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Capitolo primo: occidente – oriente; democrazia – islam

Oriente – occidente; Europa – islam. La questione dell’identità

Esistono due modi essenziali per definire l’identità dei singoli, come dei gruppi, degli insiemi umani più o meno vasti. Una prima modalità è quella data dalla definizione positiva, dalla caratterizzazione in positivo, rispetto a una scala di valori che si ritengono caratterizzanti un tipo di uomo, in senso più vasto, l’uomo par excellence. Ad esempio ci si definisce per la buona nascita, come i ben – nati. Oppure per la virtù guerriera, per la virilità. I valori a cui ci si riferisce quasi sempre caratterizzano tanto la dimensione fisica – corporea dell’uomo, ad esempio la bellezza, che quella spirituale, il “carattere”, lo stile di vita, le attitudini esistenziali. Esiste, naturalmente, una scala gerarchica di valori che varia a seconda dei contesti storici e geografici, sociali come culturali.

Nel Corano, ad esempio, si legge che “il migliore fra gli uomini è chi più teme Dio” (XLIX, 13). In tal modo si vuole significare il passaggio da un modo di valutare gli individui per l’appartenenza a un gruppo umano, a un clan, per i legami di sangue e di collocazione tribale, a un giudizio sul valore individuale che diventa un tutt’uno con la religiosità del singolo, con il “livello” della sua fede, con il suo ruolo nella comunità, che nell’Islam si definisce in quanto Umma, “comunità dei credenti”. Il migliore è quello più credente fra i credenti, quello che “più teme Dio”. Questo modo di definire il valore umano è doppiamente significativo, non solo perché sta a indicare un passaggio di genere nel giudizio, dall’appartenenza tribale a quella religiosa, ma pure perché connota un particolare modo, quello tipico dell’Islam, per definire la religiosità. In una prospettiva cristiana, ad esempio, si direbbe che il migliore degli uomini è chi più ama Dio (ed in modo consequenziale si comporta).

Per la visione del mondo tipica dell’Islam, che alla lettera significa “sottomettersi a Dio”, la religiosità è indice di assoluta dedizione/sottomissione a Dio, di assoluta separazione, distanza ontologica tra il “servo di Dio” e il “Signore dei mondi”. C’è un altro modo per definirsi, per tracciare i contorni della propria identità. Un modo per opposizione, “a contrario”: noi siamo “altro”, noi siamo diversi da un tipo d’uomo nel quale non ci riconosciamo.

Possiamo presentare questo concetto in altri termini: l’individuo radicalmente altro da noi, incarna e rappresenta valori e stili di vita davanti ai quali noi possiamo definirci solo a partire dalla constatazione che questi ultimi sono agli antipodi dai nostri. Potremmo dire, hegelianamente, che di fronte alla negazione di ciò che ci rappresenta, noi, a nostra volta, possiamo caratterizzarci solo in termini negativi, come altro da questo modo radicalmente diverso di essere/esistere. Noi, negando la differenza, ciò che ci nega come altro da noi, non – io, riaffermiamo positivamente noi stessi.

Ma in realtà, un individuo, una comunità, un popolo tendono sempre a definire i valori con i quali giudicano e “misurano” la vita, a partire da se stessi, finendo spesso con il confondere le proprie categorie, la propria “visione del mondo” con il mondo tout court. Quindi solo in seconda istanza a definire l’altro come, appunto, ciò che è altro da noi.

Ma la questione dell’identità è come quella del nostro linguaggio, che forse meglio di ogni altro elemento rappresenta ciò che noi siamo, poiché è la più completa e complessa rappresentazione della nostra cultura, della nostra provenienza, delle nostre relazioni ed interazioni.

La nostra identità come il nostro linguaggio, poiché è il risultato della nostra interazione con il mondo umano, continuamente si ridefinisce e si “aggiusta”. Ognuno ha bisogno di un’identità, di una caratterizzazione forte; di avere una scala di valori, di principi, dei codici di differenziazione dagli altri che sono pure sistemi: per leggere, “codificare” ciò che è l’altro da noi. L’identità è pure una modalità a partire dalla quale è possibile tanto la comunicazione che lo scontro. Ogni dialogo, ogni comunicazione inizia con una dichiarazione di identità che, in qualche modo, ne preannuncia gli orientamenti ed i presupposti: “Io sono il signore Dio tuo, non avrai altro Dio al di fuori di me”, ad esempio, stabilisce con l’identità del parlante un rapporto gerarchico di dipendenza.

Dal modo in cui ci si definisce, discende il modo in cui definiamo gli altri. Non a caso in molte culture, i popoli si sono definiti semplicemente come “il popolo degli uomini”, quasi a rappresentare se stessi come i veri, i soli rappresentanti in modo compiuto dell’essere uomo.

Esiste una vasta gamma di identità. Già la superficiale lettura di un documento che attesta la nostra identità, ci mostra come noi abbiamo “almeno” tre identità. La prima si riferisce alla nostra specificità individuale, costituita dai nostri dati personali, il cui insieme fa di noi soggetti unici, assolutamente differenziati. Accanto a questa identità se ne presenta un’altra, più ampia, data dalla nostra appartenenza a una determinata nazione, come ad esempio l’Italia. Infine c’è una terza identità, data dall’appartenenza all’Unione Europea. Tra queste tre oltre di loro, esistono una serie di altre identità fatte di luoghi, culture, appartenenze: di tipo regionalistico, ad esempio, od universalistico.

Una caratterizzazione identitaria è quasi sempre connessa a categorie come il tempo e lo spazio (i primi dati della nostra carta d’identità sono luogo e data di nascita) entro le quali ogni esistenza si svolge. Tanto lo spazio che il tempo, in quanto vissuti dall’uomo, sono anche e soprattutto categorie culturali. Lo spazio, che accoglie la presenza umana, non solo è plasmato da tale presenza (la storia dell’arte, dell’architettura e dell’urbanistica è la storia della presenza umana sul territorio) ma ne diventa simbolo e rappresentazione. Ad esempio, avere una certa nazionalità in quanto si è nati in un determinato territorio significa appartenere alla storia di quel territorio e delle persone che su di esso hanno vissuto.

Anche il tempo della vita umana ha forti valenze culturali; quello che infatti noi definiamo “tempo” è solo un modo per indicare le varie fasi, i vari momenti, dei processi vitali della storia umana. Il passato ed il futuro indicano un prima e un dopo di una realtà, di un processo che è percepibile immediatamente e non come rappresentazione solo nel presente. Quando noi evochiamo un certo spazio, o un certo tempo, il Medio Evo cristiano, ad esempio, immediatamente rinviamo ad un contesto culturale, perché tutti i processi umani che si svolgono nello spazio sono sempre processi culturali.

A questo punto possiamo porci una domanda centrale ai fini del nostro tema di fondo (Democrazia e Islam): nel corso del tempo si sono costituite delle realtà che si sono mantenute e riproposte conservando i loro fondamentali caratteri identitari? E se esistono una serie di identità/culture/civiltà che si sono conservate e riproposte nel corso dei secoli, può allo stesso tempo delinearsi uno scontro di identità/civiltà che nel tempo è divenuto una costante?

La prima questione da definire è se esistono queste realtà, queste identità/civiltà che si sono riproposte nel corso dei secoli. Se il XX° secolo è stato caratterizzato per la gran parte della sua durata, per circa settanta anni, dallo scontro tra ideologie (nazismo, comunismo, democrazia), oggi sembra emergere un nuovo soggetto che prende il posto del Comunismo, l’Islam, che è allo stesso tempo un antagonista, l’antagonista storico dell’Europa. L’Islam, con una certa continuità, ha rappresentato, dal punto di vista della religione, della civiltà e del costume, per 1400 anni l’alter dell’Europa e, per più versi, il binomio conflittuale Occidente – Oriente è stato rappresentato dalla storia dell’incontro/scontro Europa – Islam.

Occidente / oriente: alcune considerazioni sulla genesi di una contrapposizione

Esiste un’identità europea/occidentale?... E se sì, di che natura sono i tratti che la caratterizzano? Culturali, religiosi, ideologici, ”raziali”? Procediamo con ordine. In che senso è possibile l’identificazione Europa/Occidente che cosa dobbiamo intendere con questi due termini?

Europa è un nome greco, di un personaggio mitologico, sorella di Cadmo e madre di Minosse figlio suo e di Zeus, Padre degli Dei. Ma Europa è anche uno spazio geografico e, sin dalle origini stette ad evocare una serie di valori, un’“ideologia” che identifica gli abitanti dell’Europa. Per i Greci il mondo da loro conosciuto (quello che la loro appariva come il mondo tout court) si componeva di tre diverse realtà: l’Asia; l’Europa e la Libia (Africa). Tutta la parte orientale, al di là del Bosforo, era considerata Asia: le terre in gran parte conquistate da Ciro il Grande e poi governate dai suoi successori della dinastia achemenide, fino alla conquista di Alessandro il Grande. Una terra sconfinata che andava dall’Egitto e dalle coste dell’attuale Turchia, al fiume Indo.

L’Africa conosciuta dai Greci, come poi dai Romani, era la parte che va dall’attuale Marocco alla Somalia, o meglio la fascia costiera ed alcune centinaia di chilometri dell’entroterra, allora molto più verde e rigogliosa di adesso. L’Europa di cui parlano i Greci, se si escludono i territori immediatamente al nord e all’ovest della Grecia, era in gran parte costituita dalla fascia costiera che lambisce a settentrione il Mediterraneo. Il Mediterraneo occidentale vede, accanto alla presenza etrusca, quella egemone cartaginese, mentre il Mediterraneo orientale è un mare greco. La Sicilia, isola nella quale sono presenti tanto i Cartaginesi che i Greci, fa da spartiacque tra il Mediterraneo orientale e quello occidentale.

Quella che in epoca moderna è conosciuta come la contrapposizione Occidente-Oriente, in realtà nasce come un conflitto Europa-Asia o, per essere più precisi, tra Occidente ellenico ed Asia persiana. Questa opposizione per un verso ha origini che si perdono nel mito e per un altro fin dal suo inizio si presenta per più versi come una stasis cioè come un conflitto intestino, una lotta fratricida. Scrive Santo Mazzarino: “Asia ed Europa sono i due termini con cui siamo solo di designare l’antitesi Oriente-Occidente. Erano anche termini con cui quella antitesi era indicata dai Greci stessi. La storia di Erodoto ‘filo barbaro’, è tuttavia la storia dell’antico conflitto per cui i Fenici rapirono Io argiva, e poi, per vendetta, certi Greci rapirono Europa fenicia; indi nuova offesa dei Greci, col rapimento di Medea, e nuova degli Asiatici, col ratto di Elena e la guerra di Troia, sicché, dopo questa leggendaria preistoria, si inserì il conflitto di Lidii e Greci, e poi di Ioni ribelli e Persiani, e infine le guerre persiane stesse, culmine di una mitica e storica vicenda”.

C’è “una vecchia e famosa opinione” per usare le parole di Mazzarino, secondo la quale l’Asia si identificherebbe naturalmente con l’Oriente in quanto starebbe ad indicare in lingua accadica il luogo in cui sorge il sole (asu) mentre l’Europa, di converso la terra in cui il sole tramonta (erebu), quindi, rispettivamente, Oriente ed Occidente. In tedesco l’Occidente si definisce come Abendland, alla lettera “la terra della sera”, del tramonto, appunto. Posta in questi termini la dicotomia Oriente-Occidente rinvia piuttosto a due realtà complementari in quanto si riferisce a due momenti, iniziale e finale, di un unico processo: quello del sole che, per più versi, è lo stesso della vita. Oriente-Asia ed Occidente-Europa sembrano quindi avere un senso, almeno se ci fermiamo all’etimo, solo di tipo relazionale, si implicano a vicenda, sembrano essere parti di un tutto, momenti di un processo che le ricomprende.

La “questione” Occidente-Oriente se si osservava con lo sguardo a ritroso dell’europeo moderno (perché soltanto nella modernità si definisce in questi termini), si palesa pure come la vicenda dell’Europa ed i suoi nemici, vicenda che si può variamente declinare come Europa-Asia; Grecia-Persia; Roma-Cartagine; Cristianità-Islam; Democrazia-Comunismo; Democrazia-Islam. Come insegna Nietzsche (fra gli altri) oltre che a definirci per quello che siamo, ci definiamo anche attraverso i nostri nemici.

La vicenda di questa contrapposizione ha un inizio che si colloca nella storia: si comincia a costituire a partire dallo scontro tra Persiani e Greci. Questa contrapposizione viene a crearsi nel momento in cui i Persiani, con Ciro il Grande conquistarono l’Anatolia, sottraendola ai Lidi, assoggettando un territorio che ricomprendeva nella fascia costiera una serie di città greche, prima fra tutte Mileto, che mal sopportarono il passaggio dal dominio degli ellenizzati sovrani lidii a quello di una potenza diversa e distante, quale quella persiana, e alla quale finirono con il ribellarsi, coinvolgendo in questa rivolta la stessa madrepatria, la stessa Atene. E finirono con l’essere schiacciati e Mileto, la città guida degli Ioni, fu alla fine assediata ed incendiata e tale evento restò una ferita aperta nella stessa madrepatria, al punto che quando fu in seguito rappresentata la tragedia di Frinico sulla drammatica presa di Mileto, si ebbero fra gli spettatori scene di panico e cordoglio collettivo, tanto che si vietò la rappresentazione della tragedia e il suo autore fu multato.

La prima invasione della Grecia, voluta da Dario e fermata a Maratona (490 a.C.) ebbe come giustificazione ideologica da parte della propaganda persiana l’aiuto degli Ateniesi ai ribelli Ioni, sudditi del Gran Re. Fu presentata come una rappresaglia contro tale intervento in aiuto dei Greci d’Oriente. Le due guerre mediche del 490 e del 480 a.C., con le epiche battaglie che le contraddistinguono (Maratona-Termopili-Salamina-Platea) segnarono la nascita della “coscienza nazionale greca”, insieme coscienza della propria identità e di una alterità reale, quella persiana, vista allo stesso tempo come differenza e minaccia.

Non più Ελληνεζ χαίβάρβαροί, formula con la quale prima si indicavano i popoli della terra, come dire Greci e non Greci: coloro che parlano greco e quanti male lo parlano e male lo capiscono, i “balbuzienti”, gli stranieri, gli allogeni. Ora i barbari acquistano una loro identità positiva e la loro alterità appare pure come una alternativa di vite e valori, a partire dall’abbigliamento. Come accadrà 2000 anni dopo quando i cristiani che dismettevano i loro abiti per “vestire alla turca”, con quel cambio di veste stavano ad indicare il loro “farsi turco”, l’abbracciare l’Islam e trasformarsi tanto esteriormente che interiormente. I Greci come Temistocle e Alcibiade che trovarono asilo presso il Gran Re quando cambiarono d’abito, vestendo come i Persiani, stavano ad rappresentare la loro vicinanza ad uno stile di vita al quale si riconosceva la dignità di una organica Weltanschauung.

Non fu soltanto l’“oro persiano” ad avere un ascendente nelle vicende interne della Grecia, ma pure lo stile di vita della civiltà persiana, al punto che Senofonte nella Ciropedia, prende Ciro come l’esempio più fulgido di governante, un modello di paideia, di formazione umana, di Bildung. Allo stesso tempo, però, a partire dalle guerre persiane in Grecia si elabora l’idea della propria identità come ideologia della libertà contrapposta a quella della non libertà persiana. In tal modo alla contrapposizione Grecia-Persia viene caratterizzata come l’alternativa fra la libertà e il dispotismo, dove la libertà viene variamente declinata: autonomia; non dipendenza; isonomia; uguaglianza. Allo stesso modo il dispotismo è schiavitù (in Persia solo uno è libero); dipendenza; arbitrio; diseguaglianza.

I principi della libertà e dell’uguaglianza sono intesi in una prospettiva propria a tutti i Greci, per certi versi panellenica, come libertà dall’oppressione esterna e capacità-volontà di autodeterminazione, ma pure come comunanza di lingua, religione, costumi, valori. Quando ad Atene, nel corso della seconda invasione persiana, giunge una delegazione macedone per perorare l’alleanza con il Gran Re e, quasi contemporaneamente un’ambasceria spartana preoccupata per una tale evenienza, gli Ateniesi rispondono ai primi che “fino a quando il sole seguirà la stessa strada per cui va ora, mai e poi mai verremo ad un accordo con Serse”, quasi a significare una fisica impossibilità, un’eventualità contro natura. E per rassicurare gli Spartani, sull’impossibilità di un’alleanza con Serse, gli Ateniesi usano queste parole: “Molte e gravi sono le ragioni che ci impediscono di fare questo, anche se lo volessimo. Prima di tutte e più di tutte importanti le immagini e le dimore degli dei incendiate e sconvolte che noi dobbiamo di necessità vendicare fino all’estremo piuttosto”.

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Scienze giuridiche IUS/20 Filosofia del diritto

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