato in cui “ciò che dice il predicato è già contenuto nel

soggetto”, questo ha un chè di tautologico. Esso non procura nuova conoscenza.

“A = A” vale a priori dunque va detto “enunciato analitico”.

Le proposizioni geometriche sono analitiche

Un asserto analitico è un asserto che attribuisce al soggetto niente di più di ciò che è già concettualmente contenuto

nel soggetto. Detto altrimenti, un asserto è analitico se è vero indipendentemente da qualunque fatto, cioè in virtù

del suo significato. Kant quindi spiega il concetto di analiticità ricorrendo a quello di significato.

Sia le proposizioni aritmetiche che quelle geometriche (che sono proposizioni analitiche) ampliano le nostre

conoscenze, poiché hanno un certo "elemento sintetico". In questi casi Kant parla di "giudizi sintetici a priori".

Frege

La matematica è analitica.

E’ asserto analitico quell’asserto la cui negazione è autocontraddittoria.

Le proposizioni geometriche non sono analitiche, perché la loro negazione non comporta contraddizioni

logicamente evidenti.

Le proposizioni aritmetiche pur essendo analitiche ampliano le nostre conoscenze

Per poter parlare di conoscenza impartita da un enunciato di identità dobbiamo assicurarci di un prerequisito

minimo: che i nomi propri impiegati designino oggetti.

L'analiticità non è il risultato di una convenzione, deriva invece dal genere di giustificazione che è stata portata a

sostegno dell'enunciato. Se ad esempio nella giustificazione della sua verità ci imbattiamo in enunciati la cui verità è

conoscibile a posteriori, allora quell'enunciato è sintetico.

Al formalismo sintassi-semantica sostituisce quello analitico-sintetico, che fa leva sull’esperienza.

Primo Wittgenstein

Tutte le proposizioni logiche sono tautologiche ossia analitiche.

Frege & Russell

Analitico è ciò che è “intensionale”, cioè sostituibile in un enunciato “salva veritate”, ovvero in un enunciato in

cui vengono operate tutte le sostituzioni possibili e immaginabili ma nel quale la verità dell’enunciato rimane

identica a quella di partenza. L’analiticità viene in questo modo intesa come sostituibilità (come con una coppia

funzione-argomento).

Il senso di un enunciato è l’”intensione” dell’enunciato stesso ed è ciò che hanno in comune due enunciati analitici.

Mentre Kant gestisce l’analiticità dentro un solo enunciato, per Frege Russell e Karnap il concetto di analiticità non

sta più per “essere contenuto in” bensì collega due enunciati attraverso sinonimi “interscambiabili” che in entrambi

i casi riescono a mantenere inalterata l’intensione o senso originario dell’enunciato.

Analiticità sta dunque anche per “sinonimia”.

Secondo il concetto di sinonimia, due enunciati sono analitici quando sostituendo una parola con un’altra che le è

sinonima, l’intensione dei due enunciati non cambia.

Circolisti del Tractatus

Ci sono due tipi di enunciati analitici: "enunciati tautologici" ed "enunciati muniti di senso".

I circolisti di Vienna (seguendo in parte il cammino indicato da Frege e Russell) sostituiranno alla nozione kantiana

di sintetico a priori quella di "proposizione analitica", una proposizione cioè la cui verità è determinabile sulla base

del mero significato delle parole componenti.

Per distinzione tra “analitico e sintetico” essi perciò intendono una distinzione tra “vero in virtù del significato” e

“vero in virtù di come stanno le cose nel mondo”.

Un enunciato “vero in virtù del significato” è un enunciato vero a prescindere dal suo contenuto empirico, cioè a

partire dall’analisi dei termini dell’enunciato sulla base delle regole logiche e linguistiche del linguaggio in cui

l’enunciato viene formulato.

Se dunque “Il senso di un enunciato è dato dalla conformità alle regole della logica e della grammatica con cui

l’enunciato viene espresso” (Frege) allora un “enunciato sensato” è anche un enunciato “vero in virtù del

significato”, cioè analiticamente vero.

"Verità analitica" è invece un enunciato vero in forza di regole di significato o per convenzione.

Enunciati analitici (il significato del predicato ricade nella definizione del soggetto) (Tautologie (ogni triangolo ha

tre angoli; a=a) Verità matematiche (Un triangolo ha 3 lati); Sinonimie (ogni scapolo non è sposato); Prove

(dimostrazioni) matematiche (Gli angoli interni di un triangolo misurano 180°)

Problemi di analiticità (Quine)

Frege definisce “senso” (o intensione) come ciò la cui conoscenza contribuisce a determinare il riferimento

(denotazione) delle parole di un enunciato. La nozione è vaga, perché non c’è alcun criterio di identità di senso (o

sinonimia) per due enunciati o termini diversi nella veste segnica, e se questo criterio manca, come individuare la

denotazione che sarebbe dovuta corrispondere al preciso senso del termine?

Data la definizione fregeiana di asserto analitico, per spiegare il concetto di analiticità bisogna prima spiegare

quello di autocontraddittorietà. Questo fa pensare al concetto di analiticità come una questione risolvibile in termini

logici, ma non è così perché per trasformare l’enunciato analitico in una verità logica occorre anche qui sviluppare

un criterio di sinonimia.

["Tutti gli scapoli sono uomini non sposati" (enunciato analitico) diventerebbe una verità logica ("tutti gli uomini

non sposati sono uomini non sposati") con l'aiuto di una regola semantica che dicesse "scapolo = uomo non

sposato" e di una regola di sostituzione che permettesse di sostituire a "scapolo" "uomo non sposato" in tutti i

contesti. Avremmo così una definizione di analiticità: un enunciato è analitico se è riconducibile a una verità

logica con l'aiuto di regole logico-semantiche. Però c'è un però: la sostituzione di un'espressione con un'altra non

deve preservare soltanto il valore di verità ma anche il significato: i due termini, cioè, bisogna che siano

cognitivamente sinonimi.]

Non esiste uno strumento logico o di altro genere utile a determinare esattamente la composizione delle qualità

essenziali di un concetto che costituiscono la sua definizione (intensione o senso). Dunque non è sempre possibile

decidere se un predicato è analitico o no (cioè “sostituibile salva veritate” -> identico) rispetto a un altro. (Quine).

Di questa ambiguità ne risentirà anche ogni uso “scientifico” che si volesse fare di un linguaggio.

Sinteticità

Kant

Per Kant gli enunciati matematici sono giudizi sintetici (cioè forniscono nuove conoscenze). Ciò avviene a causa di

una logicizzazione trascendentale dell’esperienza.

Ha ragione Kant a riguardo, poiché 2 + 2 = 4 sembra una conoscenza inclusa nell’altra, cioè una conoscenza

“analitica”, ma quanto fa 2.223.555 x 1.234.957? Il risultato è implicito (cioè “analitico”) solo nella mente di dio.

La matematica è perciò sintetica a priori (quando faccio la somma 7+5= 12 il 12 è una nuova conoscenza che non è

affatto contenuta nel 7 né nel 5 ! ).

Freghe e circolisti

Enunciati sintetici: risultano veri “in virtù dei dati di fatto”, cioè in base a una verifica empirica della loro

corrispondenza con stati di cose esistenti nella realtà

Per Frege la denotazione designa la sinteticità.

Problemi di sinteticità (Quine)

Si può conservare un duplice standard per i problemi ontologici e per le ipotesi scientifiche soltanto sulla base

dell'assunzione di una distinzione assoluta tra analitico e sintetico.

Cercare di distinguere nel singolo enunciato e in particolare nel percorso di rintracciamento del significato di un

termine la parte svolta dall'esperienza (contributo sintetico) e quella svolta dalla lingua o da altre eventuali

conoscenze a priori (contributo analitico), è impossibile.

I termini possono nominare la stessa cosa pur con significati differenti (stella del mattino → stella della sera; 9 →

il numero dei pianeti), ma per determinare questo comune riferimento dei termini differenti alla medesima entità,

nella storia è stata necessaria l’osservazione astronomica e non la mera riflessione sui significati individuali

specifici del termini!

L’Olismo di Quine

Il problema non si risolve scomponendolo in parti! (come invece aveva fatto Frege col principio di

composizionalità). Infatti i dati empirici arrivano alla mente tutti insieme, non posso essere scissi; ridurli attraverso

un qualsiasi metodo d’analisi significa snaturarli.

La comprensione del significato di un enunciato è inseparabile dalla comprensione dell’intera lingua cui l’enunciato

appartiene (concezione olistica del significato). L'avere riferimento non è una caratteristica semantica che i termini

singoli (nomi propri e predicati) hanno avulsi dagli enunciati in cui ricorrono, ma una potenzialità semantica che

essi hanno solo in quanto componenti di enunciati completi. Gli enunciati, a loro volta, sono significanti solo in

quanto facenti parte dell'intero linguaggio.

Radicalizziamo il principio di contestualità fregeano: consideriamo come unità di misura di significato l'intera

lingua cui l'enunciato appartiene. "Capire un enunciato è capire una lingua" (Wittgenstein, Libro blu -> Quine).

Allo stesso modo, la teoria scientifica ha sempre il primato sui singoli asserti.

Con Frege è stato l'asserto e non il termine (Locke, Hume) a essere riconosciuto come l'unità che deve rendere

conto di sè di fronte a una critica empirista, ma la vera unità di significato empirico è la scienza nella sua interezza.

Quine trae il dado

La nozione di analiticità come base per la discriminazione del “significato” o valore semantico (senso &

denotazione) specifico di un enunciato può andare in pensione, e con essa l’isomorfismo aprioristico nome-

significato-oggetto.

Si riservi la qualifica di analitico agli enunciati di cui (tutti) apprendiamo la verità nell'atto di apprenderne il

significato: da questo punto di vista "tutti i gatti sono animali" conta come enunciato analitico perché abbiamo

imparato ad assentire a "gatto" solo in circostanze in cui abbiamo assentito anche ad animale.

Riduzionismo e distinzione analitico/sintetico sono due dogmi che possono essere tranquillamente ripudiati senza

nocumento per l'empirismo (teoria dell’evidenza, non della verità in senso fregeano!) il quale continuerà a

sussistere attraverso le tesi: 1) Tutta l'evidenza di cui la scienza dispone è evidenza sensoriale 2) L'instillazione dei

significati delle parole poggia in ultima istanza sull'evidenza sensoriale.

Assenso e verità

Un enunciato è osservativo [cioè vero] nella misura in cui sul suo valore di verità, in qualsiasi occasione, si

registra l’accordo di qualsiasi membro della comunità.

Il significato o rilevanza di un enunciato è collegato all'evidenza che determina l'assenso o il dissenso dei parlanti.


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luca d.

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Corso di laurea: Corso di laurea in lingue e letterature moderne
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A.A.: 2009-2010

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher luca d. di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Filosofia del linguaggio e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università La Sapienza - Uniroma1 o del prof Scienze letterarie Prof.

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