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Lezione #0 - Aristotele, la poetica. Guido Paduano

Perché la poetica di Aristotele? Perché questo libro, dalla fine del ‘400 agli inizi del ‘500 diventa un testo

fondamentale per la cultura occidentale per l’interpretazione della poesia e si occupa come importazione e contenuto

di teatro. Si configura come testo imprescindibile per comprendere il teatro dal 500 al Romanticismo. L’altro motivo

riguarda più da vicino la “poetica” e la “retorica” che, basandosi su teorie della massa, risultano incredibilmente

attuali grazie al ritorno dei fenomeni delle grandi comunità (si faccia per esempio riferimento all’influenza mediatica

della televisione).

Biografia. Aristotele non è un cittadino ateniese, era macedone nella pratica, e suo padre era un medico piuttosto

famoso ( influente sul figlio per quanto riguarda la sua idea sulle scienze naturali). Nasce intorno al 383\4. Nel 367 va

ad Atene che, con la scuola di Platone, si affermava come centro del mondo per gli studi della filosofia. Nel

discepolato di Platone passano 20 anni e Aristotele si concentra nella scrittura di molte opere. La maggior parte dei

testi, scritti sotto forma di dialogo (secondo la dottrina platonica) sono stati perduti. Platone considerava Aristotele il

più intelligente e brillante tra i suoi discepoli. Aristotele era una persona che amava i libri, li leggeva e li raccoglieva

per formare progressivamente una biblioteca. Un’innovazione fondamentale per cui Aristotele è l’iniziatore della

modernità da questo punto di vista è che il progresso e la ricerca si fa sui libri. Aristotele considera una biblioteca

specializzata un elemento imprescindibile per lo svolgimento di studi. Platone esaltava la trasmissione orale del sapere

mentre Aristotele considerava il libro assolutamente essenziale. Dopo 20 anni muore Platone (346) e Aristotele

sperava di potergli succedere in quanto punto di diamante dell’accademia. Il successore fu invece il nipote di Platone,

figura assolutamente immeritevole di tale ruolo.

Aristotele si reca in Asia minore alla ricerca di un clima più tranquillo per uno straniero.

Nel 335 Aristotele fonda ad Atene la propria scuola (anche se durerà solo fino al 323). Mutate le condizioni politiche,

Atene diventa fortemente anti-macedone. Aristotele è sentito come una minaccia, fugge da Atene, e poco dopo muore

nel 322.

Le opere esterne alla scuola, dette essoteriche, erano destinate alla pubblicazione esterna e quindi ad un pubblico

piuttosto ampio. Quelle interne, dette esoteriche, avevano una funzione completamente diversa ed avevano uno scopo

didattico. Sono quindi i testi dei corsi che faceva a lezione, come degli appunti. L’unica differenza è che non erano

destinate ad un grande pubblico e si basavano su un’origine didattica. Alla morte di Neofrasto (?), successore ed

ereditiere del liceo di Aristotele, i libri della biblioteca di Aristotele vengono “regalati” all’ultimo suo discepolo

vivente Nero di Tespi (?). Dopo un secolo e mezzo di vicende avventurose, i libri della biblioteca personale di

Aristotele cadono nelle mani di Roma con la pubblicazione di gran parte di questi. Con questo ultimo passaggio nasce

l’aristotelismo. Le opere che conosciamo fanno tutte parte di questo blocco. Le altre si perdono nel tempo mentre

queste, facendo parte della sua biblioteca personale, si affermano in maniera indelebile nella storia. Una serie enorme

di commenti si susseguono nel tempo. Con al fine del 400 abbiamo al prima stampa delle opere di Aristotele. Dalle

origini alla fine del 400 la poetica è nota ma non commentata. Nella nuova visione umanistica del rinascimento, la

poetica si pone come testo fondamentale in assoluto come riferimento per la poesia.

Poetica significa, dal punto di vista linguistico, un aggettivo femminile che ha come sostantivo di riferimento l’arte

poetica. Per arte si intende un concetto vago che presume sia creatività che intelletto che manualità, alla stregua degli

attuali artigiani. L’idea dell’arte e della regola (complesso di nozioni necessarie per fare una cosa bene) è insito nel

concetto di arte aristotelica. La poetica si configura come l’arte del fare, del produrre. Aristotele si occupa della

poetica perché non ritiene che ci sia alcun aspetto della produzione dell’intelletto umano che non sia degna di studi

filosofici. Las domanda fondamentale che egli si pone è: “cosa è ?” Fondamentale è capire e individuare in cosa

consiste la realtà e quindi ogni cosa. Qualsiasi aspetto della realtà viene studiato e categorizzato sotto le direttive di

caratteristiche specifiche, cause ed effetti. Aristotele dà delle informazioni che indicano le caratteristiche della poesia

per fare in modo che questa risulti tale. Non sono quindi considerazioni a priori, ma a posteriori, secondo

un’interpretazione della realtà che passa attraverso la sensibilità dei sensi.

LEZIONE #1, 6 marzo 2012

Scritti eruditi: copioso numero di scritti aristotelici non pervenuti che riguardano vai ambiti di studio ma che non

rientrano sostanzialmente nella classificazione esoterico\essoterica. Questi libri potrebbero essere considerati una

raccolta di “preparazioni” (un lavoro propedeutico, parallelo) alla grande parte delle opere pervenute. I “problemi

omerici”, rispecchiando una cultura, una società e una lingua estremamente difficile per l’epoca di Aristotele, sono

quelle questioni che Aristotele solleva a proposito del testo omerico. Per “didascalie” invece si intende una raccolta,

un catalogo dei vincitori dell’agone con catalogazione annua.

Nella parte iniziale Aristotele svela la sua indole di volersi riferire ad un lettore che conosce la letteratura, chi legge

conosce a priori le basi e le definizioni di teatro, di epica, di poesia tragica, di commedia ecc. La poetica è data

sostanzialmente per scontata nella sua base, vuole semplicemente darne una lettura filosofica e per far questo si

vedono subito i meccanismi, La poetica consiste di un insieme, in qualcosa di organico e complessivo formato da parti

(predisposizione consueta di Aristotele), e delle sue forme. L’insieme è dato da motivi causali, perché per Aristotele la

filosofia si basa sulla ricerca delle cause. La causa efficiente è solo una delle virei cause; per Aristotele esiste anche

un’altra causa, quella finale, cioè lo scopo. Aristotele dice semplicemente di trattare di grandi numeri, non di rapporti

stretti (come per esempio quello tra autore e lettore). La poetica si pone come un problema di massa, sia per l’epica

che per la tragedia, che per le altre forme poetiche.

Il “perché la poesia riesca bene” intende definire i canoni per il successo di massa di una certa forma poetica.

Aristotele fornisce degli esempi: se un poeta individualmente riesce a fare il suo mestiere in maniera eccellente può

anche non rispettare queste “regole” in quanto si preferisce fare una poesia bene anziché in un “certo modo”. E’

indispensabile anche un’analisi approfondita delle parti del testo poetico in quanto è impossibile avere un disegno

d’insieme senza la conoscenza delle caratteristiche e il rapporto tra le parti minori. Si parte dai principi per il

raggiungimento di un’analisi complessiva. Si sottolinea vigorosamente che la poetica è un fenomeno culturale uguale

a tutti gli altri fenomeni culturali.

Si capisce che, leggendo il testo, si parte da un micro contesto esplicato dalle parole che collega una serie gerarchica

di contesti concentrici che vanno allargandosi (e si riferiscono anche a concetti considerati scontati) e che sono capaci

di fornire una precisa descrizione.

“l’epica, la poesia tragica, la commedia.. ..tutte imitazioni”: si parla di principi e di fenomeni afferenti alla poetica.

Quindi abbiamo l’epica (e quindi Omero), la poesia tragica (Eschilo, Sofocle e Euripide, e tutti gli altri autori), la

commedia ( Aristofane), la composizione dei ditirambi (in onore a Dioniso), la citaristica (musica con la cetra),

l’auletica (musica con l’aulos). Queste sono in generale “tutte imitazioni”: chiave complessiva di quello che secondo

Aristotele è la poetica. L’arte è un’imitazione del mondo fenomenico (derivazione dall’impostazione platonica

dell’iperuranio). Platone afferma che l’arte è un’imitazione di secondo livello, un’imitazione di un’imitazione (del

mondo fenomenico derivante dal mondo delle idee detto iperuranio). Arte viene considerata da Platone in maniera

negativa non solo perché un’imitazione di secondo livello, ma anche perché suscita e alimenta passioni, ed è

menzogna. Vorrebbe passare per reale ma non lo è, si pone come una menzogna.

Aristotele approfitta del significato ampio di imitazione (in greco mimèsi) per estrapolare invece un significato

talvolta positivo. Per imitare si intende produrre qualcosa di nuovo, prendendo a modello però qualcosa di già

esistente. Prevale la sottolineatura della produzione di qualcosa di nuovo. Da sempre la “sensazione” è un elemento

fondamentale a imprescindibile della conoscenza. L’uomo non può avere nulla nel suo intelletto che prima non sia

stato nei suoi sensi. Ogni costruzione intellettuale si basa sulla realtà attraverso la mediazione dei sensi. Questi

elementi fondamentali hanno la particolarità di non essere fissati. Non siamo capaci di fissare per esempio immagini o

suoni e questi sono talmente effimeri da poter essere immagazzinati solo dalla memoria.

In misura minore una rappresentazione drammatica può costituire una sorta di pre-registrazione. E di conseguenza

imitazione significa un’altra cosa: una corrispondenza con la realtà, la corrispondenza fisica. La nozione di imitazione:

prendere un modello di qualcosa di nuovo (poesia), o fissare l’effimero per rappresentazione, conservazione e

fruibilità del reale. La discrepanza che insiste tra questi due concetti complica terribilmente le cose.

“per arte o per pratica”: attraverso uno studio artistico approfondito e con un determinato scopo, oppure con una

teoria molto più implicita che si raggiunge con il fare.

“e altri con la voce”: quanto di più vicino c’è alla rappresentazione fenomenica che implica l’utilizzo della voce è

l’imitazione!

“la danza usa il ritmo senza melodia”: la danza non è assolutamente non musicata; si intende piuttosto il fare danza

basandosi sul ritmo del corpo, delle movenze.

LEZIONE #2, 7 marzo 2012

- in riferimento a “ l’auletica e la citaristica…”- Nella “politica” si parla della musica, e anzi degli effetti della musica

affrontando addirittura il problema fondamentale della “poetica” ovvero la catarsi tragica. La musica ha degli effetti

psicotropaici, può indurre all’entusiasmo, alla tensione, alla trans, o avere un effetto lenitivo di carattere psicotico di

una certa rilevanza sociale. Sarebbe come se si potesse affrontare il problema della musica, non teoricamente su cos’è,

bensì sugli effetti che questa comporta nelle manifestazioni di massa. Un fatto diretto e sintetico che però non rientra

nel concetto di imitazione. A differenza delle altre forme (epica, poesia tragica ecc..considerate completamente

imitative) la musica, anche se in impieghi marginali, può non essere di imitazione perché capace di interagire con

l’uomo non attraverso i comuni canali imitativi ma agendo sulla psicologia.

“la danza usa il ritmo senza melodia”: interpretazione sbagliata della parole è che quella che afferma una danza senza

musica. Si usa invece il ritmo senza che la melodia sia parte sostanziale della danza. Se anche è un ingrediente

ineliminabile, è ovvio che la danza non usa la melodia come elemento fondante e costitutivo.

“imitano caratteri, casi e azioni”: si comprendono meglio gli ambiti e i limiti dell’imitazione. Non può essere

un’imitazione riproduttiva. La danza non è un’imitazione equivalente a quella iconica, per esempio; si parla nel caso

della danza, di un’imitazione che parte dal modello dell’esistenze per la creazione di qualcosa di nuovo. Si presuppone

una semantica della musica, con un significante ma anche con un significato (concetto non sempre scontato).

Pag. 63, “ci si può chiedere se è migliore l’imitazione epica..”: discussione importante che, a partire da un evidente

superiorità della tragedia per la sua forma drammatica rispetto all’epica (solo scritta) affronta l’imitazione. La

differenza fondamentale tra epica e tragedia è la diversa interpretazione in terza o prima persona. Dal punto di vista

del pubblico Aristotele dice che la tragedia potrebbe semplificare un po’ troppo le narrazioni personificate dagli attori,

innalzando il valore dell’epica.

“cattivi suonatori di flauto”: cattivi suonatori di flauto che anziché fare un’imitazione con il linguaggio della musica,

essendo inabili in questo, ricorrono a trascinare il corifeo Scilla.

“che si curvano come se dovessero imitare un disco”: imitazione dei musici che, suonando il flauto, trasferiscono per

incapacità il linguaggio musicale sul linguaggio corporeo e dell’imitazione. (curavano: piegano, aggrovigliare). La

musica come potrebbe imitare il disco? (intendendo il disco del discobolo)Riproducendo i rumori fa

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Scienze antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche L-FIL-LET/05 Filologia classica

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher balconi di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Filologia classica e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Firenze o del prof Montanari Elio.
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