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Il libro manoscritto

Per poter parlare di genesi del manoscritto dobbiamo partire dai materiali che venivano usati. Il primo materiale a cui si fa riferimento è il papiro, proveniente dalle sponde del Nilo in Egitto. In molte lingue la parola rimane come traduzione di carta (papier in francese, paper in inglese). È meno chiara invece la relazione tra la parola greca byblos e la città fenicia di Biblo, popolo da cui i Greci hanno importato la conoscenza e l’uso del papiro. Il papiro raggiungeva fusti alti almeno 5 metri, era a sezione circolare e costituiva il materiale di base per creare fogli destinati alla scrittura.

Plinio il Vecchio ci descrive che il papiro veniva tagliato a sottili strisce longitudinali, disposte una accanto all’altra, sovrapposte in più strati perpendicolari e unite da una colla derivata da mucillagine e acqua. Infine veniva battuto, essiccato al sole, rifinito e ritagliato. I fogli ottenuti erano detti plagulae ed erano diversi per misura, qualità e colore; portati fuori dall’Egitto in rotoli commerciali, composti solitamente da venti fogli, erano confezionati incollando venissero premute l’una contro l’altra e non rischiassero lo scollamento.

Il rotolo o il volumen è il libro per antonomasia dell’antichità classica. Sul rotolo la scrittura seguiva l’orientamento orizzontale delle fibre, il testo era diviso in colonne, composte da un certo numero di linee di estensione corrispondente all’esametro omerico. Il compenso dello scriba si calcolava attraverso il computo delle linee trascritte. Il rotolo veniva imbevuto di essenze profumate per proteggerlo dall’umidità e dagli insetti. Si avvolgeva attorno all’umbilicus od omphalos, un bastoncino di legno, osso o avorio, fissato a uno o entrambi i lati corti per facilitarne l’arrotolamento. Poteva mostrare sulla faccia esterna (il protocollo) il nome dell’autore e/o il titolo dell’opera. La sua funzione principale però non era quella, visto che il titolo spesso stava in fondo o al lato della colonna finale della plagula, quanto proteggere il primo foglio dall’usura. In rotoli privi di protocollo spesso il titolo e l’autore venivano scritti su un cartellino attaccato al margine superiore del volume. Veniva contenuto in una scatola cilindrica detta capsa o bibliotheca, chiusa da lacci detti lora, protetti da una fodera di pelle o stoffa detta toga e venivano conservati in posizione verticale.

La biblioteca di Ercolano

Tra il 1752 e il 1754 ad Ercolano furono ritrovati rotoli greci e latini per volontà di Carlo VII di Borbone, in cui sono contenuti testi filosofici dei più grandi maestri dell’epicureismo, da Epicuro a Filodemo di Gadara, che visse intorno al 110 a.C. e amico di Lucio Calpurnio Pisone Cesonino. Egli organizzò una sorta di laboratorio funzionale alla sua attività di filosofo ed editore in cui raccolse e conservò separatamente materiale greco e latino. Alla sua morte, l’attività continuò fino al 79 d.C., data dell’eruzione del Vesuvio che sommerse di cenere Ercolano attivando però un metodo di conservazione del tutto naturale. Quando venne fatto il ritrovamento della villa, vennero ritrovati tutti i manoscritti, i più riportati alla leggibilità attraverso procedimenti chimici particolari. La villa è detta la “Villa dei papiri” ed è oggi aperta al pubblico.

Il frammento di Posidippo

È un esteso frammento papiraceo di oltre 100 epigrammi di Posidippo di Pella, contemporaneo di Callimaco e protagonista della cultura alessandrina. Databile agli ultimi decenni del III secolo a.C., 300 versi di distici elegiaci suddivisi in dieci sezioni tematiche contraddistinte da un titolo iniziale. La cosa più importante è il modo di recupero usuale per i papiri greco-egizi: lo smontaggio del cartonnage di una mummia. Praticamente i vecchi papiri in disuso, venivano usati come materiale di rivestimento per confezionare l’involucro in cui chiudere il cadavere. I papiri venivano tagliati ed inumiditi, pressati ed incollati e coperti da un sottile strato di gesso e decorati. In tal modo si sono salvati rimanendo nascosti nel pettorale di un cadavere fino al 1992.

I rotoli di Exultet

È stata ritenuta l’invenzione più ingegnosa del Medioevo meridionale, soprattutto per la soluzione adottata nella disposizione di testo e immagine. Gli Exultet sono rotoli liturgici illustrati contenenti la preghiera per la benedizione della Pasqua. Il luogo di fioritura è l’area del beneventano-cassinese (Longobardia minore). La prima innovazione è l’utilizzo non più del papiro, perché introvabile nel X secolo, ma della pergamena: i fogli venivano uniti tramite fettucce di pergamena passanti per fori. Non si srotolava più orizzontalmente ma in verticale, tant’è che la scrittura corre perpendicolarmente al lato lungo. Questo perché il testo era collocato in senso inverso rispetto alle immagini in modo tale che, mentre il diacono leggeva, i fedeli incolti potessero seguire vedendo le immagini. Questo nuovo metodo nasce a Bari ed è databile intorno al XI secolo; modifica però anche la funzione del rotolo che non serviva più solo alla celebrazione del rito pasquale ma a decantare le immagini catturando gli occhi dei fedeli.

Il codice: forme arcaiche

Viene comunemente detto codice il libro a pagine, da sfogliare. A Roma era utilizzato già in età arcaica un tipo di libro detto a soffietto, fatto in tela di lino, destinato ad uso sacrale, molto simile ai libri lintei etruschi che si sfogliavano da destra a sinistra. Il libro etrusco era lungo rigorosamente 340 cm, rigorosamente delimitato da una cornice rossa, le pagine erano combacianti a due a due con la scrittura disposta parallelamente ai lati lunghi della striscia.

I libri lignei erano simili a quelli delle tavolette cerate ed erano usati come documenti fiscali o amministrativi, come annali dei pontefici, lettere, esercizi scolastici; graffiati con un apposito strumento di metallo, avorio o osso con un raschietto nella parte opposta alla punta denominato “stilo”. Le tavolette erano congiunte per mezzo di un filo che passava attraverso dei fori e a queste veniva dato il termine codex. A Pompei sono stati scoperti moltissimi corpora di tavolette. Un esempio sono 150 tavolette trovate nel 1875 ed oggi conservate nel Museo Archeologico Nazionale di Napoli che costituivano parte dell’archivio del banchiere Lucio Cecilio Giocondo. Sono in legno di abete e contengono documenti relativi ad operazioni commerciali, vendite all’asta di schiavi, bestie o immobili e datano gli anni 52-60.

Diversa è la tipologia di tavolette ritrovate in Britannia nel 1973 costituite da sottilissime lamine di legno di ontano o betulla, di forma rettangolare e di dimensioni ridottissime. Il testo è scritto ad inchiostro lungo il lato breve, mentre lungo i bordi superiore ed inferiore i fori ritrovati inducono a credere che le lamine venissero legate una all’altra in modo tale che ripiegate formassero una sorta di fisarmonica che nascondeva la scrittura e si apriva in senso verticale.

Affermazione del codice

Alla fine del primo secolo il codice si rinnova e al posto della pergamena viene usata la membrana, la pelle di animale trattata. Il De bellis macedonicis è un pergamenaceo, piccolissimo, ma di straordinaria importanza nella storia della produzione libraria latina, ritrovato in Egitto ma forse prodotto a Roma. Si accompagna a codici papiracei di Senofonte, Platone, Pindaro e Omero; particolarmente importante l’Omero di Harris, frammento iliadico ritenuto l’antecedente del codice, composto di 36 carte scritte su una sola facciata, databile tardo II secolo.

Maggiori ritrovamenti si hanno di codici che trattano di letteratura di livello medio, come romanzi o testi scolastici, destinati ad utenti di cultura media, ma i numeri salgono vorticosamente quando parliamo di letteratura sacra o biblica. Il più antico frammento di codice cristiano ritrovato contiene poche righe del Vangelo di Giovanni. Il codice divenne non solo il mezzo più familiare, accessibile ed economico di comunicazione scritta, abbandonando il volumen di papiro troppo costoso, ma anche il mezzo antagonista di quello prediletto della classe dominante. Il libro-rotolo faceva spazio al libro-codice, che di fatto si affermò nel IV secolo.

La pergamena

Il codice è un libro costituito da fogli piegati a formare fascicoli e poi cuciti lungo la linea di piegatura. Tra le ragioni del successo: la maneggevolezza, le dimensioni e la capacità di contenere maggior testo in quanto si scriveva su entrambe le pagine. Per il codice la pergamena prevale sul papiro per vari motivi: era più facilmente reperibile e quindi meno costosa, si sfruttava di più in quanto le pelli presentavano una predisposizione maggiore rispetto al rotolo commerciale ad essere piegate e trasformate in fascicoli. Il procedimento di trasformazione iniziava con l’immersione delle pelli ovine in un bagno di calce spenta e acqua che le liberava dai peli e dai residui grassi. Una volta depilate venivano scarnificate, quindi sfregate con una pietra pomice per levigare la superficie e infine tese a seccare su telai. Una volta seccata la si sagomava a forma rettangolare (70-80 x 50-60) eliminando i bordi alla testa, coda e arti. Nei codici membranacei si rispetta la “regola di Gregory” (o regola del vis a vis) secondo la quale il verso di una carta e recto della successiva, cioè le “pagine baciate presentano, con un’alternanza regolare, il lato carne o il lato pelo della pergamena.”

Il fascicolo

È il numero dei fogli che da il nome al fascicolo, per cui avremo: binione, ternione, quaternione (4 fogli, ovvero 8 carte e 16 pagine), quinione oppure duerno, terno, quaderno, quinterno…

La carta

La sostituzione del supporto animale con la carta non avvenne in Europa allo stesso tempo ed entusiasmo per tutti i paesi, anzi i primi a “convertirsi” furono i paesi germanici. La tradizione vuole che la carta venga scoperta in Cina e da lì arrivi in Medio Oriente nel 751 d.C. l’anno in cui la carta venne conosciuta dai musulmani per mezzo di alcuni soldati cinesi catturati a Samarcanda. Arriva poi in Spagna e nel 1056 un documento attesta la presenza di una cartiera a Xativa, vicino Valencia e poi in tutta Europa Occidentale.

Fondamentale è Fabriano (XIII secolo) in cui si applicano importanti innovazioni nella lavorazione, come l’uso di segnare i fogli con una specie di marchio, detto filigrana, o l’uso di una colla speciale che evitava il deterioramento dei fogli. Si contavano all’incirca 40 cartiere. Materia immancabile erano gli stracci o la polpa di cellulosa che si ricavava dalla macerazione e decomposizione per mezzo di pesanti magli chiodati azionati dalle ruote di un mulino ad acqua. Nella polpa, contenuta in un recipiente detto “tina”, mantenuta calda dal fuoco sottostante, veniva immerso il telaio ligneo su cui venivano tesi perpendicolarmente una serie di fili di rame o ottone (vergelle), paralleli al lato lungo su cui si depositava la polpa che andrà a formare il foglio. Sollevata dalla tina veniva fatta sgocciolare e poi la forma veniva rovesciata dal lato della polpa su un feltro, lasciato a seccare all’ombra. Infine i fogli venivano levigati e collati per rendere liscia la superficie e impermeabile all’inchiostro.

Tipologia del fascicolo e tipologia testuale

Durante il XIII secolo in Inghilterra il quaternione viene sostituito per la prima volta dal senione, seguita dalla Francia e dall’Italia che a loro volta lo sostituiranno col quinione, soprattutto per i grandi manoscritti giuridici, per il materiale universitario, filosofico o teologico e per le bibbie tascabili.

Confezione del fascicolo

Per confezionare il fascicolo occorreva inserire uno sull’altro i fogli, tagliati e piegati a metà, in modo tale che la prima carta facesse riscontro con l’ultima e così via dicendo. Si ricorda che si doveva rispettare la regola di Gregory che imponeva che ad un’unità col pelo sul verso risultasse una col pelo sul recto, come accade per il codice Amiatino della Bibbia. Ma per quanto riguarda la disposizione della prima pagina, si potevano seguire due alternative: o porre all’esterno il lato carne come fu convenzione di tutta l’antichità greca, o disporvi il lato pelo. Quest’ultima disposizione è propria del mondo latino, anche se i due metodi convissero per molto tempo senza problemi.

Léon Gilissen osservò in alcuni codici belgi del X-XII secolo, che spesso i fogli che li costituivano provenivano da due pelli diverse. Ipotizzò allora che l’artigiano facesse un lavoro meccanico semplicemente piegando la pelle più volte lungo gli assi perpendicolari, mantenendo in questo modo l’alternanza lato carne e lato pelo. Nel caso utilizzasse due pelli giustapposte riusciva ad ottenere un quaternione di formato medio. Se utilizzava una pelle sola ne otteneva uno ma di formato più piccolo.

In altri codici si è trovata rispettata la regola del vis a vis ma di fogli ricavati da un taglio a T di un'unica pelle, che produceva tre fogli che dovevano subire ancora foratura e rilegatura. Assai comune è la presenza di piccolo forellini nella trasparenza della pergamena o della carta che servivano ad indicare il tracciato della scrittura.

Il sistema più usato prevedeva la foratura simultanea dei fogli piegati dell’intero fascicolo; potevano essere fatti all’interno o ai bordi delle pagine. Un sistema particolare prevedeva la foratura su ambedue i margini del foglio piegato e produceva quattro serie verticali di fori, funzionali alla rigatura, che poi potevano scomparire se coinvolti nella rilegatura dei margini.

Il più diffuso codice di rigatura fu quella “a secco” propria dei codici membranacei che si eseguiva con uno strumento appuntito che non lasciava alcuna traccia sulla superficie se non un leggero solco sul lato e un rilievo sull’altro. Economicamente più vantaggioso, dato che si rigavano due fogli insieme, ne esistono due procedimenti che cambiano soprattutto in relazione al numero di fogli rigati e all’orientamento dei solchi. Negli ambienti umanistici italiani tutti i manoscritti di Poggio Bracciolini sono rigati a secco. Con un unico strumento si poteva rigare un intero foglio con un’unica operazione: su una tavola lignea erano incollate apposite cordicelle corrispondenti al disegno della rigatura. Premendo il supporto, la trama delle cordicelle andava sulla carta o pergamena.

Tra la fine dell’XI secolo e l’inizio del XII si affianca la rigatura a colori con l’aiuto di una mina a piombo, nero o colorato. In età gotica la pagina del libro inizia a cambiare aspetto: le righe sono più strette, aumenta il rapporto nero su bianco, si imprigiona il testo dentro la gabbia di rigatura non utilizzando il primo rigo, si preferisce l’impaginazione a doppia colonna che rendeva più facile la lettura. Solo con l’Umanesimo la prima riga riacquisterà la funzione di rettrice e perché la pagina si schiarisca e alleggerisca, recuperando la rigatura a secco.

La soluzione più antica per riconoscere i fascicoli, fu quella di apporvi un segno distintivo, o porre l’indicazione della prima parola di ogni fascicolo in fondo al verso della carta finale del fascicolo precedente, o applicare la “numerazione a registro” che associava al segno distintivo della posizione del fascicolo nel libro quello del foglio interno al fascicolo, sistema applicato anche dal libro a stampa.

La scrittura latina

Esistono diversi tipi di scrittura che possiamo suddividere in scrittura documentaria e scrittura libraria. La prima usata solo per testi biblici, liturgici e le seconde legate alla produzione universitaria (Littera Parisiensis o Bononiensis). La paleografia latina si occupa della storia della scrittura latina e insegna a riconoscere i diversi alfabetici collocandoli nello spazio e nel tempo giusti. Osserva il consolidarsi di scritture in canoni, ossia scritture che giungono alla perfezione e in tipi, ossia scritture che caratterizzano la produzione di una determinata area.

Terminologia

Parliamo di scrittura maiuscola quando è idealmente compresa in un sistema bilineare costituito da due rette parallele che non vengono oltrepassate né in alto né in basso. Parliamo di scrittura minuscola quando è compresa in un sistema quadrilineare di rette parallele, due interne in cui sono scritti i nuclei delle lettere e due esterni in cui sono scritte le ste verticali. Si parla di alfabeto normale per indicare il modello ideale a cui si rifanno gli scriventi di ogni epoca e che giunge attraverso l’insegnamento scolastico. È usuale invece la scrittura comunemente utilizzata.

Per quanto riguarda il livello di esecuzione ne esiste una elementare di base che viene insegnata a scuola e una professionale che serve per una professione (notaio, copista). Per cancelleresca s’intende la scrittura alla base delle cancellerie che attraverso forme e artifizi particolari vogliono conferire ai loro prodotti caratteristiche di solennità e autenticità. Avremo una corsiva o una posata quando aumenterà il tasso di velocità di scrittura per cui si noteranno inversioni di tratti e legamenti a lettere successive.

La forma costituisce l’aspetto esteriore di una lettera; il tratteggio è il numero, la successione e la direzione dei tratti di una lettera; il modulo o formato fa riferimento alle dimensioni; il ductus o tracciato indica la velocità con cui la scrittura viene tracciata. La legatura è un tracciato che unisce tra loro due o più lettere senza che lo strumento scrittorio sia sollevato dalla materia scrittoria, mentre il nesso consiste nella fusione dei segni alfabetici, per cui lettere contigue avranno un tratto in comune. La scriptio continua è quanto il testo non è interrotto da spazi bianchi o segni di punteggiatura e la parola scritta è l’unità significante comprensiva.

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Scienze antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche L-FIL-LET/05 Filologia classica

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher chiuzzy89 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Filologia classica e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Roma La Sapienza o del prof Fogazza Donatella.
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