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Lo scenario

Il "Cilento antico"

Il Cilento di oggi rappresenta un'area assai più ampia, che arriva dalla foce del Sele, in prossimità dell'area archeologica di Paestum, fino ai confini della Basilicata, e costituisce una parte considerevole della provincia di Salerno. Attualmente il toponimo è stato affiancato a un altro per denominare un nuovo organismo: il Parco nazionale del Cilento e Vallo di Diano – patrimonio dell'umanità. Nell'ambito del Cilento geografico, il Cilento "antico" rappresenta un territorio assai più ristretto. Si tratta del territorio disposto sui crinali del Monte Stella.

Alcuni studiosi preferiscono la denominazione "Cilento storico" ('cis Alentum' = di qua della sponda destra del fiume Alento), con cui intendono mettere in luce soprattutto alcuni tratti di continuità e omogeneità storico-culturale che questa ristretta area mostra. I presupposti di tale identità possono essere ricondotti a diversi tratti specifici. La sommità del Monte Stella si ritiene sia stata sede di un insediamento con funzione di capoluogo fortificato, transitato per tutte le vicende del mondo antico e dell'alto medioevo.

Nei primi decenni nel XI sec compare l'indicazione 'actus Cilenti', unità amministrativa che assume il nome dal coronimo locale 'Mons Cilenti'; l'actus cadde poi nelle mani dei nuovi gruppi dominanti normanni, con la fine del principato longobardo di Salerno. In seguito rimase nell'uso il solo coronimo 'Cilento' a definire il territorio.

Successivamente, i destini della micro-regione si sovrappongono alle vicende politiche della grande feudalità locale. A tal proposito si cita l'approssimativa coincidenza del ristretto territorio del Cilento storico con l'antica Baronìa del Cilento – configurazione territoriale che appartenne per 500 anni alla grande famiglia dei principi Sanseverino; ne sarebbe derivata una lunga stabilità culturale e amministrativa che aveva nel castello di Rocca il centro di governo.

Prima, durante e dopo questi eventi, è stata pure assai importante l'azione promossa da religiosi di provenienza diversa: monaci di origine greca impegnati nella preghiera e nell'introduzione di nuove tecniche di irrigazione e agricoltura; opera di dissodamento e messa a coltura realizzata dai benedettini (XI-XII sec); presenza di insediamenti francescani nel '4-500.

Nel 1552 il territorio della Baronìa venne definitivamente smembrato e l'ultimo Sanseverino di Napoli fu costretto all'esilio. I frequenti passaggi di proprietà presso nuovi feudatari e l'indifferenza delle nuove élite locali lasciarono non poco disorientamento nella vecchia classe feudale e nelle popolazioni rurali.

Alcune eredità dell'azione benedettina e del potere baronale sono riconoscibili tuttora, soprattutto nei criteri di insediamento umano, con numerosi e piccoli casali e paesi: ne è derivato un assetto policentrico. Ancora forte e immutata nel tempo è la connotazione rurale che lo stesso territorio conserva; altrettanto si può dire per alcune specificità linguistiche che distinguono l'area del Cilento "storico" dai territori circostanti.

Dal '400, è ricordata la cappella di S. Maria della Stella, localizzata proprio sulla cima della montagna; il pianoro antistante la cappella ha ospitato per lungo tempo 2 grandi fiere annuali, e la piccola chiesa è stata meta di pellegrinaggi assai frequentati. "La Stella" (così chiamano la montagna), fin dal mondo antico ha rappresentato un irrinunciabile punto di orientamento per i naviganti, nelle rotte mediterranee che puntavano verso la penisola italiana.

Essa conserva numerosi segni di culti remoti; ha accolto tipi diversi e numerosi di gruppi umani. Tuttora la montagna ingombra e impegna in maniera determinante l'orizzonte visivo dei cilentani e di coloro che frequentano questo luogo, e riesce ad esercitare una forte attrazione verso chi sia disposto ad osservarla con cura. Si tratta insomma di un territorio che propone suggestioni fortissime. Con la determinazione "Cilento antico" si intende così indicare un'area che mostra ancora nel presente fortissimi tratti peculiari, costruiti nel passato e inscritti nell'ambiente, tramandati ancora visibili alla fruizione di coloro che ci vivono e vi arrivano, che ne parlano e ne scrivono.

Una prospettiva interessante

Una prospettiva interessante che emerge in molte delle ricerche realizzate in passato consiste nell'individuazione di certi tempi lunghi di conservazione e trascinamento di dinamiche culturali locali: si tende a sottolineare come vicende, esperienze, percezioni e pratiche sociali emerse e maturate in un passato lontano, si siano conservate a lungo e possano essere rilevate anche nel presente.

Il mito dell'unità culturale sussiste tuttora ed è ampiamente sostenuto e alimentato da non poche pratiche in atto. L'impegno degli operatori della cultura si affianca a quello dei professionisti della programmazione e realizzazione di politiche territoriali, soprattutto in relazione all'individuazione di risorse, misure e programmi da destinare a interventi diretti. Tutto ciò si sovrappone poi ai modi più antichi della sensibilità e delle percezioni vissute e sperimentate dai residenti.

Le confraternite

Nell'indagine intorno ai modi di canto e alle pratiche devozionali delle confraternite cilentane ho avuto modo di individuare numerose tracce di questa "riscoperta" e penetrazione diffusa di memorie e simboli del passato. Presso la chiesa della Madonna del Carmine viene predisposto ogni Venerdì Santo una sorta di registro delle visite, preceduto da un breve testo dattiloscritto intitolato "Le Confraternite" dove si legge: "Queste Associazioni trovavano il loro principale momento comunitario nel pellegrinaggio ai "sepolcri" il giovedì o venerdì santo, con adorazione e riflessione sulla Passione di Cristo. [...] Lo scenario naturale di questa tradizione religiosa è rappresentato dai Casali dell'antica Baronìa del Cilento e a quell'epoca risale la nascita delle prime Confraternite".

Questo testo rappresenta la principale valenza simbolica che anima le pratiche confraternali del Cilento antico e l'attitudine emotiva in esse dominante: la percezione della morte e la rappresentazione del lutto. Le testimonianze più remote delle vicende confraternali nella penisola italiana sono riconducibili ai movimenti a forte vocazione penitenziale emersi nel corso del medioevo, e nelle trasformazioni occorse all'inizio dell'età moderna. Numerose fondazioni di confraternite sembrano risalire al '500, soprattutto nella dedica al Rosario, con una certa espansione dopo la battaglia di Lepanto: l'associazione tra questi due eventi si deve al fatto che la vittoria dell'armata cristiana si ebbe "proprio nel giorno in cui le confraternite del Rosario avevano recitato speciali preghiere".

In area cilentana, le confraternite risultano essere state composte quasi esclusivamente da laici. Nel lessico locale sono chiamate "congreghe". I più antichi sodalizi sono riconducibili agli ultimi decenni del '500; si tratta di sodalizi che hanno avuto un rilievo notevole non solo nell'area circoscritta oggetto della nostra riflessione, ma, più in generale, nella storia sociale e culturale italiana. Le funzioni esercitate in passato da tali organismi erano soprattutto di tipo assistenziale e devozionale. Tuttavia, l'attività assistenziale di questi organismi è declinata progressivamente. Nel regno di Napoli un'innovazione nella normativa si ebbe a cominciare dalla tassazione dei beni ecclesiastici varata col Concordato del 1741. Furono poi introdotte specifiche leggi di ammortizzazione nel 1769, che vietavano ai luoghi di fare acquisti. Pochi anni dopo, la stessa esistenza delle confraternite fu subordinata all'ottenimento del Regio assenso, dal 1777. Assai incisivi furono gli interventi legislativi promossi durante la fiammata rivoluzionaria e napoleonica tra '7-800. Con la ricostituzione degli assetti pre-rivoluzionari, l'azione delle confraternite cilentane non è sempre riuscita a recuperare l'antico vigore. L'attività assistenziale è cessata quasi totalmente. Ciò non ha impedito l'istituzione di nuovi organismi, nell'800 e nei primi del '900. Da allora sopravvivono prevalentemente le attività devozionali e religiose.

Per lungo tempo le confraternite cilentane hanno conservato l'abitudine di allestire le esequie per i confratelli scomparsi, conducendo i defunti verso la sepoltura e mobilitando tutti i modi cerimoniali tipici; attualmente questo fenomeno si è indebolito. Nel corso degli anni '20 e '30 del '900 le confraternite cilentane hanno subìto una forte azione di contrasto da parte dei vescovi di Vallo della Lucania, determinati a "spegnere" alcuni comportamenti ritenuti devianti e centrifughi rispetto ai fondamenti dottrinali e ai procedimenti devozionali ortodossi.

Nello stesso tempo hanno dovuto uniformarsi alle norme giuridiche che lo stato totalitario imponeva nell'assetto del regime concordatario, e adeguarsi al diffondersi di nuove forme di associazionismo laicale favorite dalla Santa Sede. Il dopoguerra ha visto una consistente ripresa di attività confraternali. Le confraternite cilentane conservano ancora una forte consapevolezza delle proprie consuetudini. Negli ultimi decenni si registra una certa ripresa, concentrata soprattutto nelle operazioni penitenziali della Settimana Santa: l'azione principale consiste in una sorta di pellegrinaggio che mette in movimento reciproco tutti i sodalizi attivi, estendendosi a coprire e marcare l'intera area del Monte Stella - "piccolo rito penitenziale cilentano".

Il rito

Le espressioni peculiari delle confraternite cilentane possono essere individuate prevalentemente nel campo delle manifestazioni religiose di carattere para-liturgico. La maggior parte delle info può essere reperita nell'osservazione etnografica e nelle testimonianze della tradizione orale.

Le "vie dei canti"

L'azione devozionale più solenne nell'area del Cilento antico sembra essere una sorta di peregrinatio che tutte le confraternite compiono per visitare i "sepolcri" allestiti nelle diverse chiese e cappelle dell'area, nella giornata del venerdì santo. Nel suo pellegrinaggio ogni confraternita cilentana parte dal casale o paese di residenza, attraversa il territorio del Cilento antico e tocca numerose chiese di paesi e casali diverso.

All'interno di ognuna delle chiese, la confraternita "in viaggio" esegue un percorso devozionale definito. La "visita" consiste in un tragitto condotto in circolo all'interno di ogni chiesa, spezzato da numerose soste; durante le fermate i confratelli cantano musiche diverse e con assetto multiforme: monodiche, polifoniche, in solo, in alternanza responsoriale e in gruppo.

Ogni confraternita progetta un suo autonomo itinerario che risulta nuovo ogni anno. Il "viaggio" devozionale comporta un esplicito obbligo di reciprocità: la confraternita la cui chiesa sia visitata da altri sodalizi, ha l'obbligo di ricambiare la visita. Il pellegrinaggio mette perciò in relazione polivoca tutti i sodalizi attivi e costituisce quindi lo scenario in cui collocare simbolicamente la conferma, o denuncia, di legami e relazioni precedenti.

L'itinerario di visita assume l'aspetto di una sorta di grande 'circum-ambulazione', condotta simultaneamente da gruppi diversi ma interdipendenti, lungo le pendici del Monte Stella. Questi itinerari sembrano marcare lo spazio, nel senso di fissare la memoria e l'identità di una comunità che possiede comuni radici, ma non dispone di un centro forte verso cui convergere.

Il percorso di circum-ambulazione è realizzato in autobus, ma in passato era effettuato a piedi. L'incontro fra confraternite diverse si realizza in prossimità delle chiese, e in questa occasione avviene il 'bacio delle croci'. Alla fine dell'itinerario ogni confraternita conclude la sua devozione nella chiesa di appartenenza, dove attende la popolazione; i confratelli cercano di cantare al meglio per ricambiare.

I percorsi di visita

Il piccolo rito cilentano delle peregrinatio circum-ambulante non è occasionale o accidentale, ma risponde a significati e valenze profonde, radicate nella storia culturale del Cilento antico. Il numero delle visite varia da 6 a 9. Alcuni gruppi confraternali integrano o concludono il pellegrinaggio partecipando ad altre funzioni nel proprio paese. Gli itinerari manifestano una prevalente dislocazione su due orientamenti distinti, uno rivolto verso la marina, e un altro che interessa più profondamente il versante interno del Monte Stella.

Lo spazio del rito

Nell'azione confraternale lo spazio del rito è nettamente separato in due regioni:

  • L'ambiente esterno, ossia l'intero territorio del Cilento antico, che le confraternite attraversano e impegnano. In prossimità dell'arrivo in chiesa, l'azione rituale tende ad addensarsi e concentrarsi: i confratelli abbandonano il bus a qualche centinaio di metri di distanza, si ricompongono, disponendosi su file affiancate con in testa il crocifero e il labaro del sodalizio, e procedono a piedi; quindi, si arrestano nei pressi della chiesa e aspettano il proprio turno di entrata; all'uscita dalla chiesa i confratelli salutano eventuali conoscenti, si ristorano presso dei banchetti e si rimettono in viaggio.
  • L'ambiente interno, ossia la chiesa oggetto della visita; i confratelli entrano, disposti nello stesso modo, e si accingono a realizzare il circuito devozionale interno: si dividono in gruppi diversi, impegnati nel canto polifonico, in turni successivi; alcuni confratelli eseguono le parti monodiche del rito di fronte ai confratelli inginocchiati, guidati da un colpo di bastone che il priore batte sul pavimento; verso la conclusione del circuito interno tutti i confratelli si inginocchiano davanti al sepolcro, a coppie e a turno, ed eseguono una breve azione penitenziale che consiste in una leggera percussione delle spalle con le "discipline"; a questa si aggiunge un'altra piccola funzione, il "bacio della croce". Dopo ciò, i confratelli concludono l'azione interna ed escono dalla chiesa.

Le valenze simboliche connesse alle due regioni spaziali del rito appaiono distinte: il "viaggio" confraternale è l'occasione per il consolidamento del gruppo di appartenenza, il confronto con altri sodalizi, il negoziato con i vicini, la rappresentazione del senso di sentirsi parte di una comunità più estesa che non il proprio casale di residenza, il recupero di memorie antiche; il circuito interno è l'occasione per la celebrazione della morte di Cristo e del lutto, l'espressione del pianto e la manifestazione del dolore, attraverso il canto e gli altri gesti penitenziali.

Le azioni di entrare e uscire richiedono specifiche espressioni cantate e la soglia di ingresso alla chiesa viene percepita come zona liminale; all'ingresso "Varco le soglie e vedo / un Dio dal sacro stelo / la croce tua novella / dove Gesù morì / Ohimè che orror nel tempio / sol vedo lutto e pianto / un lamentevole canto / il cuore mi ferì"; all'uscita "Addio addio per sempre / Madre ti lascio addio / ricorda l'amor mio / non ti scordar di me / Dal tuo sacrato avello / parto o mio Redentore / ma non ne parte il cuore / che a te lo lascerò". Il verso iniziale di ingresso indica nettamente la percezione del limite, e la determinazione di oltrepassarlo introduce a una sofferta teofania, che impone comportamenti affatto diversi: l'ingresso in chiesa implica l'immersione repentina in un ambiente oscuro e l'assunzione di un'attitudine di mestizia e dolore; l'uscita all'esterno, alla luce, definisce la consegna della precedente condizione emotiva all'interno della chiesa.

Nell'opuscolo si indica come "S.S. Sacramento" ciò che altrimenti è stato chiamato "Santo Sepolcro". Quest'ultimo non è per nulla tale, sul piano teologico: non è affatto una tomba, ma rappresenta una sorta di tabernacolo in cui si conservano le ostie consacrate il giovedì santo – questa azione rituale non ha nulla a che vedere con la morte, il lutto e il dolore, ma rappresenta il presupposto del progetto salvifico cristiano. Pur corretta nella enunciazione dei principi dottrinali, l'azione devozionale dei confratelli se ne discosta drasticamente. Spostando la nostra attenzione sui modi concreti dell'azione devozionale e del canto, non si può essere sicuri che i confratelli pensino con attenzione a sensi e immagini presenti nei versi: i confratelli cantano con passione, si coordinano nella combinazione polifonica e, nell'atto di cantare, non si curano troppo delle parole. La qualità della devozione cilentana non deriva tanto dai testi, ma dall'impegno personale, diretto e gratuito di coloro che vi partecipano. D'altra parte, se è vero che la pulsione e l'eccitazione del canto polifonico sono fattori preminenti nell'azione performativa non si può ignorare che gli stessi confratelli trasportano nei loro versi proprio quei segni, sensi e immagini di morte, pianto e lutto, pubblicati negli opuscoli.

In tutti i riti penitenziali e nella Quaresima si possono rilevare numerosi altri segni che testimoniano di una permanente prossimità all'esperienza della morte. Gli allestimenti dei "sepolcri" comprendono, tra gli addobbi floreali, numerose piccole piantine di cereali, lasciate crescere al buio; esposte sugli altari negli ultimi giorni di Quaresima, appaiono pallide e rappresentano questa connotazione funebre. "Anche a livello privato è segnalato lo stato di morte per mezzo di una serie di interdizioni. La casa e il corpo sono investiti dello stato di morte e partecipano all'evento".

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Scienze antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche L-ART/08 Etnomusicologia

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher francesca.serani di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Etnomusicologia e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Firenze o del prof Agamennone Maurizio.
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