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MODULO 1

LEZIONE 1 – LA TEORIA DELLA NATURALE SOCIEVOLEZZA

Il tema di questo corso sarà la democrazia antica e i suoi critici, sia come sistema politico che come sistema

di valori. Questo sarà il tema perché la democrazia antica fissa le basi di riferimento della democrazia tout

court: quanDo nell’età moderna ci saranno rivoluzioni democratiche, queste si ispireranno alla democrazia

antica, forma più compiuta e più perfetta di democrazia in quanto ha caratteristiche legate al contesto storico

e geografico in cui nacque. Tra l’altro, la democrazia antica è una democrazia diretta, ovvero nella quale il

soggetto che detiene il potere (ovvero il popolo) lo esercita in prima persona e non come accade oggi.

La democrazia si fonda sui due principi essenziali della libertà e dell’uguaglianza, valori condivisibili ma che

nel corso della storia sono stati considerati diversamente, ad esempio partendo dal presupposto che dando

all’uomo la libertà, egli diventi una bestia. Nella società in cui viviamo, che si fonda sulla supremazia dello

stato, parte da presupposti differenti rispetto a quelli della libertà e dell’uguaglianza e cioè della supremazia

di un potere assoluto che instradi l’uomo che se fosse lasciato libero si comporterebbe male.

I critici della democrazia parlano dell’uguaglianza democratica come dell’appiattimento verso il basso (es.

PLATONE che dice che nel regime democratico neanche gli animali si ritengono più in dovere di rispettare

le gerarchie in quanto si sentono parificati.), perché gli ordini tradizionali vengono completamente ribaltati

(l’essere uomo, maschio e greco). L’altra grande differenza è tra greco ateniese e stranieri, perché lo straniero

è il non cittadino, l’altro, il diverso, la potenziale minaccia, che però in democrazia spesso finisce per essere

assimilato ai cittadini. Questo perché spesso i cittadini adottano stili di vita e parole e linguaggi tipici degli

stranieri. Ad Atene, risiedeva un nutrito gruppo di stranieri, che erano i METEICI , residenti da generazioni

ma non per questo acquisivano la cittadinanza. Si era ateniesi in quanto figli di ateniesi, non perché nati ad

Atene, quindi vigeva lo ius sanguinis. Per lo stesso motivo, essere Greci non voleva dire essere nati in

Grecia, ma essere nati da Greci in un contesto greco, riscontrabile in tutto il Mediterraneo, ovunque i Greci

avessero delle colonie. Le colonie erano un pezzo di una città che si era trasferita altrove e ne aveva costruito

un’altra, pur mantenendo sempre forti rapporti con la madrepatria.

A proposito di Protagora, si dice che in lui troviamo forse l’unico vero discorso teorico sull’uguaglianza

democratica: l’uguaglianza è importante perché senza di essa non si avrebbe la democrazia. La democrazia

può funzionare solo partendo dal presupposto che tutti i cittadini siano considerati uguali. Ma il termine

uguaglianza ha un’accezione ambigua, in quanto può significare cose diverse: essa va sempre misurata

rispetto a qualcosa di diverso con cui paragonare i termini dell’eventuale uguaglianza. Quando si parla di

uguaglianza politica si parla di qualcosa di particolare e specifico, ovvero che le persone sono uguali

all’interno della polis nel senso che possono dare tutti un contributo più o meno uguale a seconda delle

competenze specifiche, ma comunque sono tutti in grado di dare un contributo alla vita della città, al suo

funzionamento, alla sua difesa. Allora perché i cittadini di una città possono definirsi uguali? E, ancor prima,

è possibile che la virtù politica, la capacità di governare ed amministrare sia insegnata? Si può insegnare

questa capacità? I tue soggetti del dialogo platonico rispondono in modo completamente diverso: Socrate

dice di no, perché altrimenti i più grandi statisti e politici di Atene avrebbero insegnato l’arte politica ai loro

figli, ed invece non è avvenuto perché non è insegnabile ma è il risultato di una dote divina; Protagora dice

invece che l’arte politica è insegnabile, si può apprendere e migliorare con l’applicazione e con l’esercizio,

pensa di essere in grado di insegnarla ed il risultato è una combinazione tra vocazione naturale e applicazione

e studio. Vedremo successivamente in che modo Protagora argomenta questa sua tesi, ma qui vediamo che si

dà una giustificazione alla democrazia nel senso in cui tutti i cittadini possono e devono dare un contributo

alla città anche se lo devono fare in modo diverso. Ma questa diversità di contributo, non mette in

discussione che tutti siano in grado di e possano darlo. Questa teoria protagorea, che non è una costruzione

così intellettualistica, rispecchia e giustifica il funzionamento della stessa organizzazione politica,

amministrativa e giudiziaria della città di Atene, dove ci sono essenzialmente due tipi di incarichi, quelli che

si affidano per sorteggio e quelli che si affidano per elezione. Tra questi ultimi vi è un’ulteriore

differenziazione tra gli incarichi che si affidano a chi si è considerato disponibile a ricoprirli, e quelli che

vengono affidati solo a chi ha un certo reddito. Allora, queste due modalità non mettono in discussione il

principio dell’uguaglianza: quella per sorteggio è la modalità che anzi esalta questo principio. Si ritiene

dunque chiunque venga sorteggiato in grado di ottemperare un certo incarico. L’elezione invece no, si fa in

quei campi in cui si richiede una competenza specifica anche in ambito politico. Certe magistrature che

implicano una gestione di grandi capitali richiedono delle garanzie, che le persone che esercitano queste

cariche siano in grado di risarcire ad esempio la cittadinanza in caso di un cattivo uso dei beni di cui

dispongono. Ma questo non nega il principio dell’uguaglianza protagorea, perché quest’ultima significa

stabilire un’equiparazione ad un grado elementare (tutti i cittadini possono contribuire in modo utile alla

società). Quindi, sta tutto nel concetto di cittadinanza, avere dei diritti e dei doveri che devono essere in

grado di esercitare. Da questo punto di vista, l’uguaglianza è tutelata insieme alla diversità ed al merito, per

cui la società ateniese non è appiattita verso il basso come vorrebbero i suoi critici, i quali devono

riconoscere che la società democratica ha garantito la supremazia ateniese in tutto il Mediterraneo orientale

ed il benessere, la ricchezza, lo sviluppo di Atene. Pure il Vecchio Oligarca ammette che, da un lato, il potere

venga concentrato nelle mani dei poveri, degli incolti e degli ignoranti, dall’altro riconosce che queste stesse

persone sono quelle che hanno assicurato il dominio della democrazia in tutto l’Egeo ed il mediterraneo

orientale.

La democrazia viene presentata dai suoi critici come governo dell’esclusione e come una sorta di dittatura

della maggioranza, i democratici lo considerano invece come governo dell’inclusione (perché la democrazia

include tutti i cittadini nel meccanismo del governo, è una forma di autogoverno). I critici della democrazia

dicono che nella democrazia conta il numero, è il governo della maggioranza, mentre i suoi sostenitori

cercano di evidenziare il fatto che il sistema democratico non miri tanto a stabilire chi abbia maggioranza e

chi minoranza, ma miri ad un accordo, partendo dal presupposto che le decisioni siano prese da tutta la

collettività anche se rappresentata solo da quella parte della comunità che si reca nell’assemblea per decidere

e che rappresenta il resto della popolazione. In questa parte, si tende a raggiungere una decisione unanime,

perché si parte dal presupposto che tutta la comunità la debba adottare. Quindi non è un governo della

maggioranza, del numero, ma è un governo che vuole essere il governo della comunità e per la comunità.

(Lez.8)

Sempre parlando di regole di sistema, queste sono quelle che permettono alla democrazia di funzionare come

un sistema politico che garantisce la libertà, l’uguaglianza ed il progresso dei cittadini. Alla base della

visione democratica c’è una concezione ottimistica dell’uomo. Ma qual è la linea di confine? L’uomo è un

essere sostanzialmente socievole, è un soggetto capace di autogovernarsi, di darsi dei limiti, di cooperare con

gli altri uomini ma a patto che ci siano dei limiti che gli permettono di seguire la retta direzione. Cicerone

diceva che bisogna essere schiavi delle leggi per essere liberi, quindi una vita senza leggi è qualcosa che per i

greci è irraggiungibile, in quanto le leggi stabiliscono i comportamenti che permettono di vivere bene

all’interno del gruppo sociale. Perché le leggi sono importanti? Perché fa parte della natura dell’uomo la

possibilità di scegliere sulla base di aspettative, bisogni, prospettive diversi che possono essere raggiunti con

comportamenti differenziati. Ciò significa che qualsiasi cosa noi facciamo in quanto prevista da una regola,

noi la facciamo non perché non potremmo non farla, ma perché imposta dalla legge e perché potremmo fare

delle cose completamente diverse, altrimenti non ci sarebbe legge. La condizione di pensabilità della norma è

la sua trasgredibilità: una norma esiste solamente in quanto può essere trasgredita; se non può essere

trasgredita, la norma non esiste. La legge fisica che non può essere trasgredita non indica una obbligatorietà

giuridica ma un dato di fatto; la norma giuridica invece può essere trasgredita perché tra i tanti

comportamenti previsti questi possono essere messi o non messi in atto. L’uomo deve comunque sempre

agire entro i limiti della legge, espressione della ragione e dell’accordo tra i cittadini. La prima regola di

sistema è che in qualsiasi comunità politica governano le leggi, e soprattutto quelle leggi che stabiliscono i

principi a cui si deve attenere la comunità politica. Spesso vengono richiamate le leggi dei precursori, e

spesso ci si riferisce a Solone, primo grande governante, giurista, legislatore. Quindi, la prima regola è che le

leggi vadano rispettate e dunque si mettevano nell’agorà, nella piazza, nel luogo di maggior passaggio,

affinchè tutti le possano leggere e conoscere. La seconda regola è che il potere non va concentrato nelle mani

di uno o dei pochi, perché il potere è il modo in cui la comunità agisce e si autogoverna, è la possibilità di

fare. Quindi il potere non può essere gestito in modo privatistico e, quando per motivi tecnici ciò accade

(come l’esercito), è comunque la comunità politica che decide cosa fare e non il singolo stratega. Quindi il

potere non va né concentrato né tantomeno monopolizzato. Ad Atene, dopo la cacciata di Ippia, ultimo suo

tiranno (figlio di Pisistrato), fu stabilito un istituto che solo i greci hanno conosciuto che si chiamava

ostracismo: su dei pezzi di coccio, una volta l’anno gli ateniesi potevano essere chiamati a scrivere i nomi

della persona che volevano esiliare perché avrebbe potuto macchiarsi della colpa di cercare di assumere il

potere negando il potere della democrazia. Ciò che c’è di più distante dalla democrazia è il potere esercitato

da uno solo. Quindi, con l’ostracismo, si voleva limitare il potere che avrebbero potuto esercitare non i

peggiori, ma i migliori, perché solo i migliori avrebbero potuto avere un seguito. Il potere, dunque, è ciò che,

al di fuori di regole, di controlli, di inibizioni, verifiche e punizioni per chi lo esercita male, può essere

un’arma i cui effetti negativi si concretizzano su tutta la comunità, perché il potere corrompe l’uomo. Pochi

popoli hanno teorizzato ed analizzato oltre che esaltato l’amicizia come hanno fatto i greci, perché l’amicizia

è considerata il vincolo personale e sociale per l’eccellenza, in quanto legame di simpatia (sentire insieme),

di vicinanza e di cooperazione. Infatti, ogni volta che si parla di due amici nel mondo greco, il confine tra

l’amicizia ed un legame più forte è sempre adombrato e presente. Se l’uomo non è controllato, se gli si dà un

potere enorme, il potere corrompe: quindi, un’altra tematica affrontata profondamente dai greci è infatti la

tracotanza, ovvero la mancanza di limiti e di regole e di ciò che la mancanza di limiti e di regole produce

nell’uomo, che si ha quando il potere si concentra nelle mani di uno o di pochi, in quanto non rispetta le

regole umane né quelle divine degradandosi a livello di bestia (ad esempio Platone rappresenta il tiranno

come colui che mangia carne umana e si accoppia con la mamma, perdendo i tratti più essenziali

dell’integrità dell’uomo).

Iniziamo a descrivere i principi, le istituzioni, le magistrature nell’Atene democratica. Che tipo di visione

dell’uomo si ha in democrazia, sia in quella antica che in quella moderna. Quando parliamo di antropologia

democratica, ovvero che tipo di visione dell’uomo si ha in democrazia, non significa che gli esperti si

riuniscano per capire quale sia l’uomo che immaginano essere adatto al sistema democratico. Questa è una

teoria ex post, da come è organizzata la democrazia e dalla visione che ha del cittadino, si ricava la visione

dell’uomo, perché la comunità che si organizza fa scaturire l’elaborazione di una teoria che a sua volta

condiziona la prassi. Allora, dal punto di vista della teoria politica e dell’antropologia politica, per

semplificare possiamo avere due visioni estreme: ci sono quanti sostengono che l’uomo non sia capace da

solo di autoamministrarsi, che non sia capace di godere a pieno della libertà perché questa ha un senso se

viene data in patrimonio e riconosciuta e assegnata a persone che sono in grado di usarla (non certo ad un

matto o ad una bestia). Allora la libertà non è un valore assoluto, assume un senso positivo quando della

stessa si pensa che se ne possa fare un buon uso, ad esempio se essa è nelle mani di una persona onesta,

intelligente, matura, razionale, pacifica. Quando parliamo di comunità politica e di uomo dovremmo però

avere una visione d’insieme: se parliamo di teoria politica dobbiamo immaginare un uomo che costituisce la

comunità politica perché i singoli sono incapaci di provvedere da soli ai propri bisogni e quindi l’esigenza di

unirsi è legata all’esigenza di cooperare per risolvere tutti i problemi di tutti utilizzando anche le competenze

altrui. Questa però non è l’unica teoria possibile: per i greci, l’uomo, portato e dal bisogno e dall’attitudine

naturale alla socializzazione, è considerato un animale politico, in quanto si associa con gli altri e vi

stabilisce dei legami di cooperazione ed aiuto reciproco (caratteristiche che ritroviamo nella politica, vista

come la scienza del vivere insieme). Quindi, la libertà è qualcosa di positivo e fondamentale da questo punto

di vista, perché permette all’uomo di esprimere la sua natura socievole. Non a caso, per i greci, la polis si

mantiene unita anche grazie all’amicizia tra i vari cittadini. Quando si dona la libertà a questo tipo di

individuo, la si intende in senso positivo, e da questa libertà così intesa discende l’uguaglianza vista come

condivisione della libertà e della possibilità di autoregolarsi la vita ed autoamministrarsi.

La differenza tra regimi monarchici e democratici è che in democrazia non ci sono sudditi ma cittadini

uguali, che condividono libertà, diritti e doveri non sempre uguali ma comunque esistenti. È chiaro che ci

sono gradazioni di diritti e doveri ma c’è comunque l’uguaglianza davanti alla legge: la prima definizione di

democrazia è l’ISONOMIA, ovvero l’uguaglianza davanti alla legge, perché tutti devono rispettare le stesse

leggi (non che poi le stesse leggi diano a tutti gli stessi diritti e doveri). Ovviamente, la teoria

dell’uguaglianza poi è costituita a partire dall’idea che la nozione di cittadinanza e di cittadino implica

un’uguaglianza di base nel senso che ognuno può partecipare alla vita della città, partecipando ad esempio

alla vita pubblica. Questa è l’uguaglianza di base, che però non esclude una serie di competenze specifiche:

non a caso, parte delle magistrature (incarichi) vengono attribuite per sorteggio tra i cittadini che si dicono

disponibili a svolgere eventuali lavori, mentre le altre sono distribuite per elezione (chi comanda la flotta non

è estratto a sorte, ma scelto in base al merito). Ippocrate diceva che la natura della Grecia fosse differenziata

perché non prevale la pianura estesa, ma ci sono diversi tipi di terreno: questa differenziazione produce

molteplici tipi, e la varietà non è un limite ma un merito, una qualità positiva. Così è possibile coniugare

un’uguaglianza di base, data dal fatto che tutti i cittadini debbano combattere in quanto cittadini, con una

condizione di merito riconosciuta (i migliori nell’esercito vengono scelti per incarichi che implicano

impiego, uso, disponibilità di sostanziose ricchezze).

La visione esattamente opposta ci interessa non solo per mettere in luce le differenze, ma perché sta alla base

dello stato moderno, assoluto. La teoria dello stato assoluto è stata teorizzata da più autori, ma la più radicale

è quella di Thomas Hobbes, in pieno contrasto con quella aristotelica che sostiene il primato della libertà.

Hobbes, autore inglese noto soprattutto per opere nelle quali costruisce la teoria dello stato assoluto

moderno, perché parte dal presupposto che l’uomo, in assenza di uno stato e di regole, si comporterebbe nei

confronti d

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Scienze giuridiche IUS/20 Filosofia del diritto

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher martolino.kokky di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Filosofia del diritto e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università telematica Niccolò Cusano di Roma o del prof Ferri Enrico.
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