Che materia stai cercando?

Anteprima

ESTRATTO DOCUMENTO

E' molto importante notare che possiamo avere forme di Governo buone dove i governanti seguono

la legge, ma possiamo avere forme di Governo corrotte (dittatura, oligarchia e demagogia) dove non

si segue la legge. Platone quindi può essere considerato in base a queste considerazioni il padre del

Costituzionalismo (idea che il potere debba essere limitato dal diritto).

Già nel Politico si ha un passaggio dall'ideale al reale, con Le Leggi si conclude questo passaggio.

Platone sa che le città reali sono piene di conflitti e per questo comincia ad immaginare il modo in

cui debba essere creata una città.

Platone ha l'ossessione di cercare di limitare i conflitti, ecco allora che Platone detta un

comandamento che dice che tutti i cittadini abbiano un appezzamento di terra uguale per tutti,

un'altra regola imponeva che il cittadino più ricco della città potesse essere al massimo quattro volte

più ricco del cittadino più povero (per evitare disparità economiche eccessive). Quando parla di

uguaglianza, Platone ritiene che esistano due modi di uguaglianza, uno che dà le stesse possibilità a

tutti (ad esempio le elezioni), però non sempre può essere attuata, infatti in quel caso si andrà per

merito (comportarsi in modo uguale ma dando una ricompensa in base al merito). Al centro della

città di Platone vi devono essere tutti gli edifici pubblici che accomunano gli uomini. Quest'opera è

particolarmente importante perché si dà una particolare importanza alla legge nella città. Le leggi

non servono solo per controllare il governante, ma servono anche per controllare i governati.

Compare così l'elemento della sanzione all'interno delle leggi.

La legge innanzitutto non è mai la volontà di chi comanda, la legge è la volontà del legislatore, c'è

una corrispondenza tra legge e ragione, infatti è la ragione che ci dice cosa è il bene e cosa è il male.

La legge ha validità in quanto ha un legame diretto con la ragione, le leggi sono l'accordo di tutti i

membri della comunità e sono il frutto della tradizione.

Platone dice che chi propone di cambiare le leggi, senza avere il consenso della comunità, è un

uomo pericoloso. Inoltre per lui la legge più antica ha più valore di quella nuova (se poste su stesso

piano). Per Platone quindi è razionale ciò che è condiviso dalla polis e lo è ancora di più ciò che

viene dalla tradizione. Nella legge possiamo trovare il buon senso che non abbiamo trovato nel Re.

Un elemento fondamentale che recupera è la sanzione, tuttavia questa non può essere la sua ultima

parola, anzi, attraverso il recupero della regola sanzionata, lui arriva a sostenere le sue prime idee.

Platone dice che nella legge ci debba essere un proemio nel quale viene spiegato il motivo per cui

esiste quella legge, questo perché non è pensabile che una società viva nella paura della pena, ma

deve vivere con la consapevolezza che una legge sia giusta attraverso la lettura del proemio.

In questo modo lui sostiene una sua prima idea, cioè quella di educare alla giustizia.

Certamente però queste regole saranno generali, infatti non è pensabile prevedere all'interno della

legge tutti i singoli casi.

Altri elementi importanti all'interno di quest'opera sono i magistrati (governanti) che devono

rispettare la legge. La funzione di sorveglianza sul rispetto della legge è affidata alla Cortei

Notturna.

L'idea fondamentale di Platone la possiamo definire organicistica, nel senso che l'attenzione non

ricade sulle singole parti, ma sull'insieme. Il bene del singolo coincide con il bene della Polis,

quindi se raggiungiamo il bene della polis abbiamo anche il bene del cittadino.

Aristotele:

Aristotele pensa che la conoscenza avvenga attraverso un’osservazione empirica. Tra Platone ed

Aristotele possiamo trovare una continuità nel rapporto tra cittadino e Stato. Aristotele fissa il

modello organicistico per eccellenza, secondo lui l’uomo è un animale sociale (politico), l’uomo è

un essere destinato per natura a vivere in comunità, l’uomo non è né un Dio né un animale, l’uomo

ha bisogno degli altri.

La sua caratteristica principale è il linguaggio e la ragione. L’uomo quindi non vive mai solo, fin

dalla nascita l’uomo è inserito in contesti sociali.

Il tutto prevale sulle singole parti, cioè le singole parti non sono mai descrivibili rispetto a sé stesse,

per descriverle dobbiamo fare riferimento al tutto che le circonda.

L’uomo nel primo libro della politica descrive gli ambiti in cui l’uomo vive:

3. Famiglia

4. L’unione delle

famiglie

5. Polis

Lo Stato si forma sull’armonia dei rapporti sociali, lo stato si basa sull’amicizia (Filia). Questo vuol

dire che non ci sono conflitti, l’importante è che il tessuto essenziale (L’amicizia) rimanga.

Per natura l’uomo è portato a vivere pacificamente. Questa importanza dell’amicizia, fa sì che il

diritto non abbia un ruolo così preponderante nella città, lui sa che ci sono alcuni rapporti che

devono essere regolati dal diritto.

All’interno della città è importante che ci siano rapporti di giustizia. Aristotele dice che la giustizia

è una virtù, per Aristotele ogni virtù non è altro che il giusto mezzo tra gli eccessi, di conseguenza

la giustizia è un non subire e non commettere ingiustizia.

L’uomo giusto lo possiamo vedere soltanto in relazione agli altri.

Possiamo distinguere la giustizia in giustizia generale, intesa come legalità e rispetto della legge, e

in giustizia particolare, riferita alla vita in società, quest’ultima si divide in giustizia distributiva

(giustizia geometrica), dove ad ognuno viene dato secondo il proprio merito, e in giustizia

commutativa (giustizia aritmetica), questa è una sorta di giustizia riparatrice, in questo caso

l’uguaglianza vi è nello scambio (proposta-controproposta) ed anche nel penale dove chi ha

commesso il danno deve risarcire il corrispettivo.

La giustizia distributiva tratta i soggetti notando le disuguaglianze, la giustizia commutativa tratta

invece i soggetti sul piano della parità.

Uno dei modi della giustizia è quello della legalità, però Aristotele non si pone il problema della

legge ingiusta.

Aristotele come Platone dà il nome di legge non ad ogni atto di volontà di colui che comanda, la

legge per lui è prevalentemente consuetudine.

Quindi è sempre giusta perché viene dalla tradizione, per questa ragione Aristotele dà enorme

importanza alla tradizione, ma non considera il governo delle leggi un ripiego, questo perché la

legge è ragione senza passione, la legge ha lasciato da parte l’ira, l’invidia e le altre passioni umane,

per questo motivo è meglio essere sottomessi alle leggi rispetto che agli uomini che non riescono a

controllare le passioni.

La legge però non può avere elementi d’imperfezione, la legge è per forza generale, questo non è

colpa del legislatore ma della natura delle cose che cambiano, allora noi dobbiamo rispettare le

leggi attraverso l’equità, cioè correggere la legge in relazione a quei casi previsti. In questo caso il

Giudice deciderà secondo equità in modo che non vi siano ingiustizie (decide come se avesse deciso

il legislatore).

Aristotele accoglie la distinzione tra forme sane e corrotte di Governo, però arricchisce i criteri che

ce li fanno distinguere: Governo della legge (chi comanda è sottomesso alla legge)

 Consenso dei cittadini (tutte le forme di governo devono avere il consenso)

 Perseguimento del bene comune

Aristotele riconosce la distinzione tra diritto positivo e diritto naturale, tra ciò che è giusto per legge

e ciò che lo è per nature. Aristotele si rende conto che ci sono alcune cose giuste indipendentemente

dai diversi popoli, ciò deriva dal guardare la realtà, lui fa un’indagine rivolta ai fatti (empirica) e

dalla sua esperienza capisce che è giusto per natura ciò che accomuna tutti i popoli.

Il giusto civile invece è ciò che deriva dalle leggi di ogni popolo. In ogni caso Aristotele non pensa

mai ad un possibile contrasto tra questi due elementi, il diritto positivo è una specificazione del

diritto naturale.

Ultimo punto che mette in comune Aristotele e Platone è ciò che rende stabili le forme

costituzionali, Aristotele dice che il miglior modo per far reggere una Costituzione è quello di

trasmetterne i valori attraverso l’educazione.

Il dopo Aristotele, gli Ellenisti

Le caratteristiche del pensiero aristotelico erano che tra uomo e Stato vi era una stretta connessione,

la vita umana era “politica”.

Il bene individuale coincideva con quello dello Stato. Dopo Aristotele abbiamo la crisi della Poli e

la conquista da parte di Alessandro Magno di tutto il mondo greco.

Grazie a questi avvenimenti si vanno ad affermare nuove filosofie, che vanno ad approfittare del

rapporto uomo-Polis che viene meno con la crisi della Polis (crisi modello aristotelico). Le filosofie

ellenistiche teorizzano una netta distinzione tra uomo e Polis. Nascono l’Epicureismo e lo

Stoicismo.

Entrambe le filosofie affermano che l’uomo deve vivere seguendo la natura: vivi secondo natura.

Epicureismo:

Per l’Epicureismo ciò significa cercare la propria felicità, la ricerca del piacere evitando ciò che

provoca dolore. Non è una filosofia che tende alla conoscenza me è pratica; vuole fornire degli

insegnamenti per la vita pratica.

Si è parlato male di questa filosofia per la sua banalità, e per non aver incontrato il favore di chi

tramandava la storia.

Anche la filosofia di Epicureo è una filosofia della misura: “Il fine è il piacere”.

Per evitare gli eccessi bisogna soddisfare al minimo il proprio corpo. Lasciare da parte ciò che può

essere fonte di ansia come: Religione (es: gli dei non si preoccupano dei problemi umani) e la

politica, perché il potere stesso è fonte di ansia.

Il potere non può essere mai raggiunto pienamente (senza doversi guardare alle spalle). Il saggio

cerca di vivere verso la natura e si esclude dalla politica.

La lontananza dalla politica non significa allontanamento dalla vita sociale, infatti uno dei piaceri

della vita è l'amicizia.

Per Epicuro la società non è qualcosa di naturale ma è il frutto d'una creazione sociale (vedi

descrizione dello stato di natura di Protagora).

Nello stato di natura il processo di incivilimento comincia con le prime nascite, ed attraverso i primi

gesti comincia il progresso. Si sviluppano i primi insediamenti con un capo (nascono i primi gruppi

sociali). Tuttavia mancano delle regole precise (vi sono lotte per il prestigio e la ricchezza). Ciò fa

generare le prime leggi che consistono in un patto di non aggressione. Il diritto nasce proprio da

questo patto. Oltre a questo convenzionalismo si crede che il contenuto sia utilitaristico: “rispetto il

patto poiché è conveniente”.

La giustizia non può avere un valore assoluto (non può esistere di per sé). Non abbiamo nessun

obbligo nei confronti di coloro con cui non abbiamo stretto un patto.

Giustizia significa rispettare i patti; si guarda il modo formale (non fa riferimento al contenuto).

I patti di conseguenza vengono rispettati per una ragione utilitaristica, cioè per non andare incontro

a delle sanzioni da parte della legge. (vedi Antifone).

Diritto e giustizia sono mutevoli e non possono essere immutevoli. E' giusto ciò che è utile.

Stoicismo:

Nello Stoicismo abbiamo l'atteggiamento opposto, il bene ed il giusto vengono identificati col senso

del dovere.

La natura per gli Stoici è razionale; l'uomo è un essere razionale che si inserisce in un contesto

altrettanto razionale. La natura possiede il Logos (una ragione); i filosofi però non lo definiscono.

In questo cosmo razionale, esistono leggi razionali; queste sono necessarie (non lasciano libertà). E'

la necessità che che governa la vita dell'uomo. E' una filosofia dei doveri.

Che cosa è la legge?

“La legge è la somma ragione insita nella natura, che comanda ciò che va fatto e proibisce ciò che

non va fatto”. (Crisippo).

La legge dell'uomo non può essere altro che seguire la legge cosmica; la legge positiva è legge

perché segue la legge della necessità.

L'uomo interpreta la legge universale e la rende in precetti giuridici. Ciò che rende qualcosa una

legge non è l'essere posta ma il fatto che corrisponde al Logos (a qualcosa di superiore).

Per Epicureismo: “è giusto ciò che è utile”.

Per Stoicismo: “è utile ciò che è giusto”.

La giustizia è: “l'equa distribuzione dei beni”.

Il rifugio del saggio stoico è la società più grande, non la polis ma la cosmopolis (pensiero

cosmopolitico). Lo stoicismo supera la divisione tra liberi e schiavi.

Cicerone

Cicerone è il primo filosofo che si pone il problema di definire il diritto procedendo da un problema

che è quello dell’essenza del diritto.

Cicerone parte dalla concezione della natura dell’uomo, lui critica l’Epicureismo perché esso fonda

la società sull’utile individuale, secondo lui la società non può essere fondata sull’utile individuale,

secondo lui la società non può reggersi sul vincolo dell’utile.

Cicerone dice che l’uomo nasce in società semplicemente perché è nella sua natura.

Cicerone parte da: Cosmopolis

 Stato

 Famiglia (prima forma di società)

 Amicizia

Questi livelli conoscono delle norme di giustizia che per Cicerone riposano sulla natura intesa come

ragione.

Innanzitutto è la natura a dare fondamento alla legge, è la legge razionale che è il fondamento del

diritto, se non fosse così il diritto sarebbe fonte dell’arbitrio.

Il problema vero è di capire cosa è la legge razionale che dà fondamento al diritto. Cicerone afferma

che la legge naturale è la legge dei padri che deriva dalla tradizione.

Il diritto naturale può essere usato come argomento di conservazione o argomento rivoluzionario.

Se io do un’immagine del diritto naturale che corrisponde al diritto esistente, io conservo ciò che

esiste, se invece definisco ciò che è naturale sottolineando cose che non abbiamo ancora, punterò a

rivoluzionare qualcosa.

Legge naturale: esistono un insieme di leggi naturali comuni a tutti gli esseri viventi.

Conservazione (istinto di sopravvivenza)

 Creare ed allevare la prole

 Ricerca della verità (brama di prevalenza, non voler essere sottomessi da chi non ne ha

 l’autorità)

In questo contesto Cicerone inserisce i precetti di giustizia:

Non recare danno agli altri

 Mantenere gl’impegni

 A ciascuno secondo il suo merito

 Rispettare le cose altrui.

A Cicerone poi sta a cuore la difesa della proprietà privata, violare il precetto del rispetto delle cose

altrui è un modo per mettere a repentaglio la società.

Ci si fa portavoce del concetto del quale la proprietà privata deriva dall’appropriazione originaria

(di chi primo l’ha presa).

Riassumendo, Cicerone ci spiega che il diritto doveva far riferimento alla natura umana, questo

rapporto si tramuta in rapporto diritto-giustizia.

Cicerone dà la definizione più famosa del diritto naturale classico: Il diritto naturale si ritrova nella

natura posta da dio e questo diritto non è diverso da Roma ad Atene e non può essere cambiato da

un voto del senato o del popolo, né cambia con l’interpretazione dei giuristi.

Il suo discorso non si ferma su queste massime, infatti riprendendo Aristotele dice che si può

spiegare la giustizia spiegando l’ingiustizia.

Le forme di ingiustizia che il diritto deve evitare sono due, una deriva dalla applicazione troppo

stretta della legge che va ad attuare un’ingiustizia. Altro elemento di giustizia è la commissione

della sanzione, questo si tramuta in ingiustizia quando si ha un eccesso d’ingiustizia. Altro punto

fondamentale per Cicerone è la concezione giuridica dello Stato, per Cicerone lo Stato è un

raggruppamento di uomini che condividono interessi e sono uniti dal vincolo giuridico.

Cicerone si chiede cosa permette di distinguere lo Stato e i suoi comandi, rispetto ad un comando di

un brigante, in entrambi i casi siamo sottoposti alla possibilità di una sanzione.

La sottoposizione degli uomini alla legge è un elemento essenziale degli uomini, lui crede nel

Governo della legge (anche che ha potere sta sotto la legge). Cicerone giustifica il Governo della

legge dicendo che è meglio essere schiavi della legge rispetto ad essere schiavi degli uomini

(schiavi della legge sono liberi).

Cicerone ha un nuovo modo di concepire la libertà, lui ha un ideale repubblicano che intende la

libertà come un non dominio, è meglio essere sottoposti ad una regola dura che non ad un padrone

che pur essendo buono può esercitare i suoi capricci su di noi.

Cristianesimo:

L’avvento del cristianesimo eredita la tematica del diritto naturale. Il cristianesimo è una nuova

religione che si afferma nei primi secoli dopo Cristo.

Possiamo notare che c’è una particolare concezione anti-giuridica all’interno di questa religione. Ci

sono una serie di precetti rivolti ai discepoli che si contrappongono a regole del tempo.

Non giudicate e non verrete giudicati ci fa capire questo netto contrasto che c’è tra la concezione di

giustizia cristiana con quella che era in attuazione in quel periodo.

La giustizia umana si estrinseca nella legge e viene fatta dagli uomini (farisei), quella divina deriva

dalla carità, dal donare sé agli altri.

Molte regole vengono messe in contrapposizione con le concezioni del tempo, un esempio lampante

è quello di porgere l’altra guancia.

L’uguaglianza, il contraccambio e la punizione sono il simbolo della giustizia umana, questi simboli

vediamo che sono negati nel vangelo.

Varie parabole ce ne danno una dimostrazione, come ad esempio quella del figlior prodigo (tratta in

maniera disuguale i figli) o quella dell’agricoltore benevolo (paga tutti allo stesso modo).

Il diritto va superato attraverso la legge della carità. Si parte dall’idea che il diritto è uno strumento

che serve a misurare le forze (due uomini che stipulano un contratto hanno qualcosa da scambiare),

il vangelo invece vuole un’uguaglianza che non discende da una regola ma da un gesto individuale

che viene da sé stessi per aiutare il bisognoso.

Il momento culminante della vita di Cristo è fatto dal suo sacrificio per noi (Platone: uomo

estremamente giusto che pare ingiusto).

Il vero uomo giusto è colui che non si mostra, non colui che ostenta la sua benevolenza.

La frase di Gesù “date a Cesare quello che è di Cesare e date a Dio quello che è di Dio”, ci fa capire

che bisogna ubbidire all’autorità di Cesare e pagare le tasse, ma allo stesso tempo ci fa anche capire

che l’autorità politica non può richiedere ubbidienza rispetto alle cose che spettano a Dio (ci fa

capire la separazione Chiesa-Stato).

Questa frase è essenziale per farci capire l’influenza del Cristianesimo sul quotidiano.

Le prime comunità cristiane si organizzavano dandosi un ordinamento giuridico, abbiamo una

comunità dei beni, non c’è la proprietà privata e vengono sanzionati coloro che non mettono in

comunità i loro beni, vi è anche una gerarchia dei carismi (nella comunità vi sono vari ruoli rivestiti.

San Paolo ripeteva che si doveva stare sottomessi all’autorità. Il punto più importante è la frase di

San Paolo che è l’appiglio del cristianesimo al diritto naturale, questa citazione la troviamo nelle

lettere ai romani dove San Paolo fa riferimento alla legge scritta nei cuori: Quanto la legge nuova

esige è scritto nei loro cuori.

Questo è un momento di svolta, per San Paolo tutti gli uomini indipendentemente dalla tradizioni

sono in grado di conoscere la legge, di conoscere la carità.

Questo è un momento di svolta perché fa riferimento alla natura umana. Attraverso questo passo fa

capolino la tematica del diritto naturale, il punto principale di discussione sarà quello del rapporto

tra legge naturale e divina.

Le strade seguite dal Cristianesimo sono il razionalismo ed il volontarismo. L'alternativa tra

razionalismo e volontarismo era già stata vista da Platone. L'uomo si chiede se è giusto comportarci

in un certo modo perché è giusto in sé o perché lo vuole Dio. In S. Agostino la divisione tra

razionalismo e volontarismo è netta.

S. Agostino

La strada che è stata percorsa dal pensiero di S. Paolo viene ripresa da S. Agostino che afferma che

visto che le leggi giuste sono scritte nel cuore dell’uomo, non c’è bisogno dell’aiuto di Dio per

riconoscerle.

Esistono due modi diversi di vivere la vita individuale e sociale. S. Agostino fa riferimento a due

città, quella dell’uomo e quella di Dio.

La volontà di Dio è giusta per definizione, questo modello di ragionamento sarà un’ispirazione per i

positivisti (si deve ubbidire sempre alle autorità superiori). S. Agostino ha una visione pessimistica

dell’uomo che è stato macchiato dal peccato e non può più raggiungere il bene.

S. Agostino ha un’idea di giustizia come ubbidienza a Dio, questo vuol dire aderire alla legge

dell’amore, da ciò possiamo trarne una concezione della società basata sulla carità e misericordi,

parole che sono allo stesso tempo vaghe.

Questa giustizia della città divina si contrappone alla giustizia della città terrena, innanzitutto

troviamo l’origine della città terrena, che per S. Agostino è da rintracciare nel peccato di Caino che

dopo aver ucciso il fratello fonderà una città (nata dalla violenza) e dalla fondazione di Roma

(fratricidio). Questi avvenimenti ci fanno capire che la città terrena è macchiata dal peccato e di

conseguenza si ha una netta distanza dalla giustizia.

Questa idea lo porta a polemizzare con Roma che aveva trovato come capro espiatorio della sua

decadenza i cristiani. S. Agostino critica quindi Roma dicendo che essa non ha mai conosciuto la

giustizia, infatti secondo lui la giustizia era dare a ciascuno il suo, ed il primo che lo doveva

ricevere era Dio, Roma però non faceva questo perché credeva in altri dei e per ciò non aveva la

giustizia.

Inoltre dichiara che Roma non è uno Stato perchè esso si basa sulla giustizia che Roma non ha

(riprende le idee di Cicerone per criticare Roma).

S. Agostino dice che se non abbiamo la giustizia non possiamo riconoscere la differenza tra gli

ordini dello Stato e quelli di una banda di briganti.

Se noi escludiamo la giustizia come elemento di definizione dello Stato, ci rimane solamente la

forza. Detto questo S. Agostino tenta di dare una definizione di Stato che prescinda dall’elemento di

giustizia, questo perché si rende conto che la città terrena ha bisogno di esser definita. In questa

definizione fa solo riferimenti di tipo fattuale dicendo che il popolo non è altro che un unione di

individui ragionevoli associati che perseguono degli interessi comuni (definizione di tipo

avalutativo, nel senso che fa riferimento a dati oggettivi).

S. Agostino fa ciò perchè deve rivalutare la città terrena e riabilitarla, questo perché l’uomo nella

sua vita terrena ha a che fare con la città terrena. S. Agostino si pone il problema dell’ubbidienza

all’ordinamento civile, infatti secondo lui è importante ubbidirgli perché questo garantisce l’ordine

che giova al cristiano che in questo modo può perseguire i suoi obbiettivi per raggiungere la vita

ultraterrena.

Secondo lui la legge naturale si confonde con quella eterna, per questo motivo noi non possiamo

definirlo un Giusnaturalista.

Troviamo in lui anche un elemento giusnaturalista quando confronta le leggi divine e quelle terrene.

In definitiva però possiamo toglierli l’etichetta del giusnaturalista quando fa forza sull’idea della

giustizia influenzata dalla volontà.

S. Tommaso

Il passaggio tra S. Agostino e S. Tommaso lo possiamo paragonare al passaggio tra Platone e

Aristotele (Platone ha influenzato Agostino, Aristotele ha influenzato Tommaso).

La prima differenza di S. Tommaso riguarda il rapporto fede-ragione, in S. Agostino avevamo un

uomo che viveva con la giustizia e si salvava perché guidato da Dio. S. Tommaso invece fa

collaborare fede e ragione (ragione offre alla fede gli strumenti per conoscere eventi ultimi), per lui

non esiste la differenza delle città, per lui l’intervento di Dio non guarisce l’anima corrotta

dell’uomo ma porta a compimento la natura umana.

Lo Stato per Aristotele era scritto nella natura dell’uomo, per S. Tommaso l’uomo è un animale

politico e sociale (per Aristotele era politico), questo vuol dire che lo Stato è legato alle

caratteristiche migliori dell’uomo, per lui lo Stato nasce dalla natura più profonda dell’uomo. Lo

Stato è qualcosa di perfetto rispetto all’imperfezione dell’uomo, questa è una concezione secondo

cui il tutto ha una perfezione che la singola parte non ha.

L’aristotelismo di Tommaso è evidente anche nel modo di percepire la giustizia di tipo

intersoggettivo (opposto a S. Agostino), la Giustizia ha a che fare con i rapporti esterni tra individui.

Il discorso di S. Tommaso che va oltre S. Agostino sta nel modo di concepire la legge. La legge è

una regola che fornisce una misura per valutare le azioni, queste azioni si misurano in relazione al

fine che si propongono, il ruolo della legge è di incoraggiare o scoraggiare determinati fini. La

legge non è altro che un tipo di razionalità che permette o no di raggiungere un fine. L’elemento

della legge è la sua razionalità. La legge permette di adeguare i mezzi rispetto al raggiungimento di

un fine.

La legge non è altro che un ordinamento della ragione in vista del bene comune, promulgata da

colui cui spetta il governo della comunità.

Innanzitutto S. Tommaso cita la razionalità, si ha anche un obbiettivo finale (bene comune) e poi si

ha il riferimento all’autorità. Questi sono tre elementi che devono convivere.

Per S. Tommaso esistono tre tipi di legge:

Legge eterna: La legge data da Dio all’universo, questa legge può essere conosciuta

 solamente dai santi, l’uomo può conoscere solo una parte di essa attraverso la ragione.

Legge naturale: Questa è una parte della legge eterna che l’uomo ha tradotto tramite la

 ragione, essa risponde a vari principi che sono l’auto conservazione, la convivenza tra i

sessi, la procreazione, la necessità di occuparsi della prole, il bisogno di cercare la verità e di

vivere nella Polis.

Legge umana: S. Tommaso si rende conto che la L. naturale non basta, serve la Legge

 umana, questa per lui deve essere in stretta connessione con la Giustizia naturale.

Secondo S. Tommaso si può derivare la Legge positiva da quella naturale in due modi:

6. Derivazione da principio generale a particolare.

7. Specificazione sulla base delle necessità e delle condizioni.

Da ciò S. Tommaso deriva la distinzione del diritto positivo ius gentius (tutti i popoli hanno una

determinata norma) e lo ius civile (diritto civile di ogni popolo). Secondo S. Tommaso quando

deriviamo una norma diamo vita ad uno ius gentius, quando invece specifichiamo diamo vita ad uno

ius civile. La legge umana secondo S. Tommaso ha due caratteri che sono quello direttivo con il

quale la legge impone determinati comportamenti, nel momento in cui non aderiamo alla legge

entra in gioco il secondo carattere che è quello coattivo.

Il punto fondamentale dei rapporti tra diritto positivo e diritto naturale si ha quando la Legge

positiva non segue la derivazione dalla legge naturale.

La legge giusta ci obbliga all’incoscienza, ma ci chiede intimamente di aderire alle ragioni della

legge e la legge può essere ingiusta.

Una legge può avere il fine ingiusto o può essere ingiusta perché l’autore della legge non aveva

l’autorità di farla, perché ha una forma ingiusta o perché vi è una disuguaglianza di obblighi. In tutti

questi casi per S. Tommaso si deve ubbidire alla legge, questo perché la legge porta sicurezza e

questo è un bene che il Cristianesimo persegue. Questo discorso cambia quando abbiamo delle leggi

che mettono in discussione il raggiungimento del bene eterno (leggi idolatre), infatti in questo caso

bisogna disubbidire.

La tematica del diritto naturale è una tematica con cui fanno i conti i filosofi della chiesa.

L'impianto di San Tommaso non è di tipo razionalistico, anche S. Tommaso si preoccupa della

beatitudine, alle tre leggi si deve aggiungere la legge divina che Dio dà agli uomini per raggiungere

la salvezza.

Dopo S. Tommaso questa armonia tra i vari tipi di legge comincia a scricchiorale, infatti in seguito

ci sarà qualcuno che dimostrerà che la legge divina e umana sono due cose completamente diverse

(Marsilio da Padova).

Marsilio da Padova

Dopo Aristotele e S. Agostino il più grande scrittore di legge occidentale è Marsilio da Padova, egli

vive tra la fine del 1200 e la prima metà del 1300, La sua opera principale è il difensore della pace

del 1324.

Marsilio vive la lotta tra papato e impero che si contendevano il potere. Marsilio era a favore

dell’imperatore perchè la sua idea era che il potere temporaneo e quello divino fossero due cose

completamente diverse ed esse dovevano essere utilizzate in modo diverso. Marsilio dichiara di

voler analizzare le discordie del suo tempo; ciò che lo spinge a scrivere è l’esistenza di un elemento

di conflitto all’interno della Civitas che Aristotele non poteva conoscere (Chiesa).

Secondo Marsilio il bene principale da perseguire da parte dello Stato era la pace. Per arrivare alla

definizione di pace, fa un paragone città-animale, entrambi sono formati da parti e la pace secondo

lui è la buona disposizione delle parti ed ognuna di esse deve compiere il proprio compito (idea

Platonica). La pace è ordine. Le parti della città sono l’agricoltura, l’artigianato, l’esercito, la parte

finanziaria, il sacerdozio e la parte giudiziaria o deliberativa. Marsilio è un aristotelico, nel

descrivere la nascita della città segue i vari gradi di Aristotele modificandoli in parte:

8. Famiglia

9. Domus

10. Villaggio

11. Comunitas prima

12. Comunitas perfetta (Stato)

La comunità politica perfetta vuol dire che non ci sono comunità superiori, essa è sovrana ed

autosufficiente.

Questa communitas perfetta può reggersi attraverso forme corrotte o forme pure come l’esistenza

del consenso, il perseguimento del bene comune ed il governo delle leggi.

Marsilio insiste in modo particolare sul consenso come fondamento di una forma di Governo pura.

Secondo lui è meglio una monarchia elettiva rispetto ad una ereditaria (le buone capacità non si

trasmettono per sangue). Marsilio supera Aristotele quando affronta il problema del governo della

comunità e del raggiungimento della pace.

Secondo Marsilio lo strumento per governare bene e per raggiungere la pace è la legge, questa può

avere vari significati.

La legge può avere una inclinazione naturale, può avere la forma di una cosa producibile, può

essere la scienza di ciò che è giusto e vantaggiosa per la società civile o infine può essere come

regola delle azioni umane per il bene ultraterreno (le ultime due sono le più importanti).

Marsilio poi si mette ad elencare le caratteristiche delle leggi. Innanzitutto fa riferimento al

contenuto, la legge deve indicare ciò che è giusto fare e ciò che è ingiusto fare, il secondo elemento

è quello dell’idea che la legge sia dotata di una sanzione che ha come fine la punizione o un premio

( non c’è solo la sanzione negativa, ma anche il premio). Questa centralità della sanzione non

diventa elemento esclusivo, Marsilio dice che affinché la legge sia perfetta la sanzione non basta,

infatti oltre alla sanzione serve un contenuto di giustizia.

Questi elementi evidenziati sono comuni per ogni tipo di legge, poi abbiamo un altro carattere

comune che è quello di essere prodotto da un legislatore (causa efficiente). Dobbiamo trovare

quindi degli elementi che ci facciano differenziare le leggi, soprattutto quelle umane da quelle

divine.

Le distinzioni:

La legge umana regola gli atti che hanno rilevanza terrena, la legge divina regola atti che hanno

 rilevanza ultraterrena. La legge umana riguarda tutti gli atti volontari che devono essere

compiuti in questa vita per un fine da conseguire in questa vita. La legge divina riguarda tutti gli

atti che devono essere compiuti o omessi per raggiungere la vita divina.

La legge umana riguarda atti transitivi (conseguenze ricadono su altri soggetti), mentre la legge

 divina non è così, infatti hanno rilevanza sul soggetto agente che deve guadagnarsi la vita

divina.

Il legislatore della legge divina è Dio, in ciò non c’è nessuna deliberazione umana, il suo

 precetto è immediato, di conseguenza il Papa non può dettare la legge divina. Il legislatore

umano è la totalità dei cittadini, l’imperatore è sottoposto alla capacità legislativa dei cittadini.

A questa definizione Marsilio aggiunge il fatto che il legislatore è la totalità dei cittadini o la sua

parte prevalente. Questa espressione però non è spiegata da Marsilio. Noi possiamo

comprendere l’espressione in seno qualitativo o quantitativo (prevale la parte migliore o

maggiore?).

Nel caso della legge divina non può essere che Cristo colui che giudica e non è il Papa, per

 quanto riguarda la legge umana ci sono dei giudici che giudicano e applicano le sanzioni.

Secondo Marsilio il fatto che la legge provenga da chi la deve rispettare è una forte garanzia

d’efficienza. Marsilio arriva la conclusione che il papa non ha poteri nei confronti dei cittadini né

con riguardo alla vita terrena né ultraterrena.

La funzione della chiesa è quella di consigliare la strada da seguire per la vita eterna, questi

devono essere consigli, non comandi.

Con questo vediamo la differenza tra comando e consiglio. Il modello che deve seguire è quello del

medico, esso non impone nulla ma consiglia i metodi per ottenere la salute.

Un altro punto su cui Marsilio dice qualcosa di molto nuovo rispetto ad Aristotele è la distinzione

tra funzione legislativa e funzione di governo.

La funzione legislativa è affidata a colui che è il legislatore (totalità dei cittadini) e nella vita umana

abbiamo anche chi ha la funzione di governo, che amministra la comunità, questa funzione viene

definita pors principas.

Marsilio dice che il governo è creato dal legislatore, il governatore può essere destituito dal

legislatore.

L’attività di governo è continua, in più insiste sulla unicità di governo, infatti non ci possono essere

più governi (vuol dire che l’azione del governo deve essere unica), ciò perché altrimenti si

arriverebbe a discordie che il popolo deve superare.

La forza del governo non deriva dai mezzi privati ma deriva dai mezzi pubblici (gli eserciti, le armi

appartengono allo Stato).

Il suo pensiero è profondamente aristotelico, lo vediamo nella naturalità dello Stato e nel Governo

della legge. Marsilio si contrappone all’idea platonica (se esiste un uomo che abbia particolari doti

di giustizia, è meglio affidare a lui la giustizia) perché la legge è un rimedio alla cattiva disposizione

all’ignoranza dei giudici.

Nella legge secondo Marsilio si trova contenuta una sapienza superiore a quella di un uomo, la

legge è la sapienza di molti.

Troviamo un elemento medievale, infatti nel medioevo quando si parla di legge non si intende la

volontà di un legislatore, ma c’è l’idea di qualcosa che raccoglie ciò che c’è già ed è consolidato

nell’ambito della coscienza comune, di conseguenza si traduce in legge ciò che già vale a livello

consuetudinario.

Il potere politico non fa la legge, questo perché un elemento strutturale della politica medievale è

l’incompletezza del potere politico. Il potere politico non crea il diritto dal nulla e non svolge le

funzioni giurisdizionali giornaliere.

Il mondo medievale è pluralistico, abbiamo una pluralità d’ordinamenti. Quindi quando

Marsilioparla del Governo della legge bisogna inserirlo in questo contesto medievale. Marsilio è il

primo che fa una distinzione tra Governo e Legislatore, il Governo dipende dal legislatore (crea e

destituisce Governo), il governo deve essere uno (unitario), riferendosi al papato che voleva portare

delle leggi proprie, il Governo ha il possesso dei mezzi che permettono di controllare la cittadinanza

(mezzi militari pubblici e non privati).

Machiavelli:

Si trova in un contesto nuovo rispetto a Marsilio, infatti lui vive in un periodo dove non c’è più la

lotta tra il papato e l’impero, ma c’è il fenomeno della nascita degli stati nazionali.

Il passaggio da Marsilio a Machiavelli lo troviamo nel fatto che Marsilio aveva cercato di

aggiornare Aristotele affrontando un problema nuovo, Machiavelli invece pur assistendo alla

nascita degli Stati non dice di affrontare un nuovo problema, infatti secondo lui i problemi della

politica sono sempre gli stessi e di conseguenza analizza la regolarità della politica.

Machiavelli pone un problema di metodo, fino ad ora gli scrittori politici descrivevano le loro città

ideali dicendo come le cose dovevano andare, senza però descrivere come andavano realmente le

cose. Il suo pensiero voleva essere descrittivo, per questo viene considerato il fondatore della

scienza politica nuova. In parole povere, Machiavelli usa un metodo empirico.

Machiavelli è uno dei fondatori della tradizione realista. Nel realismo politico c’è la convinzione

che le cose andranno sempre nello stesso modo perché sono sempre andate così (salto dalla

descrizione alla prescrizione).

Questa idea discende da una determinata concezione antropologica, Machiavelli presenta una

visione negativa della natura umana, l’uomo è un essere egoista, da questa visione discendono

alcuni insegnamenti al principe e non solo.

Secondo lui era meglio essere temuti che amati, questi precetti valevano sempre perché chi basava i

rapporti sulla fiducia, in realtà crea un rapporto basato sull’utilità ed è incostante , la paura invece

non ti abbandona mai.

Questa incostanza dell’uomo è in realtà costante (costanza dell’uomo è l’incostanza). Da queste

idee discendono delle conseguenze precise, il primo aspetto è quello che ci fa capire il motivo

dell’esistenza dell’ordinamento giuridico che Machiavelli giustifica dicendo che tutti gli uomini

sono rei (tutti gli uomini sono pronti ad usare la malignità qualunque volta ne abbiano una libera

occasione).

Lo Stato diventa l’unico cemento della società che permette agli uomini di convivere pacificamente.

L’imperativo, l’obbligo da porsi è la costruzione dello Stato, esso si costruisce attraverso la forza.

Per Aristotele la politica era l’attività più alta che l’uomo poteva fare, per Machiavelli la politica

non è altro che una lotta per il potere.

Se lo Stato è forza, ne discendono dei precetti.

Machiavelli è lo scopritore della ragion di Stato, essa consiste nel separare la politica dalla morale

(non si può raggiungere l’obbiettivo dello Stato se stiamo attenti alla morale).

ESEMPIO:

Non rispettare i patti quando tale osservanza ti va contro.

(questo perché non ci possiamo fidare degli uomini)

Il pensiero di Machiavelli è drammatico, egli sa che per mantenere in vita lo Stato e la libertà c’è

bisogno di essere cattivi.

L’elemento che fa nascere lo Stato sono la milizie statali (non i mercenari).

“Il fine giustifica i mezzi”

Se tu raggiungi il fine e sei in grado di mantenere lo Stato, vedrai che i mezzi saranno giudicati

onorevoli.

I fondamenti dello Stato per mantenersi sono le buone leggi e le buone armi. I realtà Machiavelli

poi delle leggi non parla affatto, infatti secondo lui sono le buone armi che fanno esistere le buone

leggi, per questo ci parla solo delle buone armi.

Altro elemento per mantenere l’ordine è la religione, secondo lui il vero fondatore DI Roma fu

Numa Pompilio, egli creò gli dei tutelando il suo potere.

Dove manca il timore degli dei, si dovrà fare affidamento al solo timore del principe. La religione

diventa uno strumento della politica.

Anche la legge però è un elemento al quale Machiavelli si affida. La legge gli interessa

esclusivamente come strumento per raggiungere l’ubbidienza.

Se non ci sono buone armi non ci sono buone leggi. Machiavelli è interessato al rapporto tra leggi e

società, infatti egli è convinto che la legge dipenda dalla società.

Se i cittadini sono tutti corrotti non potremmo avere delle leggi buone e comunque non

servirebbero.

Per Machiavelli lo Stato è innanzitutto forza esercitata su un territorio (elemento essenziale

tradizione realista). La legge interessa a Machiavelli come strumento per il dominio, egli è convinto

della strumentalità della legge e della religione, però si rende conto che le leggi non sono autonome

dalla società, nel senso che le leggi non sono indipendenti dallo spirito che anima la società (Non si

possono creare leggi troppo lontane dallo spirito del popolo).

Machiavelli dice che il fondamento del diritto è la violenza, S. Agostino aveva delegittimato Roma

perché alla sua origine c'era un fraticidio, Machiavelli invece ritiene che quell'atto violento sia da

lodare, grazie a ciò la città è stata fondata.

“Il fatto ti accusa, ma è l'effetto che ti fa scusare”

Nel diritto le cose vengono legittimate a posteriori, quando una cosa prima può sembrare illegale,

dopo, secondo gli effetti avuti diventa legittimo (Se una rivoluzione fallisce, i rivoluzionari sono dei

delinquenti, ma se invece ha successo i rivoluzionari sono i fondatori del nuovo ordine).

Questa legittimazione all'origine violenta del diritto, rientra nella concezione dello status del

conflitto. Machiavelli è un conflittualista, infatti dà un valore positivo al conflitto, questo è qualcosa

di fisiologico con cui la società deve fare i conti. Le leggi sono una funzione del conflitto, esse

nascono dal conflitto.

Il conflitto è buono fino a che non mette in discussione l'ordine e diventa cattivo quando diventa

distruttivo per l'ordine.

Questa idea conflittualistica è legata ad una concezione ancora più generale ed è dovuta alla realtà

che per Machiavelli è in continuo mutamento, lo stesso vale per la politica che è in continuo

mutamento.

Questo principio di lettura della realtà è applicato alle forme di Governo.

Machiavelli introduce una forte novità, non fa più la distinzione quantitativa e qualitativa di

Aristotele, infatti per lui tutti i domini o sono Repubbliche o principati, esistono poi delle distinzioni

che riguardano la qualità ma la struttura del potere, perlando dei principati, distingue due modi di

governo, cioè “o per uno principe e tutti gli altri servi o per uno principe o barone i quali tengono

il grado per sangue”.

Il primo modo prevede il Principe in cima alla gerarchia sociale senza poteri intermedi tra Principe

e popolo, l'altro modo prevede i baroni che avevano potere su determinati territori, essi non sono

delegati del sovrano ma hanno questo potere per sangue.

Per Machiavelli le forme di Governo buone o corrotte non hanno senso, infatti secondo lui l'unica

cosa che ha senso è sapere se chi è al potere è in grado di tenere il potere. Non esiste da questo

punto di vista una forma di Governo migliore delle altre.

Secondo Machiavelli c'è una forma di Governo che può essere più stabile delle altre, questa è il

Governo misto, esso è una forma di Governo inventata da Roma.

Questo è un Governo che cerca di mettere insieme i principi dei tre tipi di Governo (Monarchia,

Aristocrazia, Democrazia).

Machiavelli riprende l'idea del Governo misto perché il potere guardava il potere, essi si

controllavano a vicenda. Machiavelli vive in un periodo dove si ha la formazione dello Stato, questa

è una struttura nuova, infatti lo Stato territoriale e nazionale stava nascendo in quel momento, egli si

rende conto che per legittimare lo Stato servissero le armi, la forza (elemento originario).

Lutero ed il protestantesimo

La riforma protestante fece sì che fosse legittimato il potere dello Stato.

Le opere di Lutero ebbero una conseguenza sulla concezione di Stato molto forte. Secondo Lutero

la salvezza si otteneva grazie alla fede e non per le opere fatte in vita; si nega il libero arbitrio e

secondo lui ogni uomo è sacerdote di sé stesso.

Se la salvezza si raggiunge per fede e non per le opere compiute, ci possiamo agganciare a S.

Agostino, infatti secondo lui la giustizia era l’ubbidienza alla fede.

Lutero applica la scissione tra Stato e Chiesa sconfinando in una concezione antigiuridica dicendo

che la vera giustizia è quella divina.

Creare una netta separazione porta paradossalmente a potenziare la forza del diritto. Lutero dice che

una società di veri cristiani non avrebbe bisogno del diritto. Il diritto non è qualcosa di necessario,

ma poiché nessun uomo per sua natura è un vero cristiano abbiamo bisogno delle leggi. Lutero

procede ad una rivalutazione dell’autorità terrena che deve proteggere i buoni e punire i malvagi

(funzione data da Dio).

Dio ha creato l’autorità terrena per far sì che l’uomo non viva secondo il suo istinto e sia malvagio.

Vi è poi un elogio dell’aspetto repressivo dello Stato. Secondo Lutero non ci possiamo sottrarre

all’obbligo di ubbidienza nei confronti del sovrano, altrimenti ci sarebbe l’anarchia.

Questa teoria non è in contraddizione con i precetti del Cristianesimo, infatti l’unico diritto a cui un

cristiano può appellarsi è la sofferenza.

Il diritto per Lutero non era altro che pena e repressione, per Lutero quando si parla di diritto l’unica

cosa che conta è la sanzione. Per Lutero c’è una stretto collegamento tra diritto, inteso come regola

che serve per punire e inteso come forza per governare. Per Lutero il giurista per eccellenza è il

boia.

Jean Bodin

Vive nel contesto successivo alla riforma, nel periodo delle guerre di religione. Bodin s’inserisce

con questo contesto nel quale la lotta religiosa diventava anche politica.

In Francia nasce un partito, quello dei politici, questo era formato da un gruppo d’intellettuali che

proponevano un’uscita dalle guerre di religione attraverso una divisione tra Stato e Chiesa.

Bodin appartiene a questo partito, la sua opera principale è “I sei libri dello stato” (1576), di pochi

anni successivo alla strage della notte di S. Bartolomeo (massacro Ugonotti).

Il problema di Bodin è quello dell’unità dello Stato. Lo Stato è il Governo giusto che si esercita

con potere sovrano su diverse famiglie e su tutto ciò che esse hanno in comune.

Bodin prende le distanze da Machiavelli, infatti per lui lo Stato era un governo giusto e non

un'organizzazione che controlla con la forza un territorio.

L'espressione più importante che utilizza è quella della sovranità, il potere sovrano è il potere

assoluto e perpetuo che è proprio dello Stato. Per Bodin la sovranità è la vera essenza dello Stato.

Uno Stato è tale solo se è sovrano.

Questo principio permette a Bodin di risolvere il quesito sull'unità dello Stato. L'elemento della

sovranità è giuridico, esso è spogliato da elementi religiosi. La sovranità si muove verso due

direzioni, verso l'alto e verso il basso, se lo guardiamo verso l'alto noi non riconosciamo dei poteri

superiori, verso il basso la sovranità pretende ubbidienza.

Terzo elemento della definizione sono le famiglie, lo Stato non è una semplice associazione ma è

qualcosa di più, le famiglie devono essere di un certo numero, ma la cosa più importante è che le

famiglie si vincolino creando un potere sovrano.

Il modello del potere della famiglia (potere paterno) è della medesima natura di quello politico.

Altro elemento è ciò che hanno in comune le famiglie, infatti il potere non si esercita su tutto, ma

solo su quello che le famiglie hanno in comune.

Dove non c'è proprietà privata non c'è nemmeno qualcosa di pubblico. Potere assoluto vuol dire che

il sovrano è per definizione sciolto dalla legge, questa assunzione permette di dire a Bodin che tra le

forme di Governo non ci sia molta differenza, il potere è sempre assoluto sia che sia in mano a uno,

a tanti o a pochi. Conta solamente l'unità del potere. Critica il governo misto, infatti per lui non si

doveva dividere la sovranità, ciò avrebbe portato alla dissoluzione dello Stato.

La sovranità si estrinseca nel potere del fare e di cassare le leggi. Elemento estremamente nuovo,

infatti vediamo che il sovrano fa la legge, questo è il legislatore moderno. La legge non è più una

traduzione della consuetudine ma è una volontà del sovrano.

Il rapporto tra sovrano e legge è un rapporto di subordinazione rispetto al sovrano, la legge fatta da

lui non può essere un suo limite.

Dal punto di vista della legge ordinaria (creata dal legislatore) non ci sono limiti per il sovrano. Per

quanto riguarda il rapporto legge-fonti del diritto troviamo la supremazia della legge, la legge è

superiore alle consuetudini, questo si vede dal fatto che la consuetudine ha valore solo se la legge

gli dà spazio.

Consuetudine e legge sono due fonti che hanno strutture diverse, la consuetudine si forma

gradualmente negli anni, la legge si forma subito, la consuetudine si fonda sulla base della volontà

collettiva, mentre la legge esce dalla volontà del legislatore, la consuetudine entra in modo cauto tra

i consociati, la legge si impone con la forza.

La legge deve diventare lo strumento che deve stare in cima alle fonti. La legge deve rispondere a

determinati requisiti, soprattutto è fondamentale che non sia cambiata troppo spesso e

repentinamente.

Questo potere assoluto però ha dei limiti, questi sono il rispetto delle leggi divine e naturali (non le

specifica), infatti esistono leggi che il sovrano non fa e per questo ne deve essere sottomesso, tra

queste leggi naturali Bodin pensa ad una legge che accomuna tutti i popoli, questa legge è quella di

rispettare i patti (altro elemento anti-Machiavelli).

I patti obbligano il sovrano, questo perché quando egli dà la legge la fa la fa procedendo dalla sua

volontà, ma quando fa un patto si obbliga nei confronti del contraente. Un altro obbligo sono le

Leges Imperi (leggi fondamentali dello Stato), queste sono leggi che danno allo Stato la sua

struttura fondamentale, queste sono leggi che non ha fatto il sovrano e per questo le deve rispettare.

Bodin sta creando una gerarchia delle fonti del diritto statale, infatti il sovrano nel creare la legge

trova come limitazione le Leges Imperi che non sono modificabili.

L'ultimo limite per la volontà del sovrano è quello della proprietà. Questo limite lo si vede dal fatto

che alcune decisioni economiche del sovrano devono essere approvate dagli Stati generali

(assemblee cittadine).

L'assolutismo di Bodin non è così estremo e non prevede il poter fare qualunque cosa, ma è assoluto

perché vede tutti i poteri in mano al sovrano con la conseguente scomparsa del pluralismo giuridico.

Per Bodin l'individuo non è mai considerato come singolo ma sempre come membro di un gruppo

sociale.

Per Bodin tutti i corpi collettivi sono un'unione di famiglie, esse hanno una loro potestà giuridica

indipendente dello Stato (altro limite del sovrano), anche se comunque non possono andare contro

le leggi.

Bodin è convinto che gli uomini abbiano una capacità normativa, essi hanno capacità di

organizzarsi attraverso delle regole.

Per questo motivo lo Stato non può stritolare i gruppi, essi hanno una loro autonomia che va

rispettata, distruggere l'autonomia vuol dire distruggere il fondamento dello Stato.

Il giusnaturalismo moderno

Questa corrente filosofica ci fa trovare in un panorama diverso, esso parte dalla ricerca delle ragioni

della legittimazione dello Stato. Igoverni pensano allo Stato come autorità, cioè potere riconosciuto

come legittimo sulla base di qualche ragione. Si cerca di individuare un elemento che permetta di

riconoscere allo Stato la sua legittimità.

Dal ‘600 in poi comincia il filone del giusnaturalismo moderno che finirà agli inizi dell’800. I

caratteri fondamentali sono l’elemento della secolarizzazione, si sente la necessità di fondare

l’autorità politica su basi terrene, altro elemento è il razionalismo, si cercherà di fondare l’ordine

politico e giuridico su basi razionali.

Mentre la ragione nei pensatori antichi era uno scopo dell’uomo, nel giusnaturalismo moderno la

ragione diventava uno strumento di conoscenza e analisi della realtà. L’uomo è un essere razionale

e per questo si inserisce in ambito razionale.

Dire che la ragione sia uno strumento di conoscenza, vuol dire che essa è soggettiva, è uno

strumento di cui l’uomo si serve.

L’altro punto è l’individualismo, si deve pensare ad un concetto opposto all’organicismo.

L’individualismo vuol dire concepire l’individuo come ciò che viene prima e la società come ciò

che viene dopo.

L’individuo è il punto di partenza per costruire ciò che è più grande dell’individuo, allora la polis

non è naturale ma è qualcosa che viene costruita con la somma degli individui. La società si

costruisce attraverso uno strumento che permette di privilegiare al massimo le qualità

dell’individuo, la società è una comunità che nasce in virtù di un contratto.

Ultimo punto nel quale possiamo vedere questo cambiamento dal giusnaturalismo classico a quello

moderno è che da ora quando parleremo di diritto naturale, l’elemento più importante non sarà il

diritto oggettivo ma quello soggettivo.

Non ci sono più i precetti di diritto naturale, ma ci saranno una serie di diritti naturali (non uccidere

diventerà diritto alla vita). Si parte da una concezione che richiede la garanzia dei diritti naturali.

Rimane da dire una cosa molto importante collegata all'individualità, questi autori si trovano di

fronte agli stati nazionali e cercano di legittimarli. Arrivano a legittimarli attraverso uno schema di

ragionamento tipico del governo moderno, questo è un modello concepito sulla base di tre momenti

di discussione:

Stato di natura: E' la descrizione della condizione dell'uomo in un'epoca che precede la vita in

società, questo elemento diventa indispensabile per legittimare lo Stato (immaginiamo come

sarebbe se non esistesse lo Stato). Una cosa che accomuna tutti gli autori è l'idea che in questo Stato

gli individui siano degli esseri liberi ed uguali tra loro.

Altro problema che lo Stato di natura si pone è la sua realtà, ci si chiede se sia mai esistito e se

l'uomo riuscirebbe a viverci.

Una immagine tipica per descrivere questo Stato erano le società selvagge (indiani d'America). Lo

Stato naturale diventa il punto di partenza del ragionamento che deve portare a capire le ragioni

della società politica. L'uscita da questo Stato è necessaria, non è possibile rimanerci, da ciò si esce

tramite un contratto.

Contratto: Attraverso ciò usciamo dallo Stato di natura. La differenza che divide gli autori è il

modo di concepire il passaggio e quello di concepire il contenuto del contratto.

Troveremo quasi sempre due tipi di contratto, il primo porta alla costituzione della società, mentre il

secondo alla creazione del governo. Il primo contratto è quello della semplice associazione, ma

questo non basta per creare un ordine politico, per far ciò c'è bisogno del patto di soggezione,

attraverso il quale la società costituita affida il patto a qualche soggetto. I due autori che hanno una

maggiore compattezza di pensiero, Hobbes e Rousseau, considerano questi due contratti talmente

uniti da ritenerli un unico contratto. Da questi contratti nasce la società civile.

Società civile: E' lo Stato, esso si contrappone alla società naturale. Attraverso questo processo

viene evidenziato che esso è qualcosa d'artificiale che nasce da un patto umano. Questa società

civile si basa sul consenso degli associati, ciò ci permette di dire che lo Stato moderno è sempre

fondato sul consenso.

Questi tre momenti ci permettono di segnare alcune differenze rispetto al modello

antico/aristotelico.

Il punto di partenza aristotelico era la famiglia, nel giusnaturalismo moderno è l'individuo. Nel

rapporto tra punti di partenza e di arrivo c'è una linearità nell'aristotelico, mentre nel modello

moderno abbiamo una frattura tra partenza ed arrivo, questa è qualcosa che costringe a cambiare la

condizione dello Stato di natura.

Gli elementi costitutivi del modello aristotelico erano che lo Stato fosse sempre formato da gruppi

sociali organizzati (Polis era unione di più famiglie), nel modello moderno gli elementi costitutivi

sono gli individui.

Il passaggio dal primo all'ultimo momento nell'aristotelico si ha come naturale, come un passaggio

che è dentro la natura dell'uomo, nel modello moderno invece il passaggio avviene attraverso una

convenzione, una cosa artificiale.

Per Aristotele l'esistenza dello Stato era giustificata dalla natura (non è pensabile l'uomo senza la

polis), nel modello moderno questo non può avvenire, lo Stato viene giustificato dal consenso e

dall'autonomia individuale che si ha attraverso il contratto.

Ugo Grozio

Si pone alla fine del ‘500, inizi ‘600. Egli non applica nel modo più perfetto il modello del

giusnaturalismo moderno.

Grozio è importante perché vive in un momento di guerra civile e di contrasti di religioni. Una

preoccupazione di Grozio era quella di cercare di legittimare il diritto naturale rispetto al diritto

religioso. Il diritto naturale ci dà dei precetti validi indipendentemente dal fatto che Dio esista.

Rimangono validi perché sono verità di ragione. Grozio è considerato il fondatore del diritto

internazionale moderno, questo perché tutte le sue considerazioni riguardano la guerra.

La sua opera più importante è “Diritto della guerra e della pace” .

C’è l’idea che il diritto ha una funzione dominante nel risolvere i conflitti e quindi anche delle

guerre (supera l’idea della guerra che non ha diritto, che non ha regole). Ciò porta Grozio a pensare

alla guerra in modo realistico, egli rifiuta il pacifismo irrealistico che sogna di superare le cause

della guerra, noi la possiamo regolare attraverso il diritto. Ogni comunità in realtà ha le regole per

risolvere questi conflitti. C’è una critica a coloro che pensano che i rapporti tra Stati si debbano

basare sulla forza. Nel pensiero di Grozio capiamo che la guerra è uno strumento per realizzare un

diritto (sanzione verso quei comportamenti che non rispettano il patto), pensa ciò perché la

comunità degli Stati non ha una figura a cui rivolgersi nei casi in cui non siano rispettati i patti.

Quando abbiamo a che fare con dei rapporti non istituzionalizzati c’è bisogno di pensare ad una

soluzione che può essere solamente l’autotutela.

Ne discende la conseguenza che la guerra deve essere commisurata rispetto al diritto leso. L’altro

modo è di pensare al diritto come limite alla guerra.

Il fondamento del diritto naturale per Grozio è la socialità dell’uomo (mantiene il modello

aristotelico), questa socialità fonda un certo tipo di diritto naturale, un primo elemento è la

bilateralità tra diritti e doveri che porta a determinati precetti come ad esempio:

Astenersi dalle cose altrui

 Riparare il danno inflitto

 Sottomettersi alle leggi penali

L’altro elemento per Grozio è rispettare i patti. Questa idea dei patti che devono essere rispettati è

essenzialmente per il rispetto dell’ordine politico, una volta scelta la forma di governo non ci si può

più ribellare ma si deve rispettare il patto.

La ragione del patto sociale, che per molti giusnaturalisti è utilitaristica, per Grozio non lo è, infatti

la società civile non si può formare su un motivo utilitaristico, l’utilità immediata mina le ragioni

del patto e la convivenza.

Il diritto naturale per Grozio si riconosce attraverso due vie, il primo è quello della deduzione

razionale da principi autoevidenti (esistono alcuni precetti che non possono essere non rispettati).

L’altro modo è quello a posteriori dimostrato sulla base di argomenti storici, il diritto naturale è ciò

che si è affermato nella storia di tutti i popoli. Secondo Grozio se c’è un effetto comune, vuol dire

che c’è una causa comune (una natura umana).

Hobbes:

E’ il primo teorico moderno dello Stato moderno. Applica alla perfezione il modello giusnaturalista

moderno, opera nell’Inghilterra della prima metà del ‘600. In questo periodo abbiamo delle lotte

politiche e religiose che porteranno a vari scontri che riguardavano la limitazione del potere del Re, ciò

sfocerà in una guerra civile che si concluderà con la decapitazione del Re nel 1669 e la successiva

nascita della Repubblica di Cromwell.

Dal punto di vista filosofico scientifico assistiamo alla nascita della scienza moderna, la pretesa di

Hobbes era quella di portare il metodo scientifico all’interno delle scienze morali.

Nel definire l’uomo Hobbes è fortemente condizionato dalla situazione del suo tempo, per lui l’uomo è

essenzialmente negativo ed ha la pretesa di descriverlo in modo scientifico.

L’uomo per Hobbes è una macchina in cui i vari organi non sono altro che pezzi di una macchina che

reagisce in modo determinato agli stimoli del mondo esterno.

La descrizione meccanicistica dell’uomo porta Hobbes a descrivere i rapporti uomo-Mondo in modo

meccanico, l’uomo è mosso dall’istinto della propria conservazione, egli non fa altro che realizzare le

condizioni per la propria autoconservazione.

I bisogni non possono essere mai soddisfatti in modo definitivo, altro problema poi è che l’uomo non è

mai solo a cercare di realizzare determinate condizioni.

Il Mondo però non ha a disposizione le risorse per soddisfare tutti, per ciò gli uomini sono costretti ad

accaparrarsi determinate risorse a discapito di altri, ciò porta allo scontro.

Da ciò possiamo ricavare l’immagine di un Mondo sempre in conflitto, lo Stato di natura è uno Stato di

guerra, l’uomo che segue i suoi istinti naturali è un essere portato al conflitto, questo però non vuol dire

che Hobbes sia un autore conflittualista.

Non c’è altra sicurezza che derivi dalla propria forza. La condizione dell’uomo appare senza speranza,

sembra che non ci si un’uscita verso la pace, oltretutto secondo Hobbes gli uomini sono uguali nelle

forze, infatti se ci fosse qualcuno più forte degli altri, esso imporrebbe l’ordine. L’antropologia di

Hobbes è quindi agli antipodi di quella di Aristotele.

In questo Stato di natura secondo Hobbes non esistono criteri di giustizia, niente può essere ingiusto in

questo Stato di natura, l’unico criterio di giustizia che può essere riconosciuto è il proprio utile.

Esistono poi due nozioni:

13. Diritto di natura: libertà che ciascuno ha di usare il proprio potere per propria conservazione.

14. Legge di natura: E’ una regola generale scoperta dalla ragione, questa regola proibisce ad un uomo

di fare ciò che distruggerebbe la sua vita.

La cosa fondamentale per mantenersi in vita è il potenziale pericolo di essere uccisi. I passaggi

fondamentali che l’uomo deve fare per conservarsi in vita sono quelli di cercare la pace, Hobbes poi

evidenzia vari precetti che derivano tutti dalla necessità di cercare la pace.

Queste leggi di natura non hanno nessun valore se non di tipo morale. La considerazione principale

dell’antropologia negativa dell’uomo deriva dal fatto che non ci possiamo fidare di nessuno. L’uomo

può fare anche un patto di non belligeranza con un suo simile, ma egli non sarà mai sicuro che l’altro lo

rispetterà e non lo aggredirà, l’unico modo per star sicuri è aggredire per primi.

I patti senza la spada sono solo parole. Si esce da questa concezione considerando il patto in modo

particolare, la paura è il fondamento della soluzione. La soluzione è un patto dove gli individui decidono

di trasferire tutti i loro poteri e libertà ad un terzo, in modo che esso sia il garante del patto. Da quel

momento il terzo ci rappresenta.

Il patto avviene attraverso una serie di patti singoli che gli individui siglano tra loro. A questo punto il

sovrano ha una forza superiore rispetto agli altri (“E’ un Dio mortale”), da Hobbes viene definito il

Leviatano.

Lo Stato nasce dal trasferimento delle forze e libertà proprie a vantaggio del sovrano. Il sovrano non è

più qualcosa di separato dall’uomo, è qualcosa che riconosciamo come noi stessi, infatti noi con il patto

autorizziamo tutte le azioni del sovrano.

Nello Stato di natura si era capito che c’era la necessità di creare un’entità superiore all’uomo che

garantisse la pace.

Le azioni del sovrano sono le nostre azioni. La particolarità di Hobbes è che il suo patto è un’unione del

patto di associazione e di soggezione. Questo patto ci dice che lo Stato non può nascere da

l’associazione, è possibile unirsi ad altri soggetti solo se questi soggetti nello stesso momento si

assoggettano ad un terzo.

Pensare ad un patto di unione autonomo vuol dire aver fiducia negli uomini ancor prima che sia creato il

Leviatano.

Lo Stato è un artificio dell’uomo, posso pensarlo come un uomo in grande, come una macchina. Il

potere del sovrano non è altro che un’imitazione del potere di Dio e per questo è assoluto, è assoluto in

quanto noi l’abbiamo autorizzato per far sì che mantenga l’ordine.

Quando noi abbiamo stipulato il patto abbiamo deciso di trasferire il nostro potere al sovrano. Noi non

abbiamo stipulato il contratto con il sovrano, egli è solamente il beneficiario, per questo motivo lui non

si deve attenere al patto.

La differenza tra le forme di Governo perde importanza (riprende le idee di Bodin), per lui non esiste la

distinzione tra forme di governo buone o cattive, infatti non c’è nessuna distinzione tra un monarca o un

tiranno, infatti sarà definito monarca da un suo seguace e tiranno da un suo rivale.

In Hobbes c’è la negazione del diritto di resistenza, questo è il diritto di opporsi al sovrano, non lo si

può fare perché il potere del sovrano è preferibile all’anarchia, ma soprattutto, concepire un limite al

potere del sovrano vorrebbe dire non riconoscerlo come tale, ciò porterebbe al ritorno dello Stato di

natura.

Se invece il sovrano non tutela la sua vita, io sono legittimato individualmente a sottrarmi al sovrano,

questo perché quando lui fa ciò, vuol dire che siamo tornati allo Stato di natura e di conseguenza posso

comportarmi come voglio.

In questo modo Hobbes sta definendo uno spazio che rimane intangibile rispetto al potere dello Stato,

questo è il diritto alla vita.

Il diritto alla vita diventa superiore agli ordini dello Stato. L’uomo può disubbidire al sovrano non solo

quando mette a repentaglio la mia vita, ma anche quando non sono più garantite le condizioni di pace.

Al di là di questo aspetto il rapporto tra sudditi e sovrano è un rapporto di ubbidienza costante,

innanzitutto perché non ci sono ragioni per le quali io non debbo ubbidire , questo perché quando il

sovrano attraverso una legge indica la sua volontà, questa volontà è per definizione giusta, perché la

volontà del sovrano è l’unico criterio di giustizia che abbiamo.

Per Hobbes la libertà è quella sfera nella quale il sovrano non comanda, dove non c'è una

regolamentazione diretta.

La libertà dipende dal silenzio della legge. Solo nei casi in cui non ci sono delle norme si può parlare di

libertà.

La sua concezione di libertà è intesa come un non impedimento. La funzione dello Stato è quella di

eliminare tutti gli impedimenti possibili.

Ciò porta a dire che non ci sono differenze tra le varie forme di Governo, infatti la libertà è assenza di

legge e di conseguenza è uguale in tutte le forme.

L'assolutismo per lui era concepire solo lo Stato come un ente indipendente e regolare, c'è l'idea che

questo ente possa essere un rappresentante di tutto il popolo.

Tutti gli altri enti sono privati dello Stato.

L'obbiettivo politico di Hobbes è quello di garantire l'unità dello Stato. Le cause che possono portare

alla dissoluzione sono delle idee seviziose:

Ognuno può avere una idea su ciò che è giusto ed ingiusto.

 Il sovrano è soggetto alle leggi.

 La proprietà privata è un limite assoluto al Governo.

 Il potere del sovrano può essere diviso (secondo lui il potere doveva essere uno solo).

 Tirannicidio.

 Il potere temporale e spirituale devono essere divisi (secondo lui il potere spirituale doveva

 sottomettersi a quello temporale).

Una legge è buona se è opportuna o meno (elemento politico), cioè se in quel momento serve a

qualcosa. La legge per Hobbes è esclusivamente un comando, Hobbes dice che è l'autorità e non la

verità che fa la legge. Ciò fa di Hobbes un positivista.

La legge civile è l'insieme delle norme che oralmente, per scritto o con altro segno sufficiente a

manifestare la volontà, lo Stato ha ordinato d'applicare per distinguere il diritto dal torto, cioè ciò che è

contrario alla norma da ciò che non lo è.

Questa legge è un comando, questo vuol dire che c'è una differenza tra un comando ed un consiglio. Nel

consiglio non conta la volontà, ma il bene del consigliato.

Inoltre quando c'è un comando la responsabilità dell'azione compiuta è di colui che comanda, con il

consiglio la responsabilità è di chi fa uso del consiglio.

Con Hobbes capiamo che la legge è superiore alle altre forme di diritto.

Questa superiorità della legge porta Hobbes a fare una critica al Commo Law, questo era il sistema

giuridico inglese nel quale il diritto si forma per via giurisprudenziale, cioè tramite le sentenze dei

giudici.

Hobbes lo critica perché queste non sono leggi poste dal sovrano. Questa dipendenza delle leggi dalla

volontà del sovrano non vuol dire che il sovrano può farla come vuole, la legge deve rispondere a

determinati caratteri:

Pubblicità: deve essere conosciuta per essere rispettata.

 Chiarezza: deve esprimere nel modo più chiaro possibile la volontà del sovrano, questo per

 evitare le interpretazioni, nel caso in cui ci fossero problemi d'interpretazione, solamente il

sovrano li potrà risolvere.

Irretroattività: la legge non può avere effetto su fatti precedenti alla loro promulgazione.

 Uguaglianza di trattamento: si rivolge a tutti i cittadini in modo da trattarli tutti in modo

 adeguato.

C'è in Hobbes un ordinamento giuridico centrato sulla legge che fa di questo autore un propulsore del

giuspositivismo. Per Hobbes la giustizia è legalità.

Per Hobbes la giustizia commutativa e distributiva avranno un riferimento esclusivo alla volontà, che in

un lato è la volontà dei contraenti (commutativa), in ciò il giusto valore deriva da ciò che essi vogliono

dare (potrei dare una casa per un francobollo raro!), la giustizia distributiva non è altro che quella

dell'arbitrio, cioè l'atto del definire ciò che è giusto.

Ma Hobbes è giusnaturalista o giuspositivista?

Hobbes è in realtà entrambe le cose perchè parte da una concezione giusnaturale per fondare una

concezione giuspositivista. Hobbes utilizza il modello del giusnaturalismo moderno partendo dall'idea

dello Stato di natura, dal diritto naturale per trovare una risposta giuspositivistica che sarà lo Stato

assoluto.

Il giuspositivista per Hobbes è l'idea dell'ordine ed è l'unica possibilità di risposta al disordine, poiché lo

Stato di natura non ha ordine, bisogna cercare la risposta nell'ordine, ciò ci permette di dire che lo Stato

in Hobbes si presenta come negazione dello Stato di natura. Questo vuol dire che lo Stato ha come

obbiettivo quello di negare la natura dell'uomo, poiché la natura umana è fatta di disordine.

In Hobbes abbiamo trovato un paradigma estremamente attuale, lui è l'autore che ha messo al centro

della politica la paura, vista come forma di ordine (la paura di essere uccisi dà il via al patto che porta

allo Stato), essa è il fondamento dello Stato.

Essa diventa la ragione fondamentale dell'ordine nello Stato (si ubbidisce perchè si ha paura del

sovrano).

Abbiamo trovato anche l'idea che l'ordine giuridico e politico sia fondato dal basso. Il potere del sovrano

non è più un diritto divino, ma ha il potere perché gli è stato dato dai singoli.

L'oggetto del contratto è quello di neutralizzare il conflitto, cioè eliminare tutti quegli elementi che

portano al conflitto (religioni ect.)

Locke:

Si inserisce nel contesto culturale del ‘600 e parte dalle teorie di Hobbes per fondare le sue idee.

E’ considerato l’ideologo della rivoluzione del 1689. In questo periodo vediamo il valore ideologico

del diritto naturale, Locke nella sua opera principale, “Due trattati sul governo”, denuncia il valore

ideologico della sua opera, dove dice di voler dimostrare la stabilità e la legittimità del trono di

Guglielmo d’Orange.

Locke aveva capito che il sistema di Hobbes era estremamente coerente e matematico, per questo

l’unico modo per discutere le sue idee era quello di negare le sue premesse.

Locke vuole dimostrare che la legge è qualcosa di diverso da un mero esercizio della volontà del

sovrano.

Locke vuole dimostrare che lo Stato di natura sia pacifico e non di guerra. Il filosofo inglese parte

dall’idea che lo Stato di natura e la guerra stessero agli antipodi.

Secondo Locke l’uomo naturale è portato a seguire la legge naturale, anche Hobbes diceva che

seguivano la legge naturale, ma secondo Locke la legge naturale diceva di rispettare i diritti che

sono propri di tutti gli uomini. La legge naturale è il rispetto dei diritti altrui.

Questi diritti naturali sono il diritto alla vita, alla libertà ed alla proprietà. C’è una critica diretta ad

Hobbes (anche se in realtà nella sua opera non è mai citato), sul principio di autoconservazione,

infatti per Hobbes il perseguire l’autoconservazione non era un dovere ma una cosa meccanica, per

Locke ciò era svilente, egli dice che la legge naturale ci richiama ad un dovere che è quello di

rispettare i diritti.

La legge naturale quindi è un sistema di obblighi. La libertà naturale di Hobbes era quella di fare

qualunque cosa fosse possibile, per Locke invece esse derivava dall’autolimitazione e non dalla

mancanza di limiti.

La libertà naturale per Locke non è una licenza perché l’uomo non è libero di disporre a proprio

piacimento né di sé né degli altri.

L’uomo non è libero perché questa libertà di poter disporre di sé o degli altri non gli è stata

concessa dal creatore. Questo perché l’uomo vive nello Stato di natura che è governato dalla legge

di natura che è ragione, quindi passiamo da un elemento ideologico ad uno razionale.

Essendo tutti uguali e indipendenti, nessuno deve recare danno agli altri nella vita, nella salute e

nella proprietà.

La libertà naturale si traduceva nel fatto che ogni individuo si pone dei limiti che lo portano a

rispettare dei valori. Per Locke non si deve recare danno agli altri, il suo diritto potere viene

trasformato in una correlazione dove se io rispetto i diritti, a mia volta gli altri rispettano i miei.


ACQUISTATO

2 volte

PAGINE

46

PESO

295.50 KB

PUBBLICATO

+1 anno fa


DESCRIZIONE APPUNTO

Appunti di filosofia del diritto (unipi) basati su appunti personali del publisher presi alle lezioni del prof. Greco dell’università degli Studi di Pisa - Unipi, Facoltà di Giurisprudenza, Corso di laurea magistrale in giurisprudenza. Libri di testo di riferimento e consigliati:
-Storia della filosfia del diritto-Fassò.
-Il Futuro della democrazia-Bobbio.
-Un solo Mondo, un solo diritto.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in giurisprudenza (PISA, LIVORNO)
SSD:
Università: Pisa - Unipi
A.A.: 2016-2017

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher camillavanni2 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Filosofia del diritto e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Pisa - Unipi o del prof Greco Tommaso.

Acquista con carta o conto PayPal

Scarica il file tutte le volte che vuoi

Paga con un conto PayPal per usufruire della garanzia Soddisfatto o rimborsato

Recensioni
Ti è piaciuto questo appunto? Valutalo!

Altri appunti di Filosofia del diritto

Riassunto di filosofia del diritto , prof Bonsignori, testo consigliato "Psicanalisi della Pace
Appunto
Filosofia del diritto - Appunti
Appunto
Aristotele
Appunto
Riassunto esame Filosofia del Diritto, prof. Ripepe, libro consigliato Compendio di Storia della Filosofia del Diritto, Todescan
Appunto