Approfondimento 1: Il desiderio e la felicità
Il desiderio è indispensabile al raggiungimento della felicità; si è felici quando si soddisfa il proprio desiderio ed il desiderio è sempre desiderio di diventare qualcosa, di essere qualcuno, ecc. Il desiderio non può essere un desiderio di avere ma è prima di tutto un desiderio di essere poiché il desiderio di avere è un desiderio molto debole alla fine, è facile da ottenere.
Il desiderio che ti fa stare male o ti fa stare bene quando è soddisfatto è un desiderio di altro tipo, ovvero il desiderio di essere e tutti i desideri di essere sono autorizzativi. Un desiderio di avere alla fine non farà altro che portarci a soddisfare anche il desiderio di essere; si desidera l'oggetto ma in realtà quello che si desidera è l'autorealizzazione.
Le etiche deontologiche non sono etiche del desiderio. Il dovere morale, l'imperativo, è un'altra cosa; è appunto una cosa che va fatta perché è giusta ma, la cosa che va fatta perché è giusta non è una cosa che ti rende felice. L'ottica del desiderio è l'ottica dell'etica della felicità, l'ottica delle etiche eudemonistiche (se vuoi quella cosa allora devi fare quell’altra cosa). “Devo fare questo per essere felice” non è un'etica del dovere perché l'etica del dovere non ti prescrive la felicità, anzi se ne frega del desiderio.
L’etica deontologica ci porta a seguire degli imperativi e proprio non si pone il problema di quale sia il tuo desiderio, anzi, tendenzialmente tutti i desideri sono sbagliati perché la logica del desiderio tende a portarti al di fuori di quello che è il tracciato del dovere morale. La spinta morale, l'imperativo etico è più importante anche della tua stessa vita (es. salvare qualcuno dall’annegamento perché la vita umana è importante), nel tentativo di salvare qualcuno, confermi il valore della vita perché, perdendo la tua, hai confermato e non indebolito il valore della vita (quel principio in nome del quale tu stesso ti sei sacrificato).
In generale quindi non si può parlare in nessun caso di dovere all'interno di etica della felicità e viceversa, di desiderio di felicità all'interno dell'ottica del dovere. Se lo scopo è quello di essere felice, di realizzarsi, siamo già al di fuori dell'ottica del dovere, siamo nell'ottica eudemonistica, nell'ottica della felicità. È un percorso che io seguo, che mi impongo perché finalizzato al raggiungimento del mio desiderio, cioè appunto, realizzarmi, essere felice.
Nell’etica deontologica non c'è posto per la felicità e quindi non c'è posto per nessun mio desiderio, il mio volere deve conformarsi al principio. Nelle etiche eudemonistiche, della felicità, non c'è alcun posto per il dovere perché qui è il desiderio che comanda.
Approfondimento 2: La virtù e la conoscenza del bene
La virtù è sì la capacità che ha l'uomo forte, il vir, l'uomo virtuoso ma per Socrate la virtù è la realizzazione del desiderio di essere buoni, del desiderio di essere saggi. Non tutti gli uomini hanno il desiderio di essere saggi; l'uomo saggio è l'uomo che conosce il bene e siccome conosce il bene fa il bene e viceversa, fa il bene perché conosce il bene.
Tuttavia, l'uomo saggio è un uomo che si è impegnato nella ricerca della verità e dunque anche nell'esercizio della virtù e quindi sicuramente c'è anche qui in questo caso l’idea della realizzazione personale. Anche in Platone, l'uomo che si libera dalla caverna è una cosa che accade, è un evento fortuito e fortunato e tuttavia quando l'uomo che si è liberato dalla caverna e contempla l'idea del bene non rimane lì ma rientra nella caverna e cerca di liberare tutti quelli che sono rimasti dentro.
La conoscenza della verità fa nascere il desiderio di virtù, di conoscenza della verità, fa sorgere il desiderio di operare bene, questa cosa ti cambia la vita. L’uomo libero comincia a comportarsi in un modo diverso, comincia a desiderare delle cose diverse e questa scelta che fa l'uomo che è riuscito a liberarsi (tornare nella caverna e aiutare i suoi compagni che sono dentro a liberarsi a loro volta), è un chiaro esempio di volontà di essere buoni, volontà di perfezionarsi, desiderio di essere buoni.
Anche qui abbiamo un'idea molto pragmatica da parte dei filosofi Greci “diventi buono se vuoi diventare buono”; se non hai questo desiderio di bontà, difficilmente lo potrai realizzare. I filosofi Greci tendenzialmente sono molto ottimisti sulla natura umana; sia Socrate che Platone che Aristotele credono che tutti gli uomini desiderino il bene in qualche modo (Socrate dice che in realtà, anche le scelte più “discutibili”, sono sempre indirizzate al bene, agli occhi di chi le compie esse sono il bene e così anche Aristotele dice che tutti gli uomini per natura desiderano essere felicità e quindi anche buoni, vogliono perfezionare questa bontà che è naturalmente insita dentro di loro).
Nietzsche invece fu uno tra i primi a vedere una “cattiveria” nell’essere umano, tanto che in “Così parlò Zarathustra” disse che l'essere umano è l'unico animale che gode della sofferenza dei suoi simili; dire che forse l'essere umano è tendenzialmente malvagio è spingersi troppo in là anche se molti dei pensatori contemporanei lo pensano.
Quindi, in che modo il fatto che la virtù sia la conoscenza del bene si ricollega all'etimologia della parola virtù che rimanda ai concetti di forza e coraggio? Se desiderare di essere felici è desiderare di essere, vuol dire che non sai chi sei e solo desiderando sai chi sei perché in un modo o nell’altro ti realizzi fissando dei confini al tuo essere.
È relativamente semplice definire l’ethos degli animali o delle piante, è semplice definire quali azioni sono intrinsecamente pertinenti a questo o a quell’altro animale ma è difficile capire qual è l'azione propriamente umana, quell’azione che rende noi umani umani. Tendenzialmente siamo capaci di tutto e quindi è complesso dare forma al nostro essere e quindi, ecco perché desideriamo.
Questo è anche il motivo per cui l’essere umano cerca l’amore e ancora prima l’amicizia; la compagnia dell'amico ci rende felici e in questo caso la felicità è una pienezza che noi sperimentiamo, un appagamento che ci rende completi e felici, sperimentiamo una dimensione di completezza che da soli non siamo in grado di darci.
Se vuoi realizzare quel desiderio di essere devi svolgere un determinato tipo di azioni e per farlo ci vuole virtù, quella capacità che hai il vir e che lo rende forte e gli permette di non deviare dall'obiettivo, l'uomo virtuoso è prima di ogni altra cosa un uomo forte.
Aristotele e l'etica nicomachea
All’inizio dell’etica nicomachea si dice che ‘tutti gli uomini per natura desiderano la felicità’. Innanzitutto, Aristotele è il primo autore ad aver scritto una trattazione etica perché sia Socrate che Platone parlano di etica ma non hanno scritto un'opera che sia specificamente dedicata a questi temi. Nelle opere in cui trattano dei problemi etici si tratta anche di altri temi, questo non vuol dire che la preoccupazione etica non sia importante per loro ma non hanno scritto delle trattazioni specificamente etiche e invece questo lo fa Aristotele.
Nicomaco è il figlio del migliore amico di Aristotele ed egli gli dedica il suo trattato (Aristotele è il filosofo dell'amicizia, Platone dell’amore). In Platone c’è l’idea molto forte che il mutamento, che da un lato ovviamente è inevitabile perché siamo immersi nella temporalità, non rende felici; l’eternità invece non è mai soggetta ad alcun mutamento ed al contrario rende perfettamente felici e ci permette di realizzare noi stessi.
Per Platone l'amore fondamentalmente è così forte che ti permette di volgere le spalle al mondo fisico, al mondo della temporalità e di concentrarti sul mondo metafisico che è al di là del corpo, al di là della nostra dimensione corporea temporale nella quale siamo immersi; l'amore è amore per la verità, per la bellezza e per il bene, le tre grandi forme con cui la realtà vera si presenta.
Al contrario, Aristotele parla poco dell’amore che per lui è solo amore coniugale, simile ad una virtù domestica, è il filosofo dell'amicizia, relazione che più di ogni altra permette agli esseri umani di realizzare sé stessi. Quando Aristotele ci dice che tutti gli uomini per natura vogliono essere felici e si dirigono verso la felicità, intende dire che c’è come una tendenza al perfezionamento sottintesa a tutte le azioni umane.
Per Aristotele è fuori discussione che tutte le azioni umane abbiano un fine. Per noi contemporanei questa affermazione sicuramente fa problema perché dalla psicanalisi in poi ci hanno insegnato che le azioni umane spesso sono folli, sembrano avere un fine ma per capire quale fine veramente abbiano occorre riferirsi all'inconscio e apparentemente le azioni umane a volte non hanno un fine. Quello che Freud afferma con la psicoanalisi è in dubbio, è in dubbio che molte nostre azioni non hanno senso perché sono magari condizionate e la nostra epoca, l'epoca consumistica, è un'epoca profondamente condizionata.
Dalla psicoanalisi sappiamo che le nostre azioni sono irrazionali. Un'epoca come la nostra, che conosce molte malattie del desiderio, conosce poche azioni che siano autenticamente finalizzate; questo non è il caso di Aristotele. Per Aristotele tutte le azioni vengono compiute per un fine; un'azione che venisse compiuta senza un fine non si dà, ai suoi occhi è impossibile una cosa del genere e quindi, se questo è vero, tutto l'agire umano è in qualche modo legato ad una volontà di perfezionamento.
Faccio questa cosa per raggiungere un determinato fine e quindi per realizzare qualcosa, per perfezionare qualcosa, portare a termine qualcosa e Aristotele si rende conto che la realtà è fondamentalmente questo, la realtà è sempre un perfezionarsi. Il bambino all'inizio non sa fare quasi niente se non piangere per attirare l’attenzione perché ha bisogno di tutto e col tempo impara a gestire il proprio rapporto col mondo esterno; quando si dice “impara a”, si parla già di una forma di perfezionamento.
Aristotele applica quest'ottica anche all'etica, il diventare virtuosi è un perfezionare la propria natura. Abbiamo detto che il desiderio è desiderio di essere, di diventare qualcuno, di perfezionare sé stessi, di far passare le nostre capacità dalla potenza all'atto; noi in potenza siamo determinate cose poi in realtà tutto è diverso, le potenzialità variano da natura a natura, ognuno ha le sue quindi per ognuno diventare sé stesso significa attualizzare (termine che Aristotele usa) far passare le proprie potenzialità dalla potenza, cioè da una situazione in cui sono ancora potenziali, inespresse, all'atto e quindi perfezionarle, portarle a termine.
Tutti gli uomini desiderano la felicità e realizzare sé stessi e cioè realizzare quelle potenzialità che ognuno di noi possiede e che sono diverse per ognuno di noi anche se fondamentalmente c’è un certo numero di tipi secondo Aristotele perché alla fine ognuno di noi ha una caratteristica che lo contraddistingue di più rispetto agli altri e queste caratteristiche sono le virtù che però noi ci ritroviamo solo in potenza e che dobbiamo portare all’atto.
Per Aristotele quindi non c'è la virtù ma ci sono le virtù perché ognuno di noi ha una natura e le sue potenzialità, la virtù del coraggio appartiene all'uomo coraggioso ma cosa vuol dire essere coraggiosi? Per Aristotele vuol dire nascere con una predisposizione all’essere coraggiosi, che può essere anche una posizione fisica e morale ma questa predisposizione da sola non basta, devo esercitare questa mia virtù, devo essere coraggioso, devo materialmente compiere delle azioni coraggiose fino a quando il comportarmi da uomo coraggioso (non basta essere predisposto ma l’uomo deve coltivare questa virtù nel corso della sua vita finché non diventerà naturale, una seconda natura, automatismo effetto di grande dedizione ed esperienza di un certo tipo fatta nel percorso della sua vita) non sarà diventato una seconda natura (dal latino ‘habitus’).
Ogni agire è quindi fatto in vista di uno scopo cioè di un bene. Solo per il fatto che le azioni sono sempre fatte in vista di uno scopo, le azioni sono fatte in vista di un bene; l’avere uno scopo è in sé per Aristotele una cosa buona perché da forma all’azione, essa ha un senso e quindi, in quanto tale, diventa comunque un'azione buona (perfino rapinare una banca è uno scopo e questo dimostra che tutto quello che si fa è in vista di qualcosa). Avere uno scopo è buono però ciò non significa che lo scopo sia per forza buono (il tuo agire ha un senso, vuoi impossessarti dei soldi, e ciò è buono, ma ciò non vuol dire che rubare sia in sé un’azione buona).
Tipi di azioni secondo Aristotele
- Agire noetico: Comprendere, lo si fa quando si ricerca qualcosa, quando si cerca di capire qualcosa. Di per sé quest’azione non è etica.
- Agire poietico: 'Poieo', creare/costruire, azione fatta in vista di un fine che non risiede in essa (es. montare un mobile, quest’azione è fatta in vista di altro, monto il mobile per riporre i vestiti).
- Agire pratico: 'Practo', azione compiuta in vista di uno scopo che risiede nell’azione stessa.
Tutte le azioni hanno un fine e quindi proprio perché hanno un fine hanno un senso; quindi il fatto di avere un fine è una cosa buona indipendentemente poi dal fatto che questa azione sia effettivamente buona o cattiva. Però il fatto che l'azione abbia un fine ci permette di distinguere in azione e quello che azione non è. Le azioni poietiche non sono perfette in sé stesse, non sono complete in sé stesse perché si appoggiano a qualcosa d'altro che è il loro fine; le azioni pratiche invece hanno in sé la propria finalità e in questo senso sono perfette, sono complete perché non rimandano ad altro.
(Es. suono il flauto perché mi piace, quest’effetto non è esterno, non si aggiunge all’azione ma sta nell’azione stessa). Le AZIONI POIETICHE sono le azioni del FARE mentre le AZIONI PRATICHE sono le azioni del CREARE.
Tutte le azioni etiche secondo Aristotele sono tutte azioni pratiche e non poietiche perché il fine di ogni azione etica è di sviluppare una virtù, sviluppare quella virtù che ognuno di noi possiede in forma eminente.
Perché tu vuoi essere coraggioso? Il fine del tuo essere coraggioso sta nel tuo essere coraggioso, nell’azione compiuta in sé stessa. (“Sono coraggioso perché salvo qualcuno” no, in realtà no perché il salvare qualcuno fa parte dell'essere coraggioso non è qualcosa di estraneo). Il fine dell’essere coraggiosi è il coraggio stesso (ogni azione coraggiosa è implicitamente coraggiosa).
C'è un lungo esercizio della propria virtù e la propria capacità di essere coraggiosi quindi è proprio in virtù di questo lungo allenamento che si arriva ad una sua applicazione automatica di essa. L'azione pratica è intimamente buona perché è gratuita, fatta in vista di niente altro che di sé stessa, ha in sé il proprio fine ed è l'azione propriamente etica.
Quindi, qual è l’agire propriamente etico dell'essere umano, cioè quell’agire che rende l'umano propriamente umano? È l’agire etico perché l’agire degli animali è sempre di tipo poietico, sono azioni che sono sempre fatte in vista di qualcosa. L'ottica degli animali e della natura potremmo dire che è sempre utilitaristica (es. vanno a caccia perché hanno bisogno di mangiare, giocano perché devono imparare determinate abilità, ecc.) mentre l’agire pratico, questo agire gratuito e disinteressato è caratteristico soltanto dell'uomo.
Cerchiamo la felicità perché la felicità è importante (in vista di sé stessa) non perché così raggiungeremo qualcos'altro. Proprio perché l’uomo agisce eticamente egli cerca il bene, la felicità che la si ricerca per sé stessa così come tutte le altre azioni pratiche vengono compiute in vista di sé stesse. Questa somiglianza per Aristotele non è semplicemente accidentale ma è sostanziale; tutto ciò che è fatto in vista di sé stesso è buono, è una forma della ricerca del bene, tutte le volte che tu compi un'azione fine a sé stessa tu stai in realtà cercando la felicità, questa dimensione di perfezione.
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