Scrivere privato e scrivere criminale
Le funzioni della scrittura nella società odierna
Le funzioni della scrittura finora prese in esame non sono tutte quelle comunemente praticate nell’ambito della società odierna; esse rappresentano piuttosto le aree di uso scrittorio più tradizionali o pubbliche, o comunque incoraggiate o riconosciute come lecite e perciò permesse dalle autorità. Si tratta dunque di pratiche e di aree che si collocano tutte all’interno della cultura ufficiale nelle sue varie articolazioni, il che di per sé le legittima agli occhi della pubblica opinione.
Ma naturalmente — ed inevitabilmente — all’interno di ogni società alfabetizzata in più o meno larga misura esistono altri tipi di funzione grafica, che riguardano le molteplici possibili espressioni scritte della vita privata, e che coinvolgono in pratiche scrittorie più o meno singolari e più o meno anomale una grande quantità di alfabeti e di semialfabeti. Della particolare tipologia linguistica e anche grafica di tale produzione testuale più o meno «selvaggia» si è già detto in precedenza a proposito della situazione italiana. Ma in questa sede sembra piuttosto opportuno analizzare più in generale le diverse possibilità di questo diffuso «scrivere privato» e l’incidenza che ciascuna di esse ha o può avere nel rispettivo contesto sociale da cui nasce e cui si rivolge.
La storia della scrittura privata
Un aspetto che preliminarmente colpisce lo studioso di tale tipo di fenomeni è che le funzioni di scrittura legate ancora oggi alla sfera del privato hanno tutte una storia assai antica alle spalle e, con caratteristiche di fondo assai poco modificate nel tempo, sono state ininterrottamente praticate, ovunque ci fosse uso di scrittura, più che per secoli, addirittura per millenni. Ciò probabilmente significa che ciascuna di esse rappresenta — e perciò soddisfa — un particolare aspetto di quel «bisogno di scrittura» che esiste e si radica in ogni società alfabetizzata e che finisce per coinvolgere (anche se a volte in misura ridotta o minima) ogni persona capace comunque di scrivere.
La funzione epistolare
Così è, di certo, per quanto riguarda la più antica e complessa funzione dello scrivere privato, che è fuori d’ogni dubbio quella epistolare. Essa si configura pur sempre nella creazione di un testo con una sua articolazione più o meno fissa, una sua tessitura, un suo formulano, e comporta una necessità di sostanziale rispetto del codice linguistico comune, per permetterne la lettura da parte del destinatario. Tipica della funzione epistolare è la sua larghissima estensione socio-culturale, che comprende praticamente tutte le categorie alfabetizzate, dai colti, che trasformano le lettere in un genere letterario, mirando a volte alla fase della pubblicazione già al momento della prima stesura, sino agli emigrati che imparano a scrivere per poter comunicare per iscritto direttamente con i propri familiari o con gli amici lontani. Si tratta di un genere fortemente tipizzato, che si appoggia a modelli retorici universalmente riconosciuti ed imitati, dalle raccolte epistolari del Cinquecento sino ai vari «segretari galanti» del mondo moderno-contemporaneo.
Ove, del resto, il bisogno di comunicazione scritta a distanza, nel secolo della sua massima espansione sociale (e cioè fra la seconda metà dell’Ottocento e il terzo quarto del Novecento) ha trovato differenti forme di espressione e di tipologia, più o meno ampie e più o meno formali, e tutte largamente diffuse, differenziate fra loro secondo una rigida gerarchia formale e testuale: dalla vera e propria lettera chiusa contenente un testo mediamente lungo e complesso, al biglietto più breve, alla cartolina postale aperta, che recava pur sempre un testo articolato, alla semplice cartolina illustrata di saluti o al bigliettino aperto di omaggio o di accompagnamento a un dono.
L'evoluzione della corrispondenza privata
Oggi l’età della corrispondenza privata si va estinguendo, almeno in tutta questa varia gamma di differenziati testimoni di scrittura, ognuno con un proprio e preciso valore semantico comunemente riconosciuto dalla società degli scriventi-leggenti. Da almeno qualche decennio nei paesi economicamente avanzati si preferisce infatti, com’è evidente e noto, ricorrere nei rapporti di comunicazione privata al mezzo orale del telefono, rinunciando quasi del tutto alla faticosa e lenta pratica epistolare. Essa tuttavia mi pare stia ritrovando un suo ruolo e una sua funzione, presso una vasta ma delimitata categoria sociale di alfabetizzati più o meno acculturati: i giovani disoccupati, diplomati e laureati di ambo i sessi, i quali sono economicamente deboli, ma hanno molto tempo libero a disposizione e un forte interesse per i rapporti interpersonali.
Purtroppo manca, a mia notizia, ogni tipo di indagine sulla contemporanea epistolografia giovanile, che sembra caratterizzata non soltanto dall’età e dalla natura dei protagonisti, ma anche da un certo rinnovamento delle strutture formali del genere e del suo stereotipato e tradizionale linguaggio; cui, con ogni probabilità, giovani e giovanissimi amano sostituire il proprio, caratterizzato da una vistosa in-formalità e dal diretto influsso di modelli scritti non colti.
Lettere ai periodici
A parte, in questo panorama, deve collocarsi un fenomeno di altro genere, rappresentato dalle lettere che donne di ogni età e uomini assai giovani usano inviare ai periodici con i quali nutrono un rapporto profondo ed a volte esclusivo di identificazione culturale. Si tratta di testimonianze assai diverse a seconda delle testate, e perciò degli ambienti socioculturali interessati, e anche a seconda del periodo cronologico preso in esame; in verità fra le lettere spedite da migliaia di casalinghe italiane ai più diffusi periodici femminili degli anni cinquanta e quelle inviate dai giovani romani del «movimento» a Lotta continua c’è un abisso; ma il fenomeno in sé e per sé è il medesimo, in quanto analoghe ne sono le parti (un privato singolo come mittente e un periodico o quotidiano come destinatario), identiche le motivazioni immediate dell’atto (la volontà di comunicare con l’autorità amica e protettrice rappresentata dal giornale con cui si identifica), medesima la finalità ultima del gesto comunicativo: la pubblicazione del proprio scritto, perché possa essere letto anche dagli altri membri del gruppo costituito dal pubblico abituale del giornale comune.
Lettere di denuncia e suppliche
Com’è noto, tale fenomeno ha solide tradizioni non di gruppo o di categoria, ma generalizzate, soprattutto nei paesi di lingua anglosassone e di cultura religiosa protestante; ove però i destinatari non sono i periodici di «gruppo», portatori di culture separate, ma i quotidiani portatori della cultura comune; e ove le lettere spedite non rappresentano tanto una testimonianza personale e privata, bisognosa di riscontro sul medesimo piano, quanto piuttosto l’espressione di una denuncia, di una protesta, di un plauso: episodi, dunque, e momenti di partecipazione alla vita civica e civile di cui gli scriventi (in genere acculturati appartenenti alla classe media) si sentono o vogliono sentirsi partecipi.
Di tutt’altra natura sono le lettere inviate da singoli membri delle classi subalterne (o comunque da persone costrette da necessità particolari soprattutto di carattere economico) alle autorità centrali o locali della propria nazione o regione o comune, per chiedere assistenza, ricovero, sussidi in denaro, promozioni, impieghi per sé o per i familiari e così via. Il genere è antichissimo: le «suppliche» inviate per iscritto alle autorità appartengono di diritto alla storia del mondo classico e di quello medievale, come ben sanno coloro che hanno qualche nozione di scienza diplomatistica. Meno noto è forse il fatto che ancora oggi in ogni parte del mondo la pratica della «supplica» inviata in forma epistolare, fuori di ogni normativa ufficiale, ad una qualsiasi autorità pubblica per chiedere un favore è assai diffusa. Ma coloro che si collocano ai margini del mondo della scrittura, i semialfabeti, i «poveri», come si diceva un tempo (e oggi si torna a dire), non sanno orientarsi nei meandri del mondo della comunicazione scritta e della separatissima cultura scritta amministrativa; non sanno identificare secondo le definizioni e i titoli ufficiali il giusto destinatario; non sanno formulare esattamente la richiesta di ciò che desiderano, omettono dati essenziali, a volte persino la loro identità o il loro recapito. Le loro «suppliche», scorrette, male scritte, illeggibili e ovviamente inaccoglibili, rimangono come pura e semplice testimonianza di un improprio uso del mezzo epistolare e come sfogo solitario e disperato di una inutile, perché incompleta, capacità grafica.
L'attività epistolare e i diari
L’attività epistolare ha sempre e comunque un referente esterno: il destinatario, che può essere una persona, un giornale, un’autorità, ma che comunque esiste e da cui ci si attende una risposta o semplicemente un segno di ricezione. Molta parte delle scritture dell’ambito privato, però, non hanno né destinatario, né referente esterno; sono prodotte per uso personale, sono «private» nel senso più stretto del termine.
A questa categoria appartengono in primo luogo i diari. Per molto tempo, parallelamente alla progressiva espansione del mezzo epistolare nelle classi medio-alte e alte della società alfabetizzata occidentale, il diario costituì uno strumento di espressione e di identificazione delle donne, e propriamente delle giovani donne non ancora sposate. Oggi scrivere un diario non si usa più, almeno nelle forme tipologicamente e socialmente istituzionalizzate che erano proprie delle società borghesi dell’Otto-Novecento. Ciononostante, la funzione «memoriale» privata si è mantenuta qualche spazio anche in una società, come la nostra, che è intimamente estranea alla produzione e alla conservazione della memoria scritta. Ma si tratta di spazi occasionali e irregolari, di volontà memoriali che si accendono e si consumano nei luoghi e nelle situazioni più impensabili, ovunque un alfabeta o un semialfabeta abbia bisogno di tessere un rapporto fisso e riutilizzabile nel tempo con se stesso; e perciò di testimonianze fra loro diversissime, prive di modelli e di tipologie fisse e anche, per buona parte, di suggestioni latamente letterarie, prodotte dagli strati sociali più lontani fra loro. Da questo punto di vista, esemplare mi sembra il caso del diario che il solitario tassista newyorkese mirabilmente interpretato da Robert De Niro in Taxi Driver di Martin Scorsese tiene quotidianamente nella sua cameretta, scrivendo da semialfabeta in tutte maiuscole ciò che viene pensando e facendo.
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