Filosofia del diritto
La parola "filosofia" deriva dal greco "filo-sophia": amore per il sapere. Nel mondo greco vengono elaborati vari miti, l’amore è figlio di ricchezza e povertà. L’amore, quindi la filosofia, non può mai essere posseduto completamente, ma è in continuo movimento. Prendiamo ad esempio “Amore e Psiche”, nel momento in cui viene illuminato il volto dell’amore essa scompare.
Definizione d’uso
Per filosofia del diritto s’intende la ricerca dei fondamenti dell’esperienza giuridica che si compie ponendo a problema i dati che ci circondano. Si fa filosofia del diritto quando ci si chiede il perché dell’esperienza giuridica, ci si interroga sul significato, sul fondamento, sulla finalità che organizza i rapporti intersoggettivi.
Il processo di Socrate
Ci troviamo nel 399 a.C., Socrate si trova in tribunale per un’accusa ricevuta da tre ateniesi. Il reato? Empietà (non venerazione degli Dei d’Atene) e corruzione (dei giovani).
Chi era Socrate?
Era un anziano che andava in giro per Atene e fermava i passanti interrogandoli sulle loro insicurezze e certezze. Era considerato un tafano: punzecchiava gli ateniesi per dimostrare che le loro certezze erano false. Per alcuni era un saggio da imitare, che rifiuta il dogmatismo e lo scetticismo. Per altri è uno scocciatore che impedisce la tranquillità. Per pochi è il capo dei sofisti (corrente filosofica che, basandosi sulla sofistica, mirava ad insegnare ai giovani a criticare senza ragione). Per i più era uno a cui dare una lezione (accusa), ma non la pena di morte.
Le domande fondamentali
- Perché gli ateniesi lo condannano?
- Perché non fugge quando i capi glielo propongono?
Fino a che punto bisogna obbedire alle norme? E ha senso chiedersi se ha senso obbedire? Viviamo in un mondo pieno di norme in cui prevale la positività, cioè qualsiasi cosa ha delle caratteristiche giuridiche, è giusta. Qual è il rapporto fra singole regole e rispettabilità? Qualsiasi tipo di procedura favorisce il rispetto della giustizia e l’affermarsi della legge.
Il tribunale di Atene
Torniamo a Socrate: viene portato in tribunale. Ad Atene il tribunale era diviso:
- Areopago (per tutti i reati di sangue)
- Degli eliasti (per tutti gli altri reati)
Il tribunale degli eliasti era diviso secondo due tipi di sanzioni:
- Pena fissa
- Pena da stabilire secondo una procedura
I reati di Socrate non prevedevano una pena fissa, ma doveva essere una giuria popolare composta da ateniesi che avevano compiuto 30 anni. La giuria per il processo di Socrate era composta da 501 membri. Il processo doveva durare dall’alba al tramonto. Durante il processo la giuria emette un’accusa e l’accusato deve difendersi da solo. Viene fatta una prima votazione:
- Se viene ritenuto innocente (maggioranza ciotoli bianchi) con una percentuale elevata, sono gli accusatori ad essere portati in tribunale. È ovvio che muovere una giuria di 501 persone per un processo inutile non poteva succedere.
- Se viene ritenuto colpevole (maggioranza ciotoli neri) si passa alla seconda fase.
La seconda fase del processo
L’accusa propone una pena da imputare al condannato, l’imputato deve proporre una pena adeguata per la gravità del reato. A questo punto viene fatta una seconda votazione in cui viene decisa quale delle due pene sottoporre al condannato. Una volta decisa la pena, è il tribunale degli 11 a dare la notizia al condannato.
La difesa di Socrate si basa sulla sua innocenza. Lui sa di essere innocente e accusa i tre accusatori di averlo trascinato in tribunale ingiustamente, di avergli mosso delle accuse senza senso, vuote. E lo prova: perché Socrate è il tafano di Atene? Perché obbedisce ad Apollo. Infatti, Socrate va dall’oracolo di Delfi e viene proclamato da Apollo l’uomo più sapiente di Atene, ma l’unica cosa che Socrate sa è che non sa, cioè lui sa di non sapere. Così ha iniziato ad andare in giro chiedendo a tutti cosa sapevano, ma si è accorto che non sapevano niente, mentre almeno lui una cosa la sapeva. In questo modo irrita la giuria ricordandogli la loro ignoranza.
L'accusa di corruzione
Perché lo accusano di corrompere i giovani? Lui ha solo dimostrato che le credenze popolari sono senza basi, ma se neanche lui sapeva, se era consapevole di non sapere, come poteva insegnare agli altri. Allora minaccia la giuria: “se mi condannerete vivrete una vita nella consapevolezza di essere nel torto, una vita ingiusta”. Quindi Socrate basa la sua difesa facendo in modo di far capire alla giuria che l’accusa si sta contraddicendo oppure che stanno dicendo la stessa cosa: metodo confutatorio, mostra le contraddizioni di quello che l’altro dice.
Socrate non dice di aver ragione, ma ammette di averla perché sa di non averla. È sapiente perché sa di non sapere e smonta le tesi dell’accusa. Non è scettico e non cade nel dogmatismo.
Il discorso non ha un buon effetto. Su 501 membri:
- 280 lo giudicano colpevole
- 221 innocente
Nella seconda fase l’accusa chiede la pena di morte, Socrate chiede di essere mantenuto a vita nel Pritaneo a spese della città o, se essi acconsentivano, a spese dei suoi discepoli. Il Pritaneo era il luogo dove venivano mantenuti gli atleti e gli eroi. Nella seconda votazione: 360 membri chiedono la pena di morte, di cui 80 di coloro che lo avevano giudicato innocente (la difesa li aveva irritati – contraddizione).
Socrate dice che hanno fatto una scelta sbagliata ed hanno messo la città di Atene in condizione di non sapere e non pensare. A chi lo ha ritenuto innocente dice che è per volere degli Dei. Lui non ha paura della morte, ma teme di vivere ingiustamente. Nell’aldilà troverà interlocutori favolosi ai quali chiedere ragione delle loro certezze.
Socrate e la fuga
La maggior parte della giuria era sconvolta dal risultato, ma sapevano che Socrate sarebbe potuto scappare, quindi si applicano per farlo fuggire. Ma Socrate non fugge. Così chiamarono Critone, suo amico, per far sì che lo convincesse a fuggire. Socrate rifiuta gli inviti di Critone. Secondo lui, gli amici, la famiglia non sono una giusta motivazione per fuggire. L’unica motivazione giusta è credere che sia giusto. Per un uomo giusto come lui, è giusto vivere bene. Pensa che sia giusto vivere solo se è più giusto che morire. Per due motivazioni Socrate non vuole fuggire:
- Fuggendo risponderebbe al male con il male, dovrebbe perciò fuggire per sempre.
- Fuggendo si sottrarrebbe alla promessa fatta presentandosi volontariamente al tribunale.
È giusto rispondere al male con il male? È giusto sottrarsi alla promessa quando non conviene più? No, perché è contraddittorio per uno come lui che ha sempre cercato il giusto.
Nonostante la condanna sia iniqua, Socrate dice che scegliendo di vivere ad Atene accetta le leggi e le condanne della polis: persuasione (non ha dato effetti positivi) e obbedienza (ciò che fa Socrate).
Critone e l'idea della fuga
Socrate è tentato da Critone per fuggire. Non fugge perché lo ritiene ingiusto: come cittadino (sottraendosi ad una scelta fatta dalla polis andrebbe contro la sua città), rifiuta l’idea della liceità di un’ingiustizia (rispondere al male con il male). In questo modo si oppone all’idea diffusa secondo la quale rispondere al male con il male è corretto.
Nel momento in cui decidesse di fuggire sarebbe ingiusto nei confronti della polis: lui fa parte della polis. Per uno come lui, che si ritiene giusto, fuggire lo renderebbe ingiusto come uomo. Altre motivazioni per cui non accetta di fuggire:
- Dove va? Può trovarsi di fronte a tre situazioni:
- Meglio: non lo processerebbero per gli stessi crimini, ma lo farebbero per essersi sottratto ad una condanna.
- Uguale: prima o poi gli ricapiterà di essere processato per lo stesso motivo.
- Peggio: se deve fuggire per vivere peggio, tanto vale che resti ad Atene.
- Prima o poi si troverebbe comunque di fronte alle leggi dell’Ade, alle quali non si può sfuggire.
La riflessione di Socrate
Cosa fa Socrate? Come Ettore prima di combattere contro Achille, si ferma a pensare a cosa fare. Ettore, dialoghista, ovvero cerca di capire cosa è importante per lui. Ettore è il prode, di fronte alle tre alternative (fuggire, combattere, dialogare) sceglie di combattere, proprio perché lui è il prode. Ma sceglie dopo aver passato in rassegna la sua vita. Socrate ha sempre vissuto come giusto e non può fuggire per questo motivo. Socrate non considera l’idea di andare in un isolotto e fondare una polis giusta: non ipotizza un’utopia. La parola utopia (u – topos: u “eu” bene o “ou” non – topos luogo), è una parola moderna, è stata creata nel 1516 da Tommaso Moro (successivamente arrivarono i pensatori utopistici). Socrate non valuta quest’opportunità in quanto non può essere contemplata da persone che non sanno, e Socrate è sapiente perché sa di non sapere.
Il motto di Socrate è “so di non sapere” e quindi è consapevole dei propri limiti (ne abbiamo le testimonianze nell’Apologia e nel Critone). Viene imputato per empietà e corruzione, si difende in modo filosofico, non si commisera e non sminuisce i suoi comportamenti, ma mostra come gli accusatori si contraddicono. Si fa carico del punto di partenza dell’avversario e fa in modo di far capire che si contraddice, questo è un modo molto forte e particolare di difendersi. Chiede: “cosa ho insegnato ai giovani? A cercare costantemente, a non dare nulla di scontato, a non avere certezze, a porre in discussione tutto, a interrogare”. Si è difeso secondo il metodo confutatorio, cioè mostrando le debolezze dell’avversario. Socrate è in costante ricerca della verità, ci ha insegnato come non ha temuto la morte, ma vivere un vita ingiusta. Benchè la singola regola (l’imputazione a suo carico) è ingiusta, l’essere giusti comporta l’osservanza della regolarità. Altro importante tema è: la vita politica vive in continua tensione tra legalità e giustizia. Socrate muore per essere giusto secondo una cattiva interpretazione delle leggi. Accetta una sentenza ingiusta in quanto è un uomo giusto. Va rispettata la regolarità legale e il suo contenuto di giustizia, questa è una problematica del vivere politico, ovvero l’estrema difficoltà di porre regole per far rispettare la regolarità. Socrate obbedisce dopo aver cercato la via della persuasione. Infatti non può fuggire perché gli è stata concessa la critica e la via della persuasione.
Critica e persuasione
Come criticare? Come persuadere? Né l’atteggiamento dogmatico né lo scettico sono caratteristiche di colui che voglia essere filosofo. Scetticismo atteggiamento mentale caratterizzato dalla rinuncia a cercare, nei rapporti umani, giuridici, politici la verità. Dogmatismo pretesa che l’uomo possieda in modo indiscutibile e definitiva la verità nei rapporti umani, giuridici, politici.
Scetticismo e dogmatismo
Socrate non ha negato la verità, ma neanche l’ha difesa. La sua sapienza consiste nel continuare a cercare la verità, consapevole di non possederla mai completamente. Ricercare senza cadere nel dogmatismo o nello scetticismo. Chiamiamo questi due mostri Scilla e Cariddi, i due mostri di Ulisse, nel nostri caso i due mostri della sapienza nei quali bisogna passare senza cadere né nell’uno, né nell’altro.
Scetticismo = Scilla
Concezione secondo la quale la verità non può essere attinta, esposta o argomentata in modo accertabile grazie ad un procedimento logico-razionale: la verità non esiste, se esiste non possiamo conoscerla, se la conosciamo non possiamo esporla. Secondo i sofisti la verità è considerata incomunicabile e incontrollabile.
Esistono due tesi:
- Non esiste verità
- Non esiste verità che possa essere colta razionalmente, se non da poeti, scrittori, innamorati, artisti, ma comunque i loro pensieri sono caratterizzati da argomenti strettamente personali.
Conseguenza: i rapporti intersoggettivi non siano controllati dalla verità, ma dalla forza.
Nietzsche dominio del più forte → Marx politica o razionalizzazione del potere.
Se non vi è una verità comune in qualche modo accertabile che regola i rapporti intersoggettivi, tutte le opinioni si equivalgono. Ma se tutti i detti hanno lo stesso valore vince chi non ha dalla sua le ragioni della forza. Scilla è dunque un mostro per le conseguenze che genera, cioè forza e violenza, dalle quali invece bisogna difendersi. Lo scetticismo è contraddittorio e criticabile, perché?
Non esiste verità:
- Allora la tesi non è verità?
- Tutto ruota intorno al denaro/forza, afferma che esiste solo la verità del denaro/forza, che non esiste verità comune e l’unica regola è la forza. In questo modo si ha un giudizio definitivo ed esaustivo su come va il mondo, pretesa di possedere l’intero dell’esperienza. ERRORE! Quello che quantifica come intero, non lo è, almeno non quantitativamente parlando. L’intero non è oggetto del pensiero, si dovrebbe pensare ad un soggetto che pensa un oggetto. Si parla di tutto (l’intero), resterebbe comunque fuori chi sta parlando (tutto il mondo ruota attorno al denaro, tranne me). Questo genera una società violenta, dove tutto è indifferente, nell’attimo in cui due volontà si scontrano non esiste regola per mediare l’eventuale conflitto che si crea, ma se non esiste regola comune, come risolvere l’opposizione? Il più forte imporrà come regola comune ciò che lui vuole, ma nella sua formulazione si contraddice (nega l’assoluto, ma pretende l’assolutezza della sua affermazione), giunge così ad assolutizzare la forza nel momento in cui relativizza le opinioni.
Dogmatismo = Cariddi
Apparentemente l’opposto di Scilla. Ritiene che le sue tesi siano espressioni esaustive della verità, che essa possa essere posseduta dall’uomo, con un buon metodo, la ragione umana può arrivare ad avere certezze. L’uomo può riconoscere come incontestabili (assioma) alcuni valori fondamentali. È possibile dedurre da questi concetti alcune regole valide se correttamente ricavate da queste verità che la ragione non può cogliere (regole di comportamento). La ragione possa possedere la verità. Non pretende di conoscere TUTTO, ma di avere certezze sicure e indiscutibili anche su minime verità.
Conseguenza: non accettare critiche su quelle minime verità certe.
Può essere confutato:
- Per la pretesa di possedere l’intero della verità. Come lo scettico, giudizio definitivo dell’intero dell’esperienza
- Dimostra tutto fuorché che tutto è dimostrabile razionalmente, il punto fondamentale del dogmatico
Dogmatismo facilmente confutabile perché il dogmatico fa l’errore di pretendere di possedere la verità, di definire l’intero dell’esperienza. Altro errore è il non riuscire a dimostrare il fondamento delle sue convinzioni. Secondo Cariddi, nulla può inclinare le sue osservazioni ed ha totale fondatezza di ciò che sostiene. Fondatezza che, però, non esiste (Probazio Diabolico). Colui che ammette di non sapere nulla, tranne ciò che dice, è dogmatico in quanto vuole porre l’intero dell’esperienza nel suo giudizio. L’unica certezza che ha non può essere messa in discussione da mente al mondo, nell’affermare l’assolutezza pregiudica tutto il resto.
La tesi dogmatica di fondo è che esiste una verità che può essere posseduta e dimostrata nella comunicazione, che la ragione possa individuare principi incontrovertibili dai quali dimostrare verità. La verità si fonda su un procedimento di tipo deduttivo, però, l’affermare questo, pone un problema: se la verità di una proposizione dipende dall’essere dedotta da una precedente verità, con quale criterio si può garantire che una precedente verità sia tale? Se il criterio di verità consiste nella derivabilità di una verità, anche questa dovrebbe ricavarsi da un’altra affermazione e così all’infinito.
A vale perché ricavata da A1, che a sua volta vale perché ricavata da A2, e così via …
Esistono verità autoevidenti, se fossero vere fonderebbero tutte le deduzioni che ne derivano, ma chi assicura che le deduzioni da cui derivano sono vere? Se la premessa non è accertata, le deduzioni non vengono considerate vere. Chi pretende di poter tutto dimostrare compie un’affermazione indimostrabile, perché il punto iniziale (che regge tutte le dimostrazioni) non può essere dimostrato. Se non si riesce a dimostrarlo, lo si impone; se per me è autoevidente lo impongo a chi non vuole accettarlo. Di fronte a Cariddi c’è spazio solo per la violenza. Cariddi nell’esercitare la violenza tradisce se stesso sia vince sia perde. Se vince, perde l’occasione per comprendere i limiti del proprio sapere e il fatto che è necessario ricercare (Socrate).
Conclusione a Scilla e Cariddi
- Capendo gli errori di entrambi
- Capendo i limiti della ragione
- Capendo che è inaccettabile l’idea che non vi sia nulla da sapere
La verità non può essere negata, ma non può essere posseduta. Cosa si fa? Si ricerca. Si fa filosofia. La verità indubitabile è che bisogna ricercare, evitando i due mostri. La certezza che entrambi...
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