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Filologia mediolatina modulo B

16/02

Per Giovanni di Salisbury è possibile ricostruire il processo delle varianti d’autore

attraverso manoscritti che sono stati materialmente nelle mani dell’autore.

Il Policraticus è un’opera politica che nelle intenzioni dell’autore dovrebbe influire

profondamente sul contesto storico: anche per questo le varianti di pensiero sono

importanti per una correzione dell’ideologia dell’autore.

GIOVANNI DI SALISBURY è un autore inglese del XII secolo.

Da regno anglosassone, nel 1086 l’Inghilterra è passata ai Normanni (con

Guglielmo il Conquistatore), che si impadroniscono dell’isola e instaurano un nuovo

regno. I normanni acquisiscono e mantengono le strutture politiche precedenti,

importando però una forte struttura feudale, che lega il re a ciascuno dei suoi baroni

(feudatari) con un rapporto stretto di lealtà personale. Ciò vuol dire che grande parte

della vita politica dipende dal rapporto di lealtà che coinvolge la persona, non

l’istituzione. Il barone deve giurare fedeltà al re, ma anche il re è vincolato al patto di

lealtà e deve rispettare certe prerogative delle persone a cui si è legato, garantire

diritti e benefici, ecc.

Anche gli ecclesiastici sono legati dallo stesso vincolo al re. La chiesa è

formalmente un’istituzione autonoma dentro il regno, con vescovi e un unico

arcivescovo di Canterbury (dalla fine del VI secolo è il punto di riferimento più

importante); anche i vescovi fanno parte della cerchia di legami feudali. Si aspettano

di ricevere dal re il rispetto di determinate prerogative. Questo porta a aspetti di

ambiguità. Ad esempio, l’arcivescovo di Canterbury è colui che incorona il re e lo

unge con l’olio sacro e perciò sembra essere in una posizione superiore al re in

quanto conferisce la carica al sovrano; al contempo, però, l’arcivescovo è legato al re

dal patto feudale per cui gli è suddito del re. Gli arcivescovi si sono perciò posti in

posizione di autorità morale superiore e dovrebbero esercitare un certo controllo

sulla corona.

L’esercizio di controllo da parte dell’arcivescovo di Canterbury è dato anche dal

fatto che in questa posizione si sono succeduti personaggi di alta cultura (come

Lanfranco di Bec, Anselmo d’Aosta/di Canterbury). L’arcivescovo che ha più a lungo

esercitato questa funzione è stato TEOBALDO DI BEC (arc. 1139-1161), intellettuale di

notevole statura.

Un primo momento di grossa crisi è il 1135. Nel 1135 muore il re ENRICO I e si crea

una disputa sulla successione; il re lascia come unica erede una figlia femmina,

sposata con Goffredo d’Angiò, uno straniero (francese) che poteva essere percepito

come invasore; una parte dei baroni e della chiesa inglese non apprezzava il

passaggio del trono alla figlia; la maggioranza ha preferito affdare il regno al cugino,

STEFANO, che però aveva deluso le aspettative dei suoi sostenitori.

Dopo il regno di Stefano, che rinuncia a proporre il proprio figlio come erede, si

torna alla linea dinastica principale con ENRICO II, figlio di Goffredo d’Angiò. Il suo è

stato un regno lunghissimo (1154-1182) con innovazioni nell’apparato politico

statale: ha impostato una vera struttura monarchica autonoma che si sarebbe

sviluppata nei secoli successivi; i giudici vengono nominati dal re stesso.

All’inizio era anche sostenuto dalla chiesa: al momento dell’incoronazione aveva

garantito che avrebbe continuato a rispettare gli stessi privilegi ecclesiastici validi ai

tempi del nonno Enrico I – anche se i privilegi erano molto vaghi; si era inoltre

definito “re per grazia di Dio” (solo in seguito si sarebbe capito che questa

affermazione eliminava il passaggio del re a Dio attraverso il clero).

Nello stesso anno, poi, un inglese era diventato papa: ADRIANO IV, che ebbe però

un papato breve (1154-1159).

L’arcivescovo di Canterbury, Teobaldo, mette in atto una manovra che dovrebbe

fargli avere un controllo abbastanza diretto sul re: pensa di far nominare al re come

cancelliere uno dei funzionari che appartenevano alla chiesa di Canterbury: THOMAS

BECKET, che sembrava adatto a difendere la posizione della chiesa di Canterbury

presso il re. Il punto critico è anche il rapporto interno alla chiesa stessa: la vera

monarchia nazionale che diventa stato autonomo limita i privilegi ecclesiastici,

attraverso tasse (che vengono imposte al clero come agli altri sudditi del regno) e

l’esercizio della giustizia. Progressivamente Enrico II erode i privilegi della chiesa

nell’ambito delle tasse e della giustizia; tutti i provvedimenti in questo senso vengono

approvati da Thomas Becket. Questo atteggiamento viene visto come un tradimento

nei confronti di Canterbury e di tutta la chiesa inglese. Si diffondevano anche voci

per cui Becket non si comportava più come un ecclesiastico, ma come un cortigiano.

Momento di crisi. Nel 1159 Enrico II tenta la conquista della contea di Tolosa, con

il pretesto che sua moglie, Eleonora d’Aquitania, ne avrebbe il diritto. Si apre una

contesa con il re di Francia (dura pochi mesi, nell’estate del 1159 e non si risolve

nulla). La tassa per il finanziamento della spedizione viene estesa anche al clero.

Nel frattempo Teolabdo è malato e indebolito (morirà nel 1161): Canterbury teme

di perdere un capo così capace e di doverlo poi sostituire con Thomas Becket. Nel

1163, in effetti, Becket viene nominato arcivescovo di Canterbury e, a sorpresa,

diventa un difensore intransigente delle prerogative della chiesa; proprio per questa

durezza verrà ucciso. C’è una logica nel comportamento di Becket, che aderisce alla

propria funzione.

Lo scontro diventa violento nel momento in cui il re mette per iscritto le novità

progressivamente costituite negli anni: nel 1164 vengono promulgate le Costituzioni

di Clarendon; Becket si oppone strenuamente e viene esiliato in Francia; torna

soltanto a inizio di novembre 1170 per essere ucciso (29 dicembre) da sicari

sicuramente al soldo del re nella cattedrale di Canterbury. L’essere stato ucciso

all’interno di una chiesa fece molto scalpore e la sua morte viene interpretata come

1 un altro privilegio della chiesa era quello di esercitare autonomamente la giustizia sugli

ecclesiastici colpevoli di un reato; ma questo significava che una parte dello stato

sfuggiva alla legislazione dello stato. martirio → rapida canonizzazione (1171).

Giovanni nasce a Salisbury da una famiglia non ricca (dovette lavorare per

studiare); dopo aver studiato nel proprio paese riesce ad andare a studiare a Parigi.

Qui passa molto tempo, dal 1136 al 1147, seguendo diversi maestri per approfondire

diverse discipline; fra i maestri ebbe anche Abelardo, di cui ebbe un parere molto

positivo e di cui difese sempre la memoria.

In questi anni nasce il primo nucleo di una delle sue tre opere principali (tutte e tre

avranno titoli in assonanza al greco, che non sapeva come lingua).

La prima opera è Entheticus de dogmate philosophorum, un’introduzione ai

filosofi più famosi; è un poemetto di 1800 versi circa. Comincia componendo le prime

due sezioni.

Uno degli aspetti costanti della sua composizione: tutte le sue opere principali

nascono a sequenze e vanno avanti a pezzi, per rifacimenti e aggiunte costanti. La

forma finale è sempre costruita per aggiunte nel corso del tempo.

Nel 1148 Giovanni diventa uno dei segretari della curia dell’arcivescovato di

Canterbury; è molto apprezzato da Teobaldo, che gli affda ambascerie in diversi

paesi europei (passa del tempo alla corte papale, diventando amico di Adriano IV).

Agli anni di attività diplomatica risale il completamento della prima opera con altre

due sezioni diverse rispetto al progetto originale; in questo contesto, però, si avverte

una sfumatura politica, perché al comportamento ottimo dei filosofi viene opposta la

vita della corte, descritta con tono satirico e aggressivo.

Nel 1156 cadde in disgrazia presso il re Enrico II e viene bandito dalla corte; dal

suo epistolario si evince che Giovanni non ha idea del motivo del bando. Forse il

punto dolente è stata una delle sue missioni diplomatiche a Roma, dove in teoria

aveva fatto una cosa buona, ma in pratica è stata vista male dal re: Giovanni si trova

coinvolto in un’ambasceria mandata a Roma (lui era già qui) per chiedere un

documento di legittimazione per attaccare l’Irlanda. Il documento dato dal papa

dichiara che il re può prendere l’Irlanda, legato però da un rapporto feudale in virtù

del possesso del papa del territorio irlandese grazie alla Donazione di Costantino [a

Silvestro I, in teoria del IV secolo]. Fare riferimento alla Donazione era subordinare il

re al papa.

La legittimazione non piacque al re; Giovanni di Salisbury venne accusato di

questa formulazione sfavorevole e venne perciò esiliato dal re (per qualche mese).

Questa crisi è stata il momento genetico delle opere maggiori di Giovanni: il

Policraticus e il Metalogicon. Comincia a scrivere quelli che diventeranno gli ultimi

due libri del Poilicraticus (in VIII libri in totale), che ricordano da vicino la Consalatio

philosophiae di Boezio: scrive ponendo tutte le dottrine filosofiche come contraltare

positivo rispetto al periodo negativo della sua vita.

Per Giovanni studiare filosofia significava soprattutto formarsi per essere utile alla

propria società: filosofia coincide con l’etica e serve per la vita pratica. Da questo

punto di vista Giovanni riconosce come proprio maestro Cicerone, ma soltanto dal

punto di vista predicativo (non pratico). A differenza di Cicerone, Giovanni è sempre

stato molto coerente con le sue idee.

Fra il 1157 e 1159 arrivano a maturazione le due opere (finite nell’estate del 1159) e

si intersecano con il momento di definitiva dimostrazione di prepotenza del re (l’aver

imposto la tassa sul clero per l’assedio di Tolosa).

Con le due opere ha cercato di rendersi utile alla sua età, che avvertiva come

satura di tensioni e prossima a degenerare.

Quando Becket viene mandato il esilio in Francia, Giovanni lo segue (era diventato

suo collaboratore dopo la morte di Teobaldo). Sembra, anzi, che sia stato esiliato

prima di Becket (Becket deve partire nel 1164, mentre Giovanni è qui dal 1163). Per i

sei anni di esilio Giovanni rimane presso un suo amico, l’abate PIETRO DI CELLE a

Saint-Reims.

Nel 1170 anche Giovanni torna in Inghilterra con Becket. Nel frattempo il re aveva

cercato di ingraziarsi Giovanni, promettendo di richiamarlo dall’esilio se avesse

rinunciato alla fedeltà all’arcivescovo – cosa che Giovanni non accetta: rimarrà fedele

a Becket anche dopo la sua morte, promuovendone il culto.

Nel 1176 viene nominato vescovo di Chartres in Normandia e muore nel 1180.

Il Metalogicon si configura come un trattato in difesa della logica, con una parte

importante dedicata alla filosofia (riprende qui i concetti dell’Entheticus de dogmate

philosophorum). Si insiste sulla necessità del sapere di farsi operativo. Dopo aver

elencato i dettami filosofici principali, si proclama neo-accademico: al di là dei pochi

principi logici (come la non contraddizione, ecc) non è possibile avere la verità certa

perché la nostra idea si forma a partire dalle esperienze empiriche di fenomeni

naturali. Il punto d’arrivo è che non si possono stabilire principi teorici, ma tutto il

rapporto con la conoscenza deve basarsi sulla pratica e sull’empirismo; in particolare,

sugli esempi (episodi storici o fittizi).

L’opera costituisce una premessa di metodo applicata poi nel Policraticus e

costruisce un antidogmatismo di fondo su cui si fonda tutto il suo pensiero.

NB: Giovanni, uomo di chiesa, crede per fede ai dogmi cristiani, ma esclude la

possibilità della loro dimostrazione (non potrebbe accettare, ad esempio, la

dimostrazione ontologica di Dio di Anselmo d’Aosta).

Il Policraticus si apre nel prologo con questo modo di concepire il sapere, come

un dialogo con ciò che altri uomini hanno fatto e scritto prima di lui.

Dal Prologo:

Il frutto delle lettere è gradevolissimo per molti aspetti, ma

soprattutto perché, eliminando il disturbo di tutte le disparità di

luoghi e tempi, le lettere rendono gli amici presenti l’uno all’altro

e non permettono che fatti degni di nota siano cancellati. Le arti

sarebbero perite, le leggi svanite, le pratiche di fede dell’intera

religione tutte crollate, perfino l’uso corretto della parola sarebbe

venuto meno, se il *Signore* prima non avesse procurato ai

mortali, come *difesa* alle fragilità umane, la pratica delle

lettere. Gli esempi degli antichi, che sono incitamento e sprono

alle virtù, non offrirebbero a nessuno la [..] salvezza, se la

sollecitudine degli scrittori e il loro scrupolo non li avessero

trasmessi ai posteri.

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Per Giovanni i classici sono un modello altrettanto valido agli insegnamenti della

tradizione religiosa: sia gli antichi ebrei della Bibblia e poi gli apostoli, sia gli antichi

condottieri e filosofi possono essere dei modelli, sebbene i primi superiori agli altri

perché in contatto con il Dio rivelato. I classici sono arrivati a esprimere il massimo

di etica e valori positivi a cui gli uomini potevano arrivare da soli, senza il successivo

aiuto di Dio. In linea generale, il mondo classico non è in opposizione a quello

cristiano posteriore alla rivelazione.

Libri VII-VIII - composti per primi, messi per ultimi.

I sei libri composti successivamente e messi all’inizio sono i più propriamente

politici; il titolo vuole indicare il contenuto dell’opera: trattato sul governo (-crat-) di

un organismo politico (poli-) da parte di un princeps (usa questo termine perché

meno connotato rispetto a rex o imperator).

Libri I-III → pars destruens; si descrive la vita dei cortigiani, di cui vengono

descritti comportamenti inutili e dannosi; i più pericolosi della corte sono gli

adulatori.

Libri IV-VI → pars costruens; si danno dei precetti direttamente al princeps su

come governare bene uno stato. L’immagine dello stato ricalca il corpo umano

(presente già in Livio, che riporta il discorso di Menenio Agrippa alla plebe), di cui il

princeps è la testa che esercita il proprio controllo su tutto il resto del corpo; è però

tenuto ad ascoltare la parte ancora più nobile del corpo umano, cioè l’anima, che

rappresenta la chiesa.

L’ombra che grava sul principe è diventare tiranno, non ascoltando più i consigli

dell’anima-chiesa.

Il punto discriminante fra principe e tiranno è il suo rapporto con la Legge, che

supera il principe e che egli deve rispettare e garantire. La Legge è un dono di Dio.

Come il principe è l’immagine di Dio, il tiranno lo è di Satana.

Cosa il popolo debba fare del tiranno è un punto molto delicato dell’opera: in certe

parti sembra proporre l’omicidio del tiranno, ma poi dice che non spetta all’uomo

uccidere il tiranno dato che Dio fa fare ai tiranni sempre una brutta fine, come

dimostra la storia. Questo anche perché Giovanni non sta pensando di parlare al

popolo, ma il suo destinatario ideale è Enrico II, che viene messo in guardia dal

diventare un tiranno. Il destinatario reale è Becket, attraverso il quale spera che

l’opera arrivi a Enrico II.

Presentazione di Giovanni di Salisbury e delle sue opere principali, Policraticus, trattato politico, e

Metalogicon, trattato filosofico strettamente legato al precedente, per temi e cronologia: entrambi sono

compiuti nel ’59. Si è anche evidenziato il panorama politico dell’epoca. Come autore, Giovanni compone in

maniera aperta, sia nelle opere maggiori che nel poemetto filosofico Entheticus de dogmati philosophorum:

sono tutti risultati di una stratificazione progressiva, a partire di progetti parziali. Da un lato la composizione

non è lineare, programmata, dall’altro il momento di chiusura è molto rapido, almeno secondo gli studi

tradizionali. Ultimamente ci sono ripensamenti per quest’ultima fase, considerando le varianti d’autore.

23/02

Il Policraticus è un trattato preceduto da versi, come nell’Entheticus, un’introduzione chiamata anch’essa

Entheticus. Sono 306 esametri, in cui l’autore inserisce una dedica al cancelliere Thomas Beckett, ricordato

esplicitamente anche nel prologo, oltre che a personaggi della curia di Canterbury. Dall’Entheticus “maior”

riprende anche la satira, stigmatizzando i vizi e la corruzione in forma di prosopopea, di diretta apostrofe

all’introduzione.

Vi è poi un prologo e il testo vero e proprio strutturato in otto capitoli, già secondo l’autore: nei manoscritti

ogni capitolo è preceduto da un sommario, e i paragrafi riportano i titoletti dei paragrafi.

Un censimento definitivo dei manoscritti del Policraticus non è stato ancora messo a punto: il più completo

si aggira sulle 150 unità, ma non è perfetto né completo, specie per quelli del basso Medioevo; per quanto

riguarda i manoscritti più vicini all’autore, del XII secolo, sono limitati (cfr. l’indice in dispensa, riporta i più

antichi e una selezione dei recenziori). Alcuni codici riportano entrambe le opere maggiori (D ed E però sono

descripti, K riporta solo il Metalogicon, che è conservato solo in questo e nei manoscritti comuni, anche

perché ebbe una fortuna molto limitata, al contrario del Policraticus, che si presentava anche come raccolta

di conoscenze antiche).

Fino all’’800 non vi sono edizioni critiche, e le prime prendono come riferimento manoscritti tardi. La storia

delle edizioni più scientifiche comincia nel XX secolo. Il primo studioso ad occuparsene è l’inglese Clement

Webb, che nel 1909 pubblica il Policraticus e ne

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Scienze antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche L-FIL-LET/04 Lingua e letteratura latina

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Gneo Giulio Agricola di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Filologia mediolatina e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Milano o del prof Guglielmetti Rossana.
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