Aristotele
Aristotele nasce a Stagira nel 384 e viene mandato nel 367 ad Atene per studiare all’Accademia di Platone. Resta ad Atene per 20 anni e se ne va quando:
- Nel 347 a.C muore Platone;
- Filippo II re di Macedonia si era impadronito nel 348 a.C di Olinto, nel Nord della Grecia.
Alla morte di Platone, Speusippo succedette al maestro, risultando molto più platonico di Aristotele. Dopo un periodo ad Asso in qualità di precettore di Alessandro Magno presso la corte di Filippo II, nel 335 Aristotele torna ad Atene dove fonda il Liceo. Alla morte di Alessandro Magno gli ateniesi cercarono di riprendersi la città e di liberarsi anche di Aristotele accusato di empietà - come Socrate. Aristotele scappa così da Atene e si ritira a Calcide dove muore nel 322 a.C.
Etica Nicomachea
Nata come una raccolta di appunti, è composta da 10 libri non strutturati seguendo un filo preciso. Probabilmente i libri corrispondono alla disposizione dei rotoli che il figlio di Aristotele, Nicomaco (dal quale probabilmente l’opera prende il nome), raccolse e divulgò.
Libro I
Le attività dell’uomo sono tutte finalizzate al raggiungimento di un bene. Ciascun bene aspira a un bene di grado superiore, scelto, cioè, sulla base di un bene più elevato: siccome è impossibile procedere all’infinito, si giungerà, in questo regresso, a un bene supremo.
Il regresso, infatti, non può essere all’infinito in quanto tutte le azioni sono indirizzate. La nostra vita, altrimenti, sarebbe vuota e inutile: poiché gli uomini tendono a un bene, probabilmente anche tutte le loro azioni tendono al medesimo bene.
Aristotele sottolinea, tuttavia, che questa sua considerazione rappresenta un endoxa - opinioni diffuse che sono a) importanti, in quanto sono spesso autorevoli, come nel caso di quelle proposte dai saggi; b) importanti perché considerate vere da molte persone.
Si inizia quindi l’analisi da come le cose appaiono, in un mondo ordinato in cui tutte le nostre azioni mirano a un bene supremo: la felicità. La felicità è il fine che motiva la nostra vita, che sta al centro della scienza principale che si prende a cura del bene di un popolo intero: parliamo della politica. Il bene a cui la politica tende, ovvero la felicità, non viene interpretato da tutti allo stesso modo:
- Per le persone raffinate, il fine della vita politica è l’onore, che ha lo scopo di “testimoniare” il proprio valore. Esso diventa una sorta di prigione che crea una dipendenza dal pensiero altrui;
- Per la massa, il fine della vita è il piacere più effimero;
- Chi ricerca la ricchezza non può considerarsi veramente felice, perché il denaro è uno strumento che consente soltanto di raggiungere altre mete.
Un bene è perfetto solo quando è autosufficiente e la felicità si riferisce all’intero arco della vita di un individuo: una rondine non fa primavera. Una persona non può essere considerata felice solo per aver vissuto un periodo della propria vita felice.
Occorre tuttavia ammettere che sulla felicità dell’anima influiscono altre circostanze esterne: le disgrazie minano la felicità e l’esistenza di tutti, ma chi è di animo nobile riuscirà a sopportare meglio la sorte sfavorevole e le disgrazie.
Distinzione: Parte irrazionale e parte razionale
- Parte irrazionale: vegetativa - respirazione, battito del cuore. Appartengono alla nostra anima, ma a una parte che non risponde alla ragione.
- Parte razionale: teoretica - ragione pura.
- Appetiti: in lotta con la ragione.
È tipica dell’uomo un’attività dell’anima che presenti dei desideri ragionevoli. Il bene ultimo è la felicità che si ottiene mediante la virtù seguendo la ragione: è felice un uomo buono.
Libro II
La virtù può essere di due tipi: dianoetica (intellettuale) ed etica (morale).
- Virtù dianoetica: si acquisisce dall’insegnamento e necessita, perciò, di esperienza e di tempo;
- Virtù etica: si acquisisce con l’abitudine (compiendo azioni giuste si diventa giusti, compiendo azioni temperanti si diventa temperanti, ecc.).
La natura ha un’importanza essenziale, ma le virtù morali non possono nascere in noi per natura perché nessun essere naturale si abitua ad essere diverso: una pietra, per natura, è portata a cadere verso il basso. Anche se la lanciassimo in alto infinite volte, non acquisterebbe mai la facoltà di cadere verso l’alto.
Ognuno di noi, tuttavia, ha una sorta di predisposizione a ricevere determinate virtù etiche che possediamo in potenza e che traduciamo in atto con l’esperienza. Per diventare uomini di valori non è sufficiente avere buoni propositi, ma è necessario metterli in pratica. Chi non lo fa somiglia ai malati che ascoltano il medico, senza però fare niente di ciò che viene loro prescritto. Se una persona non è predisposta a ricevere una data virtù, l’abitudine non cambierà le cose.
Legislatori: Avranno il compito di suscitare nei cittadini delle abitudini che favoriscano lo sviluppo delle virtù etiche in coloro che sembrano avere l’attitudine a riceverle.
Per vivere secondo virtù è necessario rifuggire sia dagli eccessi che dai difetti: la via della virtù sta nel giusto mezzo, nella medietà tra gli opposti. Ciò deve prendere in considerazione anche il ruolo di piacere e dolore tra i fini più comuni delle nostre azioni: l’educazione dovrebbe consentire alle persone di comprendere quali sono i piaceri e i dolori adeguati.
Tuttavia, vivere il giusto mezzo è molto difficile: le persone virtuose sono poche poiché si può essere buoni in un solo modo, ma si può essere cattivi in molti modi differenti. Il giusto mezzo necessita una valutazione di ogni situazione che permetta di comprendere quale sia a livello individuale: rispetto alla paura il giusto mezzo è il coraggio. In alcuni casi, come per esempio nell’adulterio o nell’omicidio, il giusto mezzo non esiste poiché tali azioni saranno sempre sbagliate.
Libro III
C’è bisogno di considerare quei casi in cui si agisce in maniera completamente libera e quelli in cui non avviene così, ma per i quali siamo costretti a fare una determinata cosa.
- Azioni volontarie: il principio del movimento è in noi;
- Azioni involontarie: ciò che agisce su di noi è la forza o l’ignoranza.
Ciò che si compie per ignoranza viene considerato involontario: se riveliamo qualcosa che non dovevamo rivelare a terze persone, se colpiamo per errore una persona durante un’esercitazione di tiro al bersaglio, se una persona uccide un’altra persona perché l’aveva scambiata per un nemico, ecc.
Tuttavia, non è possibile giustificare chi è causa della propria ignoranza: se una persona compie un’azione sbagliata sotto l’effetto dell’alcool, costui deve essere disprezzato poiché il suo stato di ignoranza dipende soltanto da lui, che era libero di non ubriacarsi.
Quali sono le diverse virtù?
- Coraggio: Esistono dei mali che è giusto temere, altri che, non andando a intaccare il valore morale di una persona (povertà, malattia, ecc.) non devono essere temuti. Ciò che tutti temono maggiormente è la morte, ma non tutti coloro che l’affrontano possono essere considerati coraggiosi: è necessario considerare il motivo per il quale si corre il rischio di morire. Chi per natura è spericolato, non ha paura della morte, ma ciò non lo rende onorevole. Chi si toglie la vita, perciò non teme la morte, ma lo fa per sfuggire al dolore o alla malattia, non è coraggioso, piuttosto è vile. La morte più onorevole è quella che avviene quando si è in guerra: il vero coraggioso è colui che affronta senza paura il pericolo di morire. Chi, invece, pecca per eccesso di coraggio è il temerario, un individuo che quando i pericoli sono lontani li ricerca freneticamente, ma, una volta diventati attuali, si tira indietro. Il coraggio può essere di 5 tipologie:
- Coraggio politico/civico che funziona per vergogna o paura e che, pertanto, non ha fine nobile.
- Coraggio empirico, quello dei soldati che in guerra combattono per colpire per non essere colpiti.
- Coraggio impetuoso, mosso da qualcosa di bestiale e/o di fisico, ma non dalla scelta.
- Coraggio dato dalla fiducia in sé, quello proprio degli ubriachi che, quando le cose si mettono male, poi fuggono.
- Il coraggio degli ignari, di coloro che fuggono quando, pensando che le cose fossero diverse, la situazione cambia.
La paura, tuttavia, ci fornisce informazioni importanti rispetto a ciò che ci circonda. Chi prova paura pensa che qualcosa possa capitare in maniera particolare e in un momento particolare: la paura ci consente di concepire realmente ciò che è rilevante ed è utile perché ci consente di percepire il pericolo. Il coraggioso sa riconoscere il tipo di paura e sfruttarla, se utile, o scartarla, se opera di pura fantasia.
- Temperanza: Si può godere dei piaceri dell’anima e di quelli del corpo. La temperanza ha a che fare con i piaceri del corpo, di conseguenza con i sensi:
- Vista: No intemperanza
- Udito: Possono essere utilizzati anche intellettualmente
- Olfatto (a meno che non faccia venire in mente qualche vizio, come la fame)
La temperanza o l’intemperanza si manifestano prevalentemente nel tatto e nel gusto: il piacere che si prova ha a che fare con il gusto di sentire le cose (per esempio il cibo) dentro di noi. Il tatto è, dunque, il senso più animalesco: mangiare o bere fino a essere troppo pieni significa superare il necessario, per questo motivo chi lo fa viene considerato goloso. Il temperante, invece, aspira solo a ciò che fa bene alla propria salute e al proprio benessere fisico. Come tale, non soffre particolarmente dall’astenersi dai piaceri materiali.
- Liberalità/Generosità: Il giusto mezzo relativo all’atteggiamento che si assume per i beni materiali, le cose il cui valore si misura in denaro. L’eccesso consiste nella prodigalità mentre il difetto nell’avarizia.
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Etica nicomachea
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Etica nicomachea. Aristotele (primi tre libri)
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Aristotele etica - Nozioni chiave
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Aristotele, Etica Nicomachea - Libro II