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Appunti di Filosofia del diritto tratti dalle lezioni del professor Pattaro. Nello specifico gli argomenti trattati sono i seguenti: diritto oggettivo e diritto soggettivo, le nozioni di fatto e atto giuridico (in senso lato e senso stretto) e di negozio giuridico.

Esame di Filosofia del diritto docente Prof. E. Pattaro

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ESTRATTO DOCUMENTO

Quando il bene oggetto del rapporto è una prerogativa della persona umana (ad. es.,

vita, libertà, onore, ecc.), il diritto soggettivo che il rapporto implica si dice diritto

della personalità. Anche nel caso dei diritti della personalità il diritto soggettivo è un

diritto erga omnes o assoluto. Infatti, a fronte del soggetto attivo titolare del diritto

soggettivo, tutti gli altri soggetti giuridici (consociati) sono da considerarsi soggetti

passivi sui quali incombe l’obbligo di rispettare i diritti del soggetto attivo.

Quando il bene oggetto del rapporto giuridico è un comportamento di una persona, il

rapporto giuridico si dice rapporto di obbligazione, e il diritto soggettivo implicato

viene chiamato diritto di obbligazione.

I diritti di obbligazione non sono assoluti (erga omnes), bensì relativi . Infatti, in

relazione al soggetto attivo titolare del diritto soggettivo, il soggetto passivo su cui

incombe l’obbligo di tenere un certo comportamento (di fare/dare o non fare/dare

qualcosa) non coincide con la generalità dei consociati.

I diritti di obbligazione possono essere patrimoniali o non patrimoniali. Nel primo

caso sono rapporti e diritti di obbligazione in senso stretto (ovvero rapporti e diritti di

credito), nel secondo caso indicano rapporti di famiglia (tra genitori e figli, tra

fratelli, tra coniugi, ecc.). Nel caso dei rapporti di obbligazione patrimoniali il

comportamento che consiste nel fare/dare qualcosa viene detto prestazione.

NB: A questo punto, nel manuale di E. Pattaro compaiono le nozioni di fatto e atto

giuridico (in senso lato e senso stretto) e di negozio giuridico, schematizzati a partire

dalla fine della pagina 209 fino alla fine di pagina 212. Sono molto importanti anche

ai fini del test d’esame. DI QUESTE NOZIONI NON SI PARLA IN QUESTI

LUCIDI. 4

Quello che qui occorre sottolineare è che fatti giuridici, atti e negozi giuridici

appartengono al mondo dell’essere, ma producono effetti giuridici nel mondo del

dovere essere (producono cioè effetti che hanno il carattere della doverosità). Atti,

fatti e negozi che producono effetti giuridici sono solo quelli riconosiuti giuridici dal

diritto oggettivo (norma).

Veniamo ora al carattere giuridico della IMPERATIVITÀ.

Il problema di questa caratteristica del diritto è che viene riferita all’uso prescrittivo o

imperativo del linguaggio (ad es., N. Bobbio, U. Scarpelli); infatti l’approccio

linguistico fa coincidere l’imperatività col carattere della obbligatorietà delle norme.

Questo non va bene a Pattaro il quale, come sapete, non riduce la normatività del

diritto al carattere linguistico della norma.

Tuttavia poiché questo approccio è presente nella teoria del diritto EP ve ne parla

rilevando che l’approccio imperativistico/linguistico deve affrontare il problema della

presenza nell’ordinamento di tipi di norme che non hanno carattere esplicitamente o

spiccatamente imperativo. Si tratta delle norme (1) permissive, (2) finali e/o

strumentali, (3) dispositive e tassative.

Norme come (1) (ad es., art. 47 c.c. “Si può eleggere domicilio speciale per

determinati atti o affari”) non obbligano né comandono, ma permettono. Per salvare il

carattere imperativo delle norme permissive si ricorre perciò all’argomento della

bilateralità: in altre parole, si dice che la legge, se concede permessi,

contemporaneamente impone obblighi, e quindi resta imperativa.

Oppure si ricorre all’argomento dell’eccezione. In altre parole, si dice che la legge

concede un permesso in quanto vige una norma imperativa più generale, e quindi si

interpreta il permeso come eccezione a un imperativo.

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Passiamo alle norme finali o strumentali, ad es., “il testamento olografo deve essere

scritto per intero, datato e sottoscritto di mano del testatore” (art. 602 c.c.).

Secondo EP non è vero – come sosiene parte della dottrina – che norme come questa,

oltre a non essere imperative, non sono nemmeno norme in senso stretto. In realtà

sono obbligatorie per i loro destinatari e quindi hanno carattere imperativo.

In particolare, le norme finali o strumentali come “fare un testamento olografo”

vincolano sia il comportamento del destinatario immediato, sia quello dei giudici o

dei funzionari, perché stabiliscono le modalità di comportamento nel caso in cui si

vogliano raggiungere determinati scopi.

Sono norme che non impongono il fine (infatti non c’è alcun obbligo di redigere un

testamento olografo), ma prescrivono il mezzo per raggiungerlo.

Infine, per le norme dispositive o tassative (ad es., “L’eredità si devolve per legge o

per testamento. Non si fa luogo alla successione legittima se non quando manca

quella testamentaria”, art. 457 c.c.), si dice che le prime (tassative) devono essere

obbedite dai destinatari, mentre le seconde (dispositive) solo in quanto i destinatri

non manifestino una volontà contraria.

Anche le norme dispositive sono imperative (obbligatorie). Infatti i loro destinatari vi

obbediscono condizionatamente: le norme dispositive sono infatti imperativi

condizionati alla mancanza di una diversa manifestazione di volontà del destinatario.

Infatti, se un soggetto non fa testamento allora diverranno imperative le disposizioni

del codice sulla successione legittima (art. 457 c.c.).

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Veniamo ora al carattere giuridico della ASTRATTEZZA.

Le norme giuridiche sono astratte perché non disciplinano caso per caso, o

comportamento per comportameno, ma disciplinano classi di casi e di

comportamenti – quindi non sono concrete.

L’astrattezza, oltre che essere un carattere della norma, è anche un valore: tutela

l’imparzialità dell’applicazione della norma. Ciò che è astratto in una norma o

direttiva giuridica è, come sappiamo, la fattispecie astratta in essa contenuta. Per

questo le norme hanno bisogno di un’attività interpretativa (di cui parleremo più

avanti).

Quanto alla GENERALITÀ, si dice che la norma giuridica è generale in quanto non è

individuale, ovvero non si rivolge a un solo destinatario ma a una generalità di

destinatari, a una categoria di persone (le sentenze dei giudici costituiscono

ovviamente un’eccezione).

La generalità, come l’astrattezza, è un valore e una garanzia contro il privilegio e

l’abuso, in quanto le norme giuridiche che si rivolgono a tutti i cittadini (o a una

categoria di persone) rispettano il principio di eguaglianza e di pari trattamento di

fronte alla legge. Anche il carattere della generalità comporta evidentemente

operazioni interpretative.

Quanto alla COERCIBILITÀ, la si intende come la possibilità giuridica della

coazione. Non è quindi una caratteristica della norma come espressione linguistica (al

pari di astrattezza, generalità, imperatività).

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Si dice infatti che in un ordinamento le norme giuridiche primarie o di condotta sono

coercibili (o meglio: sono coercibli i comportamenti da esse prescritti) grazie alle

norme giuridiche secondarie o sanzionatorie (di competenza) – quelle che non si

rivoglono a tutti i consociati ma solo ai giudici e agli apparati coercitivi dello stato.

Quindi le norme primarie sono coercibili grazi a quelle secondarie.

Quindi vi sono norme che prescrivono l’uso della forza (ai giudici e agli apparati

coercitivi), e ci sono norme (quelle di condotta) corroborate, nella loro efficacia,

dall’uso della forza (attuale o possibile).

Infine viene il carattere della CERTEZZA, che è un ideale del diritto. La certezza è

relativa alla non commissione di abusi (astrattezza, generalità), e alla prevedibilità

delle conseguenze giuridiche dei nostri atti. Essa è pertanto, e soprattutto,

un’esigenza etica più che una caratteristica effettiva del diritto.

Anche la certezza, come la coercibilità, non è una caratteristica linguistica, ma

dipende dalla regolarità, costanza, uniformità nell’uso della forza da parte dei giudici

e degli apparati coercitivi dello stato.

La certezza dipende inoltre dalla possibilità di conoscenza delle norme da parte dei

destinatari; dalla consapevolezza che di tali norme verrà data un’interpretazione

coincidente con quella dei destinatari.

Ma la certezza dipende anche dalla fiducia nella effettività dell’ordinamento – e della

conseguente applicazione delle direttive o norme contenute in esso.

Anche la certezza, dunque, non è una caratteristica intrinseca delle norme ma esterna

a esse (esattamente come la coercibilità), ed è in particolare un’esigenza etico-politica

per realizzare la quale occorrono condizioni di stabilità e coesione sociale.

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LINGUAGGIO E INTERPRETAZIONE DEL DIRITTO

Enrico Pattaro scrive che usi ed effetti (dell’uso) del linguaggio portano a distinguere

tra emittente – che è colui che usa il linguaggio – e fruitore (destinatario) dell’effetto

comunicativo derivante da un certo uso (da parte dell’emittente).

Ogni espressione linguistica può costituire per un fruitore un sintomo che induce a

inferire credenze, nel senso che il fruitore è portato a fare illazioni (effetto illativo)

sotto forma di opinioni o credenze.

Ogni espressione linguistica è però in se stessa un segno linguistico, che sta per

qualcos’altro – si riferisce a qualcosa fuori dal linguaggio.

EP sostiene le seguenti tesi:

I sintomi e i loro effetti illativi si danno anche al di fuori della comunicazione

 linguistica (possono essere stati di cose al di fuori della dimensione

linguistica).

 Nella comunicazione linguistica i segni possono essere a loro volta sintomi

(per es., l’imperativo “Taci!”, o l’espressione “che freddo!” che è sintomo di

disagio)

 Gli effetti illativi possono dipendere anche da fattori non linguistici né

comunicativi (ad esempio dalla credibilità dell’emittente, dalla fiducia di cui

gode).

Veniamo ora ai possibili usi del linguaggio. Essi sono quattro: sintomatico (di cui

abbiamo già parlato), dichiarativo, rappresentativo, direttivo.

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Partiamo dall’uso rappresentativo del linguaggio.

È quello che si ha quando si usano le parole per rappresentare qualcosa – ad es.

“mare”, che in italiano rappresenta lo stesso oggetto rappresentato da “sea” in inglese

e “Meer” in tedesco.

L’effetto che tale uso ha su un fruitore viene detto effetto comunicativo semantico ed

è dovuto alla capacità che il fuitore ha di collegare l’uso del segno linguistico (parola)

al suo significato. “Significato” è appunto l’effetto semantico che una comunicazione

linguistica provoca nel fruitore.

Si dice che i singoli segni linguistici (“blu”, “mare”) hanno significato solo nel

contesto di un enunciato, e concorrono a determinare il significato dell’enunciato

intero. In generale, il significato di un enunciato prende il nome di “contenuto

proposizionale”.

Ma se l’enunciato è una dichirazione allora il suo significato si chiama proposizione ,

che può essere vera o falsa. Il contenuto proposizionale invece non è né vero né falso

(a meno che non coincida con la proposizione).

Veniano ora all’uso dichiarativo del linguaggio.

Esso si verifica quando l’emittente asserisce che le cose stanno in un certo modo, che

le cose stanno come lui le rappresenta (abbiamo quindi sia uso dichiarativo, sia

rappresentativo).

L’effetto comunicativo semantico dell’uso dichiarativo del linguaggio è dunque una

proposizione, ma come uso semantico non dipende dall’uso dichiarativo bensì

dall’uso rappresentativo, senza il quale non si può avere né uso dichiarativo, né, ad

esempio, direttivo. 10


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AUTORE

Sara F

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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in giurisprudenza
SSD:
Università: Bologna - Unibo
A.A.: 2013-2014

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Sara F di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Filosofia del diritto e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Bologna - Unibo o del prof Pattaro Enrico.

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