Filologia e critica dantesca
1° lezione (02 marzo 17)
1° caso: esempio in lingua latina di una porzione di epistola di Dante molto nota, con un titolo che non è corretto attribuire a questa epistola. È la lettera di Dante a quello che è definito Amico Fiorentino, chiamato così a partire da un passo di Giovanni Boccaccio che fa riferimento a tale lettera. Da una certa edizione in poi verrà identificata come Epistola 12. L’interlocutore non ha una grande confidenza; si riferisce a lui con reverenza biblica, sicuramente è un ecclesiastico di alto livello. Quindi la parola “amico” non è perfettamente coerente con quello che è il tono della lettera.
Di questa lettera si hanno 3 edizioni critiche:
- Quella di Frugoni, che è stata considerata la più importante per molti anni
- Pastore Stocchi
- Quella più recente di Marco Baglio
Il manoscritto che trasmette la lettera è uno solo, conservato a Firenze nella segnatura Laurenziana 29,8, interamente autografo di G. Boccaccio in uno Zibaldone dove trasmetterà in lingua latina altre lettere di Dante (come le epistole ai cardinali). Quindi si andranno ad analizzare le tre edizioni critiche con il manoscritto che in questo caso è uno solo; quindi da una parte non dobbiamo collazionare tanti codici ma allo stesso tempo se l’autore del manoscritto ha fatto degli errori di copiatura bisogna trovare delle congetture. Il primo editore ha fatto molte congetture al testo mentre i più recenti hanno conservato maggiormente il testo.
Esempio 1 “Ecco ciò che per le lettere di vostro e mio nipote”
- Frugoni: va a sostituire “vestris” in “vestras”, quindi il pronome si riferisce a “littera” e non a “nepoti”. Tale cambiamento ci permette di ragionare su chi potrebbe essere il destinatario della lettera. Nel caso in cui vostro si riferisce a nipote, allora Dante e l’interlocutore hanno in comune un nipote. Nel momento in cui si parla di un ecclesiastico, si restringe ancora di più il campo.
Esiste un’altra possibilità in cui “vestri” possa indicare un genitivo del pronome. Quindi diventa: “ecco ciò che per le lettere di voi e mio nipote”. In tal caso non si ha un rapporto di parentela tra Dante e l’interlocutore. Inoltre è anche stato proposto di mettere una virgola tra “vestri” ed il resto del testo. Ci sono altri luoghi della lettera interessanti e problematici.
In questa lettera spiega al suo interlocutore il perché non può tornare (pagare una multa, riconoscere la colpa e sottoporsi ad un rito). Sullo sfondo c’è l’esilio già da 3 lustri; parla dell’esilio con una fierezza ed un superamento emotivo. Inoltre si mette a confronto questa lettera anche con opere precedenti dove tratta il tema dell’esilio come il Convivio o la Commedia. Si potrebbe accostare questo passo ad un luogo della Commedia, come nel Canto XXII del Paradiso dove dice che un giorno spera di poter tornare a Firenze (quando i lupi -> guelfi neri gli permetteranno di ottenere il cappello -> laurea poetica).
Codice diplomatico è un volume di documenti ufficiali che ci permettono di dare concretezza e ricavare informazioni sulla vita dell’autore in questione. In tal caso ci sono testi che parlano di Dante e della sua famiglia. Un esempio è legato al “nipote” citato prima. Un documento importante di questo codice risale al 1131 in cui Cacciaguida, testimone dell’atto, assiste ad un contratto d’affitto di un pezzo di terra.
Un altro punto da trattare riguarda le Rime di Dante; ossia sull’ordinamento delle rime. A differenza di Petrarca che ha ideato un Canzoniere per tutte le rime, Dante ha inserito un gruppo delle stesse in opere organiche come la Vita Nova, il Convivio. Anche per le rime, le edizioni sono regolate in modo diverso. Ad esempio Barbi le ha semplicemente ordinate secondo un criterio che è cronologico e tematico (vita nova, libello, allegoriche, amore, pietose, esilio); Contini le ha organizzate seguendo uno schema differente, privilegiando sempre l’ordine cronologico e tematico ma estraendo dalle rime tutte quelle presenti nella Vita Nova e nel Convivio. Operazione discutibile dal momento che se si trovano all’interno di queste opere hanno un senso e fuori ne assumono un altro. De Robertis ha fatto una scelta ancora diversa, proponendo la suddivisione secondo la tradizione manoscritta più vicina a Dante, ossia per forma metrica. Di Dante non esistono dei documenti autografi. Se le rime vengono lette secondo lo schema di De Robertis cambia il senso delle rime stesse. All’interno delle rime si hanno anche casi in cui Dante abbia modificato il testo. Ad esempio le rime della VN, al di fuori della stessa hanno un testo e quando entrano nel “libello” hanno varianti d’autore. Lo stesso caso vale per il Convivio. Nell’ultima versione uscita a cura di Grimaldi, si torna al vecchio ordinamento di Barbi, il quale commenta le rime due volte; questo sistema è molto utile nel caso di varianti d’autore.
Un altro punto da trattare riguarda un’opera giovanile, ossia la corretta titolazione della Vita Nova. È Nova o Nuova? Il primo può essere latino o volgare mentre il secondo solo volgare. È possibile che Dante abbia dato un titolo latino ad un’opera in volgare? La prima cosa da fare è vedere i testimoni manoscritti, vedere come tale opera è richiamata all’interno di altre opere dantesche e con quale grado di autorevolezza.
Altra opera da analizzare è il Convivio, opera filosofica di Dante che si presta in fase di copia alla correzione di errori plurimi. È un’opera incompiuta; sono pochi quelli che nel ‘300 conoscono tale opera a causa della scarsa circolazione. È un’opera che è stata in continua evoluzione, per questo è ricca di archetipi. La Brambilla-Ageno è una di quelle che ha curato il Convivio, partendo da un’edizione precedente con un testo base, collazionando i manoscritti numerandoli e generando delle schede in cui ha segnalato il luogo, fino ad arrivare allo stemma del Cv. È un testo con pochissime corruzioni. Sono saltati molti segmenti: alcuni critici hanno preferito lasciare il buco, altri hanno provato a sanarlo (distinzione tra Ageno e Inglese).
Per quanto riguarda la Commedia, il canto selezionato è il V dell’Inferno sotto 4 edizioni Petrocchi, Lanza, Sanguineti e Inglese. Le edizioni divergono tra loro per interpunzione, testo ed interpretazione. L’episodio più importante è quello di Paolo e Francesca; secondo l’edizione Petrocchi “e 'l modo ancor m’offende” è detta da Francesca mentre secondo la versione di Lanza si ha un cambio d’interlocutore e quindi è Paolo a parlare non Francesca. Si può dire che questa distinzione è solo relativa al discorso interpretativo. Non essendoci segni distintivi per indicare il cambio d’interlocutore, Dante utilizza mezzi alternativi.
Passaggio ai problemi interpretativi
Il critico Rossi fa una provocazione attraverso il saggio “il nome di Francesca”. Secondo il suo ragionamento, il fatto che Dante si riferisca a Paolo Malatesta e Francesca da Polenta non è indicato in nessun punto. Paolo non è nemmeno nominato. Tutta la vicenda dei due si ricava dal fatto che i più vicini a Dante hanno cercato di riconoscere un fatto di cronaca. La loro vicenda evoca romanzi francesi, quindi il canto ha il ruolo di condannare la letteratura francese senza etica morale. Molti progressi sono stati fatti grazie ad un saggio di Luca Azzetta ma, quello che ci dà più informazioni sulla vicenda è Boccaccio.
Boccaccio commenta tale passo, riempiendolo di storia (come è oggi per lo sciacallaggio televisivo). Fa un racconto dettagliato non limitandosi alla descrizione dei personaggi ma ne narra l’intera vicenda. Per lui parte tutto da un inganno fatto dalle famiglie; il padre di Francesca vuole fare pace con i Malatesta attraverso un matrimonio vantaggioso. Il Malatesta ha due figli: Gianciotto e Paolo. L’hanno ingannata facendole vedere il suo futuro sposo sotto mentite spoglie, dal momento che le fanno vedere Paolo o non il fratello. Il giorno del matrimonio si rende conto dell’inganno. I due cominciano a frequentarsi e la notizia giunge fino al marito di lei che, finto di uscir di casa, bussa alla porta mentre è presente in casa anche il fratello. Francesca fa scappare l’amante attraverso una botola ma resta incastrato con la manica quando lei apre al marito. A quel punto, mentre Gianciotto prova a trafiggere Paolo, Francesca si mette tra i due e viene colpita. Poi si fece morire anche Paolo. Per molto tempo si pensò fosse un’invenzione di Boccaccio, tanto da essere considerata la 102° novella. Recentemente Luca Azzetta aggiunge la testimonianza di un commentatore, Andrea Lancia. Questo commentatore fa lo stesso racconto di Boccaccio ma con delle varianti (l’inganno dell’anello c’è in tutti e due i racconti). Si è ritenuto avessero una fonte in comune.
Nel canto V dell’Inferno, prima di incontrare Paolo e Francesca, Dante fa una rassegna delle figure e per ognuno dà delle indicazioni come Elena e Achille, Tristano ed Isotta, Didone.
- Ed. Lanza -> “Elena vidi…. E vidi il grande Acchille…. Vidi Paris, Tristano”
- Ed. Petrocchi -> “Elena vedi…. E vedi 'l grande Achille… vedi Paris, Tristano”. Non è Dante a parlare ma Virgilio. Quindi si ha una diversa attribuzione delle battute.
Problema Cleopatra
Non è un problema di lezione dal momento che tutti riportano “Cleopatra lussuriosa”. L’aggettivo che Dante le dà non serve a spiegare il personaggio dal momento che è una caratteristica che Dante già dà all’intero canto e a tutti i personaggi in esso contenuti. Ha semplicemente il ruolo di rafforzare tale caratteristica (è la lussuriosa per eccellenza). Per risolvere il problema bisogna vedere come le fonti indicano Cleopatra e se evidenziano la figura allo stesso modo.
2° lezione (6 marzo 17)
Le epistole ci consentono di lavorare con collazioni unitestimoniali. Nel testo di Bellomo (pag. 115 e seguenti) si ha il quadro delle epistole; 13 sono le lettere entrate nel canone di cui 12 sono sicuramente attribuite a Dante mentre la 13° (epistola a Cangrande) ha problemi di autenticità. Probabilmente ne furono scritte molte di più, di alcune non ne abbiamo il testo ma ci è arrivata notizia attraverso biografi di Dante, come ad esempio: la lettera ai fiorentini, l’epistola latina ai Principi della terra di cui Dante accenna nella “Vita Nova”, un’altra epistola a Cangrande, e la lettera ad Arrigo VII. Quindi esistono 4 lettere non pervenute ma di cui abbiamo notizie. Inoltre esiste una lettera in volgare scritta a Guido Da Polenta ma non inserita dal momento che si pensa ancora oggi sia un falso.
L’epistola a Cangrande, oltre ad essere la più problematica, non è stata trasmessa allo stesso modo da tutti i commentatori tanto che non tutti l’hanno copiata interamente ma spesso se ne trovano solo alcuni frammenti (alcuni hanno solo l’accessus). Anche G. Boccaccio che conosce perfettamente la lettera a Cangrande, ne trasmette solo un pezzo, ignaro del fatto che sia di Dante e che sia a Cangrande dal momento che gli manca la prima parte.
Andrea Lancia nel commento della “Commedia” cita questa lettera attribuendola con certezza a Dante. Dante non ha raccolto le proprie epistole facendone un’opera come fece Francesco Petrarca; quindi non abbiamo una sistemazione cronologica. La tradizione di queste lettere è esigua (pag 123 Bellomo); ci sono lettere trasmesse da un solo manoscritto e sono poche quelle che hanno più codici differenti (sono quelle con più rilevanza come l’epistola ad Arrigo VIII).
L’epistola XII è trasmessa solo dal manoscritto di Boccaccio. Lo stesso copia 3 lettere di quelle del canone dantesco, e sono: la lettera a Cino da Pistoia, la lettera ai Cardinali Italiani e la lettera all’Amico Fiorentino. Boccaccio le copia per uno Zibaldone per sé stesso, quindi la scrittura è molto abbreviata e non agevola l’interpretazione e la lettura del testo.
Edizione a cura di Frugoni
Il testo ha un’intestazione in parentesi quadra in latino, come tutta la lettera, che nel manoscritto non c’è ed è stata aggiunta dall’editore. Sicuramente l’interlocutore è un amico vicino a Dante ma il termine “amico” tradisce una confidenza che con il destinatario Dante non sembra avere.
- “litteris vestris”: è un pluralia tantum, ma indica una singola lettera. Ci sono altre edizioni che traducono “nella vostra lettera”.
- “reverentia debita et affectione”: ha verso l’interlocutore sia affetto che rispetto
L’argomento della lettera è il ritorno di Dante a Firenze, ancora in esilio. Dante si sente di ringraziare il suo interlocutore. Si sente in debito dal momento che è difficile per gli esiliati trovare ancora amici in patria. Questo è un topos letterario di Ovidio. La risposta di Dante darà alla lettera (“ad illarum” mantenendo il plurale) non sarà quella che la meschinità di alcuni vorrebbe.
- “erit”: nel manoscritto c’è “erat”
Chiede all’interlocutore di vagliare la lettera dalla sua saggezza.
- “litteras vostras”: plurale giustificato dal fatto che non è il solo a scrivere a Dante ma anche il nipote ed altri amici gli scrivono. Non è il solo ad avergli comunicato quanto segue, il provvedimento in questione è notificato a tutti gli esiliati. Il provvedimento stabiliva che per tornare in patria doveva pagare una somma di denaro e fare un percorso dal centro della città fino a S. Giovanni con una mitra in capo ed una candela in mano (ammissione della colpa). Risponde ad una sollecitazione e non al solo interlocutore.
- “pater”: implica che la lettera ricevuta è di un ecclesiastico; alcuni hanno implicato che si riferisse ad una persona molto anziana. Nella lettera ai Cardinali Italiani ripete più volte la parola “patres” quindi significa che è un appellativo che usa per gli ecclesiastici. Questo è il primo elemento sull’interlocutore.
Problema di lezione: nel manoscritto non c’è “per litteras vestras” ma “per litteras vestri”; quindi “vestri” è legato a “meique nepotis”. La traduzione diventa “le lettere di vostro e mio nipote”. Con questa traduzione abbiamo un’informazione in più, ossia non solo è un ecclesiastico e fiorentino ma anche imparentato con Dante. Il nipote a cui si fa riferimento è Niccolò Donati.
La risposta di Dante è connotata con 3 interrogative, ricche di figure retoriche come l’anafora. Nella 1° interrogativa si nomina; si ha già un elemento per datare la lettera dal momento che afferma di essere in esilio già da 15 anni (l’esilio inizia con la condanna del 1302 quindi siamo intorno al 1316).
2° interrogativa: spesso si firma come “esule immeritato”. Il suo esilio fu causato dall’avvento dei guelfi neri; lui era stato priore precedentemente ma aveva ancora una grandissima influenza nella città. È accusato di baratto.
3° interrogativa: è un topos. In questo momento ha già scritto l’Inferno, rime importanti dedicate alla giustizia, in particolare “tre donne intorno al cor mi sono venute”. Vuole scostare la sua figura dai criminali che accetteranno questo condono. Si rivolge in terza persona al suo interlocutore.
- “Cioli”: è un personaggio condannato nel 1291 per la prima volta e poi ricondannato nel 1316.
- “vinctus”: nel manoscritto è riportato “victus”; si hanno così due traduzioni diverse. I verbi hanno due diverse derivazioni: vinctus è il participio presente di VINCIO mentre victus è il participio di VINCO.
- “absit”: ripreso nel verso successivo. È un chiaro riferimento alla canzone precedente. Nel terzo paragrafo della lettera si sfoga mostrando come, per le ragioni che ha illustrato, non possa accettare di rientrare a Firenze in queste condizioni.
Ritorna a toni più pacati, richiamando “padre” il suo interlocutore.
- 2° problema: “aut” -> nel manoscritto non è questa la lezione ma “autem”. “Florentia” al nominativo e subito dopo “Florentiam” all’accusativo.
Seguono altre 3 interrogative. Il suo atteggiamento verso l’esilio è mutato e gli ha mutato l’animo. La lettera chiude in maniera brusca; si è pensato che non dovesse terminare in questo modo, ossia che Boccaccio non avesse finito di copiarla. Però è anche considerata un’ipotesi debole quindi in prima istanza bisogna credere all’unico testimone noto. Il cerchio si chiude con l’immagine del pane collegata all’esilio, ossia ogni volta che Dante parla del proprio esilio si ha anche il riferimento al pane e quindi è una chiusa per marcare il proprio cambiamento durante l’esilio. L’atteggiamento non è lamentoso o sofferente ma di grande umiltà intellettuale. La chiusa non risulta eccentrica ma estremamente forte e centrata sul tono dell’epistola. Sono importanti le date perché la lettera XII si colloca in corrispondenza della stesura di quel canto e che ci permette di capire quel riferimento al cappello.
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