Appunti di Alberto Longhi, Matr. 861497 - Filologia umanistica (A-B)
16/2/2015
Dante, benché non c’entri nulla con l’argomento relativo alla Filologia umanistica, può comunque essere utilizzato per comprendere i metodi della Filologia, che sono sempre gli stessi e non cambiano a seconda della materia. In tal proposito è molto interessante un celeberrimo passo dell’Inferno (V, 82-7): «Quali colombe dal disio chiamate con l’ali alzate e ferme al dolce nido vegnon per l’aere, dal voler portate; cotali uscir de la schiera ov’è Dido, a noi venendo per l’aere maligno, sì forte fu l’affettüoso grido».
Così si legge nell’edizione curata da Bosco e Reggio. Se però si legge l’edizione curata da Petrocchi, si nota che si parla di un’«antica vulgata»: cioè, Petrocchi sostiene che sia impossibile sapere cos’avesse scritto Dante, di cui non abbiamo alcun autografo, e quindi egli riporta il testo che anticamente girava a Firenze, presentando un testo il più vicino possibile all’autore. Petrocchi, nel 1965, ha preparato l’edizione critica della Commedia (senza alcun commento, ma con le note d’apparato critico), mentre Bosco e Reggio hanno commentato il testo curato dal Petrocchi senza modificarlo minimamente.
Nell’edizione curata dal Sapegno, invece, il testo presenta delle varianti (seppur molto sottili), così allo stesso modo anche in qualche altra edizione dove addirittura al posto di «vegnon» (v. 84) viene inserito «volan»; l’edizione curata da Inglese (2007) presenta una notevole differenza di punteggiatura rispetto all’edizione curata da Petrocchi, perché, mentre Petrocchi divide le due terzine in modo da formare una similitudine, Inglese trasforma un doppio collegamento tra un verso e l’altro facendo in modo che una terzina compensi l’altra. Questo piccolo spostamento di punteggiatura cambia fortemente il senso, comportando una doppia conseguenza su Dante: Inglese sottolinea che le anime sono portate dalla volontà, mentre Petrocchi non afferma questo; nel testo Inglese c’è un doppio enjambement.
Molto interessante è anche l’edizione curata da Sanguineti (2001): egli infatti inverte «disio» e «voler» rispetto all’edizione di Petrocchi; quella di Sanguineti non è un’edizione commentata, ma un’edizione critica a tutti gli effetti, con l’intento di ricostruire il testo dantesco nella forma più vicina possibile all’originale.
Tutto questo discorso dimostra come un testo, pur così importante, riservi ancora dei misteri e si presti a delle interpretazioni diverse ed anche a delle ricostruzioni plausibili diverse. Si deve fare attenzione al fatto che tutti i testi prima dell’invenzione della stampa non sono definiti del tutto, e bisogna studiarli per capire quale sia la loro forma originaria. Tra l’altro, andando ad osservare i manoscritti, si può notare che i testimoni principali, come ad esempio quello boccacciano conservato presso la Riccardiana, riportano delle punteggiature differenti o queste sono totalmente assenti come nel caso del manoscritto trivulziano (ove i punti differenziano le terzine).
La questione più interessante è quella su a chi dare ragione in merito alla lezione corretta: le edizioni di Petrocchi, Sanguineti ed Inglese presuppongono poi tutte le altre; per capire tutto ciò, bisogna andare ad osservare gli ultimi quattro versi del Paradiso (XXXIII, vv. 142-5): Dante non abbandonò l’opera senza un’ascesa, un voler sottolineare qualcosa, ed è sconcertante vedere come le spiegazioni siano poco soddisfacenti.
L’immagine della ruota che gira presenta un luogo geometrico di punti che rimangono alla stessa distanza l’uno dall’altro, la cui posizione reciproca non cambia mai. Tutti i punti della ruota si muovono contemporaneamente; e questo vuol dire l’autore: Dio fece in modo che il suo «disio» ed il suo «velle» si muovessero in modo che entrambi venissero a coincidere.
La cosa che sembra interessante di questo brano è che in realtà si tratta esattamente dei due motori che spingono Paolo e Francesca nel V Canto dell’Inferno. Capendo quindi cosa vuol dire Dante nel Paradiso, si arriva poi a comprendere la concezione che egli voleva dare nell’Inferno; dall’Aristotelismo, il poeta fiorentino ricava due forme d’intelletto, quello appetibile (involontario) e quello razionale (volontario): il primo è quello che l’uomo condivide con l’animale, mentre il secondo è quello divino ed è condiviso con gli angeli. Dunque, essendo Dante arrivato alla fine del suo percorso, egli raggiunge la perfezione, il suo desiderio coincide con la sua volontà: ecco quindi spiegata la ruota che si muove all’unisono; è il massimo dell’aspirazione etica aristotelica.
Alla luce di tutto ciò, non si può che dare ragione all’interpretazione punteggiativa di Inglese: le colombe non possono essere chiamate dal volere; nemmeno il testo di Sanguineti può essere considerato corretto da un punto di vista etico.
17/2/2015
Una lezione introduttiva su Dante serve per spiegare cosa sia la Filologia, anche per osservare quali siano le complicazioni: non si può dare per scontato niente in quanto anche la cosa che può apparire sicura nasconde poi dei problemi irrisolti che la Filologia cerca di affrontare e risolvere.
Il momento di passaggio del modo in cui si scriveva a Roma antica e come si arriva all’epoca medievale è molto importante: per parlare dell’Antichità, bisogna sapere che le opere letterarie erano trasmesse col rotolo di papiro; si tratta di tanti fogli rettangolari incollati l’uno all’altro per formare un lungo rotolo di 10/15 m circa: il testo viene scritto in orizzontale e quindi in pratica si leggono molte colonne una a fianco dell’altra.
La pergamena esisteva già nell’Antichità, però il materiale più corrente per i testi letterari era il papiro: si tratta di una fibra vegetale che viene lavorata in modo tale da formare dei fogli su cui poter scrivere; i rotoli si sono conservati solo a condizioni climatiche specifiche.
I papiri di Ercolano, da quando sono cominciati gli scavi nel Settecento, sono stati oggetto di studio con grande difficoltà: anche solo srotolarli comporterebbe la rottura dell’oggetto; adesso però negli ultimi anni, attraverso gli strumenti elettronici e non invasivi, c’è un programma di studi che permette di portare alla luce qualcosa di più, ma si tratta di casi un po’ al limite.
Il papiro in forma di rotolo è lo strumento ed il supporto di scrittura più comune: non è però questa l’unica forma di libro che si trova nell’Antichità su cui si poteva scrivere, in quanto per delle comunicazioni e dei testi che fossero correnti ma di durata limitata lo strumento più pratico era la tavoletta di legno, il cui nome più diffuso era pugillaris; la cornice della tavoletta permetteva di avere uno spazio incavato in cui si poteva inserire la cera: si aveva quindi una tavoletta di cera su cui si poteva incidere una scrittura per mezzo di uno stilo, una bacchetta di legno appuntita, ed era la forma più comune ed economica della scrittura perché una volta finito lo scopo della scrittura poteva essere erasa e riutilizzata.
Maggiore continuità avrà, rispetto al rotolo, quello che viene chiamato «codice»: si tratta di una forma di libro, ed è la forma che si conosce oggi per il libro, cioè un libro composto da tanti pezzi di materiale scrittorio (sia papiro, sia pergamena, sia carta); la parola codex veniva inizialmente utilizzata per le radici degli alberi, perché quando si taglia un albero e poi rispuntano degli alberelli questi escono in forma un po’ sparsa, e in fondo il codice è proprio questo metaforicamente.
Quel che interessa è vedere quando si utilizzava un codice e quando un rotolo: il codice veniva utilizzato per testi d’uso pratico, testi che dovevano essere consultati (per esempio è la forma tipica delle leggi o dei manuali), mentre il rotolo era la forma tipica dei testi più nobili, quelli che non dovevano essere consultati ma letti; c’è quindi una differenza di praticità che si vuole fare con il testo: evidentemente il rotolo era più bello da vedere, e questo fa parte della concezione che si aveva della Letteratura, la quale era concepita per essere ospitata su un rotolo.
Parlato dei materiali, bisogna parlare di come veniva creata a Roma un’opera letteraria: con il libro Roma antica e il testo, Oronzo Pecere ha trattato molto recentemente l’argomento, come l’autore partiva dall’ideazione di un testo fino alla pubblicazione; a dire il vero, non si possiedono tantissime notizie: bisogna tenere conto che il letterato si trovava in una posizione sociale un po’ particolare che non è paragonabile a quella di oggi; molte volte l’autore faceva una stesura preliminare su decine di tavolette che poi leggeva e discuteva con un gruppo ristretto di persone, facendo una specie di presentazione privata e alla fine si arrivava ad una stesura vera e propria del testo: a questo punto (da Augusto in poi per quel che si sa) il libro entrava in circolazione, e in un certo senso nel momento in cui l’autore completava la sua opera mettendola in circolazione egli perdeva il potere su quel testo (come anche oggi).
Esistevano delle figure professionali che avevano il cόmpito di diffondere il testo, il quale finiva nelle mani dei bibliopolae, possessori di botteghe dove si tenevano opere di autori di moda all’epoca: il bibliopola accedeva ad un testo autorevole che diveniva fonte per le copie che si andavano poi a vendere.
[Un esempio autorevole è quello del De re publica (II, 8) di Cicerone: parlando dell’importanza delle città di essere sulla costa, egli dice che Corinto è una città con un potere marittimo molto grande, ma poi dice che tutto il Peloponneso, tranne Fliunte, tocca il mare; un po’ di tempo dopo, Cicerone si accorge di aver fatto un errore: come scrive ad Attico (Ad Atticum, VI, 2, 3), egli afferma di essersi accorto di un errore, cioè di aver scritto «Fliunti» al posto di «Fliasi», e quindi dice ad Attico di correggere immediatamente quell’errore, errore che da quanto si evince dal palinsesto non è mai stato corretto.]
Altro elemento di cui bisogna tenere conto è la biblioteca: a Roma esistevano biblioteche pubbliche e biblioteche private, e la biblioteca diventa depositario della forma ufficiale di quel testo; si può dire che questo luogo costituisce un elemento normalizzante del testo.
23/2/2015
Un caso particolare che permette di approfondire alcuni concetti espressi precedentemente è quello di un passo virgiliano (XII, vv. 116-20), con riguardo al commento di Servio, un grammatico tardoantico (III Sec. p. Ch. n.) che compose un grande commento alle opere virgiliane, l’unico che sia ancora giunto perché ha avuto notevole successo (uno dei testi guida per l’interpretazione di Virgilio): il commento di Servio circolava o come libro a sé o in note a margine; il commento serviano nel Sangallensis 862 presenta il segno H, una delle celeberrime note tironiane che serviva per abbreviare enim: queste note tironiane entrarono in uso nei manoscritti composti dagli Irlandesi, cioè una delle caratteristiche dei manoscritti irlandesi è l’aver conservato delle forme di scrittura molto antiche (il monastero di San Gallo, tra l’altro, è una fondazione irlandese); stesso valore ha il segno simile alla moderna percentuale, che indicava est.
Quando discute della locuzione velati lino (XII, v. 120), Servio dice una cosa che può apparire strana ai più: «Però Capro ed Igino a questo punto in questo passo dicono che la lezione è stata corrotta: infatti affermano che Virgilio ha lasciato scritto così velati limo. Si chiama limus una veste con la quale si coprono le parti intime dall’ombelico ai piedi dei sacerdoti addetti. Questa veste ha sul bordo inferiore un disegno di porpora obliquo [purpuram limam], cioè flessibile, da cui è derivato anche il nome»; in Filologia questo è discutere un testo: non ci si interessa infatti se il dettaglio è piccolo o grande (saranno altri a discutere se sarà corretto o meno). Bisogna fare qualche piccola considerazione: vi sono due varianti concorrenti, cioè due forme alternative l’una all’altra, che per quanto possa apparire piccola per il filologo non lo è: quale sia la forma giusta o quella sbagliata, quel che interessa qui è il fatto che si trattava di due varianti che circolavano già nell’Antichità, quindi molto prima della tradizione medievale.
[Capro ed Igino erano due grammatici vissuti prima di Servio, di cui oggi non si possiede più alcuna opera se non qualche frammento: il primo visse nel II Sec. p. Ch. n., mentre il secondo è vissuto tra il I Sec. a. Ch. n. ed il I Sec. p. Ch. n.; si tenga conto quindi che Servio riferisce delle notizie di grammatici addirittura contemporanei o di poco posteriori a Virgilio, fonti quindi sicuramente molto più attendibili di quelle che si potrebbero reperire in altri manoscritti.]
Quello che Servio trasmette è un chiarissimo caso di tradizione indiretta, ovvero quello di trasmissione di passi d’autore trasmessi da altri autori: cioè, indirettamente viene riferito un pezzo della tradizione diretta per altre vie; di fatto, la forma limo non è conosciuta per tradizione diretta, ed è solo Servio che fornisce questa informazione.
Tuttavia, Servio sostiene che l’informazione che i due grammatici antichi forniscono sia sbagliata perché andando a studiare gli antichi rituali romani egli aveva ritrovato che il lino era un tessuto vietato ai sacerdoti: è chiaro quindi che Virgilio dica che i sacerdoti fossero velati con un tessuto di lino perché il duello in tal modo non avrebbe avuto luogo.
Gli editori moderni, contro tutta la tradizione moderna, preferiscono la lezione di Capro ed Igino fornita da Servio. Bisogna però capire le ragioni per cui Servio rifiuta questa teoria: esiste quello che all’epoca di Servio è definito come «vulgata», la forma normalmente conosciuta da tutti (termine che verrà poi applicato per antonomasia alla Bibbia); altro termine che si utilizza in proposito è quello di textus receptus: all’epoca di Servio, evidentemente, c’era una vulgata comune a tutti in cui c’era scritta la lettera N, ed egli da maestro uomo d’ordine conservatorio non può accettare la lezione limo. Se gli editori moderni accettano la lezione proposta da Capro ed Igino è perché in primo luogo la vetustà dell’informazione dà forza alla variante (più antica è una lezione più attendibile ed autorevole) ed in secondo luogo la tradizione indiretta permette di andare più indietro della tradizione manoscritta diretta e la parola limo è una lectio difficilior (ovvero un termine raro che quindi ha maggiori probabilità di essere vera rispetto alla lectio facilior -il concetto è che il testo si è facilmente corrotto da limo a lino, mentre il contrario, cioè da lino a limo, non sarebbe mai stato possibile-).
24/2/2015
Altro caso interessante ed eccezionale è quello di un autore per il quale si hanno molte informazioni sul suo modo di scrivere e su come metteva in circolazione le proprie opere: si tratta di Sant’Agostino, un vescovo nordafricano che aveva studiato nelle scuole romane della zona (che erano le migliori per la sua epoca) ed attraverso un percorso particolare diventa una personalità di spicco nell’àmbito cristiano; divenuto vescovo d’Ippona (oggi in Algeria), egli diventa anche una personalità di statura mondiale e fa una cosa che pochi altri fanno nell’Antichità: negli ultimi anni della sua vita passa in rassegna le sue opere precedenti, le riconsidera tutte quante e per ognuna di queste opere fa una piccola storia dicendo come mai l’ha scritta, come mai è stato spinto a scriverla, com’è avvenuta la pubblicazione, su com’era fatta l’opera e se ce n’è più di una versione, e quindi in alcuni casi dice anche che una tale opera andrebbe modificata in un altro senso e preferirebbe cambiare quello che a suo tempo aveva scritto.
Tutto questo lavoro viene raccontato in un’opera in due libri dal titolo Retractationes: prendendo in mano tutte le sue opere precedenti, talvolta dice anche che certe opere non sono ai suoi stessi occhi più accettabili; è l’unico nell’Antichità che passa in rassegna tutte le sue opere e racconta com’è nata ognuna di esse, facendo entrare il lettore moderno nei problemi della produzione del libro nella tarda Antichità: una serie di passi illustra delle situazioni di composizione diverse; un primo esempio può essere quello che mostra come all’epoca di Sant’Agostino i libri nel suo armadio fossero in forma di rotolo: quest’epoca (prima metà del V Sec. p. Ch. n.) è proprio quella in cui sta avvenendo il passaggio massiccio dal volumen al codex; si passa alla forma codex perché (almeno secondo ipotesi indirette)...
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