Estratto del documento

Il regno dei longobardi in Italia

La prima occupazione del suolo italiano da parte dei longobardi, provenienti dalla Pannonia ed entrati nella penisola sotto la guida del re Alboino nel 568, è caratterizzata dal carattere disomogeneo. I guerrieri longobardi si diffusero infatti nella nuova terra in modo disordinato, organizzati in bande ciascuna delle quali era sottoposta al comando di un capo militare chiamato duca. Anche le loro conquiste erano frammentarie, fino a quando tra la fine del VI e l’inizio del VII secolo, la presenza longobarda in Italia si fece più coerente, grazie alle campagne dei re Agilulfo e Rotari, che estesero la superficie del regno fino a comprendere grosso modo tutte le regioni settentrionali e la Toscana, più i due ducati territorialmente disgiunti di Spoleto e Benevento, contraddistinti da una spiccata autonomia nei confronti del potere regio. Questa configurazione dei domini longobardi rimase ferma fino all’VIII secolo, quando i re Liutprando e Astolfo portarono alla caduta della capitale Ravenna nel 750.

L’invasione dell’Italia da parte dei longobardi ebbe un carattere eversivo dell’ordine sociale e istituzionale: nel regno di nuova costituzione i romani vennero estromessi e continuarono a svolgere le proprie attività da una posizione politicamente subordinata. I longobardi erano una delle tribù meno romanizzate tra quante avevano avuto rapporti con l’impero e la loro cultura era radicata nei valori della tradizione tribale pagana, caratterizzata dall’adesione al cristianesimo ariano. Il loro ordinamento politico e sociale era di natura tribale: essi riconoscevano pienezza di diritti solo ai maschi in grado di portare armi, membri dell’esercito (arimanni) che partecipavano all’assemblea della stirpe, sede delle decisioni politiche.

Terminata la fase più violenta dell’invasione dell’Italia, la convivenza all’interno del regno e la necessità di adattarsi a un nuovo ordine portarono a un processo di acculturazione dei longobardi e di progressiva trasformazione dei loro istituti. In ambito politico, dopo aver deciso di lasciare vuota la carica regia per un decennio, a riprova del fatto che secondo la tradizione la presenza del monarca era avvertita come indispensabile solo in occasione di grandi eventi, l’elezione del re Autari, resa necessaria dall’esigenza di avere un’unità di comando, si accompagnò a un concreto irrobustimento dell’istituto regio, tramite la concessione al monarca di beni che costituissero una base economica stabile per l’esercizio del suo potere.

Con il successore di Autari, Agilulfo, sia i confini esterni del regno, sia la capacità di controllo sui duchi aumentarono; inoltre, l’adesione della regina Teodolinda (moglie di Autari e poi di Agilulfo) al cattolicesimo, favorì l’avvio di un primo dialogo con il papa Gregorio I. Qualche decennio dopo, Rotari compì un gesto di chiara imitazione imperiale, facendo codificare in latino, nell’anno 643, le leggi dei longobardi, fino ad allora tramandate in forma consuetudinaria: questa raccolta è nota con il nome di editto di Rotari.

I longobardi nella storia d’Italia

Nella seconda metà del VII secolo i re longobardi si convertirono al cattolicesimo, completando così il processo di acculturazione e di fusione con la popolazione romana, che condusse al superamento della vecchia struttura tribale. A questa data il termine “longobardi” non indicava più un gruppo etnico ma un ceto dirigente che si riconosceva nella tradizione della stirpe longobarda. Non venne però meno la diffidenza dei papi nei confronti dei longobardi, soprattutto per il timore di una possibile espansione verso la città di Roma. Questa preoccupazione crebbe in seguito alla conquista longobarda di Ravenna nel 750, con la conseguente scomparsa della presenza imperiale nell’Italia centro-settentrionale.

Di conseguenza i pontefici si rivolsero all’unico interlocutore che sembrava in grado di difenderli dai longobardi, cioè la dinastia franca dei Pipinidi. Dopo la salita al trono dell’ultimo re dei longobardi Desiderio, all’appello del nuovo pontefice Adriano I rispose il franco Carlo Magno che scese in Italia, sconfisse Desiderio e assunse il titolo di re dei franchi e dei longobardi. L’eredità politica della stirpe dei longobardi in Italia fu assunta allora dal duca di Benevento Arechi che sancì la prosecuzione al sud del regno longobardo. Il principato di Benevento resistette ai tentativi di annessione operati dal figlio di Carlo Magno, Pipino, e fu così in grado di preservare la propria indipendenza. Nell’849 però i principi Radelchi e Siconolfo divisero il principato in due entità, una con centro a Benevento e l’altra a Salerno ma si logorarono in continui conflitti cui presero parte anche i normanni.

Proprio i normanni, resisi conto della debolezza dei longobardi, nel corso dell’XI secolo conquistarono l’Italia meridionale fondando un regno unitario dopo una lunga fase di frammentazione. Il periodo della storia d’Italia compreso tra la fine dell’impero romano d’occidente nel 476 e la conquista delle regioni centro-settentrionali della penisola a opera di Carlo Magno nel 774 viene descritto dalla storiografia italiana come un’epoca di generale declino e arretratezza. Una simile lettura dell’altomedioevo barbarico dell’Italia è stata innanzitutto influenzata dal pregiudizio circa l’indiscussa eccellenza dell’antichità romana, considerata fondamento della tradizione italiana (si pensi all’esaltazione della classicità romana compiuta dal fascismo); in questo modo il periodo longobardo è rappresentato da Manzoni nell’Adelchi come un periodo di schiavitù dei romani nei confronti dei longobardi.

Non sono mancate anche forme di rivalutazione della vicenda longobarda, popolo visto come potenziale artefice di un regno italiano unitario e paladino di un’opposizione al potere pontificio. Oggi sul piano della ricerca scientifica l’attenzione per questi secoli è in ripresa: molte sono ad esempio le iniziative e le mostre dedicate ai longobardi, sebbene in questo fenomeno giocano strumentalizzazioni politiche che tendono ad additare radici germaniche alle regioni dell’Italia settentrionale contro quelle romane del centro-sud, portando alla contrapposizione tra sviluppo e arretratezza. In realtà la presenza longobarda fu molto più duratura al sud, dove si espresse per circa 5 secoli. Oggi, accanto allo scardinamento dei quadri tradizionali della popolazione romana, si privilegia individuare un processo di progressiva acculturazione dei longobardi e di adattamento dei suoi istituti che portò a una radicale trasformazione fino a formare una realtà sociale del tutto nuova.

Cultura scritta e tracce linguistiche

Anche dopo la ripresa del dominio bizantino in certe parti della Puglia e l’avvento dei normanni in Italia meridionale, norme giuridiche, pratiche familiari e tradizioni onomastiche rimasero ancora a lungo di impronta longobarda. Il cosiddetto codice matritense, stilato a Capua nel X secolo, contiene il testo delle leggi longobarde promulgate molto tempo prima, accanto al cosiddetto glossario matritense, con termini giuridici longobardi tradotti in latino: ciò significa che nel X secolo al sud si consultava il testo delle vecchie leggi longobarde, ma che la lingua non era più capita ed era necessario spiegare i termini di origine longobarda presenti nei vecchi testi.

Inoltre fu al sud, nel monastero di Montecassino, che il maggiore storico dei longobardi, Paolo Diacono, si ritirò a scrivere la sua storia dei longobardi nell’VIII secolo. Molti nomi propri di luogo e di persona si trovano nelle raccolte di documenti, carte, atti legali: famosi sono i graffiti del santuario di san Michele sul Gargano che mostrano le firme di molti pellegrini, di cui molte sono scritte in lettere runiche. Un’importante opera giuridica che raccoglie norme e leggi sono le consuetudini di Bari, in cui troviamo testimonianza della persistenza di certe usanze e istituzioni come il mundio (la tutela prevista dalle leggi longobarde sulle donne) e il relativo mundoaldo (il tutore).

La nostra conoscenza della lingua dei longobardi è limitata alle parole citate in queste fonti medievali: infatti non esiste nessun testo scritto interamente in longobardo. Con questi materiali possiamo farci solo un’idea dell’aspetto fonetico del longobardo: per quanto riguarda il vocalismo, si nota una certa arcaicità del longobardo (la cui lingua è assegnabile al ramo germanico occidentale), dimostrata dal mantenimento delle vocali lunghe o dalla mancanza di metafonia; che il longobardo appartenga al ramo occidentale e non al germanico orientale lo si vede anche dalla presenza del rotacismo; il consonantismo longobardo è caratterizzato dalla presenza della seconda mutazione consonantica.

Itinerari lessicali longobardi in Puglia

La Puglia è un’area molto interessante sotto il profilo linguistico per due motivi: la sua configurazione territoriale e la realtà amministrativa contemporanea della regione, che è costituita da aree e popolazioni con vicende storiche, linguistiche e culturali diverse. La regione pugliese si configura infatti come un autentico crocevia aperto all’intersezione di esperienze culturali e linguistiche diverse. Ne è testimonianza in primo luogo la presenza di importanti comunità sia nel passato (ebrei, arabi, slavi, albanesi) sia nel presente (colonie franco-provenzali di Faeto e Celle di San Vito, le importanti comunità greche nel Salento).

Il contesto storico e geografico spiega dunque la divisione dell’area linguistica pugliese in due blocchi di dialetti: a nord, includendo Taranto, i dialetti pugliesi propriamente detti, e a sud, includendo Brindisi, i dialetti salentini. A questi si aggiunge il dialetto grico, tuttora parlato in alcuni centri compresi nell’area tra Lecce e Otranto. I dialetti pugliesi centro-settentrionali presentano elementi di contatto con il sistema linguistico napoletano, mentre i dialetti salentini hanno caratteri più simili a quelli della Calabria centro-meridionale e della Sicilia.

In questo quadro i longobardi hanno ricoperto un ruolo rilevante nella definizione dei confini interni ed esterni all’area dialettale. Con la presenza longobarda in Puglia si crea infatti un dualismo politico tra il territorio occupato dai longobardi e quello occupato dai bizantini, che ha come esito una diversa situazione linguistica: le varietà del Salento conservano tratti più arcaici.

La presenza dei longobardi ha lasciato tracce meno rilevanti nei dialetti moderni, ma il numero dei longobardismi aumenta se consideriamo i documenti di età medievale e se includiamo nel censimento anche voci onomastiche. Questo vale in modo particolare per il lessico di ambito giuridico-amministrativo: si tratta per lo più di parole desuete che si riferiscono a istituzioni e figure della società e del diritto longobardo e che compaiono in italiano come voci di ambito storico o termini di uso specialistico (mundium, tutela, podestà; tutore, detentore).

Anche i toponimi sono testimonianza di parole scomparse dal lessico comune, come voce longobarda che indicava originariamente “corpo di fara, spedizione”, poi “comunità, gruppo familiare” e “unità di insediamento”. Si tratta di nomi di luogo documentati nei territori che furono occupati dai longobardi, come ad esempio i toponimi del foggiano contrada Fara o Canale della Fara.

Lo studio del superstrato longobardo nell’italiano è condizionato anche dallo stato della documentazione: non possediamo nessun testo redatto in longobardo, a parte qualche parola isolata in fonti latine. Per questo è necessario ricorrere a più criteri per separare lo strato longobardo dagli altri due superstrati, gotico e francone, che hanno lasciato tracce nel lessico italiano. I principali criteri da prendere in considerazione sono: distribuzione geolinguistica della voce, ambito semantico a cui appartiene il termine, cronologia delle attestazioni più antiche, eventuale documentazione latino-medievale.

Un solo indizio sembra garantire l’assegnazione allo strato longobardo di un lemma di origine germanica: la presenza degli esiti della seconda mutazione consonantica. Il longobardo infatti, a differenza di gotico e francone, presenta questo fenomeno tipico dell’area alto-tedesca, per cui un sostantivo come it. zaffo (tappo della botte) va assegnato allo strato longobardo (ted. Zapfen). Non è però possibile affermare con certezza che voci senza esiti della seconda mutazione consonantica non sono longobardismi: nella storia del longobardo si possono infatti individuare due periodi: la fase più antica, con caratteri affini al gotico e la fase di influenza alto-tedesca (dal VII sec) con un consonantismo che mostra gli esiti della seconda mutazione consonantica. Così sia balco/balcone (con la sonora) sia palco (con la sorda) si fanno risalire al longobardo, assegnando però la prima voce allo strato più antico, e la seconda voce alla fase più recente.

Strumenti per lo studio del lessico sono le descrizioni linguistiche e i repertori lessicali (vocabolari dialettali di aree o singole località, raccolte di lessico specialistico): i vocabolari dialettali tuttavia hanno un carattere disomogeneo nella raccolta ed analisi dei materiali lessicali; inoltre la parte storico-etimologica è trascurata, a parte qualche eccezione, come il vocabolario del dialetto di Ruvo di Puglia di Iurilli e Tedone. Per lo studio dell’elemento longobardo, il contributo più rilevante alla conoscenza della storia della presenza dell’elemento germanico nella penisola italiana è dato dai numerosi saggi che approfondiscono lo studio di singole voci lessicali.

Anteprima
Vedrai una selezione di 3 pagine su 9
Riassunto esame Filologia germanica, prof. Sinisi Pag. 1 Riassunto esame Filologia germanica, prof. Sinisi Pag. 2
Anteprima di 3 pagg. su 9.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Riassunto esame Filologia germanica, prof. Sinisi Pag. 6
1 su 9
D/illustrazione/soddisfatti o rimborsati
Acquista con carta o PayPal
Scarica i documenti tutte le volte che vuoi
Dettagli
SSD
Scienze antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche L-FIL-LET/15 Filologia germanica

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher roberta.morelli.98 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Filologia germanica e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Bari o del prof Sinisi Luca.
Appunti correlati Invia appunti e guadagna

Domande e risposte

Hai bisogno di aiuto?
Chiedi alla community