Che materia stai cercando?

Appunti etnologia Appunti scolastici Premium

Appunti inerenti l'esame di Etnologia del prof. Sarnelli riguardanti scrivere privato, epistolografia giovanile, stereotipato e tradizionale linguaggio, Lotta continua, Danilo Montaldi, scrittura privata, spazi di scrittura, produzione di scrittura e altro ancora.

Esame di ETNOLOGIA docente Prof. E. Sarnelli

Anteprima

ESTRATTO DOCUMENTO

sostanziale rispetto del codice linguistico comune, per permetterne la lettura da

parte del destinatario. Tipica della funzione epistolare è la sua larghissima

estensione socio-culturale, che comprende praticamente tutte le categorie al-

fabetizzate, dai colti, che trasformano le lettere in un genere letterario, mirando

a volte alla fase della pubblicazione già al momento della prima stesura, sino

agli emigrati che imparano a scrivere per poter comunicare per iscritto

direttamente con i propri familiari o con gli amici lontani2. Si tratta di un genere

fortemente tipizzato, che si appoggia a modelli retorici universalmente

riconosciuti ed imitati, dalle raccolte epistolari del Cinquecento sino ai vari

« segretari galanti» del mondo moderno-contemporaneo. Ove, del resto, il

bisogno di comunicazione scritta a distanza, nel secolo della sua massima

espansione sociale (e cioè fra la seconda metà dell’Ottocento e il terzo quarto

del Novecento) ha trovato differenti forme di espressione e di tipologia, più o

meno ampie e più o meno formali, e tutte largamente diffuse, differenziate fra

loro secondo una rigida gerarchia formale e testuale: dalla vera e propria lettera

chiusa contenente un testo mediamente lungo e complesso, al biglietto più

breve, alla cartolina postale aperta, che recava pur sempre un testo articolato,

alla semplice cartolina illustrata di saluti o al bigliettino aperto di omaggio o di

accompagnamento a un dono.

Oggi l’età della corrispondenza privata si va estinguendo, almeno in tutta

questa varia gamma di differenziati testimoni di scrittura, ognuno con un

proprio e preciso valore semantico comunemente riconosciuto dalla società

degli scriventi-leggenti. Da almeno qualche decennio nei paesi economicamente

avanzati si preferisce infatti, com’è evidente e noto, ricorrere nei rapporti di

comunicazione privata al mezzo orale del telefono, rinunciando quasi del tutto

alla faticosa e lenta pratica epistolare. Essa tuttavia mi pare stia ritrovando un

suo ruolo e una sua funzione, presso una vasta ma delimitata categoria sociale di

alfabetizzati più o meno acculturati: i giovani disoccupati, diplomati e laureati

di ambo i sessi, i quali sono economicamente deboli, ma hanno molto tempo

libero a disposizione e un forte interesse per i rapporti interpersonali. Purtroppo

manca, a mia notizia, ogni tipo di indagine sulla contemporanea epistolografia

giovanile, che sembra caratterizzata non soltanto dall’età e dalla natura dei

protagonisti, ma anche da un certo rinnovamento delle strutture formali del

genere e del suo stereotipato e tradizionale linguaggio; cui, con ogni probabilità,

giovani e giovanissimi amano sostituire il proprio, caratterizzato da una vistosa

in-formalità e dal diretto influsso di modelli scritti non colti.

A parte, in questo panorama, deve collocarsi un fenomeno di altro genere,

rappresentato dalle lettere che donne di ogni età e uomini assai giovani usano

inviare ai periodici con i quali nutrono un rapporto profondo ed a volte

esclusivo di identificazione culturale. Si tratta di testimonianze assai diverse a

seconda delle testate, e perciò degli ambienti socioculturali interessati, e anche a

seconda del periodo cronologico preso in esame; in verità fra le lettere spedite

da migliaia di casalinghe italiane ai più diffusi periodici femminili degli anni

cinquanta e quelle inviate dai giovani romani del «movimento» a Lotta continua

c’è un abisso; ma il fenomeno in sé e per sé è il medesimo, in quanto analoghe

ne sono le parti (un privato singolo come mittente e un periodico o quotidiano

come destinatario), identiche le motivazioni immediate dell’atto (la volontà di

comunicare con l’autorità amica e protettrice rappresentata dal giornale con cui

ci si identifica), medesima la finalità ultima del gesto comunicativo:

la pubblicazione del proprio scritto, perché possa essere letto anche dagli altri

membri del gruppo costituito dal pubblico abituale del giornale comune.

Com’è noto, tale fenomeno ha solide tradizioni non di gruppo o di categoria,

ma generalizzate, soprattutto nei paesi di lingua anglosassone e di cultura

religiosa protestante; ove però i destinatari non sono i periodici di «gruppo»,

portatori di culture separate, ma i quotidiani portatori della cultura comune; e

ove le lettere spedite non rappresentano tanto una testimonianza personale e

privata, bisognosa di riscontro sul medesimo piano, quanto piuttosto

l’espressione di una denuncia, di una protesta, di un plauso: episodi, dunque, e

momenti di partecipazione alla vita civica e civile di cui gli scriventi (in genere

acculturati appartenenti alla classe media) si sentono o vogliono sentirsi

partecipi.

Di tutt’altra natura sono le lettere inviate da singoli membri delle classi

subalterne (o comunque da persone costrette da necessità particolari soprattutto

di carattere economico) alle autorità centrali o locali della propria nazione o

regione o comune, per chiedere assistenza, ricovero, sussidi in danaro,

promozioni, impieghi per sé o per i familiari e cosi via. Il genere è antichissimo:

le «suppliche» inviate per iscritto alle autorità appartengono di diritto alla storia

del mondo classico e di quello medievale, come ben sanno coloro che hanno

qualche nozione di scienza diplomatistica. Meno noto è forse il fatto che ancora

oggi in ogni parte del mondo la pratica della «supplica» inviata in forma

epistolare, fuori di ogni normativa ufficiale, ad una qualsiasi autorità pubblica

per chiedere un favore è assai diffusa. Ma coloro che si collocano ai margini del

mondo della scrittura, i semialfabeti, i «poveri», come si diceva un tempo (e

oggi si torna a dire), non sanno orientarsi nei meandri del mondo della co-

municazione scritta e della separatissima cultura scritta amministrativa; non

sanno identificare secondo le definizioni e i titoli ufficiali il giusto destinatario;

non sanno formulare esattamente la richiesta di ciò che desiderano, omettono

dati essenziali, a volte persino la loro identità o il loro recapito. Le loro

«suppliche», scorrette, male scritte, illeggibili e ovviamente inaccoglibili,

rimangono come pura e semplice testimonianza di un improprio uso del mezzo

epistolare e come sfogo solitario e disperato di una inutile, perché incompleta,

capacità grafica.

3. L’attività epistolare ha sempre e comunque un referente esterno: il

destinatario, che può essere una persona, un giornale, un’autorità, ma che

comunque esiste e da cui ci si attende una risposta o semplicemente un segno di

ricezione. Molta parte delle scritture dell’ambito privato, però, non hanno né

destinatario, né referente esterno; sono prodotte per uso personale, sono

«private» nel senso più stretto del termine.

A questa categoria appartengono in primo luogo i diari. Per molto tempo,

parallelamente alla progressiva espansione del mezzo epistolare nelle classi

medio-alte e alte della società alfabetizzata occidentale, il diario costituì uno

strumento di espressione e di identificazione delle donne, e propriamente delle

giovani donne non ancora sposate. Oggi scrivere un diario non si usa più,

almeno nelle forme tipologicamente e socialmente istituzionalizzate che erano

proprie delle società borghesi dell’Otto-Novecento. Ciononostante, la funzione

«memoriale» privata si è mantenuta qualche spazio anche in una società, come

la nostra, che è intimamente estranea alla produzione e alla conservazione della

memoria scritta. Ma si tratta di spazi occasionali e irregolari, di volontà

memoriali che si accendono e si consumano nei luoghi e nelle situazioni più

impensabili, ovunque un alfabeta o un semialfabeta abbia bisogno di tessere un

rapporto fisso e riutilizzabile nel tempo con se stesso; e perciò di testimonianze

fra loro diversissime, prive di modelli e di tipologie fisse e anche, per buona

parte, di suggestioni latamente letterarie, prodotte dagli strati sociali più lontani

fra loro. Da questo punto di vista, esemplare mi sembra il caso del diario che il

solitario tassista newyorkese mirabilmente interpretato da Robert De Niro in

Taxi Driver di Martin Scorsese tiene quotidianamente nella sua cameretta,

scrivendo da semialfabeta in tutte maiuscole ciò che viene pensando e facendo.

Si ha comunque l’impressione che nel mondo attuale le classi acculturate non

producano più regolarmente memorialistica privata perché non ne avvertono più

la necessità: il loro mondo, le loro vicende, in un certo senso la loro stessa para-

bola biografica e familiare sono esemplarmente rispecchiate e «memorializzate»

(se si può dir cosi) dai prodotti della cultura scritta che le medesime classi

adoperano come oggetti quotidiani di lettura: giornali, settimanali, narrativa,

saggistica. In questo senso chi appartiene alle classi che producono scrittura —

e cioè, in senso lato, memoria scritta — si identifica automaticamente in questa

generale e generica «memorialistica di classe» di cui egli usufruisce almeno

come lettore, se non come scrittore, e se ne appaga. Mentre chi resta ai margini

della cultura scritta, e più o meno consapevolménte se ne sente escluso, può a

volte avvertire il bisogno di costruire per sé, per il proprio gruppo familiare, per

i compagni di lotta o di gruppo, per gli amici, per gli «altri», una traccia scritta

della sua personale esperienza, una memoria identificante di sé che nessun altro

sarebbe interessato a ricostruire.

Per limitarci alla documentazione italiana, nascono in tal modo le

«autobiografie della leggera», cioè di persone vissute ai margini della vita

sociale, raccolte da Danilo Montaldi in un memorabile libro del 1961 8 e

composte direttamente dai protagonisti in parte per spontanea scelta, in parte per

sollecitazione dell’editore; nascono in tal modo la fluviale autobiografia di

Amelia, subalterna pugliese semialfabeta, orgogliosa della sua capacità di

scrivere e della sua opera memorialistica o quella del barbiere trasteverino

Aleandro Servadei, militante antifascista e comunista che narra vivacemente le

sue esperienze di lotta politica; e, ancora, cosi nascono le autobiografie

composte su sollecitazione del Centro studi emigrazione da 50 operai italiani

emigrati in Svizzera nel 1974-1975 e segnate da una parte dalle materiali

difficoltà e dal tabù stesso della scrittura e dall’altra da una fortissima

motivazione a scrivere di sé e della propria esperienza, da una chiara coscienza

politica e da un’autoacculturazione fatta di letture, dibattiti, lotte sindacali “; e

infine trova anche origine la memorialistica più propriamente politica di singoli

rappresentanti più o meno «ufficiali» del movimento operaio che decidono di

dare forma scritta alle storie del proprio raggruppamento, di sé e dei propri

compagni che sono fiorite in Italia negli ultimi decenni. Si tratta, del resto, di un

fenomeno certamente non soltanto italiano, ma assai diffuso soprattutto nei

paesi economicamente avanzati: dalla lotta politica dei neri d’America, da

quella rivendicativa delle femministe, da quelle sindacali di Francia, Germania,

Inghilterra, da quelle di liberazione nei paesi africani, asiatici e sudamericani, è

nata quasi naturalmente una fitta memorialistica politica «bassa», che ha

rappresentato a livello mondiale e in modo clamorosamente evidente l’irruzione

nel territorio della letteratura di quelli che, in relazione al caso italiano, Alberto

Abruzzese ha definito «altri soggetti di scrittura». Ma è pur sempre, la loro, una

«scrittura del privato» condannata, di norma, a restare appunto nel privato; e

che, se ne esce, lo fa solo eccezionalmente, perché sollecitata dall’esterno e

comunque segnata con le stimmate dell’evento anomalo e scandaloso, almeno

agli occhi della cultura ufficiale e del potere.

4. Le pratiche della scrittura privata sono sempre state e sono tuttora sottoposte

a una lunga e complessa serie di limitazioni e di divieti che hanno creato e

mantengono intorno a coloro che provano a scrivere al di fuori di ogni ricono-

sciuto canale istituzionale un alone di sospetto e un giudizio di solito non

benevolo. Da questo punto di vista la diversità fra funzioni istituzionali e

funzioni non istituzionali della scrittura appare evidentissima; nell’opinione

comune, infatti, l’uso di scrittura da parte di coloro che devono produrre testi

per ragioni ufficiali o professionali e comunque riconosciute come lecite, non

suscita sospetto, ma piuttosto rispetto, ammirazione, reverenza; lo studente, il

professore, il notaio, l’avvocato devono scrivere e dunque possono liberamente

farlo. Anche se ciascuno di loro può farlo soltanto nell’ambito della precisa

funzione di scrittura che la società gli ha assegnato:

onde il notaio che produce poesie, il professore di botanica che scrive racconti,

il romanziere che si avventura nell’elaborare un trattato di botanica (tanto per

rovesciare l’esempio!) saranno comunque considerati, se non con sospetto, al-

meno con sorpresa o con commiserazione e a volte perseguiti o perseguitati, se

il loro anomalo scrivere sarà interpretato come possibile portatore di pericoli al

corpo sociale.

I limiti e i controlli che colpiscono e circondano la scrittura privata sono

esercitati e si esercitano a tutti i livelli e in tutti gli ambienti; ma si ha

l’impressione che essi siano particolarmente forti e tenaci in quelli socialmente

più bassi, ove più dura e recente è stata la conquista dell’alfabetizzazione e dove

generazioni di vecchi e di adulti che mai o assai poco hanno adoperato lo scritto

guardano naturalmente con diffidenza ai giovani e ai giovanissimi (maschi, ma

soprattutto femmine) che usano scrivere in casa e fuori, e spesso in modi e con

sistemi del tutto abnormi. A questi livelli socioculturali il primo luogo di

controllo e di repressione era e rimane la famiglia. Ricordate il Belli?

Er legge e scrive

E a che tte serve poi sto scrive e llegge?

Làsselo fà a li preti, a li dottori,

A li frati, a li Re, all’Imperatori,

E a cquelli che jje l’obbriga la légge.

Io vedo che cce sò ttanti siggnori

Che Ccristo l’arricchissce e li protegge,

E nnun zann’antro che rròtti, scorregge,

Sbavijji, e strapazzà li servitori.

Bbuggiarà ssi in ner cor de le famijje

L’imparàssino ar più li fijji maschi;

Ma lo scànnolo grosso è nne le fijje.

Da ste penne e sti libbri mmaledetti

Ce vò ttanto a ccapf ccosa ne naschi?

Grilli in testa e un diluvio de bbijjetti.

G.G. Belli, I sonetti, a cura di G. Vigolo, III,

Milano, 1952, n. 1596, p. 2162).

Ma dopo la famiglia viene la scuola, l’istituzione creata allo stesso tempo per

insegnare a scrivere (e a leggere) e per inculcare nei bambini discenti i limiti

oltre i quali l’attività di scrittura non deve spingersi: che sono, come più avanti

si vedrà, limiti formali e sostanziali, grafici e testuali, che la scuola non elabora

di per sé, ma affina, ideologizza e soprattutto trasmette, secondo logiche di

costrizione, di regolamentazione, di punizione che giustamente pedagogisti

della liberazione, come Célestin Freinet o Elisabeth Bing hanno denunciato con

forza e con intelligenza. Nell’atelier di scrittura della Bing, di cui già si è detto

più sopra, i bambini creavano scrittura, più che scrivere; eppure la loro maestra,

« troppa fred-

rivelatrice dei misteri dello scrivere, lamentava di aver avuto

dolosità borghese nel gesto di scrivere.., troppa paura. Mi sarebbero piaciuti

testi scritti col pennello su immensi fogli bianchi, scritti ad altezza di bambino...

Una ascesi del corpo per la scrittura...». Anche su di lei, dunque, e con suo

rammarico, la forza limitatrice dell’istituzione e il suo controllo ideologico

avevano agito nel senso di impedire il realizzarsi di una totale liberazione del

bisogno di scrivere.

In realtà chi produce scrittura privata, non riconosciuta e non ufficiale, è

costretto a confrontarsi con regole e limitazioni d’ogni genere, che rischia

continuamente di ignorare o di superare, con gravi pericoli per se stesso e per i

prodotti della sua mano. Le prime norme sono appunto quelle dettate a scuola,

secondo le quali si deve materialmente scrivere in un certo modo e non in altri:

per esempio procedendo lungo linee diritte da sinistra a destra, riproducendo

certi modelli grafici e non altri, con segni di una certa grandezza, su spazi di

pagina ben delimitati e così via. Ma la scuola stessa impone altre norme, che

vanno bene al di là del puro fatto grafico e investono la natura testuale dei

prodotti scritti, la loro legittimità in quanto testi. Come tutti sappiamo è sempre

esistita, ed è sempre stato compito della scuola difenderla, imporla e

diffonderla, una norma linguistica, per cui si può scrivere, cioè produrre testi, in

un certo modo e non in altri, rispettando (e non violando) un certo codice di

regole lessicali, grammaticali e sintattiche. Il che naturalmente contribuisce

assai a limitare l’esercizio della scrittura «privata»: «Poi cuando debbo scrivere

ha cualcuno ne faccio almeno perché sono convinto che faccio molti sbagli e

non scrivi»; «Scusate il male scritto avrei preferito essere intervitato».

Queste dunque sono le regole di base che nelle società alfabetizzate e

avanzate servono ad organizzare in modo selettivo l’esercizio privato dello

scrivere già nelle prime fasi dell’insegnamento. Ma in realtà, al di là del filtro e

dei tabù imposti dalla scuola, i limiti che circondano ed ingabbiano ogni

esercizio privato dello scrivere (che pure si vorrebbe libero) sono molteplici,

tanto da configurare i segni distintivi di una vera e propria generale

«grafofobia» sociale, che non è caratteristica soltanto della nostra società, ma

affonda le sue radici bene indietro nei secoli passati.

5. Sostanzialmente tali limiti tendono a controllare quattro diversi aspetti dello

scrivere: il contenuto (che cosa si scrive); il luogo dello scrivere e della scrittura

(dove si scrive); gli strumenti dello scrivere (come si scrive e come si riproduce

lo scritto); la misura del testo (quanto si scrive).

Per quanto riguarda il contenuto, al di là delle regole grafico-linguistiche

imposte dalla scuola, ne esistono altre di carattere sostanziale che tendono


PAGINE

14

PESO

60.32 KB

AUTORE

nadia_87

PUBBLICATO

+1 anno fa


DETTAGLI
Esame: ETNOLOGIA
Corso di laurea: Corso di laurea in scienze e tecnologie della comunicazione (POMEZIA, ROMA)
SSD:
A.A.: 2012-2013

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher nadia_87 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di ETNOLOGIA e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università La Sapienza - Uniroma1 o del prof Sarnelli Enrico.

Acquista con carta o conto PayPal

Scarica il file tutte le volte che vuoi

Paga con un conto PayPal per usufruire della garanzia Soddisfatto o rimborsato

Recensioni
Ti è piaciuto questo appunto? Valutalo!

Altri appunti di Etnologia

Scritture femminili come riti di passaggio
Appunto
Riassunto esame Scienza politica, prof. Cilento, libro consigliato Nuovo corso di Scienza politica, Pasquino
Appunto
Genere e Organizzazioni
Dispensa
Industria Culturale - Intellettuali
Dispensa