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FILOLOGIA ROMANZA 2019-2020 prof. Benozzo

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Che cos’è la filologia? Bo!

Filologia intesa come amore del discorso, amore della parola,

secondo Nietzsche innamoramento della parola.

Nascita delle filologie moderne coincide con l’identità nazionale del

periodo romantico. Ha subito poi un destino meschino diventando

filologia dei testi.

Questo secondo tipo di intendere la filologia nasce come metodo

più avversivo nella lettura dei testi sacri così come tutti gli altri

testi. Una lettura “scientifica” dei testi sacri. Poi ha avuto il destino

di tutte le grandi rivoluzioni ovvero che questo tipo di filologia dal

combattere un “nemico” ha preso il posto del nemico ed ora gli

oscurantisti sono diventati filologi. I filologi visti come detentori di

un metodo accertatore di testi. Da scienza univoca per vedere

mondi, a ricettatrice di sorte anche l’antropologia.

La scienza narra, così come molte altre discipline. Non esiste una

scienza vera, dobbiamo sempre avere la percezione di essere in dei

processi narrativi.

BROWN scrive in “radicali liberi” che le scienze sono nate da

intuizioni poetiche (o uso di droghe), da uno scatto

dell’immaginazione.

Il FRATELLO DI SAUSSURE era un geologo, e disse che se lui fosse

sempre stato in un laboratorio non avrebbe mai scoperto quello che

ho scoperto avendo una visione.

A maggior ragione le scienze umane come la filologia moderna

devono essere grandi creatrici di immaginario. Il filologo viene

spesso accostato alla figura di Sherlock Holmes ma si dimentica che

Sherlock era un cocainomane! L’intuizione nasce sempre da una

visione non da un metodo. La filologia più che una disciplina può

definirsi una INDISCIPLINA, solo grazie a questo può scoprire cose

nuove. Il filologo coincide di più con l’immagine di un cartografo che

fa delle mappe e non è sicuro che sia giusta e cancella ripassa ma

crea dei contesti, qualcosa che abbia un senso. La filologia

possiamo definirla anche come la possibilità di leggere le tracce

che abbiamo intorno in maniera immaginativa, parte da dei

dati concreti per vedere ciò che non si riesce a vedere.

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Il latino di cui si parla nella lingua letteraria ci viene difficile credere

fosse parlato dal volgo. Per la storia le lingue nascono con la

scrittura ma è un modo di pensare errato e patetico, dato che molte

lingue non sono scritte ma esistono comunque. L’attestazione

scritta non coincide con la nascita di una lingua, ma prima magari

c’era un’oralità diffusa nei secoli. L’attestazione scritta può essere

utile per comparare non per datare, questo si che è importante.

L’attestazione scritta è solo una manipolazione della realtà bisogna

compiere lo sforzo di guardare le fonti scritte come tracce di

qualcos’altro. La letteratura scritta non è tutta la letteratura.

Le lingue romanze seguono un’idea ad albero, nascono da una

protolingua che si dirama e si trasforma. E l’idea storica che i

romani si siano imposti sulle popolazioni imponendo la loro lingua

sulle lingue di substrato già presenti. Queste due si siano poi

mischiate alle lingue di superstrato. ROMANIA: luogo dove

si parlava il latino di

Non possiamo reificare il nostro oggetto di studio Roma

(le lingue) come organismi scientifici di

laboratorio. Perché le lingue si evolvono e lo fanno perché le

parliamo noi come singoli. Le parole sono emissioni del fiato che

muoiono nel momento in cui vengono pronunciate, ma hanno

continuità grazie ai parlanti. Molti studiosi dicono che le lingue

tendono al mutamento. In realtà tendono alla stabilità, se mutano è

per cose esogene quando cercano di essere loro/noi stessi e

veniamo intralciati da qualcosa.

Il modello ad albero è un modello delle lingue classico utilizzato per

lingue romanze e per lingue neolatine. Vi era un’idea infatti che

queste ultime fossero nate per delle invasioni dei popoli provenienti

da (circa Ucraina) della steppa, ed eravamo tutti adoratori di una

dea, idea sostenuta da Maria (cerca meglio su internet) figura

femminista ed attivista.

È una visione un po’ ambigua ma pur sempre una visione. È un’idea

insostenibile dal momento in cui non esistono prove. Per l’idea della

romanizzazione delle lingue romanze si utilizza lo stesso modello

ma un po’ più pacifico. Come l’idea che l‘occidente nasca dalla

cultura greca e latina che si espandono. Abbiamo ovviamente autori

che influenzano altri autori ma non la nostra cultura. Sembra più

un’autocelebrazione di un NOI e di un PRE-NOI che sta dietro a

questo pensiero, ci sta a livello epistemologico ma la realtà è che la

cultura europea è fatta da altro, non con cose che hanno a che fare

con Platone, Cicerone.. non esiste una cultura alta.

Nel 1987 RENFREW pubblica un libro “archeologia e lingue il

puzzle” dove ipotizza al posto dell’invasione Urgan una ricerca della

vera rivoluzione e la identifica nella nascita dell’agricoltura 

NEOLITICO. In quest’era abbiamo cessato di vivere come nomadi o

di vivere di ecologia e diventare parte del cosmo. Abbiamo qui la

frattura dove iniziamo a dominare il mondo, i campi e gli animali.

Solo iniziando a sfruttare gli animali iniziamo ad osservarne

l’accoppiamento e capiamo la figura del PADRE, prima di allora solo

lo zio materno (retaggio ancora visibile ).La nascita delle lingue

indoeuropee quindi parte dalla mezzaluna fertile per diffondere

nuove tecniche nuovi VISIONI del mondo. Non avviene dunque una

sostituzione di popoli ma una SOSTITUZIONE DI CONCETTI. Da

oriente al portogallo. Per la linguistica/ filologia romanza invece si

usa ancora il modello dei coloni. Si è scoperto comunque che i

coloni romani nelle province erano pochissimi! Abbiamo dunque dei

problemi storici con questa visione e non siamo sicuri parlassero

bene il latino volgare. Abbiamo anche problemi linguistici, perché le

“innovazioni” morfologiche come dicono i classici, come per

esempio l’articolo, come fanno se derivano da una sola protolingua

a presentare le stesse caratteristiche in tutte le lingue romanze?

Tutte innovano allo stesso modo. Come mai? L’ipotesi delle

invasioni, non può funzionare. Si interpreta la realtà in maniera

diversa e un po' speculatoria. Ma anche lo sguardo del tipo di

Renfrew qui non funzionerebbe, perché i luoghi di prima esistenza

dell’agricoltura non sono indoeuropei.

14/10

Riprendendo l’ipotesi della formazione delle lingue, prima neolatine

poi romanze, ci spostiamo sul dibattito sulla continuità di Alinci (?) :

nelle culture in Eurasia non abbiamo discontinuità con le

precedenti. La continuità è anche la parola d’ordine dell’archeologia

moderna. Anche le culture archeologiche presentano continuità con

le nostre culture quindi anche con le lingue. Secondo il paradigma

della continuità paleolitica (etnogenitrice) le lingue attualmente

parlate in Europa sono le stesse parlate in epoca paleolitica con le

migrazioni dell’homo sapiens , migrazione dall’africa sub sahariana

di circa 200 000 anni fa in terra europea act of Africa II. 80 milioni

di anni fa si ebbe quindi una colonizzazione da oriente, è in dubbio

se siano arrivati fino allo stretto di Gibilterra o no. L’homo sapiens

che arriva in Europa fino alla Britannia Francese perché più a nord di

essa era presente solo ghiaccio.

Per il paradigma della continuità di fondo, l’italiano veniva

parlato nel paleolitico?

Si, vi erano delle strutture comuni e così tutte le lingue, ovviamente

c’è stata un’evoluzione, ma la struttura linguistica era già lì. Per

questo motivo dovremmo chiamarle lingue italidi e non romanze.

Il latino è una delle tante ma non è quella che prevale. La

conseguenza principale è il LESSICO. Per individuare questa

continuità, soprattutto dei dialetti intesi come lingua, non

volgarizzazioni della lingua. Troviamo infatti migliaia di casi in cui

termini dialettali con motivazioni storiche maggiori che nella

standardizzazione delle lingue nazionali. I motivi di molti termini

dialettali sono motivi arcaici, sono concezioni Spesso nelle culture

semantiche visibili in nomi di animali, nomi di prima della genesi

fenomeni atmosferici. Un esempio è la “donnola” l’origine dell’uomo

era attribuita a

(chiamata con termini di riferimento a la zia, la nonna, piante e animali.

lo zio, la madre come nell’epoca arcaica, un sistema

di concezione del paleolitico). Per interpretare un

termine dialettale dobbiamo ricorrere alla cultura e alla cronologia

plurisecolare non può essere tardo medievale ma dato che lo

troviamo in tutti i dialetti è un residuo arcaico.

Molte nostre azioni prendono il loro nome da azioni di caccia e

raccolta. Cercare circare attorno alla preda/ accerchiare. È

impossibile guardare i dialetti in quest’ottica se crediamo all’idea

del latino imposto. Il LESSICO dunque è un punto chiave per capire

la cronologia. Poco rilevante diventa quindi la romanizzazione che

sicuramente avrà scolpito la nostra lingua ma non è la Genesi delle

lingue.

I TROVATORI: sono cantautori di Francia del Sud, scrivono in lingua

D’Oc ovvero in Provenzale dell’area Occitana. Questi testi che

andremo ad analizzare, li chiamiamo CANZONI. È un’anomalia che

Dante primo filologo nel De

Vulgari Eloquentia distingue le

tre lingue da lui conosciute in

base al modo di dire si; la lingua

Oil, la lingua Oc e la lingua del Sì

ovvero il dialetto Fiorentino.

le canzoni siano trascritte, ma è come se stessimo leggendo il

libretto di un cd, va SEMPRE immaginata una musica sulla quale

erano scritte queste parole. L’attestazione scritta non significa che

nasca in quel momento ma esisteva sotto forma orale, noi

studiando solo l’attestazione scritta tradiamo ciò che era, dobbiamo

sempre ricordarlo.

16/10

L’attribuzione dei manoscritti non è quasi mai un’anime. Nel

medioevo non era molto importante il nome dell’autore ma

l’appartenenza ad una “corrente”.

Guglielmo IX d’Aquitania era un uomo molto potente vissuto tra il

1071 e il 1127. L’opera Compte Depentieus viene attribuita a lui,

quello su cui ci siamo soffermati è un manoscritto del XIV secolo, lo

possiamo dire per alcune caratteristiche linguistiche; erano canzoni

che circolavano indipendentemente dalla fonte scritta.

Le opere dei trovatori provenzali possono essere chiamate in ugual

modo verse o cansòn. La strofa viene chiamata Cabla .

F comporrò una canzone di puro nulla

arai un vers de dreit nien,

Non er de mi ni d'autra gen, non sarà su di me ne sull’altra gente

Non er d'amor ni de joven, non sarà d’amore ne della gioventù gioventù

intesa come classe sociale degli JUVENES i cavalieri, i nobili, che ancora non avevano

un feudo. Senza terra e che aspiravano a quel rango. Per alcuni adulare alla dama

significava aspirare alla sovranità

Ni de ren au, ne di cosa altra

Qu'enans fo trobatz en durmen che anzi fu composta mentre dormivo

chival su di un cavallo.

Sus un

No sai en qual hora-m fui natz, non so in quale ora sono nato

No soi alegres ni iratz, non sono allegro ne triste (adirato= triste)

No soi estranhs ni soi privatz, non sono estraneo e non sono privato

Ni no-n puesc au, ne posso altro (dichiarazione di impotenza)

Qu'enaisi fui de nueitz fadatz poiché anzi fui di notte fatato

Sobr'un pueg au. su di un poggio alto.

No sai cora-m fui endormitz, non so a che ora mi sono addormentato

Ni cora-m veill, s'om no m'o ditz! Ne a che ora mi sveglio se nessuno me lo dice (se

uomo non me lo dice)

Per pauc no m'es lo cor partitz per poco non mi è il cuore partito a causa

D'un dol corau, = corale grande di un dolore grande

E no m'o pretz una fromitz, e non me ne importa una formica

Marsau!! Per san Marsau!

Per saint

Malautz soi e cremi morir, sono malato e temo di morire

E re no sai mas quan n'aug dir. E non so di cosa si tratta se non quanto ne odo

dire

Metge querrai al mieu albir, cercherò un medico a casaccio

E no-m sai cau: e non ne conosco tale

Bos metges er si-m pot guerir, sarà un buon medico se mi saprà guarire

Mas non, si-m mau. Non se mi ammalo.

Amigu' ai ieu, non sai qui s'es, amica in poesia medievale= amante amica ho io, non so

chi sia

C'anc no la vi, si m'aiut fes, poiché mai la vidi, così mi aiuti la fede

Ni-m fes que-m plassa ni que-m pes, santa fede, che mai la vidi e non mi fece ne cosa

che mi piaccia

Ni no m'en cau ne cosa che mi pesi

C'anc non ac Norman ni Franses non me ne importa poiché mai ebbi ne normanni

ne francesi nel mio ostello ( proverbio per dire non ho avuto scocciature)

Dins mon ostau.

non la vi et am la fort, mai la vidi e la amo fortemente

Anc no-n aic dreit ni no-m fes tort; mai non ne ebbi giustizia ne mai mi fece torto

Quan no la vei, be m'en deport, (contrario di importa) quando non la vedo non me ne

importa un gallo

No-m prez un jau, poiché non conosco nulla

Qu'ie-n sai gensor e belazor, di piu bello e più nobile (gentile= nobile)

E que mai vau. E che vuole di più.

Fait ai lo vers, no sai de cui, ho fatto la canzone, non so a proposito di

cosa

Et trametrai lo a celui e la trasmetterò a colui

Que lo-m trameta per autrui, che me la trasmetterà

Enves Peitau, per tramite di un altro Peitan

(provenzale)

Que-m tramezes del sieu estui in modo che mi mandasse del suo astuccio

La contraclau la chiave per aprirlo.

Topos della Tornada: ultima strofa canzone che viene mandata

canzone che viaggia.

È un testo criptico che invita al dibattito. Per alcuni è un esempio di

Nichilismo pre Nietzsche. Poco plausibile come ipotesi per il

medioevo dove gli autori non si sentivano così grandi da dire cose

nuove, formulare nuove teorie letterarie. Altri interpretano la vanità

delle cose umane, altri ci vedono all’interno alcune poesie Ovidiane.

È una canzone la cui interpretazione è da porre in una visione

generale che non deve condizionare il modo di guardare. Questa

visione generale comprende testi e racconti orali e tradizionali dove

bisogna scorgere la credenza delle fate, tradizione che usa questo

linguaggio e alcune immagini enigmatiche che in questo caso

sembrano essere coerenti. Era una vera e propria fede intrecciata

con la religione. LA FATAGIONE si divideva in due “viaggi” il

Morganiano e il Melusiniano (da Morgana e Melusina), la tradizione

morganiana vedeva il mortale attratto dalla fata nel mondo fatato,

nella tradizione melusiniana abbiamo la fata che viene nel nostro

mondo. In entrambi i casi c’è un patto da non violare, nel caso sia la

fata ad andare nel mondo mortale la regola è non guardarla mai

nuda o mentre fa il bagno e non bisogna svelarne a nessuno

l’esistenza; nel caso in cui sia il mortale ad essere attratto nel

mondo delle fate, la regola è quella di non mangiare cibo del mondo

fatato e non provare a baciare la fata, altrimenti il tempo sulla terra

si sgretola ed il mondo cambia in quel tempo che al mortale sembra

poco, e viene rispedito nel mondo mortale ADDORMENTATO IN

SELLA AD UN CAVALLO. Tutto acquista senso. Il cavaliere che torna

da un altro mondo non ha più una coscienza, non SA NIENTE. Frase

“poiché sono stato FATATO su un alto poggio” ( tutti traducono

stregato ma il termine giusto è fatato), spesso la fata viene

rappresentata con un animale guida o sotto forma di animale guida

che porta il mortale in un bosco (transito) o su un alto poggio con la

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Scienze antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche L-FIL-LET/09 Filologia e linguistica romanza

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Juls_99 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Filologia romanza e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Bologna o del prof Benozzo Francesco.
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