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Filologia mediolatina modulo A15/02

Historia Othonis di Liutprando da Cremona, scrittore del X secolo

Il titolo è convenzionale e non corrisponde del tutto al contenuto dell’opera. Si tratta di una sorta di pamphlet politico: si parla di un episodio particolare della vita di Ottone, di cui Liutprando difende l’operato.

Ottone I di Sassonia regna a lungo (936-973) e rifonda l’impero di Carlo Magno, che verso la fine dell’VIII secolo si era dissolto. L’impero rifondato ha una configurazione molto diversa: Ottone non ha più la pretesa di Carlo Magno di contenere tutta l’Europa, ma rifonda un impero tedesco e italiano con una forte struttura. Gli imperatori successivi (Federico I Barbarossa, Federico II e Arrigo VII invocato da Dante) si propongono di seguire il modello di Ottone.

Per Ottone controllare la Germania era relativamente facile; per controllare il territorio italiano, invece, nomina dei vescovi che abbiano funzione di governo e che non possono pretendere l’ereditarietà del territorio (non avendo figli legittimi). Liutprando è un fedele di Ottone e diventa vescovo di Cremona.

Oltre alle nomine vescovili, Ottone si riserva anche il diritto di nominare il papa (tecnicamente aveva il diritto di veto sull’elezione) con il Privilegium Othonis del 962. Fino a Gregorio VII questo trattato rimane in vigore.

Nel 961 Ottone viene a Roma e il papa Giovanni XII lo incorona imperatore; l’anno successivo viene stipulato il trattato, ma il papa si ribella approfittando di una sommossa di feudatari italiani. Alla fine del 963 Ottone scende a Roma con l’esercito, riunisce il sinodo del clero romano, depone il papa e comanda di nominare il proprio candidato, che diventerà Leone VIII. Giovanni XII si rifiuta di presenziare al sinodo e rifiuta anche la deposizione; si crea una situazione con due papi. Nessuno dei due è catalogato come “antipapa” dalla storiografia ecclesiastica, in quanto entrambi eletti regolarmente dal sinodo.

Nella primavera del 964 Giovanni XII muore – secondo Liutprando mentre faceva sesso, colpito dal diavolo in testa (forse un ictus). Il sinodo si riunisce di nuovo ed elegge un altro papa, Benedetto V, accanto a Leone VIII; Ottone, che era intanto tornato in Germania, deve tornare in Italia e obbligare il sinodo a riconoscere come legittimo Leone VIII.

Per questi fatti Ottone doveva aver subito delle critiche; Liutprando lo difende con un opuscolo, che tratta di eventi dall’autunno 963 (Ottone arriva a Roma e fa deporre il papa) all’estate del 964 (Ottone chiude lo scisma). La strategia di Liutprando è quella di denigrare gradualmente l’avversario, per cui il papa si incattivisce e Ottone diventa più buono nel corso dell’opera. Liutprando è assolutamente di parte, ma è anche pressoché l’unica fonte degli eventi di cui parla. È lui, fra l’altro, il traduttore di Ottone presso il sinodo.

Biografia di Liutprando

Liutprando è un nome longobardo; nasce a Pavia intorno al 920. Appartiene a una famiglia di ricchi mercanti, che segna la sua mentalità: anche se poi intraprenderà la carriera ecclesiastica, è stato cresciuto con ideologie mercantesche della praticità e del guadagno. Questa famiglia di mercanti era specializzata nel commercio con Costantinopoli, sfruttando la possibilità di risalire il Ticino fino al Po (passando poi per Venezia fino a Costantinopoli).

I mercanti vengono utilizzati anche come ambasciatori dai re d’Italia di questo periodo (920-940); questo fa sì che la famiglia, oltre ad essere ricca, diventi anche politicamente potente: riescono perciò a introdurre Liutprando alla corte del re d’Italia, prima come cantore (nell’Anthapodosis Liutprando dice di essere stato apprezzato a corte in principio per la sua bellissima voce) e poi come primo segretario del re verso il 945. Nel frattempo, Liutprando è diventato diacono.

Nel 945 il re Ugo di Provenza viene deposto e diventa re il marchese Berengario d’Ivrea, che continua il rapporto con Liutprando, fino a quando, nel 949, viene mandato come ambasciatore a Costantinopoli, probabilmente perché sapeva il greco. Rimane almeno un anno a Costantinopoli, accolto dall’imperatore Costantino VII; qui assiste a diverse scene che lo impressionano molto, come l’usanza della rogga: un giorno della settimana santa ad ogni dignitario, in ordine di potere, venivano elargiti doni. In questa occasione Liutprando racconta di aver fatto notare all'imperatore con una sottile allusione di essere scontento perché era stato l'unico a non ricevere dei doni; Costantino VII lo soddisfa con dell'oro.

A questo punto l’Anthapodosis si interrompe, dopo dieci capitoli del VI libro. L’impressione è quella di un’interruzione d’autore e non di una corruzione della tradizione. I dieci anni successivi della vita di Liutprando sono privi di informazioni, a parte alcuni riferimenti tramite anticipazioni nell’Anthapodosis, che fanno capire che fra Liutprando e Berengario avviene una frattura, a seguito della quale nel 951/952 l'autore scappa alla corte di Ottone.

Berengario II è passato alla storia come un sovrano infame proprio per l’immagine che ne dà Liutprando. Anthapodosis, infatti, si propone di ricompensare ciascun personaggio che Liutprando abbia conosciuto secondo il suo merito: così Costantino VII viene elogiato, mentre per Berengario II si promettono sempre terribili insulti per un'offesa (che non viene rivelata), che poi non vengono mai scritti.

A questo punto l’Anthapodosis si interrompe, dopo dieci capitoli del VI libro. L’impressione è quella di un’interruzione d’autore e non di una corruzione della tradizione. I dieci anni successivi della vita di Liutprando sono privi di informazioni, a parte alcuni riferimenti tramite anticipazioni nell’Anthapodosis, che fanno capire che fra Liutprando e Berengario avviene una frattura, a seguito della quale nel 951/952 l'autore scappa alla corte di Ottone.

Possibile motivo della rottura fra Liutprando e Berengario

Nel 951 scoppia una contesa fra Berengario e Ottone, che arriva a Pavia, conquista la città e depone Berengario; dopo qualche mese i due sovrani fanno pace e Ottone restituisce Pavia al re d’Italia, con un patto feudale di sottomissione di Berengario. Il sospetto è che Liutprando, come altri esponenti della corte italiana, sia passato dalla parte di Ottone, essendo stato deposto Berengario. Una volta ristabilito sul trono, Berengario avrebbe scacciato Liutprando insieme agli altri traditori e questi si rifugiato presso Ottone, dove ottenne un certo prestigio.

Alla corte di Ottone arriva il vescovo dell’Andalusia, inviato dall’Emirato di Cordova, con cui Liutprando diventa molto amico e a cui viene dedicata l’Anthapodosis. Nel 961/962 Ottone ricompensa Liutprando con il vescovato di Cremona. Da questi anni si ricominciano ad avere notizie sulla sua vita: segue sempre Ottone.

Nel 968/969 viene incaricato di un’altra ambasceria a Costantinopoli: Ottone nel frattempo sta combattendo i bizantini in Italia; Ottone propone un accordo matrimoniale all'imperatore di Costantinopoli (vorrebbe che suo figlio sposasse una principessa bizantina). La missione è però fallimentare: Liutprando viene accolto molto male dall'imperatore Nicefalo Foca, che lo trattiene per un anno. La terza opera narra proprio questo evento (Legatio Constantinopolitana) e spiega ad Ottone i motivi del suo fallimento.

Nel 973 a Cremona c’era un altro vescovo, per cui si pensa che Liutprando sia già morto. A Cremona non è rimasta alcuna traccia di Liutprando (se non la transazione delle reliquie di sant’Imerio a Cremona). Una fonte collaterale racconta di una terza ambasceria a Costantinopoli e sarebbe morto durante il viaggio.

Altra sua opera è un’Omelia per la Pasqua, probabilmente pronunciata davanti a Ottone; il testo è strano: l’omelia è immaginata come un dialogo fra un cattolico e un ebreo sul significato della Pasqua.

22/02

Le opere di Liutprando sono quattro: Historia Ottonis, Antapodosis, Omelia sulla Pasqua e Relatio Constantinopolitana. La tradizione manoscritta di quest’ultima è inesistente: l’opera è uno dei casi insoliti di opera conosciuta solo grazie alla prima edizione a stampa. Negli ultimi anni del ‘500 l’erudito olandese Brower(s), nella biblioteca del duomo di Treviri, trova un manoscritto della Relatio, opera sconosciuta a tutti: ne segnala il ritrovamento al collega tedesco Enrico Canisio, anche editore e filologo. Incuriosito dalla scoperta, Canisio si fa mandare una copia ad Ingolstadt, e la stampa nel 1600. Tale edizione è l’unico testimone dell’opera, il manoscritto originario scompare nelle devastazioni della Guerra dei Trent’anni, e così anche la copia per Canisio. In un caso del genere si pongono diversi problemi filologici: ancor più che di un manoscritto, è difficile fidarsi delle copie a stampa, in quanto l’editore fa delle operazioni congetturali sul primo testo, ovviamente senza riportarle. Canisio, comunque, era un buon editore.

Semplice è anche la tradizione dell’Omelia sulla Pasqua, ma la situazione è opposta: abbiamo un solo manoscritto medievale, ma considerato idiografo. Oggi si trova a Monaco di Baviera, nella Staatsbibliothek, ed è il Codice Latino 6426. L’opera è un testo breve, e in effetti occupa due fascicoli all’interno del manoscritto; a quanto pare questi due fascicoli erano stati piegati per essere spediti. Il destinatario, ricevutoli, li inserì in un manoscritto con altri materiali, anche per evitare che il testo venisse disperso: costui era il vescovo di Frisinga (considerata il centro religioso principale della Baviera) Abramo, contemporaneo di Liutprando. Si pensa che i fascicoli siano idiografi perché il primo foglio ha un titolo in caratteri greci: un titolo greco in area tedesca nel X secolo sarebbe eccezionale, perciò si suppone, anche per l’ortografia incerta, evidentemente non di un copista, che i fascicoli siano stati scritti o controllati dall’autore; non ci sono dunque errori.

La tradizione delle altre due opere è sostanzialmente comune, i manoscritti sono sostanzialmente gli stessi: tutti quelli dell’Historia Ottonis contengono l’Antapodosis, mentre quest’ultima opera si ritrova anche da sola.

Manoscritti dell’Historia Ottonis

  • Be Berlin, Staatsbibliothek, lat fol. 358, XII-XIII sec.
  • Br Bruxelles, Bibliothèque Royale, 9884-89, XVI sec.
  • S Bruxelles, Bibliothèque Royale, 9904, XII sec. (precedentemente Spondheim)
  • L Bruxelles, Bibliothèque Royale, 14923, XII sec. (precedentemente Loeb)
  • Ha London, British Library, Harl. 3685, XVI sec.
  • G London, British Library, Harl. 3713, XI-XII sec. (precedentemente Giambleau?)
  • Mi Milano, Biblioteca Ambrosiana, P.107.Sup, XVI sec. (Sup. indica lo scaffale superiore, quello coi manoscritti più leggeri)
  • F München, Bayerische Staatsbibliothek, Clm 6388, X sec. (precedentemente Frisinga)
  • P Paris, Bibliothèque Nationale, lat. 5922, XII sec.
  • Ed. princ. ed. di Jean Petit, Paris 1514

L’ultimo manoscritto, A, da Firenze (dal fondo Ashburnham), non contiene l’Historia Ottonis, ma un tempo la conteneva. I manoscritti, secondo i paleografi, sono perlopiù del XII secolo, alcuni sono più tardi, ma F è del X, evidentemente della seconda metà del secolo, il più vicino all’autore. Il manoscritto Mi, inoltre, è una copia dell’editio princeps a stampa, dunque è “inutile” per la ricostruzione dello stemma.

In base a questa ricostruzione della tradizione, si cercò di costruire lo stemma codicum a partire dal 1915, dal tedesco Joseph Becker: questo stemma è complesso, perché tiene in considerazione anche l’Antapodosis. Secondo Becker alla base di tutto c’era l’autografo, poi le opere avevano avuto una prima redazione x ed una seconda y: x ha una tradizione a sé, come y, ma l’Historia Ottonis apparirebbe solo in y (H e β, famiglia di manoscritti, riportano solo l’Antapodosis). Secondo Becker y generava F, con tre suoi figli (S, A ed Ha), e la famiglia δ, che riportava tutti gli altri; tale famiglia era ricostruito col metodo degli errori, monogenetici ed irreversibili. Il ramo di F era ricostruito anch’esso tramite errori comuni, ma S, A ed Ha si trovavano innovazioni riconducibili ad F.

I problemi di questo stemma erano due: dimostrare la dipendenza di un codice da un altro è molto difficile; inoltre il manoscritto F è il più antico, e si trova in una località “suggestiva”, considerato che il vescovo Abramo si era fatto spedire l’Omelia. Probabilmente, dunque, F è molto più vicino all’autore.

Il manoscritto F contiene, nell’ordine, l’Historia Ottonis, l’Antapodosis e il Chronicon di Reginone di Prüm (cronista del X secolo), aggiunto dopo. La decorazione è ridotta al minimo, è quasi una copia di studio. Su alcune pagine rimangono i segni delle sostanze chimiche utilizzate per leggere meglio alcune parole. Sulla prima pagina, nel margine in alto, si trova una nota di possesso: Liber sancte Mariae (ecclesiae) sanctique Corbiniani frisingensis; è di un periodo seriore. L’opera occupa 7 fogli e mezzo (ovvero 14 pagine); la scrittura è una tarda carolina, il copista era, secondo i paleografi, tedesco, lo stesso di altri manoscritti di Frisinga dell’epoca di Abramo. Si nota il rispetto della regola di Gregory, buchi di tarli, qualche nota, ma generalmente non è un manoscritto vissuto; le righe sono su tutti i fogli circa 22, con molto spazio tra loro, mentre dal 6 recto, dall’ultima parte, la scrittura si fa molto più compressa, meno spaziosa, nonostante il copista sia lo stesso; nell’ultima pagina dell’Historia, la scrittura torna distesa, e rimane addirittura una pagina bianca. L’Antapodosis è copiata da un’altra mano, che secondo i paleografi è italiana; inoltre si pensa che la pergamena della seconda opera sia conciata alla maniera italiana (ogni nazione aveva una tecnica particolare, p.e. in Germania si abbondava con la soda per sbiancare il lato pelo).

Dunque F è disposto così:

  • Historia Ottonis: 1r - 8r (1r - 5r disposizione regolare, 6r - 7r scrittura compressa, 8r scrittura distesa e mezza pagina bianca); mano tedesca.
  • Antapodosis: da 8v; mano italiana.

Inoltre i fogli 1-4 sono un binione (due bifogli), mentre 5-6 sono un singolo bifoglio, 7 è un foglio singolo e i fogli 8-15 sono un quaternione (quattro bifogli). Probabilmente in origine il manoscritto iniziava con l’Antapodosis, con il quaternione, per cui l’8r, bianco, sarebbe stato il primo foglio. Un altro copista tedesco, secondo una committenza, avrebbe poi aggiunto delle pagine, andando comprimendo la scrittura progressivamente, fino ad arrivare alla prima pagina bianca.

Da questa suggestiva ipotesi, l’associazione tra i due testi nascerebbe con questo manoscritto: il testo italiano, arrivato a Frisinga, sarebbe stato collegato dal vescovo Abramo all’altra opera. Conseguenza importante e logica è che tutti i manoscritti che riportano entrambe le opere derivano da F. Lo stemma codicum di Becker, perciò, sarebbe scorretta.

Stemma codicum corretto

Lo stemma corretto secondo tale ipotesi sarebbe dunque questo:

F sarebbe dunque alla base di tutto. Non ha senso mettere prima l’Historia Ottonis, che narra di vicende cronologicamente successive, e non ha un titolo: è un’opera inadatta per iniziare un manoscritto, che dovrebbe essere identificato (spesso nelle biblioteche medievali i libri venivano chiamati proprio dalla prima opera); viceversa, l’Antapodosis sarebbe molto più adatta, perché ha un titolo di addirittura sei righe, in scrittura capitale, con il nome dell’opera in greco e dell’autore.

L’unione delle due opere è dunque contingente al manoscritto, era comodo usare il primo foglio, perciò casuale e non riproducibile, unico. La non riproducibilità, importantissima nella filologia, di questo elemento fa sì che i codici che riportano questa successione siano figli di F. Tutti i manoscritti che riportano l’Historia Ottonis presentano anche l’Antapodosis: tutta l’edizione, perciò, secondo questa ipotesi, si baserà solo su F, tutti gli altri sono descripti. Così si può effettuare l’eliminatio codicum descriptorum: la constitutio textus (selectio + emendatio) sarà perciò basata su un solo codice, senza bisogno di selectio.

Serve però una verifica a questa ipotesi: S, A ed Ha (e i loro discendenti) non devono avere mai una lezione migliore del codice parente. Il codex descriptus, infatti, ha come condizione per essere tale il non riportare mai una lezione migliore. Dimostrare che un codice è descriptus è però difficile: oltre alla condizione sopra riportata bisognerebbe trovare anche elementi materiali della situazione. Un elemento molto forte è la successione di Historia Ottonis ed Antapodosis.

L’Historia Ottonis è un testo molto breve, dove è difficile trovare elementi materiali fisicamente trasmessi tra gli altri, ma qualcosa si trova, anche perché l’Antapodosis è invece molto più lungo. Sul foglio 26 si trovano le mani di due copisti, che usano due inchiostri diversi: il secondo copista scrive su uno spazio bianco, che il primo copista aveva lasciato perché lì vi era una parte in greco, che non conosceva. Spesso, infatti, Liutprando impreziosisce l’opera con un greco abbastanza scarso, che però il copista non riesce a trascrivere.

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Scienze antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche L-FIL-LET/04 Lingua e letteratura latina

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