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Finalità del libro e destinatari

1.1. Finalità

«La sociolinguistica si occupa della descrizione dell'uso del linguaggio come fenomeno sociale e, se possibile, cerca di stabilire nessi causali fra lingua e società, affrontando le questioni complementari di quale lingua contribuisca a rendere possibile la comunità e di come le comunità modellino le loro lingue usandole». La questione del rapporto tra fenomeni linguistici e fenomeni sociali può essere inquadrata sotto due punti di vista distinti e spesso separati, per prassi, obiettivi e funzioni:

  • Gli aspetti sociali del linguaggio sono oggetto della microsociolinguistica.
  • Gli aspetti linguistici e comunicativi della società sono oggetto della macrosociolinguistica (o sociologia del linguaggio, sfera di azione di sociologi e psicologi sociali).

Per capire il linguaggio come fenomeno sociale servono indispensabilmente entrambe le prospettive, aggiunge Coulmas. Negli ultimi tempi la gamma dei problemi e dei temi pertinenti alla sociolinguistica tradizionalmente intesa sembra destinata ad estendersi rapidamente, in stretto rapporto con le vicende storico-politiche che coinvolgono il mondo occidentale e l'Europa al suo interno. Per capire meglio il ruolo del linguaggio nel contesto della comunicazione sociale odierna è necessario unire le competenze tecniche di più aree scientifiche e delimitare un campo interdisciplinare in cui conoscenze teoriche e metodi di indagine di linguisti, sociologi e politologi si affianchino in un progetto comune e unitario. Richiameremo l'attenzione su questo aspetto e sulle responsabilità civili e culturali della linguistica fra le scienze umane e sociali (cfr. PAR. 3 e Parte quarta del volume).

  • Ci riferiamo in maniera sommaria a tutta la tradizione di studi che ha programmaticamente escluso i fattori extralinguistici dall'analisi scientifica del linguaggio, dallo strutturalismo (particolarmente nella sua versione bloomfieldiana) alla grammatica generativa, dal modello trasformazionale degli anni settanta a quello minimalista degli anni novanta.
  • Si fa allusione alla mancanza di pubblicazioni in italiano di lavori nuovi; non rientra nel novero, pertanto, un riferimento classico come Giglioli (1973), né fa eccezione, fra i volumi più recenti, Giglioli, Fele (2000) che ripropone contributi altrettanto noti in traduzione.
  • Alludiamo qui al tema di uno specifico progetto di ricerca attualmente in fase di decollo presso il corso di laurea in Comunicazione Internazionale dell'Università per stranieri di Perugia, inserito nel programma generale del costituendo Centro di studi e di ricerca sui temi dell'informazione e della comunicazione nei contesti di dialogo interno e internazionale nei processi di democratizzazione, come frutto della collaborazione) possiamo trarre spunti teorici e lezione di metodo, pur con necessari e naturali adeguamenti al diverso contesto istituzionale e sociale.

2.1. Articolazione delle parti

Il volume è composto da tre parti che contengono due saggi ciascuna in ordine cronologico (talvolta con scarto temporale minimo, cfr. Parte terza) e in filiera tematica e di contenuto. La quarta parte è costituita da un unico lungo saggio, tratto dal libro recente di Reisigl e Wodak (2001), volutamente destinato a una nicchia autonoma.

2.2. Sintesi dello sviluppo diacronico della SL: variazione, contesto e parlanti

Abbiamo scelto tre dimensioni specifiche (variazione, contesto, parlanti), determinanti per l'elaborazione di teorie e metodi di ricerca sul campo. Attraverso i saggi degli esponenti più rappresentativi delle tre correnti, presentiamo i contenuti e i metodi della SL nella sua veste più classica ed illustriamo le zone di transizione spontanea e di intreccio fra i due ambiti. La nascita e la delimitazione di una sociolinguistica autonoma (sia nei riguardi della linguistica teorica, al cui bisogno di rigore formale lo stesso Labov è rimasto fedele nel corso della sua carriera scientifica, sia verso la dialettologia, la branca forse più vicina almeno nella determinazione dei criteri di raccolta di dati empirici nelle comunità), trova la massima espressione nel modello di SL variazionista e nelle ricerche di dialettologia urbana intraprese da Labov e dai suoi allievi.

I contributi fondamentali della scuola laboviana variazionista riguardano la soluzione di problemi annosi per la linguistica generale e storica: sul piano teorico, il problema dell'affermazione di una variabile innovativa nell'uso linguistico della comunità (inserimento e attuazione del mutamento linguistico), a livello metodologico l'inserimento di criteri di misurazione e di calcolo statistico dei dati linguistici osservabili, dalla fase di concorrenza delle varianti a quella finale in cui la variante vincente si afferma. Questo tipo di innovazione determina il passaggio a uno stadio realmente moderno della SL e segna lo stacco dal precedente modello qualitativo della dialettologia.

Siamo agli inizi degli anni sessanta. Il concetto di sapere sociale appartiene a questo repertorio e rappresenta l'elemento di accesso alla comprensione dello sfondo enciclopedico che i parlanti usano (con variabile soglia di consapevolezza) negli atti linguistici. I saggi di Gumperz e Auer illustrano le applicazioni dei concetti di "cornice", "piano" e "sceneggiatura" (quali proventi concettuali del cognitivismo linguistico) allo studio dell'interazione dialogica; in questo modo, si accede al magazzino delle conoscenze che impone scelte e restrizioni nei meccanismi di codifica e di interpretazione delle sequenze dialogiche e argomentative.

Nei numerosi casi di comunità di contatto, la scelta stessa di lingua (tecnicamente il fenomeno di commutazione di codice o code-switching) assume funzione diagnostica insostituibile per comprendere il ruolo delle singole lingue nella struttura sociale esaminata e l'opinione, il valore e l'atteggiamento che i parlanti assegnano ad esse. La SL si sposta progressivamente dalla spiegazione dei fatti linguistici attraverso i fattori sociali all'interpretazione dei fatti sociali (mantenimento o perdita di lingue in una data comunità, per esempio) attraverso i processi linguistici. Il passaggio da una dimensione micro-SL a una dimensione macro-SL è, quindi, processo naturale e senz'altro non discontinuo. Sappiamo bene, inoltre, che i due livelli di analisi possono convivere, e che non sono in rapporto di mutua esclusione.

I contributi di due studiosi, Roland Breton e Grant McConnell, che manifestano, con intenti e approcci diversi, preoccupazioni comuni e attuali. Poiché anche le lingue subiscono sul piano internazionale il condizionamento pesante di logiche di "mercato" (dalle conseguenze ovvie e prevedibili: supremazia dei gruppi etnici più forti e tendenza all'omogeneizzazione che rischia di risucchiare le individualità etnolinguistiche più deboli), questo ramo della sociologia del linguaggio di ultima generazione si fa carico di esaminare le condizioni di sopravvivenza e di stabilità delle lingue (in termini di "vitalità" funzionale, con un mapping su scala mondiale avviato dalle ricerche dello stesso McConnell una decina di anni fa: cfr. 1991) e di suggerire linee e direttive di pianificazione linguistica che garantiscano una crescita equilibrata nell'ecosistema, in termini di difesa e protezione della biodiversità linguistica dai pericoli assimilatori della globalizzazione.

McConnell, in particolare, presenta e intitola questo programma di ricerca e l'insieme di interventi che esso prevede come sociolinguistica globale.

Dalla SL alla LS: sviluppi recenti e prospettive future della disciplina

3.1. Nuove condizioni di contesto: sistemi di informazione e comunicazione nei processi di democratizzazione

La vocazione tradizionale della SL è, indubbiamente, di natura pratica; in più occasioni, da parte della linguistica formale sono stati espressi biasimo e rimproveri per eccesso di empiria e astenia teorica. Ben conosciamo i termini dell'annosa querelle fra teoria e prassi della ricerca in campo linguistico, né si tratta certamente di stabilire qui un bilancio consuntivo fra "muscoli e cervello" per una disciplina che, ormai da decenni, dà garanzie di rigore scientifico e concretezza preziosa nella soluzione di problemi di vita civile e sociale: dalla programmazione nei sistemi scolastici ed educativi bilingui alle politiche di integrazione etnica e linguistica nelle comunità plurilingui (cfr. Parte terza), alla consulenza in settori di nicchia più specialistica, ma comunque ormai diffusi in vari paesi del mondo (si è cominciato da poco a parlare anche in Italia di SL della devianza e della criminalità, di SL per l'industria e la pubblica amministrazione ecc.).

La scienza politica continua a produrre suggestive rivisitazioni delle istituzioni democratiche tradizionalmente assunte a modello di riferimento, come gli Stati Uniti d'America (cfr. Dahl, 1998, sul concetto di poliarchia negli Stati Uniti contemporanei). Questo ambito, che tocca di necessità i linguaggi e le tecniche discorsive, era rimasto finora comprensibilmente estraneo, o tutt'al più molto marginale, rispetto agli interessi scientifici dominanti della linguistica, almeno di ciò che in essa si fa rientrare, per devozione all'ortodossia o fedeltà a un criterio di separazione netta fra ambiti disciplinari parzialmente confinanti. Ortodossia, nel senso detto, e fedeltà disciplinare sembrano, del resto, sempre più difficili da mantenere per la complessità crescente dei potenziali oggetti di studio.

Ne organizziamo un programma di lavoro articolato in tre mosse distinte.

  • Presentazione in sintesi della visione dell'analisi politologica (nei toni fortemente provocatori di alcune correnti di pensiero politico identificato e marcato sul piano ideologico), che dimostra la necessità di un intervento applicativo per lo studio del discorso sociale.
  • Commento dei pareri autorevoli e spietatamente coincidenti (almeno per gli aspetti che toccheremo più avanti, cfr. PAR. 3.3) con quanto noto in chiave di scienza politica ai pochi linguisti che si sono interessati del tema (più nell'esprimere la propria posizione intellettuale che per formulare pareri tecnico-scientifici da linguisti, per la verità: cfr., in primo luogo, gli scritti politici di Noam Chomsky, PAR. 3.2).
  • Discussione dei risultati ed illustrazione delle potenzialità di alcuni studi realizzati in Austria, presso il centro di ricerche sociolinguistiche dell'Università di Vienna, nell'ambito dell'analisi del discorso sociale e discriminatorio (PAR. 3.3).

Prima mossa. Le nuove condizioni di contesto

Un libro appena uscito di Michael Hardt e Toni Negri, Impero (2002), ha preso in esame la costituzione di nuove forme di potere internazionale, sottilmente sottostanti a ciò che ormai passa sotto l'etichetta generica di global. Ne esce una radiografia geopolitica, radicale nelle premesse teoriche e nelle conclusioni, stimolante per l'interpretazione del ruolo attribuito alle strutture e ai sistemi di informazione e di comunicazione internazionale in seno al neoregime imperialista. La tesi di fondo del libro di Hardt e Negri è abbastanza semplice e riassumibile in breve: dietro il sipario della globalizzazione, si sta realizzando e affermando un nuovo regime internazionale che gli autori definiscono Impero.

L'Impero non è rappresentativo di un particolare paese o di un organismo dominante; esso corrisponde piuttosto a un ordinamento politico globale (in quanto non radicato localmente, global vs local), che fonda le ragioni del proprio successo e dell'affermazione generale e assoluta dei propri principi su alcuni tratti nuovi. Il tratto rivoluzionario della società basata sul controllo è ciò che Hardt e Negri (2002, pp. 38 ss.) definiscono «l'effettiva immanenza del sociale», che si attua attraverso la distribuzione nei corpi e nelle menti dei cittadini e degli individui di ciò che prima erano gli strumenti disciplinari centralizzati. In altre parole, tutto ciò che produce integrazione o esclusione sociale viene interiorizzato e il potere è esercitato con le uniche macchine realmente in grado di "colonizzare" le menti: cioè i sistemi informazione e di comunicazione.

Un appello a Foucault, per riconoscere e definire tale situazione di esercizio del potere democratico con la nozione di sistema biopolitico o biopotere: «Il biopotere è una forma di potere che regola il sociale dall'interno, inseguendolo, interpretandolo, assorbendolo e riarticolandolo» (Hardt, Negri, 2002, p. 39). L'Impero è la cornice globale che serve a interpretare la nuova cornice di gestione del biopotere, la cui finalità è quella di assorbire le individualità dei soggetti e di affermare una dimensione internazionale ormai priva di mediazioni fra paradigma centrale dominante e soggetti decentrati territorialmente e dominati politicamente e culturalmente (vecchio modello disciplinare).

Prima di Foucault e comunque ben prima della pubblicazione di Impero, altri intellettuali avevano analizzato in Italia e all'estero l'evoluzione di regime e il ruolo della comunicazione sociale in essa. Hardt e Negri citano gli studi di Deleuze e Guattari, che avevano già parlato (con visione poststrutturalista) del tema della sostanza ontologica della produzione sociale, senza superare, tuttavia, l'idea di un insieme "caotico e ineffabile" (cfr. 1987). Un contributo interessante (fra i numerosi richiamati e commentati) è venuto in anni recenti da alcuni storici dell'economia di scuola marxista italiana che si occupano della nascita del lavoro immateriale e delle conseguenze ai vari livelli di vita sociale e civile che tale trasformazione comporta.

Il capitale ormai si identifica sempre più con la conoscenza e si articola in tre forme che riguardano rispettivamente: la produzione industriale, che è stata informatizzata; le attività analitiche e simboliche (attività creative e attività seriali); la manipolazione degli affetti. Questi tre generi guidano la postmodernizzazione dell'economia globale. La prima conclusione importante è che nel modello biopolitico l'infrastruttura dell'informazione è incorporata nei nuovi processi produttivi. Essa si trova ai vertici della produzione contemporanea rappresenta la merce più importante. La funzione della comunicazione non è più solo quella di esprimere, ma soprattutto di organizzare il processo della globalizzazione.

Il processo produttivo a struttura comunicativa immanente è scandito in due fasi ordinate:

  • Il potere produce e organizza, ma soprattutto parla, esprimendosi in forma di autorità.
  • Il linguaggio produce merci: nell'inversione paradossale dei ruoli che spettano da sempre nella logica argomentativa ai binomi linguaggio/contenuto e informazione/fatto, il linguaggio produce e l'informazione arriva a creare i fatti, dando vita alle nuove forme della soggettività, mettendole in relazione reciproca e ordinandole in sequenza.

La seconda dimensione del lavoro immateriale è il cosiddetto lavoro affettivo, una forma di lavoro principalmente coinvolta nelle relazioni interpersonali e nelle reti di contatto umano. Nei termini dell'inquietante descrizione di Hardt e Negri lo stato della comunicazione sociale internazionale sarebbe, quindi, ben al di là della nota formulazione di Habermas, il cui concetto di «agire comunicativo» restava sempre e comunque collocabile nello spazio esterno alla produzione. Da lì la possibilità, sia pure teorica, che i destinatari allontanassero e separassero nella percezione il «punto di vista» della «realtà vera» (real world) da quello dell'egemonia dell'informazione e della comunicazione che l'accompagna.

Ad esse si affiancano, con pari chanches di successo, le tecniche di "disinformazione" sui fatti, quale strumento complementare nel controllo del discorso sociale all'interno del regime biopolitico. Sul tema si sono espressi in via ufficiale vari intellettuali: ricordiamo, fra i numerosi esempi recuperabili dall'archivio storico recente della stampa giornalistica, i pareri di Luciano Canfora in Italia e di Noam Chomsky in USA sul caso emblematico della Guerra del Golfo: guerra necessaria (nel senso tecnico con cui Tucidide usava il concetto di anànche a spiegazione e commento del carattere ineluttabile, ergo "necessario", della guerra in sé), o guerra di reazione difensiva, per gli organi di informazione ufficiale.

3.2. La costruzione del consenso e la manipolazione dell'opinione pubblica, il "consenso senza consenso"

Seconda mossa. Il parere dei linguisti sul discorso che crea consenso

In una serie di scritti ideologici degli anni novanta, Noam Chomsky ha assunto posizioni ufficiali su vicende di politica internazionale che hanno visto gli USA protagonisti discussi della scena politica internazionale. In un libro recentemente stampato anche in italiano (La fabbrica del consenso, 1998), N. Chomsky ed E. S. Herman esaminano senza veli i meccanismi di costruzione del consenso nell'opinione pubblica americana, a sostegno e difesa degli interessi economici e politici della «nuova età imperiale» (ivi, p. 24) ". È noto e riconosciuto il contributo che questi ed altri saggi dello stesso autore hanno dato sul piano della critica e della denuncia della linea dominante nella politica estera americana. Ne vediamo anche i punti di contatto inespressi con quella parte della ricerca sociolinguistica e pragmatica, lontana dalla teoria generativa e dalla grammatica formale con cui il Chomsky scienziato ha rivoluzionato il paradigma della linguistica del Novecento e che Chomsky non professa da studioso: uno dei tanti e curiosi accidenti che costellano la storia della cultura.

Gli strumenti della propaganda americana si manifestano nei due canali distinti:

  • Il livello dei documenti (verbali, dichiarazioni scritte, relazioni formali, ecc.).
  • Il livello del discorso sociale (dibattiti televisivi, interviste, etc.).
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Scienze antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche L-FIL-LET/12 Linguistica italiana

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher r.greco di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Etnolinguistica e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Milano - Bicocca o del prof Iannaccaro Gabriele.
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