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Filologia mediolatina modulo CI

I casi presentati si propongono di evidenziare tematiche e problemi, tecniche e modi di ragionare propri della letteratura latina medievale, differenti da quelle tipiche della filologia classica o romanza.

Il più antico manoscritto autografo? La Regula pastoralis di Gregorio Magno

Papa dal 590 al 604, grande scrittore ecclesiastico e Padre della Chiesa occidentale, Gregorio Magno fu molto prolifico ed importante istituzionalmente, uno dei due papi nella storia ad aver avuto l'appellativo di Magno. Scrisse molte opere, capillarmente diffuse: una delle più importanti è la Regula pastoralis, un non enorme manuale d'istruzione (regula è la normativa monastica) rivolto ai pastores, i vescovi, clero secolare inscritto nella società laica. L'opera dà indicazioni e requisiti del buon vescovo, nonché regole di predicazione, per “ammaestrare” i fedeli: da capo dei vescovi, Gregorio dà istruzioni prescrittive ai suoi sottoposti, basate sulle varie categorie di fedeli (ricchi, poveri etc., circa 35 categorie sociologiche e psicologiche).

La Regula pastoralis, in quanto testo normativo di un personaggio capitale, ha avuto una diffusione enorme, ca. 850 manoscritti rimasti, in tutta Europa. La tradizione pone dunque un problema di quantità, la collazione è difficilissima. Tuttavia esiste un manoscritto molto particolare, un codice da Troyes, in onciale (scrittura libraria elegante e calligrafica, maiuscola ed abbastanza leggibile); presenta però alcune note in carolingia, più recente di almeno tre secoli, a volte incomplete, come nell'immagine proposta. In questa, infatti, vi è una raschiatura nel margine inferiore, che presentava un'antica nota riscritta nel margine superiore, proprio in carolingia: inoltre vi è una croce che segnala il punto dove andava inserita la nota; il manoscritto è molto vissuto, vi sono rasure varie e fenomeni simili su ogni pagina (p.e. la sigla HD, hic dicitur, una menzione per il copista su dove mettere la nota in basso, che presenta invece HS, hic sume?).

Vi è dunque stato un procedimento di correzione molto ampio, che ha sempre attirato i filologi: dal punto di vista paleografico (in particolare per Arnaldo Petrucci) questo manoscritto è databile alla fine del VI secolo, localizzabile a Roma, quindi proprio nel luogo e nell'epoca dell'autore. La paleografia è una scienza comparativa, e dunque di fatto inesatta, ma a volte corretta. Da questi elementi si pensa che il manoscritto sia autografo, o quantomeno idiografo (nell'Alto Medioevo la bella copia era affidata ad un professionista, ma sotto il controllo dell'autore, procedimento idiografico, dunque); in particolare ciò che induce a questa ipotesi sono due circostanze: la compatibilità del manoscritto con la vita dell'autore e il fatto che il manoscritto sia pieno di correzioni, poiché un semplice copista difficilmente avrebbe corretto così fittamente un testo di una tale autorità. Se è vero che questo è un manoscritto di autore, sarebbe il più antico autografo latino, eccettuato qualche frammento di IV e V secolo.

Il professor Chiesa non ha mai particolarmente studiato Gregorio Magno e questo testo; ma nel 2004, nell'anniversario della morte dell'autore, all'interno delle celebrazioni venne riprodotto fotograficamente l'intero manoscritto, e i curatori inoltre raccolsero in un altro volume degli studi (p.e. quello di Petrucci): a Chiesa è stato affidato il lavoro filologico, ovvero capire ed eventualmente verificare l'idiografia del testo. Il metodo paleografico pone la condizione della compatibilità luogo-epoca, che non è sufficiente: solo l'analisi filologica può dare notizie corrette. Chiesa ha passato in rassegna tutte le innumerevoli correzioni del testo, per capirne la logica e le innovazioni in sé.

L'opera del manoscritto comincia a 4 recto, i primi tre fogli hanno un indice ed un prologo. È un manoscritto elegante ma non decorato pesantemente (l'unica miniatura è la P ad inizio opera): le prime tre righe sono rubricate, in inchiostro rosso (che però non si è mantenuto). Non è dunque un manoscritto di rappresentanza, fatto per non essere letto, ma un libro d'uso, pur di qualità. Gli scribi, forse uno solo, usano una scrittura molto regolare, così come il sistema di divisione in sillabe, non scontato né formalizzato nel Medioevo, al contrario che nell'antichità. Il manoscritto, invece, non sbaglia mai la divisione in sillabe, indice di una buonissima formazione. L'opera è divisa in 65 capitoli, le cui righe iniziali sono rubricate.

Particolare è inoltre la punteggiatura: questo manoscritto ha un sistema “a doppio punto”, ha due segni d'interpunzione, un punto in basso o uno in alto, relative alle righe del testo. Tali punti sono raddoppiati da uno “sbaffo”, che lo rende più evidente (cfr. il documento su Ariel, con trascrizione “diplomatica”, normale e traduzione, in quanto il latino di Gregorio è molto difficile). I segni d'interpunzione, a quanto pare, rispettano più l'intonazione che il valore logico delle frasi: fino all'Ottocento, infatti, le opere di leggevano ad alta voce; dunque il punto in alto indicherebbe un innalzamento dell'intonazione, e viceversa. Ciò sembra essere confermato da alcuni segni sulle parole, rare nei manoscritti, che indicano la lunghezza della vocale nelle parole con dubbi di pronuncia: è un segno evidente di lettura ad alta voce.

Quindi manoscritto ben fatto ma da lettura, non eccessivo, con evidenti elementi che rimandano ad una lettura ad alta voce. Le note marginali sono diverse: in alcune pagine si trovano note a corpo minore ma sempre in onciale, in forma di piramide rovesciata (con simboli che identificano proprio la forma). Servono ad indicare le citazioni usate dall'autore, p.e. Geremia. Queste indicazioni sono per noi molto interessanti, per diversi motivi:

  • La forma: è comune nell'ambiente di Vivarium, il monastero di Cassiodoro fondato circa quindici anni prima, luogo di conservazione e promozione della cultura tardoantica; dunque un segno di eleganza e di antichità;
  • L'autore: chi ha posto le note, evidentemente, era molto competente, perché il testo in sé non dice di chi è la citazione, ma solo che è una citazione: l'autore era in grado di individuarla; domanda logica è se la nota sia un paratesto o meno, ovvero se siano contemporanee all'autore: per Chiesa sì, perché in tutti i manoscritti antichi ci sono.

Il primo copista ha nome T1, il correttore è T2 (è comunque difficile parlare di un solo copista). Per ricostruire i passaggi di T1 e T2 illeggibili in questo codice, si è collazionato con altri manoscritti, per vedere come si risolvono: da questo esame si evince che la maggior parte dei manoscritti riportano le lezioni di T2, ma un parte riporta invece, talvolta, le forme di T1, mai interamente. L'anomalia si spiega con l'enorme diffusione dell'opera, che presentava entrambe le redazioni (cfr. p. 7 dispensa, fig. b). In questo modo si ricostruisce sempre T2, quasi sempre T1 (tranne qualche punto).

Criteri utili per una recensio con numerosi codici sono quello temporale (i più antichi) e quello geografico: se si ipotizzano due redazioni, Gregorio avrebbe reso permanente la seconda, eliminando l'altra e dunque facendola riscrivere. In un caso simile, è più facile trovare T1 nella periferia della cristianità, legate però alla biografia di Gregorio: l'Inghilterra, dove aveva mandato delle missioni (e dove era difficile mandare molti manoscritti), e la Spagna orientale, che in questo periodo è di area bizantina, con cui Gregorio aveva dei contatti.

Il manoscritto che ha più lezioni di T1, comunque, è italiano del XV secolo, e per puro caso va contro tutte le probabilità. Dopo questo lavoro, dunque, si dividono le correzioni per categorie (cfr. p. 4):

  • La correzione di veri e propri errori precedenti, minimi errori di copia, grafico-fonetici: le scuole dell'epoca sono fortemente influenzate dalla mancata corrispondenza tra sistema grafico e fonetico, p.e. le i ed e atone, o il betacismo. T2 corregge l'ortografia. Non sono correzioni pertinenti all'autorialità, perché qualunque copista colto le avrebbe fatte.
  • Le citazioni bibliche: nella Regula vi sono molte citazioni a sostegno delle affermazioni schematiche dell'autore, ma in T1 sono spesso “abnormi”, ovvero non citate secondo la Vulgata di San Gerolamo: evidentemente Gregorio usa una versione più antica della Vulgata, che circolava a Roma. In T sistematicamente T1 è stata corretta quando non corrisponde alla versione ufficiale, una sorta di regolarizzazione delle citazioni bibliche. In alcuni casi, però, Gregorio non usa una forma vetus, ma delle citazioni libere, spesso per rimarcare o rendere più forte un concetto a livello retorico (cfr. ite al posto di discedite). In T2, dunque, si punta alla correttezza della citazione, più che al valore retorico della stessa. La normalizzazione potrebbe essere voluta da Gregorio, per volontà normativa, oppure di qualcun altro, per volontà di regolarizzazione, superiore alla forza retorica. Quindi, non è possibile identificarle sicuramente come correzioni d'autore. C'è un solo caso in cui anche T2 non viene modificato, perché Gregorio cita un termine sbagliato, che, se corretto, non ha senso nella frase (princeps coquorum).
  • L'aggiunta di altri esempi dalla Bibbia ed integrazioni esplicative. Il correttore T2 aggiunge in questo caso delle glosse che possono estendere l'uso della citazione in senso figurale. Queste aggiunte difficilmente non appartengono a Gregorio.
  • Innovazioni decisive sono le sistemazioni di punti di difficile contenuto, o di interpretazione sbagliata od inaccettabile della dottrina teologica; p.e. veritas, retoricamente contrapposta a falsitas, viene cambiata in vera, meno valido sul piano retorico ma più pacifico su quello teologico, in quanto più concreto. In questa categoria si pongono modifiche totalmente arbitrarie: T1 va bene, le modifiche sono consapevoli e volontarie, su un testo esatto. Sono perciò autoriali, anche perché non vi è auctoritas più alta.
  • Simili, per quanto riguarda l'autorialità, sono le modifiche di passi perfettamente accettabili per evitare equivoci o chiarire meglio il contenuto; p.e. hebetes in latino indica l'ignorante in senso spregiativo, perciò va attenuato, perciò viene sostituito da un generico quosdam; o ancora, gli avverbi categorici riferiti alla superbia dei digiunatori vengono edulcorati.

Le ultime due categorie permettono di sostenere con buona probabilità che T1 e T2 appartengano entrambe a Gregorio, siano due redazioni autoriali. Tuttavia vi sono due ipotesi (cfr. p. 7, figg. a e b): nella fig. a entrambe le redazioni dello stesso manoscritto sono di Gregorio, nella b il manoscritto non sarebbe idiografo, ma manoscritto di una prima redazione poi corretto con la seconda.

Un manoscritto oggi a Karlsruhe, uno dei testimoni più antichi, pur non derivando da quello di Troyes, sembra derivare da un codice molto simile. Se questo è vero, Gregorio avrebbe prodotto numerose copie dell'opera tutte identiche, in serie: non esisterebbe perciò un manoscritto idiografo, ma una serie di testi controllati dall'autore ma interpretati dai copisti.

Miscellanee progressive. La raccolta geografica di un manoscritto di Wolfenbüttel

Il manoscritto presenta una scrittura gotica (prima metà 1400), relativa al nord della Germania, oggi vicino all'Olanda. Non era molto comune che i manoscritti medievali presentassero una sola opera: questo, infatti, presenta un rapporto libro-testo molto più articolato. Il manoscritto, quattrocentesco, si trova oggi a Wolfenbüttel, in Sassonia, sede di una biblioteca di altissimo livello fondata dal duca della regione nel XVII secolo, chiamata Herzog August, nel fondo Weissenburg (abbazia dell'Alsazia i cui libri vennero acquistati dal duca). Il manoscritto ha una copertina in legno, e presenta diversi testi al suo interno, anche dal punto di vista materiale (dimensioni, colonne, specchio di scrittura etc.): ciò significa che il manoscritto è assemblato da più parti. I codicologi distinguono tre unità codicologiche (u.c.): la logica che sta dietro agli assemblamenti è varia (stesso autore, stesso genere etc.), ma qui sembra mancare del tutto.

Il manoscritto contiene infatti una parte delle Verrine, un Chronicon Flandriae della metà del XV sec. e una raccolta di testi geografici. Il motivo di questa unione illogica è il risparmio sulla rilegatura e sulla copertina, una questione economica o di razionalizzazione (un libro di pochi fogli rischia di rovinarsi o di perdersi). L'operazione è quindi atestuale, solo biblioteconomica.

L'u.c. geografica è a sua volta scomponibile in tante parti diverse, ma questa volta non fisicamente (e infatti è una sola u.c.); è una miscellanea geografica, generalmente sull'Oriente, ma è un libro unico, dallo stesso schema paleografico e codicologico, che ci permette di capire che il codice è di studio, non particolarmente elegante. La serie di opere vede:

  • Una parte dell'Opus maius di Ruggero Bacone, opera filosofica del francescano docente a Parigi intorno alla metà del XIII secolo; Bacone, inglese, è considerato l'iniziatore della filosofia sperimentale, per cui l'osservazione è più importante dell'auctoritas. È un'enciclopedia del sapere divisa in vari capitoli, tra cui uno geografico con descrizione del mondo: vengono descritte dal punto di vista fisico le varie regioni, con un quadro piuttosto completo. La scienza sperimentale qui si applica nelle parti del mondo meno conosciute, come l'Asia, basandosi non sulle auctoritates (p.e. Isidoro di Siviglia), ma sui resoconti dei viaggiatori. Vi è dunque una scorporazione di una parte dell'opera per inserirla nella miscellanea.
  • Il secondo testo è una versione latina del Milione di Marco Polo, redatto da Rustichello da Pisa in volgare ma poi tradotto in diverse versioni latine (p.e. da Pipino di Bologna, non autore di questa).
  • Il terzo è l'Itinerarium di Riccoldo di Monte di Croce, domenicano che ad inizio XIV secolo viaggia in Medio Oriente, da Acri fino a Baghdad, viaggio drammatico per la conquista di Acri da parte dei Turchi. L'opera è di fatto teologica, registra gli usi religiosi delle popolazioni incontrate.
  • Il quarto è la Descriptio Terrae Sanctae di Jacques de Vitry, vescovo di Acri, autore molto famoso nel Medioevo, anche se quest'opera probabilmente non è sua.

C'è dunque una progressione geografica dei testi, da est ad ovest. Segue poi un gruppo di testi che un bibliotecario di Wolfenbüttel, Butzmann?, chiamò negli anni '60 Pilgerbuch, “libro per i pellegrini” che dovevano andare in Terra Santa, una sorta di guida di viaggio in cui si trovano notizie di tutti i generi.

  • Una descrizione anonima della Terra Santa.
  • Un racconto di viaggio che nel manoscritto non ha titolo né autore, ma che noi conosciamo come Itinerarium del prete tedesco Ludolfo di Sudheim: non è descritta solo la Terra Santa, ma anche il viaggio dalla Germania passando per Genova, e le alternative per terra (nord Africa e Costantinopoli); nel manoscritto di Wolfenbüttel è presente solo la prima parte, relativa al viaggio, probabilmente perché per la parte sulla Terra Santa bastava l'opera precedente.
  • Vi sono poi brevissime indicazioni di viaggio, con costi di viaggio, distanze e consigli economici.
  • Un prontuario di viaggio, consigli anche tecnici sulla strada.
  • Regole spirituali, ovvero “istruzioni” su come intraprendere il pellegrinaggio.
  • Una brevissima Ordinacio peregrinorum, con altre norme.

Di fatto, tutta quest'opera sembra proprio una guida turistica. Segue poi una parte relativa all'igiene e alle istruzioni sanitarie, che viene considerata parte del Pilgerbuch.

  • Una prima parte di questa, un Regimen de iter agentibus, è un insieme di “norme di comportamento sanitario”, preventivo e di terapia, diviso a sua volta in due parti, che corrispondono ad opere autoriali, due celebri manuali di un medico, Bernardo di Gordon, professore all'università di Montpellier ad inizio XIV secolo; i suoi manuali ebbero enorme diffusione, ufficiale, fino alla seconda metà del XVII secolo:
    • Il Lilium sanitatis, un'enciclopedia medica terapeutica;
    • Il De conservatione vitae humanae, manuale di igiene.
  • Un prontuario sul salasso, per l'equilibrio dei fluidi interni (teoria degli umori); lo stesso Bernardo di Gordon vi aveva scritto un'opera, ma non è questa.
  • Una ricetta contro la pestilenza, ovvero qualunque malattia generata in un luogo insano, come la malaria, legata a situazioni ambientali. Insieme alla precedente erano importanti per i pellegrini.

Questa parte costituisce perciò un manuale di viaggio per i pellegrini.

  • Vi è poi una brevissima notizia geografica sull'Irlanda.
  • La Relatio in Cina di Odorico di Pordenone, speculare a quella di Marco Polo.
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Scienze antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche L-FIL-LET/04 Lingua e letteratura latina

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Gneo Giulio Agricola di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Filologia mediolatina e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Milano o del prof Chiesa Paolo.
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