FILOLOGIA CALSSICA
LA POETICA di ARISTOTELE
La vita: Aristotele
Aristotele nasce attorno al 384/383 a.C. a Stagira. Non è un cittadino ateniese, era macedone. Suo
padre, Nicomaco, era un medico piuttosto famoso (influenza suo figlio). Vive, per un breve periodo,
a Pella, essendo il padre diventato medico di corte del re macedone Aminta.
Nel 367/366 si reca ad Atene ed entra nell'Accademia di Platone (centro del mondo per gli studi di
filosofia), dove rimane per un ventennio, durante il quale compone e pubblica numerose opere sotto
forma di dialogo (secondo la dottrina platonica). Queste opere furono dette “essoteriche” in
contrapposizione alle successive, che Aristotele comporrà solo per le sue lezioni e i suoi corsi e che
vennero perciò dette “esoteriche” perché rivolte agli iniziati. Platone considerava Aristotele il più
intelligente e brillante tra i suoi discepoli. Aristotele era una persona che amava i libri, li leggeva e li
raccoglieva per formare progressivamente una biblioteca. Un’innovazione fondamentale per cui
Aristotele è l’iniziatore della modernità, da questo punto di vista, è che il progresso e la ricerca si
fanno sui libri. Aristotele considera una biblioteca specializzata un elemento imprescindibile per lo
svolgimento di studi. Platone esaltava la trasmissione orale del sapere mentre Aristotele considerava
il libro assolutamente essenziale.
Nel 347/344 muore Platone e Aristotele sperava di potergli succedere in quanto punta di diamante
dell'Accademia. Il successore fu invece il nipote di Platone, figura assolutamente immeritevole di
tale ruolo. Aristotele lascia l'Accademia e Atene e si reca probabilmente in Asia Minore, invitato dal
tiranno Ermia, e, subito dopo, ad Asso. Successivamente tornerà a Stagira e poi ad Atene dove
fonda il Peripato (liceo: prima scuola secondaria della storia).
Nel 343/342 Filippo il Macedone sceglie Aristotele, come educatore del figlio Alessandro.
Nel 323 muore Alessandro il Macedone, si scatena una reazione anti-macedone e Aristotele è
minacciato al punto da sentirsi costretto a lasciare Atene.
Nel 322 a Calcide (dove aveva possedimenti ereditati dalla madre) muore Aristotele.
Le opere: la “Poetica”
Le opere esterne alla scuola, dette “essoteriche” (destinate al pubblico), erano destinate alla
pubblicazione esterna e quindi ad un pubblico piuttosto ampio. Quelle interne, dette “esoteriche”,
avevano una funzione completamente diversa ed avevano uno scopo didattico. Sono quindi i testi
dei corsi che faceva a lezione, come degli appunti. L’unica differenza è che non erano destinate ad
un grande pubblico e si basavano su un’origine didattica.
Alla morte di Teofrasto, successore ed ereditiere del liceo di Aristotele (Il Peripato), i libri della
biblioteca di Aristotele vengono “regalati” all’ultimo suo discepolo vivente. Dopo un secolo e
mezzo di vicende avventurose, i libri della biblioteca personale di Aristotele cadono nelle mani di
Roma con la pubblicazione di gran parte di questi. Con questo ultimo passaggio nasce
l’aristotelismo. Le opere che conosciamo fanno tutte parte di questo blocco. Le altre si perdono nel
tempo mentre queste, facendo parte della sua biblioteca personale, si affermano in maniera
indelebile nella storia. Una serie enorme di commenti si susseguono nel tempo. Con al fine del '400
abbiamo la prima stampa delle opere di Aristotele. Dalle origini alla fine del '400 la poetica è nota
ma non commentata. Nella nuova visione umanistica del rinascimento, la poetica si pone come testo
fondamentale in assoluto come riferimento per la poesia.
Poetica è, dal punto di vista linguistico, un aggettivo femminile che ha come sostantivo di
riferimento l’arte (“tekne” in greco) poetica. Per arte si intende un concetto vago che presume sia
creatività che intelletto che manualità. L’idea dell’arte e della regola (complesso di nozioni
necessarie per fare una cosa bene) è insito nel concetto di arte aristotelica. La poetica si configura
come l’arte del fare, del produrre. Aristotele si occupa della poetica perché non ritiene che ci sia
alcun aspetto della produzione dell’intelletto umano che non sia degna di studi filosofici. La
domanda fondamentale che egli si pone è: “cosa è ?” Fondamentale è capire e individuare in cosa
consiste la realtà e quindi ogni cosa. LA POETICA
I CAPITOLO
Riassunto:
–
Aristotele delinea il contenuto del libro, ossia “la poetica e i suoi generi, e qual funzione abbia
ciascuna di essi”. Il filosofo identifica il principio di tutte le arti poetiche nell'imitazione, ma precisa
che esse non imitano con gli stessi mezzi, non imitano le stesse cose e non imitano nello stesso
modo. In questo primo capitolo tratta dei mezzi, che sono il ritmo, il linguaggio e l'armonia, di cui
ogni arte in misura maggiore o minore si avvale: l'auletica fa uso del ritmo e dell'armonia, la danza
solo del ritmo, la poesia del linguaggio puro. Le forme d'arte che si avvalgono di tutti i mezzi
sopradetti sono la poesia ditirambica e quella epica da un lato, la tragedia e la commedia dall'altro,
con la differenza che le prime due adoperano questi mezzi "tutti insieme", la tragedia e la commedia
"come parti" separate. Così mette in relazione l'antichità con la cultura.
Nella parte iniziale, la poetica è data sostanzialmente per scontata nella sua base, si vedono subito i
meccanismi.
La poetica consiste in un insieme, in qualcosa di organico e complessivo formato da parti, e dalle
sue forme. L’insieme è dato da motivi causali, perché per Aristotele la filosofia si basa sulla ricerca
delle cause.
Aristotele dice semplicemente di trattare di grandi numeri, non di rapporti stretti (come per esempio
quello tra autore e lettore). La poetica si pone come un problema di massa, sia per l’epica che per la
tragedia, che per le altre forme poetiche.
Il “perché la poesia riesca bene” intende definire i canoni per il successo di massa di una certa
forma poetica. Aristotele fornisce degli esempi: se un poeta individualmente riesce a fare il suo
mestiere in maniera eccellente può anche non rispettare queste “regole” in quanto si preferisce fare
una poesia bene anziché in un “certo modo”.
E’ indispensabile anche un’analisi approfondita delle parti del testo poetico in quanto è impossibile
avere un disegno d’insieme senza la conoscenza delle caratteristiche e il rapporto tra le parti minori.
Si parte dai principi per il raggiungimento di un’analisi complessiva.
“l’epica, la poesia tragica, la commedia.. ..tutte imitazioni”: abbiamo l’epica (Omero), la poesia
tragica (Eschilo, Sofocle e Euripide, e tutti gli altri autori), la commedia ( Aristofane), la
composizione dei ditirambi (in onore a Dioniso), la citaristica (musica con la cetra), l’auletica
(musica con l’aulos). Queste sono in generale “tutte imitazioni” (CONCETTO CARDINE: anche se
in italiano è fuorviante come termine). Chiave complessiva di quello che secondo Aristotele è la
poetica. L’arte è un’imitazione del mondo fenomenico. Platone afferma che l’arte è un’imitazione di
secondo livello, un’imitazione di un’imitazione (del mondo fenomenico derivante dal mondo delle
idee detto iperuranio). Arte viene considerata da Platone in maniera negativa non solo perché
un’imitazione di secondo livello, ma anche perché suscita e alimenta passioni, ed è menzogna.
Vorrebbe passare per reale ma non lo è, si pone come una menzogna.
Imitazione, non significa semplicemente imitazione. Aristotele approfitta del significato ampio di
imitazione (in greco mìmesi, in latino mimèsi) per estrapolare invece un significato talvolta positivo.
Per imitare si intende produrre qualcosa di nuovo, prendendo a modello però qualcosa di già
esistente. Aristotele parte dall'analisi della realtà che cerca di spiegare, non vuole imporre le sue
idee senza motivi concreti. L’uomo non può avere nulla nel suo intelletto che prima non sia stato nei
suoi sensi. Ogni costruzione intellettuale si basa sulla realtà attraverso la mediazione dei sensi.
Ogni creazione è trasformazione della realtà → la materia si trasforma. L'ignoto per noi non esiste.
Anche la cosa più fantasiosa è frutto dell'assemblaggio di cose che si conoscono → mìmesi
(imitazione) → creazione, non riproduzione → non assume valenza negativa.
“per arte o per pratica”: attraverso uno studio artistico approfondito e con un determinato scopo,
oppure con una teoria molto più implicita che si raggiunge con il fare.
“la danza usa il ritmo senza melodia”: la danza non è assolutamente non musicata; si intende
piuttosto il fare danza basandosi sul ritmo del corpo, delle movenze.
DRAMMA: ciò che viene rappresentato (può essere sia TRAGEDIA che COMMEDIA).
In riferimento a “ l’auletica e la citaristica...”- Nella poetica si parla della musica, e anzi degli
effetti della musica, affrontando addirittura il problema fondamentale della poetica ovvero la catarsi
tragica. La musica ha degli effetti psicotropaici, può indurre all’entusiasmo, alla tensione, alla trans,
o avere un effetto lenitivo di carattere psicotico di una certa rilevanza sociale. Sarebbe come se si
potesse affrontare il problema della musica, non teoricamente su cos’è, bensì sugli effetti che questa
comporta nelle manifestazioni di massa. Un fatto diretto e sintetico che però non rientra nel
concetto di imitazione. A differenza delle altre forme (epica, poesia tragica ecc..considerate
completamente imitative) la musica, anche se in impieghi marginali, può non essere di imitazione
perché capace di interagire con l’uomo non attraverso i comuni canali imitativi ma agendo sulla
psicologia.
“la danza usa il ritmo senza melodia”: interpretazione sbagliata della parole è che quella che
afferma una danza senza musica. Si usa invece il ritmo senza che la melodia sia parte sostanziale
della danza. Se anche è un ingrediente ineliminabile, è ovvio che la danza non usa la melodia come
elemento fondante e costitutivo.
“imitano caratteri, casi e azioni”: si comprendono meglio gli ambiti e i limiti dell’imitazione. Non
può essere un’imitazione riproduttiva.
Pag. 63, “ci si può chiedere se è migliore l’imitazione epica..”: discussione importante che, a partire
da un evidente superiorità della tragedia per la sua forma drammatica rispetto all’epica (solo scritta)
affronta l’imitazione. La differenza fondamentale tra epica e tragedia è la diversa interpretazione in
terza o prima persona. Dal punto di vista del pubblico Aristotele dice che la tragedia potrebbe
semplificare un po’ troppo le narrazioni personificate dagli attori, innalzando il valore dell’epica.
“cattivi suonatori di flauto”: cattivi suonatori di flauto che anziché fare un’imitazione con il
linguaggio della musica, essendo inabili in questo, ricorrono a trascinare il corifeo Scilla. “che si
curvano come se dovessero imitare un disco”: imitazione dei musici che, suonando il flauto,
trasferiscono per incapacità il linguaggio musicale sul linguaggio corporeo e dell’imitazione.
(curavano: piegano, aggrovigliare). La musica come potrebbe imitare il disco? (intendendo il disco
del discobolo) Riproducendo i rumori fatti da un lanciatore? La risposta è insita nelle reazioni e
nelle emozioni che il lancio e il volo del disco suscitano in chi guarda. Lo stesso deve essere
considerato per le emozioni del lanciatore del disco. L’imitazione musicale dovrà quindi capire e
interpretare questi processi emozionali per renderli attraverso il suo linguaggio, e non riprodurli in
quanto rumori imitativi .
“Anche chi pubblica opere in versi.. ecc..” (fine della prima pagina): la prima prosa che conosciamo
è quella di carattere pratico (per esempio un inventario). Tutto è scritto in versi, anche i trattati
scientifici. La scrittura e l’arte della prosa è da considerarsi successiva. Chi scrive un trattato di
filosofia in versi è da considerarsi filosofo o poeta? Chi scrive un trattato di medicina in versi è un
medico o un poeta? Si può essere non poeti continuando a scrivere in versi. Come si distingue un
poeta allora da un normale studioso? L’unico discrimine è l’imitazione: il poeta compie imitazione,
lo studioso no. La poesia non si risolve sui termini dello strumento tecnico dell’ordine delle parole.
II CAPITOLO
Riassunto:
–
Aristotele indica cosa l'arte imiti, ossia persone che agiscono che possono essere nobili o ignobili.
Di conseguenza, alcuni autori rappresentano personaggi migliori di noi, è questo per esempio il caso
di Omero, alcuni autori rappresentano personaggi peggiori di noi, come Egemone di Taso, "che per
primo compose parodie", altri rappresentano personaggi simili a noi, come nel caso di Cleofonte.
"Secondo la stessa differenza la tragedia si distingue dalla commedia": la prima racconta di uomini
migliori di noi, la seconda di uomini peggiori di noi.
“Poiché chi imita, imita persone in azione.. ecc.” : nuova prospettiva per quanto riguarda
l’imitazione che viene apposta all’azione delle persone. L’oggetto naturale dell’imitazione è
l’attività umana, non per esempio la realtà fisica e naturale. Anche l’apprendimento dei bambini si
basa sull’imitazione che imparano per esempio a parlare imitando e apprendendo da coloro che gli
parlano in sua presenza. Questo avviene come la maggior parte degli stimoli infantili che esistono in
quanto generatori di piacere (assunzione di latte). Esattamente come tutti gli altri, l’imitazione
provoca piacere.
Non è in nessun modo quel tipo di imitazione tipica per esempio delle arti grafiche. La dimensione
è quindi necessariamente cronologica e il presuppone un “prima” e un “poi”; il fattore tempo è
quindi essenziale. Un’imitazione riproduttiva di carattere iconico di persone in azione
comporterebbe grosse difficoltà (soprattutto per quanto riguarda gli strumenti necessari, visto che
non esistevano telecamere al tempo di Aristotele). Imitazione poetica significa non registrazione
della realtà, ma semplicemente ricreazione di una realtà poetica partendo dalla base del modello del
reale. Chi vuole imitare deve fare un’analisi della realtà e, utilizzando i tasselli appresi, comporre
qualcosa di nuovo il cui risultato non corrisponda perfettamente al vero. E’ ovvio che la
riproduzione assoluta della realtà è impossibile; possiamo scomporre e ricomporre qualsiasi
cosa\avvenimento a nostro piacimento, ma non abbiamo la facoltà di creare dal niente. Tutto ciò che
facciamo, concepiamo e imitiamo, deriva da varie ricomposizioni dei tasselli facenti parte del reale
(anche in ambito fantascientifico). Si faccia l’esempio di un animale inesistente come il centauro
che cammina: questi è composto dalle componenti del concetto di uomo, cavallo e azione del
camminare.
Per quanto riguarda le distinzioni tra le “persone in azione” Aristotele compie la suddivisione dei
generi in tragedia, commedia e dramma satiresco. Nella tragedia si incarnano grandi personaggi
afferenti al mito e vicende derivanti da grandi avvenimenti storici: “persone cioè o migliori di noi o
peggiori di noi o come noi”: per noi si intende la normalità, la media; dando per scontato che questa
media non debordi né verso vizio né verso virtù.
“Polignoto... Dioniso simili”: chiaramente non siamo a un livello di imitazione completamente
riproduttiva; siamo a un livello di stile generale. Si intende dire che Polignoto aveva l’usualità di
rappresentare tutto in maniera molto alta, Dioniso in maniera normale o comunque consueta, mentre
Pausone coglieva gli aspetti più bassi, “anche nella danza nell’auletica e nella citaristica si
possono avere queste differenze”.
Un quadro di lettura moralistico di un tipo di morale che al tempo di Aristotele non c’era, che si
diffonde nelle classi colte con lo stoicismo, e che si affermerà con il cristianesimo comporta alcune
incomprensioni nella parte finale del capitolo secondo, per la vera motivazione implicita. Tutto
invece converge nella definizione di un asse preciso di differenziazione tra commedia e tragedia.
Sicuramente Aristotele aveva ben presente le differenze sostanziali tra commedia e tragedia e
sicuramente se ne ha trattato o se ne avesse trattato, la parte dedicata alla commedia sarebbe stata
equivalente alla tragedia per peso e per modo di affrontare i problemi.
Meccanismo e mondo della catarsi sono validi solo per la tragedia; sarà mai stata analizzata,
studiata e compresa anche la catarsi comica? Il concetto generale
-
Filologia classica - Appunti delle lezioni
-
FILOLOGIA CLASSICA
-
Filologia
-
Appunti di Filologia classica