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Da Per iscritto. Antropologia delle scritture quotidiane
A cura di Daniel Fabre. Lecce, Argo, 1998
Patrick Williams
La scrittura fra l'orale e lo scritto
Sei scene di vita rom in Francia
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Un'inchiesta etnografica sulle "pratiche della scrittura" fra i Rom in Francia ci insegna che è
indispensabile andare al di là dell'opposizione meccanica "orale vs scritto" e della sua
sovrapposizione a quella "Rom vs non-Rom".
Certo i due modi d'espressione si oppongono, ma innanzitutto coesistono: possono
entrare in concorrenza, o trovarsi in situazione di complementarità. Il rapporto che
intrattengono non è univoco, e a volte è di una singolare sottigliezza. Per dimostrarlo, ho
scelto di soffermarmi su situazioni in cui non è facile tracciare una linea di demarcazione fra
lo scritto e l'orale: i Rom, si sa, hanno la reputazione di fare delle frontiere un luogo di
soggiorno privilegiato.
In queste riflessioni, considero i termini "orale" e "scritto" nel loro senso primario.
"Orale": ciò che passa attraverso la voce. "Scritto": ciò che è inscritto su un supporto -il più
delle volte la carta-, ciò che deve essere letto. Prendo in considerazione anche ciò che più
generalmente si associa all' "oralità" e alla "scrittura". Cioè, per quanto riguarda l'oralità: la
presenza fisica, il rapporto col momento presente, la ripetizione, che implica sempre più o
meno la modificazione, la variabilità e gli aggiustamenti individuali, ecc. Per la scrittura: la
rappresentazione di un tempo lineare e l'istituzione di un riferimento al di fuori del tempo, la
conservazione, la possibilità di delega, e così via.
Gaçounet detta
(Creuse, Puy-de-Dôme, anni '60)
"Ora faccio una lettera a mio cugino". Con questa formula Garçounet intendeva dire che
dovevo prendere la penna e la carta da lettere che tenevo nella tasca laterale della mia
macchina quando soggiornavo da lui. Ci sistemavamo quindi in mezzo alle roulottes, subito
raggiunti da sua moglie, dai figli e dagli altri membri dell'accampamento attirati dalla
redazione della lettera. "Garçounet fa una lettera per suo cognato". Seduto su una sedia,
1 "Una comunità senza scrittura nel mondo dello scritto. Le pratiche dello scritto presso i Rom in
Francia" è il titolo del progetto di ricerca che ho presentato alla Missione du Patrimoine Ethnologique
nell'ambito dl progetto di ricerca "Scritture quotidiane". 2
scrivevo sulle ginocchia; Garçounet aveva una preferenza per la carta da lettere di piccolo
formato, a righe.
"Mio caro cugino, ti dirò che... Ti dirò che... Ti dirò anche che ... Ora ti dirò che... "
Garçounet si aspetta che io scriva esattamente le frasi che lui pronuncia. Tutti intorno a lui
hanno qualcosa da dire al destinatario o vogliono salutarlo, e lui si fa loro rispettoso
interprete: "Tua nipote la Poupée ti saluta...", "Tua sorella la Vejs vorrà (sic) sapere...", "Ti
dirò che mio nipote Tchirklo è con me...". Ogni volta, Garçounet traduce il messaggio che gli
altri vogliono far pervenire, e fa attenzione a precisare il legame di parentela che li unisce al
destinatario. Dico "tradurre" perché in effetti il suo linguaggio non è quello che usa
quotidianamente. Innanzitutto si esprime in francese, e non in manus. Contrariamente alle sue
abitudini e a quelle di tutti i membri del suo gruppo, il francese che usa non è frammisto a
parole manus. Compone frasi brevi, ma compiute. C'è una proposizione per ogni frase, che
apporta un'informazione ("Ti dirò che siamo a Mérinchal") o che riporta una formula
convenzionale ("Spero che questa lettera ti trovi in buona salute"). Garçounet detta: formula
cioè alla lettera le frasi che vuol vedere raffigurate sul foglio.
Non facevamo mai la brutta copia. Alla fine, quando nessuno aveva più niente da dire,
mi chiedeva di leggere il testo ad alta voce. Era raro che aggiungesse qualcosa, a parte
l'indirizzo a cui spedire la risposta ("Mi risponderai in fermoposta a Chambon") e a questo
punto mi dettava la firma ("Tuo cugino Garçounet", "Tuo cognato Garçounet"...). Non siglava
la lettera.
Garçounet si aspetta dallo scrivano che trascriva, e non che sistemi, chiarisca,
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corregga o completi. E' inutile, perché lui, Garçounet, parla già "scritto".
Così, fra il 1967 e il 1970, ho scritto molte lettere per Garçounet e per gli altri membri
della sua famiglia, tutti analfabeti. Mi ero accorto però che non ero il loro scrivano preferito,
e forse ne ero rimasto un po' deluso. Preferivano ricorrere alla signora Ruziel, una vedova
sulla cinquantina proprietaria di un piccolo bar di un paese della Creuse. Oggi mi rendo conto
che tendevo troppo ad immischiarmi nei conciliaboli della compagnia; la signora Ruziel si
accontentava invece di annotare scrupolosamente ciò che gli dettava il firmatario della
missiva. La sola competenza che interessava questi Manus in una persona alfabeta era la
scrittura intesa come strumento.
Quando formula con estrema precisione il suo messaggio, e non autorizza alcuno
scarto da parte dallo scrivano, Garçounet è spinto dalla preoccupazione di preservare
2 Nella lettera che Garçounet mi invia il 30 dicembre 1972, e che è qui riprodotta in illustrazione, la
formula "quanto a noi", che colui o colei che tiene la penna quel giorno scrive "quanta noi", è
caratteristica di questo parlare "scritto". Mai, nella conversazione corrente, Garçounet direbbe
"Quanto a noi, la salute è buona". Si tratta qui di una tipica formula per le lettere. 3
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l'integrità della sua parola. Il fatto che in questo caso questa parola sia scritta sembra a priori
non poter compromettere quest'integrità. Ma tutto ciò non è privo di conseguenze. Lo "stile"
delle frasi dettate da Garçounet non è quello che caratterizza il suo discorso negli scambi
orali. Quello dettato è più sobrio e convenzionale, più povero: non si tratta solo del
vocabolario estremamente ridotto e della monotonia nella costruzione delle frasi; mancano la
mimica e i gesti, gli "a parte", le interiezioni, le risate e i moti di collera, mancano i nomi
degli interlocutori, che i Manus non cessano mai di ripetere quale che sia il tono della
conversazione... manca la voce. Del resto, le lettere che Garçounet "scriveva", quelle inviate
da sua moglie e da altri parenti, e quelle che ricevevano, si somigliavano tutte. Si
conformavano ad uno stesso modello; i "ti dirò che" all'inizio delle frasi (la formula svolge in
fin dei conti una funzione di interpunzione), la citazione protocollare dei legami di parentela
("Tuo nipote il Tarzan", "Tua nipote la Fajgué"), l'ordine dei paragrafi e gli argomenti
affrontati (la salute degli uni e degli altri, l'elenco degli incontri recenti o dei compagni di
accampamento) le formule precostituite ("Spero che la mia lettera vi trovi in buona salute", "
Mi darai risposta..."). Un'identità collettiva si sostituiva alla singolarità individuale, che è
legata invece alla voce. E come la calligrafia accurata, così anche l'ortografia corretta
smascheravano una persona come la signora Ruziel, che aveva frequentato la scuola della
Repubblica e ne portava ancora il segno; il dettato non arrivava a garantire l'integrità. C'era
del "gadjo", del non-rom, nella scrittura di Garçounet.
A partire dagli anni '70-'80 sono i bambini manus, che ormai frequentano la scuola più
regolarmente, a scrivere le lettere spedite dai loro genitori. Ma a questo punto sono gli errori
e le goffaggini ad ostacolare la parola manus, a rivelare per difetto, se così si può dire, la
presenza non rom nella cosa scritta.
Queste lettere di Garçounet, dei suoi fratelli e dei suoi cugini: si tratta di scritto, si
tratta di orale?
Abbiamo detto che Garçounet parla "scritto": fa passare cioè lo scritto (l'idea che lui
ha dello scritto) nell'orale (dal momento che detta) per inviare un messaggio scritto (una
lettera) che non smette di proclamare il suo carattere orale ("ti dirò che..."). Garçounet sa che
ognuno di questi modi d'espressione ha delle caratteristiche proprie, ma sa anche che è
possibile, grazie ad un lavoro sulla lingua, non solo passare dall'uno all'altro, ma anche
trasferire i caratteri dell'uno nell'altro. Garçounet non confonde l'orale e lo scritto, ma li lega,
li incrocia -o, per riprendere un termine a cui era affezionato (un suo neologismo?), li
"intracuce". Panieraio, Garçounet era diventato maestro nell'arte di intrecciare gambi di
vimini.
3 Sull'integrità, valore cardinale della comunità manus, cfr. Williams, 1993. 4
Lettere a un carcerato
(Seine-Saint-Denis 1992)
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"Riscuotere una lettera tutti i giorni è d'obbligo, quando sei in prigione!" dichiara uno dei
nostri vicini manus un giorno, mentre con il responsabile di un'area di accoglienza per le
Gens du voyage si parlava della progressiva scomparsa della corrispondenza familiare.
Enuncia qui un principio condiviso da tutti i gruppi rom che conosciamo.
Morsha riceve settantaquattro lettere dalla sua famiglia (moglie, figli, fratelli, sorelle,
nipoti) fra il 23 giugno, data della sua carcerazione "preventiva", e il 30 luglio, quando il
giudice istruttore firma una richiesta di scarcerazione prima del processo. Il giudice ha
contato le lettere, e la loro quantità ha sortito il suo effetto. E' lui stesso a dirlo: "Signor ***,
lei ha una famiglia meravigliosa!" Ai suoi occhi, l'uomo che aveva messo in prigione nel
mese di giugno era un delinquente, mentre colui che libera adesso, in luglio, è soprattutto un
padre di famiglia adorato dai suoi. E' il carcerato stesso a raccontarmi tutto ciò la sera della
sua scarcerazione (i suoi fratelli hanno organizzato una festicciuola).
Cosa dicono queste lettere? Dicono, con le parole più banali, l'attaccamento dei figli
al padre, della moglie al marito, dei fratelli al fratello... l'assenza che pesa, e l'apprensione per
colui da cui si è separati. I due figli che non sanno ancora scrivere fanno un disegno. Cosa
disegnano? Se stessi, i fratelli e le sorelle, la loro mamma senza il papà, il papà in prigione...
Sempre, costantemente, il legame familiare. Questa ripetizione dello stesso messaggio, con le
stesse parole, le più convenzionali, di cui nessuno si stanca, finisce per produrre un effetto: si
stabilisce, e ristabilisce, un vero e proprio contatto fisico -verrebbe da dire un contatto
"visibile", "palpabile&qu
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