Introduzione alla storia della lingua giapponese
Capitolo 1: Questioni di periodizzazione
L'inizio della storia della lingua giapponese viene fatto coincidere con i dati contenuti nel Kojiki, nel Nihon Shoki e nel Man'yoshu. Queste opere forniscono elementi per lo studio della lingua dalla fine del 6o secolo d.C. I mutamenti che hanno determinato cambiamenti significativi nella fonologia e nella morfosintassi sono stati considerati come cesure cronologiche della lingua.
Ad esempio, la modificazione dell'inventario fonologico avvenuta durante il periodo Nara suggerisce una cesura tra la lingua del periodo Nara e quella del periodo Heian. L'evoluzione della lingua è continua, quindi le divisioni temporali hanno solo un valore delimitativo durante i vari periodi storici.
Uno dei primi tentativi di periodizzazione della lingua lo fa Hashimoto Shinkichi (1932-33), secondo cui, per la prima volta, la lingua viene intesa come lingua parlata. Hashimoto propone due cesure: una alla fine del periodo Nara e l'altra alla fine del periodo Muromachi. Queste cesure sono fatte sulla base delle variazioni fonologiche.
Più tardi, Yamada Takao (1943) propone una divisione in due periodi: antico e moderno (kodai e kinsei). Il primo comprende il periodo arcaico (jodai), il periodo Nara, il periodo Heian e il periodo Kamakura; il secondo include l'epoca Muromachi, l'epoca Edo e l'era contemporanea (gendai). La divisione tra antico e moderno fa riferimento ad eventi storici e dati testuali dei documenti ad essi connessi.
Nei manuali recenti viene preferita una divisione più vicina alla scansione della storia istituzionale giapponese. Questo approccio si ricollega a una tradizione indigena di studi classici che si è sviluppata con la scuola dei kokugakusha. La tradizione classica privilegia la descrizione delle caratteristiche formali delle opere, per giungere alla creazione di “regole” per il buon scrivere. Gli studi moderni, invece, presentano la materia con descrizioni sincroniche.
La periodizzazione odierna è così pensata:
- Giapponese antico (Jodai Nihongo - epoca Nara)
- Giapponese tardo antico (Chuko - Nihongo epoca Heian)
- Giapponese medio (Chusei Nihongo Insei, epoche Kamakura e Muromachi)
- Giapponese pre-moderno (Kinsei Nihongo epoca Tokugawa)
- Giapponese moderno (Kindai Nihongo epoche Meiji, Taisho, Showa e Heisei)
Capitolo 2: Le origini della lingua giapponese
Sono molte le ipotesi sulle origini della lingua giapponese. Spesso il giapponese viene definito una “lingua isolata” a causa del fatto che ci sono scarse prove sui legami genealogici della lingua. Le fonti testuali disponibili sono relativamente recenti: non risalgono oltre l'8o secolo d.C. e sono solo parzialmente utilizzabili per la ricostruzione di forme proto-giapponesi.
Gli orientamenti principali nell'ultimo secolo sono due: ricerca di una lingua che costituisca l'origine genetica comune del giapponese e la ricerca di una genesi stratificata. L'ipotesi uralo-altaica è quella che poggia su una metodologia più consistente. Questo filone di studi ha prodotto fino ai giorni nostri una vastità di ricerche a cui hanno contribuito diversi studiosi. Il gruppo uralico è costituito da lingue ugrofinniche e samoiede, mentre le lingue altaiche comprendono il turco, il mongolo e il manciù-tunguso.
Sulla base di tratti comuni tra i due gruppi, lo studioso Fujioka aveva creato una lista di tratti distintivi per comparare le lingue uralo-altaiche col giapponese. Gli studi in questa direzione hanno mostrato una costante crescita, trovando in Murayama e Miller due fieri sostenitori. Murayama, altaista a cui anche Miller si è ispirato, ha dato un contributo decisivo: egli ha analizzato elementi grammaticali e fonologici in un'ottica comparativa.
Ad esempio, la correlazione della posposizione dell'accusativo mancese -be e del proto-tunguso wa/we è stata valutata come rilevante per il riconoscimento dell'altaicità del giapponese. Per quanto riguarda la fonologia, Murayama ha ricostruito una corrispondenza fra le consonanti di inizio parola tra proto-altaico, proto-giapponese e giapponese antico.
A livello lessicale, Miller esamina serie lessicali che secondo lui non lasciano dubbi sulla genesi comune del giapponese con le lingue altaiche, quindi la conclusione di Miller è che il giapponese sia una lingua altaica.
Le ricerche successive hanno investigato le relazioni tra giapponese e coreano. In Giappone, nel 18o secolo appare, infatti, un glossario etimologico in cui vengono correlati 80 lemmi al coreano. La somiglianza delle strutture grammaticali delle due lingue ha fatto pensare che fossero imparentate, ma le corrispondenze fonologiche del lessico di base sono scarse. Tuttavia queste ricerche hanno dato un grosso contributo alla comparazione delle due lingue, attraverso l'elaborazione di una lista di 320 paralleli lessicali coreano-giapponese e la ricostruzione delle relative protoforme. Secondo Martin, coreano e giapponese sono “lingue sorelle”.
Izui Hisanosuke, invece, ha ipotizzato una relazione tra il giapponese e le lingue ugro-finniche. Altri studiosi si sono concentrati sul confronto con singole lingue presumibilmente imparentate col giapponese. Tra i principali termini di paragone per la ricerca di una radice comune ci sono le varietà linguistiche delle Ryukyu. I primi studi sono di Chamberlain, il quale ha trovato corrispondenze fonologiche sistematiche nelle due lingue; inoltre la sintassi mostra dei parallelismi quasi costanti e la morfologia rivela altrettante corrispondenze.
Miller considera il giapponese e le varietà delle Ryukyu come lingue sorelle derivate. Alcuni studiosi hanno ipotizzato un'origine comune tra mongolo e giapponese. Ozawa Shigeo compara le due lingue, stimolato dalle similitudini sintattiche; egli evidenzia corrispondenze fonetiche per parole che considera associate. Il lavoro di Ozawa ha il merito di aver raccolto un ampio repertorio di dati lessicali relativi al giapponese antico e al mongolo medievale.
Un'altra ipotesi sull'origine del giapponese riguarda la relazione con il gruppo tibeto-birmano. Parker, sulla base di raffronti sintattici e lessicali ha creduto di riconoscere un'influenza tibeto-birmana sul giapponese e l'ipotesi di un legame con questo gruppo linguistico ha stimolato l'interesse di molti studiosi, tra cui Nishida Tatsuo, il quale ha ipotizzato che le lingue tibeto-birmane e il giapponese abbiano origine da una lingua comune.
Oltre a tutte queste ipotesi c'è anche quella della parentela con le lingue parlate dagli Ainu (teorie settentrionali). Le prime ricerche hanno dato conclusioni negative. Più di recente, James Patrie si è espresso riguardo alla parentela tra coreano, giapponese e ainu, che secondo lui costituiscono un sottogruppo di derivazione altaica.
A partire dagli anni '70, gli studiosi si sono concentrati sullo studio di lingue parlate in aree geografiche limitrofe. La maggior parte degli studiosi non nega i principali tratti caratteristici della grammatica di tipo altaico o propende per una sovrastratificazione di elementi altaici su una base di origine austronesiana.
Secondo Polivanov, il giapponese è frutto di una fusione tra lingue di origine altaica e lingue austronesiane. Izui Hisanosuke è il primo a presentare un'analisi approfondita su una possibile genesi composita del giapponese: ipotizza un prestito di elementi austronesiani su una base continentale che avrebbe contribuito alla formazione del giapponese arcaico. È il primo a sottolineare le interconnessioni tra varie lingue nel processo di formazione ed evoluzione della lingua.
Go Minoru propone la comparazione del giapponese con sei diverse tipologie linguistiche: coreano, ainu, altaico, austronesiano, dravidico e papua. Egli giunge alla conclusione che una relazione tra il giapponese e le lingue papua è possibile in considerazione delle caratteristiche tipologiche comuni. Yamamoto propone un'indagine statistica in cui mette a confronto sia i tratti fonologici che le forme lessicali, sulla base del vocabolario di base di Swadesh. Il risultato è un'ulteriore teoria multistratica che prevede quattro livelli della formazione del giapponese.
Capitolo 3: Il Giappone antico fino al periodo Nara
Il periodo pre-Nara
A causa della mancanza di fonti scritte più antiche dell'8o secolo d.C, le analisi della lingua partono da questo periodo. Tuttavia ci sono dati precedenti a queste fonti: i kinsekibun (iscrizioni su specchi, monete e spade), e le fonti cinesi. In entrambi i casi la lingua usata era il cinese, e solo più tardi si trovano forme particolari che si possono definire “ibride” e che contengono coreanismi.
Le caratteristiche generali che si evincono, sono attestate in epoche storiche successive, come ad esempio l'assenza del fonema /r/ ad inizio di parola, poche sillabe per ogni lessema, ed assenza di nessi vocalici. Con l'introduzione del Buddhismo, vennero introdotti anche numerosi prestiti dal cinese, e la lettura attribuita ai caratteri viene definita goon (pronuncia Wu).
Periodo Nara
Per quanto riguarda la lingua antica, vista la qualità e quantità delle fonti scritte, la lingua standard si riferisce alla varietà parlata nella zona della capitale Nara dalle élites culturali. Questo socioletto è il primo oggetto di ricerca per cui esiste un corpus di fonti scritte abbastanza vasto da essere analizzato.
Anche nel periodo Nara c'erano marcate differenze dialettali: le cosiddette azuma no uta e le sakimori no uta, contenute nel Man'yoshu, non lasciano dubbi sull'esistenza di varietà distinte, simili ai dialetti odierni.
Fonologia del periodo Nara
Alla fine del 18o secolo, Ishizuka Tatsumaro, nel “Kanazukai oku no yamanichi”, scrive della possibile esistenza di tre ulteriori vocali nell'inventario fonologico del giapponese antico, in aggiunta alle 5 del giapponese moderno.
Sulla scia di questa ipotesi, gli studi giungono a una descrizione della fonologia del giapponese antico, basata sulla ricostruzione del valore fonetico attribuito ai caratteri cinesi. Queste analisi sono basate sull'osservazione dei caratteri cinesi che, letti nel giapponese moderno non venivano usati in modo intercambiabile; quindi, ad esempio, due caratteri con la stessa lettura non erano mai nella stessa posizione, ma uno era in una posizione e l'altro in un'altra. Si è giunti alla conclusione che l'inventario fonologico dovesse essere diverso da quello attuale.
La descrizione classica dell'inventario vocalico del giapponese antico prevede, oltre ad “a” e “u”, altri 6 fonemi costituiti da una doppia serie (koo e otsu, oppure A e B) di “e”, “i” e “o”. Tutte le vocali sono di breve durata, a differenza del giapponese moderno. L'ipotesi di un inventario fonologico con 8 vocali è largamente condivisa, ma non si è giunti a una ricostruzione definitiva e si è deciso di marcare graficamente le vocali corrispondenti a “e”, “i” e “o”, accettando che lo sviluppo diacronico abbia prodotto un'assimilazione con la serie A.
Secondo Ono Susumu, “i2”, “e2” e “o2” erano le versioni centralizzate di “i”, “e” e “o”. Considerata la particolare distribuzione delle vocali del giapponese antico, si è giunti a considerare il sistema non come risultato di due serie, ma di 3: serie A, serie B e vocali che non mostrano opposizione.
Alcuni studiosi hanno sollevato dubbi circa la teoria delle 8 vocali, giungendo alla conclusione che ce ne fossero solo 5 come nel giapponese odierno. Sono state anche proposte delle riduzioni delle 5 vocali, per epoche più antiche, giungendo a un sistema di 4 fonemi. In definitiva, il sistema delle vocali del giapponese antico non ha ancora trovato un equilibrio, anche se la teoria delle 8 vocali rimane la base di partenza.
Il sistema delle consonanti, invece, è molto più semplice rispetto a quello vocalico. L'inventario comprende 13 fonemi (la cui articolazione non prevede geminazione consonantica) più la nasale sillabica /N/. Mancano anche sillabe composte da una vocale e una semiconsonante, definite in giapponese yoon. I fonemi sono pressoché simili a quelli odierni, tranne alcuni casi come la /r/ che ancora non esisteva, visto che non c'era nella fonologia cinese, e il fonema /p/ che aveva una realizzazione simile a /h/ aspirata.
Principali caratteristiche morfofonemiche
Nella formazione del lessico del giapponese antico sono evidenti alcune tendenze fonologiche che riguardano limitazioni di co-occorrenza di vocali all'interno dello stesso lessema, o di posizione delle consonanti. Questi fenomeni sono stati interpretati come retaggio dell'armonia vocalica e hanno rafforzato l'ipotesi di un legame genealogico tra giapponese e le lingue altaiche.
Altre caratteristiche del giapponese antico sono: l'assenza di sillabe vocaliche di tipo V (eccetto in posizione iniziale), il fonema /r/ che non compare ad inizio di parola, e l'assenza del tratto di sonorizzazione in posizione iniziale. Ne deriva che non ricorrono nessi vocalici all'interno della stessa radice, e in caso di parole composte si assiste ad uno dei seguenti fenomeni:
- Caduta della vocale finale del 1o elemento lessicale (es. ara+umi=arumi)
- Caduta della vocale iniziale del secondo elemento (fanare+iso= fanareso)
- Fusione della vocale finale del 1o elemento con la vocale iniziale del 2o (saki+ari=sakeri)
- Inserimento di un legamento consonantico tra la vocale finale del 1o e quella iniziale del 2o (faru+ame=farusame)
Elementi di grammatica
Nel giapponese antico, dove ci si aspetterebbe la presenza di posposizioni dei casi, ciò non sempre avviene. I pronomi personali diffusi nel periodo Nara sono vari e l'uso di quelli di 3a persona veniva affidato ai dimostrativi, il cui sistema morfologico e semantico è legato ai deittici spaziali.
Per quanto riguarda gli avverbi si distinguono 3 categorie: modali, quantitativi e predicativi. Quelli modali sono usati come modificatori verbali, indicando la modalità di realizzazione dell'azione o dello stato espressi da verbo. Tra i modali si possono includere anche onomatopee e ideofoni. I quantitativi modificano i verbi e gli aggettivi, oltre agli avverbi modali. Gli avverbi predicativi sono spesso a inizio frase e possono governare il verbo, richiedendo, ad esempio, la forma negativa.
Per quanto riguarda i verbi, il giapponese antico ha 8 coniugazioni, categorizzate secondo la terminologia tradizionale giapponese:
- Yodan (quadrigrada) 1a coniugazione
- Kami ichidan (unigrada superiore) 2a coniugazione
- Kami nidan (bigrada superiore) 3a coniugazione
- Shimo nidan (bigrada inferiore) 4a coniugazione
- Kagyoo henkaku (bigrada superiore irregolare) 5a coniugazione
- Sagyoo henkaku (bigrada superiore irregolare) 6a coniugazione
- Nagyoo henkaku (irregolare ibrida) 7a coniugazione
- Ragyoo henkaku (quadrigrada irregolare) 8a coniugazione
La suddivisione si basa su due principi: la diversa natura del fonema con cui termina la base verbale (che distingue i verbi della prima da quelli di 3, 4 e 5), e il tipo di vocale finale della base del 2o gruppo di verbi (che differenzia la seconda e la terza coniugazione dalla quarta).
I verbi della prima coniugazione sono catalogati come verbi consonantici (yodan), riferito al fatto che le relative basi tematiche alle quali si legano i suffissi, sono 4 diverse consonanti. I verbi della seconda, terza e quarta coniugazione sono invece verbi vocalici perché la base verbale termina con le vocali anteriori -i o -e; sono definiti rispettivamente superiori (kami, 2a e 3a) e inferiori (shimo, 4a). Questi verbi sono sottocategorizzati a seconda che nella coniugazione la vocale della base cambi o meno per legarsi alla finale: se non cambia si parla di verbi monogradi (ichidan), altrimenti di verbi bigradi.
I verbi della quinta, sesta, settima e ottava coniugazione sono considerati irregolari. La quinta coniugazione comprende solo il verbo “ku” (kuru nel giapponese moderno), che come i verbi della 6a ha un paradigma modellato sulla coniugazione bigrada superiore, ma si differenzia nella prima forma. La settima coniugazione è ibrida perché segue in parte i verbi vocalici e in parte quelli consonantici; l'ottava si conforma in parte ai verbi consonantici, ma con irregolarità nella terza forma.
Gli aggettivi hanno coniugazioni simili a quelle dei verbi. Ci sono due coniugazioni che si differenziano per la permanenza o meno della desinenza -si della forma finale dell'aggettivo prima della desinenza -kari. La desinenza variabile -kari è la fusione della base avverbiale dell'aggettivo con il verbo di stato ari (-ku ari ari).
Le due coniugazioni vengono dette di tipo ku o siku e sono differenziate anche semanticamente, perché il primo tipo comprende aggettivi che designano qualità oggettive, mentre il secondo tipo qualità soggettive. La coniugazione in -kari, alla fine del periodo Nara doveva già essere uniformemente diffusa e utilizzata soprattutto per la forma condizionale (izenkei).
Gli aggettivi mostrano caratteristiche più autonome rispetto ai verbi. Alcune forme di aggettivi vengono usate come sostantivi, avverbi o come morfema costitutivo di un verbo.
I suffissi che si legano al verbo per svolgere varie funzioni sono detti verbi ausiliari (jodoshi) quando hanno una propria coniugazione ma con funzione ausiliaria, in quanto non hanno un uso indipendente. Le forme degli ausiliari si legano a una delle 6 basi del verbo per compatibilità sintattica o per funzione, e sono coniugate secondo il loro uso nella frase.
Le particelle sono le parti invariabili del discorso e ce ne sono varie con diverse funzioni. Ad esempio la particella no, serviva per mettere in parallelo due azioni semantiche.