Il sublime: fortuna di un testo e di un'idea
Il sublime oggi?
Il Trattato sul sublime, attribuito a Longino, dopo la sua fulminea apparizione, sembra essere ripiombato nell'oscurità per il resto dell'epoca antica, sopravvivendo al Medio Evo in un unico manoscritto incompleto risalente al X secolo e attualmente conservato a Parigi. Non ci sono prove che il manoscritto sia mai stato letto prima del XV secolo, quando venne per la prima volta copiato e fatto lentamente circolare. La sua diffusione infatti fu dapprincipio assai modesta. Solo nel 1674 la situazione mutò improvvisamente, grazie alla traduzione di Nicolas Boileau-Despréaux, che consisteva perlopiù in una parafrasi esplicativa del testo di Longino. Nel corso del secolo successivo infatti il Trattato divenne uno dei testi più noti nell'ambito della filologia e della retorica greche. Il concetto di sublime divenne cardinale in tutte le forme di letteratura d'invenzione, nell'arte e nella filosofia morale. Ma verso la metà del XIX secolo questo concetto cessò di giocare un ruolo centrale nella teoria estetica.
In generale ciò che il sublime intende significare è un'elevazione spirituale, morale e intellettuale al di sopra della quotidianità e della bassezza dell'individuo. Esso permette all'uomo di accedere a un livello dal quale guarda a distanza le proprie limitazioni e si identifica con il punto di vista del dio, che è responsabile ultimo del mondo e del ruolo che in esso è assegnato all'umanità. Infatti il sublime descritto da Longino suscita non solamente terrore, ma anche una particolare ebbrezza d'elevazione. Questa ebbrezza è provocata dalla dissonanza cognitiva che segue all'abbandono della dimensione umana e all'adozione del punto di vista divino sul mondo.
Per Longino il sublime non è solo una categoria letteraria o retorica: le grandi opere della letteratura classica greca fanno riferimento a un modello antropologico e cosmologico che naturalizza il sublime, così da permettere di interpretare l'ordinaria insoddisfazione della vita come prova della destinazione dell'umanità a forme di realtà più alte e nobili. Si potrebbe dunque concludere che la possibilità di elevazione del sublime dipenda dall'assunzione di esistenza di una divinità ordinatrice del mondo. Senza la provvidenza, l'esperienza del sublime si rivelerebbe una catastrofe senza scampo. In questo modo diventa facile comprendere perché una tale concezione del sublime non abbia potuto prosperare dal XIX secolo in poi.
Che la convinzione che il sublime, così come è inteso da Longino e quindi dipendente dall'idea di provvidenza, sia errata, è provato da Lucrezio nel suo De Rerum Natura, che può essere visto come una serie di impressionanti esempi di sublime. Secondo Epicuro - e di conseguenza da Lucrezio - certamente gli dei esistono; ma non concorrono in alcun modo all'ordinamento del mondo, né si occupano di agire in qualunque modo possa turbare la loro perfetta beatitudine negli inter mundia. In questo senso non è per nulla sbagliato definire un «sublime» specificatamente lucreziano; mentre il sublime longiniano è una forma di teodicea che giustifica la sofferenza umana richiamandosi alla logica superiore della saggezza divina, il sublime di Lucrezio venera una forma di eroismo umano, possibile solo in un universo abbandonato a se stesso dagli dei.
Inoltre il sublime di Longino vede nell'accettazione del disegno divino da parte dell'uomo una forma di consolazione alla sua sofferenza; per Lucrezio invece sublime muove dalla constatazione dell'indifferenza degli dei e della fondamentale casualità dell'universo, e rappresenta un coraggioso gesto di sfida che, restituendo senso all'essere umano, lo compensa dall'assenza della provvidenza divina (vd. Elogium ad Epicurum). L'importanza di Lucrezio va riconosciuta nell'aver dimostrato che non è necessario credere nella teologia ottimistica di Longino per essere attratti dalla sublimità.
Fra estasi e verità: Longino e la psicologia del sublime
Il trattato sul sublime si basa senz'altro sulle tradizione antiche della teoria della retorica, ma la sua importanza deriva dal modo in cui l'autore estende ed oltrepassa i limiti di quelle tradizioni. Il complesso atteggiamento di Longino nei confronti degli scopi della retorica crea tensioni latenti nel ragionamento del saggio. Si potrebbe analizzare queste tensioni da diverse prospettive, per esempio in relazione all'idea della persuasione: secondo Longino, il sublime trascende questo pur importante fattore retorico che tuttavia gioca un ruolo attivo nella valutazione di alcune forme dell'hypsos.
Longino colloca il sublime fra le condizioni dell'estasi e della verità, dove per estasi si intende la forza trasfigurante del sublime nel momento dell'impatto («a guisa di fulmine») sulla mente, e per verità si intende la possibilità di una comprensione approfondita della realtà, che per Longino sembra essere intrinseca al valore del sublime. L'estasi costituisce uno stato d'animo non-cognitivo, un trasporto intenso ma di breve durata. In termini psicologici il vero sublime è quello capace di lasciare nell'animo dell'ascoltatore un'impressione duratura, una «memoria indelebile».
La funzione della verità è invece complessa: quando Longino parla dei grandi scrittori, afferma che la virtù primaria insita in quelli è la magnanimità, intesa come la capacità di grandi pensieri. È chiaro che qui l'autore, a differenza di altri passi dove le citazioni concernono avvenimenti naturali, storici o politici, presenta un concetto che con una definizione più moderna oggi potremmo definire orientato verso la metafisica. Questo emerge chiaramente dal suo giudizio sull'Iliade come poema la cui sostanza drammatica è «densa di immagini prese dal vero» o nella sua riflessione secondo cui Saffo dipinge la mania d'amore combinando sintomi fisici e psicologici osservati «dal vero». I passi ammirati di Omero e di Saffo trasformano la realtà della vita in pensieri e in sentimenti poeticamente intensificati. Però una parte della potenza di questa trasformazione consiste nella fedeltà all'esperienza umana generale.
Per definire meglio la posizione di Longino, si dovrebbe utilizzare uno schema tripartito della verità: verità intuitiva, emotiva e metafisica.
- Verità intuitiva si intende l'atto dell'afferrare e dell'interiorizzare un pensiero sublime;
- Verità emotiva si intende l'intensità e l'autenticità delle emozioni comunicate dal sublime;
- Verità metafisica si intende non soltanto l'oggetto della visione penetrante dei grandi scrittori sulla grandezza del cosmo, ma anche della riflessione su quella grandezza.
Ma qual è la connessione tra questi tre generi di verità? Longino dichiara che la capacità di produrre pensieri straordinari, la magnanimità, sia una delle sorgenti più feconde del sublime. Un esempio di questa magnanimità è identificato da Longino nella citazione della Nekyia, l'episodio del silenzio di Aiace davanti a Odisseo, nell'XI libro dell'Odissea; il silenzio di Aiace, che è più sublime di qualunque parola, viene espresso con successo dallo stesso Omero: pertanto si può concludere che la magnanimità è eco del sublime. Con la citazione di questo passo Longino intende il silenzio di Aiace come una manifestazione della mentalità eroica del personaggio; di conseguenza se il passo dell'Odissea contiene una verità, questa dev'essere una verità intuitiva, raggiunta dal poeta mediante la visione creativa e trasmessa all'ascoltatore nella forma dell'estasi. Quello che risuona nel silenzio di Aiace è l'idea di un silenzio che si estende al di là della morte e che non sarà mai rotto (il sublime è ciò che rimane indelebile nella memoria dell'ascoltatore).
Il sublime tra poetica e retorica
Il punto di partenza può essere il discorso sulla mimesis, intesa come «rappresentazione». Longino collega la tradizionale idea di mimesis delle passioni umane con l'insegnamento retorico dell'imitatio. Questo emerge con evidenza dal discorso sull'iperbato, affrontato nel capitolo 22 del trattato: l'iperbato serve a rappresentare le passioni umane nei grandi scrittori e coloro che imitano i grandi scrittori ne riprendono questa dimensione. In questo modo la mimesis diventa ispirazione. Stabilito inoltre che tanto la prosa quanto la poesia cercano ciò che appassiona e commuove, ne segue che la radice comune alla poetica e alla retorica sta in qualcosa che riguarda la natura umana e cioè nel pathos, una delle fonti principali dello stesso sublime.
Il sublime di Longino
Ciò che Longino si propone di fare nel trattato non è esplicare le caratteristiche di un genere stilistico, identificato nel sublime, ma la causa di un effetto, di una dinamica. Alla base di tale ricerca sta la coscienza delle diverse ragioni psicologiche prodotte dalla comunicazione letteraria. Di esse l'autore indaga quella che ritiene più intensa e comprensiva della natura umana; nel sublime infatti il pathos non va compresso o eliminato e neppure esagerato, perché ne consegua uno scioglimento, una psico-fisiologica (l'aristotelica catarsi); esso deve invece potenziare il messaggio logico.
Il rapimento, l'estasi, prodotta dal sublime, al di là del contenuto di pensiero, ha di per sé un valore etico, perché fa sperimentare agli uomini il divino. Generare il grande e il bello è dunque la gioia maggiore, perché è un assimilarsi alla divinità. A giudizio dell'autore, per ottenere l'effetto del sublime, sono necessarie una sostanza concettuale grande, un'animazione emotiva e la capacità di esprimere questo concetto.
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