Eugene Viollet-le-Duc (1814-1879), John Ruskin (1819-1900) e il restauro architettonico
Edifici da inventare, edifici da lasciar morire
È da quando Leon Battista Alberti concluse il decimo libro del “De Re Aedificatoria” che si scrive di restauro e alla teoria albertiana, inoltre, nel Cinquecento si aggiunse anche la casistica del Settimo Libro di Sebastiano Serio. Da allora gli architetti si sono sempre interrogati sulla natura e sui metodi di intervento. È l’Ottocento, però, il secolo sulle riflessioni sulle quali si fondano le moderne teorie del restauro. Quelle, peraltro, vedono i due principali protagonisti su posizioni contrapposte che vanno dall’interventismo (anche pesante) alla visione malinconica della fine irreparabile.
Eugene Viollet-le-Duc (1814-1879)
Mentre nel 1789 la Rivoluzione eccitava e infiammava gli animi dei francesi, fiamme vere divoravano molte costruzioni monumentali di Francia, quelle sentite come particolarmente odiose in quanto identificate con la vecchia classe dirigente. Si trattava dell’ultimo colpo inferto dagli uomini a edifici anche particolarmente significativi e questo andava a sommarsi all’incuria e ai danni del tempo. Subito dopo la Rivoluzione si iniziò a restaurarne alcuni. Un decreto della “Convenzione Nazionale”, del 1794, proclamò anche il principio della conservazione dei monumenti.
Ma fu solo con Viollet-le-Duc che, attorno agli anni ’30 dell’Ottocento, cominciò ad affermarsi una nuova concezione del restauro, quello, così detto, “in stile” o “stilistico”. Sui monumenti architettonici si doveva intervenire in modo mimetico. Il nuovo, cioè, sia che si trattasse di sostituzioni di parti danneggiate, sia che riguardasse una parziale ricostruzione, non si doveva distinguere dall’esistente.
Nel suo trattato, Viollet-le-Duc scrive che “restaurare un edificio non è conservarlo, ripararlo o rifarlo, è ripristinarlo in uno stato di completezza, che può non essere mai esistito in un dato tempo”. Se ne deduce che il progettista dell’intervento di restauro deve avere in mente un modello ideale, forse mai realizzato, e anche mai esistito, che però riassuma in sé tutti i caratteri che per un certo tipo di edificio è dato di riscontrare negli esempi migliori.
Se il modello può non essere mai esistito, allora, ecco che è possibile anche il completamento di un edificio non ultimato o la ricostruzione totale di uno distrutto di cui non sia noto neanche lo stato originario. In tal caso, il restauratore, non tiene conto del tempo passato e cerca piuttosto di ricreare un rapporto di continuità con le intenzioni dell’antico.
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