Filologia romanza e interpretazione dei testi
La filologia è interpretata diversamente in vari paesi. Il termine romanza, in italiano, è un francesismo che viene dal lemma latino romanice (?), avverbio di romanicus. L’ecdotica, filologia testuale o critica del testo, sono strettamente legate alla filologia romanza e costituiscono una tematica base, un metodo di analisi applicabile a tutti i tipi di testo.
Il termine filologia, in italiano e nelle altre lingue europee, è un latinismo, che però in latino, a sua volta, risulta essere un grecismo. Suddetta parola è costituita da due termini, esprimenti due concetti, ossia “logos” (dal greco discorso, parola) e “filein” (dal greco amare, curare, prendersi cura). Quindi si può affermare che la filologia rappresenta una forma di amore e cura del testo, della parola, un amore metodico. Corrisponde ad un tipo di sapere scientifico che ha come fine quello di rendere leggibile un testo, ossia il cui scopo è l’edizione del testo. In questo caso, dunque, amare è rendere leggibile un qualsiasi tipo di testo e il filologo risulta essere un mediatore. Tale funzione viene applicata a tutti i testi di tutte le lingue, a testi di ogni tipo, letterari, documentari ecc.
Il sapere storico e la filologia del testo
Il sapere storico si costruisce su documenti che devono essere resi leggibili e a ciò si ricollega la filologia del testo. Si parla di “autoria (?)” poiché un certo testo ha una paternità e va stabilita quella corretta secondo il modello filologico, e a ciò si ricollega il “problema del falso”. Si parla anche di “etichetta”, ossia quel nome o dicitura assegnato ad un qualcosa affinché questo sia riconoscibile.
Il termine filologia romanza, dove romanza sta ad indicare derivata dal latino, sta dunque ad indicare filologia delle lingue neolatine. Come afferma Ferdinand De Saussure, c’è un rapporto tra filologia e linguistica.
Filologia e linguistica
La filologia è una disciplina che vuole fissare, interpretare e commentare i testi, e il cui oggetto di studio, pertanto, è il testo (i documenti, i testi analizzati, sono sempre storici poiché sempre legati ad un contesto, a un hic et nunc). La linguistica, invece, studia i fatti di lingua e ne cerca una legge interpretativa. L’oggetto di studio è, dunque, la lingua (nel suo contesto storico e naturale). Fissare un testo significa farne l’edizione critica, ossia pubblicare un testo in forma leggibile per il lettore, e il compito del filologo è proprio quello di editare i testi, e questa forma deve rispecchiare il più possibile la volontà d’autore.
Il concetto di autore rappresenta una variabile storica poiché è cambiato nel corso delle epoche e sta continuando a cambiare, sotto l’influsso, per esempio, della tecnologia. La volontà d’autore è un concetto chiave per il filologo e sul quale la filologia deve lavorare poiché rappresenta un punto di complessità, visto che nel corso della storia molti testi sono stati censurati o modificati, manipolati, con o senza volontà d’autore.
Autografi e apografi
In conclusione risulta evidente come alla base della filologia ci sia sempre il testo, in relazione al quale si parla di “autografi”, ossia di testi scritti dalla mano dell’autore, e di “apografi”, ossia copie di documenti originali. Ad esempio, “L’Infinito” di Leopardi del 1819 è un autografo napoletano, poiché conservato a Napoli. In esso sono presenti diverse correzioni (vv.3-13), come ad esempio: “Immensitade (finale latina) il mio pensier s’annega” ossia “immensità s’annega il pensier mio”, dove il termine “immensità” contiene il concetto di infinito presente solo nel titolo.
Nell’autografo di Visso, sempre de L’Infinito, l’autore ha scritto “infinità” correggendo il termine “immensità”. Anche nelle “stampe”, che vanno analizzate perché non sempre si rispetta la volontà d’autore, questa la si cerca di rispettare. Dell’Infinito sono presenti varie stampe risalenti a prima degli anni ’20 e comprese tra gli anni ’25-’26.
Edizioni e volontà d'autore
Oltre alle stampe ci sono le varie “edizioni”, tra le quali quella del 1831, molto importante, ossia l’edizione fiorentina (Piatti), a cui segue l’edizione del 1835, ossia l’edizione napoletana (Starita), la sola approvata dall’autore, nella quale la volontà d’autore è definitiva e supera stampe e autografi precedenti, sebbene poi Leopardi ci ripenserà. Il grandissimo filologo Moroncini predilige l’edizione del 1835 ricorretta a penna nella biblioteca personale di Leopardi, e ciò rappresenta un’ultima traccia di volontà d’autore.
Quello che il filologo deve fare è proprio questo, risalire alla volontà d’autore. Il concetto di volontà d’autore è strettamente legato al concetto di tempo. La variante inserita da Leopardi, ossia infinità al posto di immensità, richiede una spazializzazione del testo. L’edizione critica di Moroncini è anche un’edizione genetica perché ha prodotto la genesi avendo studiato le varie varianti del testo, ossia dell’Infinito, ossia ha ricostruito la genesi di tale testo. Dunque l’edizione critica del filologo fornisce il testo nella forma definitiva e la sua storia.
Strumenti e processi nella filologia testuale
La filologia testuale o critica del testo è una branca della filologia romanza, un settore. Per quanto riguarda la filologia, come strumento di lavoro è altamente consigliato il “Dizionario di filologia, linguistica, metrica e retorica” di G.L. Beccaria della Einaudi, Torino, poiché contiene le definizioni e gli strumenti necessari per poter lavorare come filologi, ma anche per studiare la metrica e la linguistica. Anche il sito della Treccani è molto utile. Molti concetti sono anche in Wikipedia però questa va utilizzata con molta attenzione dal momento che chiunque può scrivervi sopra e la fondatezza delle cose vi vengono riportate non viene accertata.
Processo di edizione critica
Per poter arrivare all’edizione critica di un testo o di un’opera si esaminano tutte le edizioni di suddetta opera o testo, e questo è compito del filologo, con tutte le varie modifiche apportate, ecc., e si esaminano tutte le testimonianze, anche quelle date dall’autore stesso. L’edizione critica arriva a recepire la volontà d’autore e a riproporla al lettore.
Il testo, letterario o non, è un dato storico ed è l’elemento fondamentale, insieme al lettore, per il filologo, costituiscono difatti il cuore del suo lavoro, dato che costui deve arrivare ad intuirne i gusti e a rendere per lui leggibile un testo, e, ovviamente, la costituzione del testo nel rispetto della volontà d’autore. Molti infatti sono i testi che sono stati manomessi, modificati senza autorizzazione, falsificati o contraffatti.
Tradizione dei testi
Per quanto riguarda le testimonianze dei testi si parla di “tradizione pluritestimoniale” e “tradizione monotestimoniale”. Con il termine “tradizione” si tende ad indicare l’insieme di tutte le edizioni del testo, di qualsiasi tipo esse siano, quindi di tutti i testimoni, mentre con “pluritestimoniale”, l’insieme di tutti i testimoni che tramandano una certa opera, mentre con “monotestimoniale”, si sta ad indicare che il testimone è uno solo, è unico.
Si parla poi di “autografo”, ossia di un testo per come è stato scritto dalla mano dell’autore, per come è prodotto dalla scrittura stessa dell’autore. Il caso de “L’Infinito” di Leopardi è un caso di tradizione pluritestimoniale del quale si hanno sia autografi che stampe. Per quanto riguarda invece la “Divina Commedia” di Dante, essa rappresenta un caso di tradizione pluritestimoniale poiché si hanno centinaia di testimonianze (800 circa) ed è un’edizione a manoscritti, alcuni molto più antichi del 1472, e poi a stampe.
I libri stampati tra il 1472 e il 1501, ossia durante la fase più antica della stampa, sono chiamati “incunaboli” mentre quelli stampati a partire dal 1501 sono detti “cinquecentine”, e la prima edizione a stampa di un testo è chiamata “Editio princeps”. Dunque, tornando all’opera di Dante, l’editio princeps della Commedia risale al 1472 ed è stata stampata a Foligno. Ad oggi ne esistono diverse centinaia di stampe dato che dopo la prima ne furono stampate molte.
La copia e la trasmissione dei testi
Precedentemente era iniziata la copia a mano e ad oggi si contano all’incirca 800 manoscritti. Si tratta dell’opera italiana di maggior successo in epoca medievale, e ciò è noto poiché molti ne parlavano e venne subito apprezzata, anche in ambienti popolari. Prima dell’invenzione della stampa, ad opera di Guttemberg, la si imparava a memoria e la si tramandava oralmente, visto anche il suo successo, e le prime opere stampate risalgono alla fine del primo cinquantennio del 1300.
Tuttavia Dante morì nel 1321, e ciò evidenzia come ad oggi noi non abbiamo nessun autografo dantesco, quindi non abbiamo manoscritti che rappresentino la volontà d’autore; ne abbiamo altri, ma di altri autori medievali. Esistono anche gli “idiografi”, ossia manoscritti non redatti dall’autore in prima persona ma da altri, ma che tuttavia egli può ricontrollare, e ciò sta a significare che in essi è presente la volontà d’autore; ecco di Dante non abbiamo né autografi né idiografi. Ciò rende complessa la costituzione del testo critico dantesco e difatti “le circostanze e i termini della composizione e della divulgazione della Commedia sono stati molto dibattuti” (Ciociola).
Questo è uno dei problemi in cui può incappare l’editore, ossia il filologo editore, colui che si impegna nella costituzione del testo, nella “costitutio textus”, operazione che Saussure definiva “FISSARE IL TESTO”. Sul fatto che di Dante non possediamo autografi non pesa l’antichità poiché esistono manoscritti, o per meglio dire, autografi antecedenti. Molto probabilmente sono andati persi avendo egli avuto una vita piuttosto difficile e movimentata, piena di traversie.
Nello stesso anno in cui egli muore a Ravenna, 1321, aveva terminato di scrivere il Paradiso, e verosimile è la teoria secondo la quale l’avvio della composizione è collocato intorno al 1306-1307. Inoltre agli anni 1314-1315 risale la prima diffusione “quasi certamente indipendente” di Inferno e Purgatorio, “soggetti a revisione negli anni che precedono”; più precisamente intorno alla metà del 1314, o anche prima, per quanto riguarda l’Inferno, e l’autunno del 1315 per il Purgatorio, i quali sarebbero potuti essere già stati completati negli anni 1306-1307.
Pertanto è possibile che siano esistiti manoscritti contenenti solamente Inferno e Purgatorio, dato che egli era interessato a far conoscere il suo genio. Queste copie incomplete erano in circolazione tra il 1316 e il 1321 mentre lavorava al Paradiso, come si ricava dalle testimonianze, ed è verosimile che egli fosse ancora in vita quando promosse l’edizione completa della Commedia. Jacopo Alighieri, il figlio, curò un’edizione completa dell’opera e la diffuse a partire dal 1321.
Il mercato librario e la produzione di libri
In quest’epoca chi voleva un libro o se lo copiava a mano da solo o accedeva al mercato librario. In tanti copiavano i testi, pertanto molti furono “copisti”, e in questo caso costoro, che dovevano essere molto istruiti e colti poiché le competenze potevano mettere al riparo da eventuali errori di copiatura, venivano definiti “copisti per passione” ed erano per lo più borghesi, notai, mercanti, ecc. Invece nel mercato operavano copisti professionisti, ossia persone che lo facevano per mestiere.
Nonostante le competenze, la copiatura a mano è un processo che porta destabilizzazione al testo, poiché gli errori possono sempre esserci e può trattarsi di modificazioni per errori di trascrizione, che possono essere automatici o semiautomatici. Il processo di copiatura è un processo di “entropia”, ossia di dispersione che si produce nel passaggio da un testo all’altro, di destabilizzazione e modifica del testo. Il trascrittore può anche non individuare gli errori commessi nel processo di copiatura. A ciò si affiancano però altri tipi di modifiche che non sono veri e propri errori e che dipendono dal contesto di trascrizione o copiatura del testo.
Evoluzione del mercato librario
Tornando al mercato librario, esso esisteva già nel mondo antico, ancor prima dell’invenzione della stampa, e vi si producevano libri a livello professionale. Prima del V sec. d. C. si ha una rivoluzione tecnologica, per la quale si inizia a produrre il libro per come lo conosciamo noi oggi, ed è un’invenzione del tardo antico che va a sostituire il “rotulus”, ossia i rotoli di papiro avvolti intorno ad un’asta di legno.
Il libro risulta essere più vantaggioso poiché può contenere testi più lunghi occupando meno spazio e poiché il papiro è facilmente soggetto ad usura essendo molto fragile. Inizialmente i libri erano di pergamena, cioè di pelle animale, un materiale importante perché è infinitamente più resistente del papiro, così come della carta, tanto che molti manoscritti sono pervenuti a noi oggi, ma è anche molto più costoso e comportava l’uccisione di animali. La carta venne incominciata ad essere utilizzata dalla fine del ‘200.
Monasteri e scriptoria
Il mercato librario, esistente già in epoca molto antica, come già detto, con il crollo della civiltà romana, del mondo romano, cambia poiché si ha la nascita di un nuovo mondo, la gente smette di parlare in latino e un altro effetto è stato quello della cessazione della produzione di libri per come erano concepiti in quell’epoca e l’inizio di un nuovo modo di intenderli e di produrli. I primi contesti in cui ciò avviene sono i monasteri, ossia luoghi di produzione culturale che nascono sotto l’egida della Chiesa, nei quali si parlava latino e in cui la maggior parte dei libri prodotti erano scritti in latino e le loro tematiche erano religiose.
Erano chiamati “scriptoria” i luoghi deputati alla produzione dei libri nei monasteri. Molti monaci venivano formati alla scrittura poiché copiare libri non era una conoscenza così semplice da acquisire. Difatti la scrittura deve essere sempre più formalizzata, ossia devono essere eliminati i tratti individuali e peculiari della persona, e si deve uniformare ad un modello standard affinché tutti possano comprenderla. Ad esempio la “Gotica libraria” è un tipo di scrittura molto facile da leggere ed è codificata, di alta formalizzazione. È la scrittura libraria per eccellenza e viene messa a punto nelle università. Poi si ha la “Minuscola Carolina” (da Carlo Magno), prima della quale non esisteva uniformità grafica poiché ogni regione possedeva una sua tradizione scrittoria, cosa che si viene a ridurre con la Minuscola.
Atelier di scrittura e varia lectio
La prima fase di produzione della scrittura si svolge durante l’alto Medioevo, fino all’11 secolo, negli scriptoria dei monasteri. Successivamente, a partire dall’11 secolo, fioriscono luoghi di produzione libraria svincolati dalla Chiesa, e a scopi universitari (Oxford, Cambridge, ecc.). Nascono molti Atelier di Scrittura, ossia luoghi che producono libri non esclusivamente di carattere religioso, ma principalmente libri laici, di diritto e di scienza, inizialmente in latino. In seguito iniziano anche ad esserci richieste da persone colte dell’aristocrazia, essendo un libro sempre un bene, che si rivolgevano al mercato librario nei dintorni delle università. La prima città d’Europa ad aver avuto un mercato librario è stata Parigi. All’interno di tutto questo contesto si devono immaginare i copisti, la copia a mano, che è un processo di entropia, ossia che produce modificazioni, come già detto.
A questo proposito si parla di “Varianza o Varia Lectio”, ossia dell’insieme di tutte le modificazioni volontarie e non che si producono in un testo nel processo di copia a mano. Si può parlare di Macrovarianza, ossia di un’ampia aggiunta di intere parti del testo o una riduzione di esso, ed è un fenomeno ampio, o di Microvarianza, ossia che riguarda elementi minimali del testo come monosillabi, segni diacritici, lettere ecc. In generale la Varianza si compone di errori dello scrivente ma anche di immissioni nel testo di variazioni che non sono propriamente errori. Infatti possono esserci guasti materiali o errori di copia, come ad esempio, rispettivamente, “lacune”, ossia perdite di una porzione di testo, o “saut du meme au meme”, ossia salto dallo stesso allo stesso, ossia si perde una parte compresa tra due stesse parole. Poi c’è “Aplografia”, che si verifica quando si ha una parola molto lunga e contenente sillabe molto simili da fare in modo che ne venga copiata solo una; la “dittografia”, ossia un errore che consiste nell’aggiunta di sillabe (il contrario dell’aplografia); la mancata copia di segni diacritici o grafici (apostrofi, accenti, ecc.); mancata trascrizione di monosillabi; errata identificazione di segni grafici; fraintendimenti di vario tipo; modificazioni di tipo volontario (le precedenti sono tutte involontarie e possono anche essere).
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