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1° Lezione

Perché si studia filosofia del diritto?

Secondo Robert Alexy oggi si ha nei confronti del diritto una pretesa di correttezza perché il diritto è un insieme di norme che ha la pretesa di essere corretto. Una norma ingiusta sarebbe difettosa e non verrebbe riconosciuta, verrebbe accettata solo se si è costretti a farlo. La pretesa di correttezza segna il limite della giuridicità, limite di accettabilità del diritto, limite razionale e pragmatico, limite che matura nella prassi del diritto. Se mancasse la giustificazione, in quanto correttezza del diritto, si avrebbe una norma senza giustizia, che si faticherebbe a riconoscere.

Per secoli si è pensato (questo lo affermava anche il giuspositivismo) che è l’autorità che fa il diritto: imposizione non accettazione.

Non cognitivismo: filosofia per la quale i giudizi di valore non hanno un valore di verità. Cognitivismo etico sostiene che gli unici enunciati che possono essere ritenuti veri o falsi sono quelli morali. Non cognitivismo etico sostiene che gli enunciati descrittivi sono gli unici che possono essere veri o falsi, in quanto non sono valutativi.

Il diritto ha bisogno della correttezza, della verità; motivo per cui il diritto deve rivolgersi alla filosofia; il giurista quindi deve assumere anche le vesti del filosofo, che è il custode della verità. Rispetto al fenomeno giuridico si deve assumere un atteggiamento critico.

Che cos'è la filosofia del diritto?

“La filosofia è stata concepita essenzialmente come logos, cioè non semplicemente come discorso, semantico (esclamazione, preghiera, comando, ecc.) o apofantico (enunciazione, asserzione, annuncio), bensì come argomentazione, cioè un discorso che non si limita a dire come stanno le cose, ma cerca di giustificare, di motivare, di dimostrare quanto afferma” - E. Berti.

La filosofia è il tentativo di spiegare in maniera razionale alcuni interrogativi. Confutazione dialettica metodo tipico della discussione filosofica che consiste nello stabilire la verità di una affermazione attraverso l’accertamento dell’impossibilità di quella ad essa opposta. Se io sono in grado di dimostrare che una tesi è vera significa che la sua opposta è falsa; non possono essere vere entrambe. Ad esempio, affermare che "la verità non esiste" implica che è vero che la verità esiste (confutazione elenctica, dimostrazione per assurdo).

Nessuno accetterebbe un diritto che dice di sé stesso di essere ingiusto. Massimo Latorre spiega che il diritto è un insieme di norme, le quali sono un plesso di regole, principi e argomenti normativi, che ha la pretesa di essere corretto. Una norma che non fosse in grado di soddisfare esigenze fondamentali di giustizia, rappresentandone un caso intollerabile, sarebbe difettosa. Potremmo accettarla solo se costretti a farlo, ma di per sé verrebbe comunque giudicata difettosa (ingiustificata, illegittima o invalida). Tale pretesa di correttezza segna il limite della giuridicità, cioè di accettabilità del diritto, che fosse ingiusto ma che potrebbe essere accettato. Questo limite, evidente, matura nella prassi del diritto e dunque nell’azione posta in essere dal legislatore, dell’interpretazione dei giuristi e degli operatori del diritto. Se mancasse la giustificazione in quanto correttezza del diritto, avremmo una norma senza giustizia, che faticheremmo a riconoscere come diritto, ma che, nonostante ciò, potremmo essere costretti a rispettare.

2° Lezione

L’università nasce nel Medioevo (la caduta dell'Impero Romano d'Occidente (476). Tradizionalmente, il Medioevo si conclude con la scoperta dell'America da parte di Cristoforo Colombo (1492), evento che sancisce l’inizio dell'Età moderna) nel tredicesimo secolo, nel 1220 circa e nasce a Bologna.

Aristotele nell’epoca nicomachea ci parla dell’accademia di Platone in cui si fa filosofia insieme “synphilosophein”. Prima volta in cui questo verbo compare nella letteratura greca antica e ci fa capire cosa significa l’esserci (Heidegger lo spiegherà molto tempo dopo quando dice che la condizione dell’uomo non è solo essere, ma dasein, esserci. Noi siamo in un qui ed ora e il nostro termine tedesco traducibile come esserci, essere qui ed ora insieme ad altri, concetto fondamentale dell’ontologia di Heidegger: la nota caratteristica dell’esistenza umana è l’essere da sempre in relazione con l’altro da me). In questo esserci dice Aristotele che all’accademia di Platone tutti c’erano per cercare ciò che amano di più: la felicità. La massima felicità per i filosofi è fare filosofia con gli amici.

La filosofia nasce così e si fa insieme. Il modo in cui si fa filosofia si fa insieme perché si fa nel contesto di un dialogo che Berti distingue in dialogo in senso forte e debole. Nel dialogo in senso forte Berti dice che esso si dà in due modi diversi: come dialogo reale e come dialogo fittizio.

  • Dialogo reale: quello fra 2 persone (Tizio dice una cosa e Caio dice un’altra cosa e si discute)
  • Dialogo in senso fittizio: possibilità che qualcuno dialoghi con sé stesso, che una persona o filosofo, nel momento in cui si pone una risposta, verifica se questo è vero attraverso l’accertamento della possibilità dell’argomentazione opposta che egli sostiene (es. io cerco di confutare la mia tesi, immaginandomi la tesi opposta, io penso A e costruisco la tesi opposta NON-A con tutti i motivi che sostengono NON-A)

Berti dice che il dialogo fittizio è precedente al pensiero per la sua struttura così intima, come diceva Platone il pensiero è un dialogo dell’anima con sé stessa. Berti dice che il dialogo per un filosofo non è una mera situazione di fatto, non è un atteggiamento eticamente raccomandabile. Non si può far riposare l’esigenza di dialogo su una scelta di valore individuale. Il motivo e la ragion d’essere del dialogo consiste in una condizione imprescindibile dell’argomentare dialetticamente e pensare filosoficamente. Berti dice che considera il dialogo non semplicemente un fatto (un fatto vuol dire che può esserci oppure no, il fatto si situa nel contingente), lui lo considera una struttura trascendentale (“Verum, Bonum ed Esse: imprescindibile cioè innegabile i trascendentali del pensiero”) dell’argomentazione filosofica dato il carattere dialogico di quest’ultima.

“La verità non esiste”: chiunque afferma questa cosa implica il suo opposto: afferma una verità. È trascendentale del pensiero. Il dialogo allo stesso modo è innegabile quindi trascendentale: se io dico che il dialogo è negabile, devo mostrare i motivi per cui esso è innegabile, quindi devo fare un dialogo. Per negare il dialogo, devo dialogare. La stessa cosa la dicono due filosofi contemporanei (Harbemas e Karl Otto Apel), loro dicono la stessa cosa della situazione comunicativa che è innegabile perché se la volessi negare dovrei comunicare.

“Politikòn zôon”: Noi siamo animali linguistici: Aristotele diceva “animale politico”. Se io dicessi che il dialogo è solo un fatto, una situazione eticamente raccomandabile vorrebbe dire che in sé dipenderebbe da una mia scelta, invece no. Il fatto di dire che un dialogo è una situazione trascendentale dell’esistenza umana vuol dire che se qualcuno pretende di negarlo, non può. Il dialogo e la sua possibilità di manifestarsi non dipendono da noi. Da noi dipende solo il fatto di poterlo accogliere e riconoscere. Il dialogo corrisponde alla struttura trascendentale dell’esperienza perché è innegabile.

Innegabile è anche la filosofia. Aristotele nel Protrettico dice: Una delle caratteristiche di questo sapere, della filosofia, è che è innegabile. Però il fatto che sia innegabile non vuol dire che tutti la facciano. Questo ci fa capire perché il diritto e il vivere insieme rispondono a certi principi, perché il diritto è fatto in certo modo e non dipende da noi, certe cose del diritto non le creiamo, le accogliamo e le riconosciamo. Tutto questo si sviluppa in Grecia. La filosofia ha origine in Grecia (questo è un fatto, è così).

Perché ha origine in Grecia? È contingente o necessario?

Alcuni sostengono che necessariamente la filosofia ha origine greca, non poteva non nascere lì (Hegel, Heidegger).

Ma perché nasce lì? In Grecia la filosofia nasce in Asia Minore, il territorio di confine. Oltre quel confine vi era l’Impero persiano. La filosofia nasce nel punto in cui l’uomo greco si confronta con quello persiano. Il primo che usa la parola filosofia fu Platone in Grecia; Il primo che usa la parola filosofo fu Eraclito in Grecia; I greci si concepivano già come ellenici, sapevano che erano diversi dagli altri perché erano uomini liberi. Le condizioni di fatto della filosofia sono tre, secondo Guattari e Deleuze:

  • Pura sciabilità come ambito di immanenza: come le condizioni in cui noi siamo, come indole innata all’associazione che si lega alla sovranità imperiale, nell’impero persiano non esiste la libertà del singolo, la discussione, il dialogo perché tutti devono pensare come pensa il sovrano.
  • Amicizia: in quei luoghi c’è un'indole innata all’associazione, ma anche la rivalità cioè il piacere di rompere l’associazione.
  • Opinione: nelle colonie greche sedevano uomini liberi, capaci di porsi dubbi, di avere delle proprie opinioni libere.

NB: Uomini saranno tutti liberi davvero però con il cristianesimo in cui la schiavitù viene vista come ingiusta e le donne sono finalmente viste come uguali agli uomini. La parola può essere molto violenta come le armi, questa consapevolezza si dà proprio lì, ancora prima della nascita della filosofia: nell’Iliade.

Se noi siamo in una situazione di dialogo, il primo problema è quello di vivere insieme. La filosofia è una societas, comunità fatta di uomini liberi non schiavi in cui si discute veramente (il conflitto è una forma di dialogo). La filosofia è libera, ma anche utile. La filosofia è libera, se è libera vuol dire che non può venir imposta altrimenti non sarebbe più utile. Per quanto sia innegabile, non è vero che dappertutto serve la filosofia, è un tipo di sapere totalizzante non perché riguarda tutto (l’ingegnere non ha bisogno della filosofia), ma perché riguarda sempre chi la mette in essere, perché è un sapere come diceva Heidegger di cui ne va noi stessi, chi fa filosofia corre sempre il pericolo. Fare filosofia non vuol dire esercitare il sapere come un altro, il soggetto è sempre parte del sapere che sta mettendo in essere. Nella modernità si pensava sbagliando che questa forma di conoscenza fosse oggettiva, soggetto mai parte del sapere, non è così. Il soggetto è sempre parte del sapere, il filosofo quando filosofa sa che sta domandando anche su sé stesso, totalizzante perché riguarda oggetto, soggetto e relazione tra soggetto ed oggetto e relazione del soggetto con altri soggetti. Kant ci dice che l’oggetto non ci è mai stato e, vittima della follia kantiana, questa teoria lo porterà ad una visione nichilista che lo porterà a togliersi la vita. Dunque quando si fa filosofia è pericoloso, ci si può perdere.

La filosofia oltre che totalizzante, è problematica (problematicità in atto), non perché domanda su tutto, ma perché è l’unico sapere in grado di domandare su stesso (stesso motivo per cui è innegabile). Non è conversazione la filosofia perché filosofare non è filosofeggiare. Varzi ritiene che fare filosofia significhi sostituire dei punti esclamativi con dei punti interrogativi, esercitare la pratica del dubbio, contemplare nuove possibilità (ecco perché è utile) o immaginare nuovi scenari di vita, farsi domande che nessuno si è mai fatto prima. Ecco perché è un esercizio di libertà: essere liberi vuol dire richiedere a sé stessi, domandarsi su ciò che succede intorno a noi. Alcuni problemi filosofici si pensava fossero da abbandonare, ma abbandonarli non è tanto bello.

La filosofia tiene alto il senso della meraviglia: la meraviglia è la tipica attitudine taumazein, del filosofo; il filosofo è colui che guarda con gli occhi del bambino. Guarda il mondo con occhi diversi = filosofia. Gli uomini hanno iniziato a filosofare a causa della meraviglia che non è solo il stupefarsi avanti alle cose, ma domandarsi su di esse. Il bambino che dice “ANVEDI!” (forma più genuina di stupore). La meraviglia è l’attitudine filosofica per eccellenza.

3° Lezione

Di fronte a certi episodi ci domandiamo perché accade qualcosa, che rischia di restare ‘filosofeggiare’. Si dice sempre che la filosofia nasce con la domanda, ma poi si pensa sempre che tanto le cose rimangono sempre uguali, la filosofia resta cioè ‘filosofeggiare’. Corrado Guzzanti sul messaggio della filosofia: cercare. La filosofia nasce con la domanda e si gioca con tale problema ma non rimane solo questo. Perché in realtà si incarica di fornire anche una risposta. La filosofia, rispetto agli altri saperi, gode della possibilità di essere giocata sull’elemento della razionalità. Importante: i miti non sono quelle storielle che si raccontavano prima che nascesse la filosofia; questi sono forme sapienziali che la filosofia non rinnega, ma che rispetto ai quali rappresenta le cose secondo necessità.

Come si dà la risposta? ‘Quid est veritas’. Quindi i concetti si creano nella sperimentazione, ma attenzione: la filosofia non è storia della filosofia, bensì un divenire di concetti. Questo perché non può essere ridotta alla storia, quel susseguirsi di accadimenti secondo cui il passato è passato; perché la filosofia è un sapere totalizzante; il concetto, nel suo divenire, è sempre attuale, cioè la sperimentazione è sempre ciò che sta facendosi. Il nuovo e l’interessante sostituiscono l’apparenza di verità (la storia è solo l’insieme delle condizioni quasi negative che rendono possibile la sperimentazione, perché? La sperimentazione nel suo divenire sfugge alla storia). Perché?

Il concetto filosofico ci interroga costantemente, e se ciò non succedesse non desterebbe in noi meraviglia. Se la filosofia venisse dunque ridotta a storia sarebbe qualcosa di ‘morto’. La filosofia nasce in Asia Minore nel VI secolo. Fondamentale caratteristica della filosofia è il dialogo, che si attua nel confronto fra due interlocutori (nel dialogo reale) che rappresentano però due tesi opposte. Ciò che rileva ai fini del dialogo non è il numero di interlocutori ma quello di tesi. Moderno e classico possono identificarsi in senso categoriale (abbiamo elementi di classicità nell’epoca moderna ma anche di modernità nell’epoca antica) nell’epoca moderna (1600) si inizia a dire che lo Stato è la somma degli individui (giusnaturalismo), mentre nel pensiero classico si pensava che noi fossimo in virtù della polis e non il contrario. Non è dunque vero che il dialogo è ciò che serve affinché uno dei due individui vinca sull’altro (profondamente errato) poiché ciò vuol dire che la posizione ritenuta vera sarà quella sostenuta da chi ha vinto (mentre il dialogo serve per accertare la verità), quando in realtà chi dice la verità ha ragione, non che chi ha ragione dice la verità; ‘la verità non esiste’ (Platone), dunque nel dialogo il vincitore avrebbe dovuto essere più bravo a conquistare l’uditorio. La verità in realtà esiste ma il vero problema è trovare i mezzi per accertarla. Nel dialogo si scontrano opinioni, ognuno cioè avanza una pretesa di verità, che solo dopo il dialogo si scoprirà se essere veramente vera o meno. Per questo serve:

  • Identità di oggetto: le tesi devono essere opposte (A e non-A) perché vertono sullo stesso oggetto;
  • Relazione fra identità (oggetto) e differenza (tesi/soggetti): si potrebbe dire che la differenza fra la filosofia (esperienza filosofica) e un sapere astratto come la dimostrazione matematica è che quest’ultima, pur essendo una bellissima esperienza, non interroga il soggetto, è astratta; la prima invece può incidere profondamente sulla mia esistenza perché non guarderò più allo stesso modo; Talete di Mileto, nel novero dei filosofi naturalisti, per cui il principio delle cose è nell’acqua; il problema è che la loro idea di natura era diversa dalla nostra; la physis (natura dei greci è la physis e in latino il termine participio futuro di physis), nascor, cioè ciò che è sul procinto di nascere; oggi invece per natura intendiamo ciò che già è. Per Platone ‘la physis è ciò che è in tutte le cose’.
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Scienze giuridiche IUS/20 Filosofia del diritto

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher paola_01 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Filosofia del diritto e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Trento o del prof Puppo Federico.
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