Capitolo 1: Monografia 'Senza corona'
Introduzione
In che modo il virus ha cambiato il significato della cura? Questo è stato un impatto molto duro, non solo per le numerose vittime ma anche per l’impatto economico spaventoso e violentissimo che l’Italia ma anche gli altri paesi hanno subito (il blocco delle attività economiche che non si sono ancora riprese, ci sono segni di rimbalzo ma la verità è che ci sono dei settori che non si sono mai veramente ripresi). L'epidemia ha avuto anche altre conseguenze, conseguenze di sistema che obbliga sicuramente a ripensare l'organizzazione sanitaria, è ovvio che i sistemi sanitari dei paesi ricchi non sono adeguati a questo tipo di epidemie e questo lo si trova molto chiaramente nel saggio di Leopoldo Sandonà, l'ultimo saggio del libro ‘Senza corona’.
Siamo sempre stati abituati a vedere le epidemie perché c'erano anche prima però nascevano tutte in posti lontani, esotici come l'Africa o l'Asia ed è chiaro che il sistema sanitario di questi paesi come l’Italia è buonissimo anzi, eccellente ma non è pensato per questo tipo di emergenze proprio perché sono emergenze che non riguardano i paesi ricchi ma quelli poveri (il Veneto è stato in grado di gestire la pandemia perché non era ancora stato smantellato il sistema sanitario territoriale mentre in Lombardia ciò era ormai già avvenuto).
In “Spillover” di Quammen, l’autore ci ricorda che in realtà queste epidemie sono create dalla natura ma la loro diffusione è colpa degli esseri umani, del modello di sviluppo dell’essere umano, un modello che ha delle gravissime colpe in quello che è successo.
“Queste epidemie che sono scoppiate negli ultimi 100 anni, dovremmo renderci conto che sono conseguenze di nostre azioni, non accidenti che ci capitano tra capo e collo. Dovremmo capire che alcune situazioni da noi generate sembrano praticamente inevitabili, ma altre sono ancora controllabili… Abbiamo aumentato il nostro numero fino a 7 miliardi e più, e arriveremo a 9 miliardi prima che si intraveda un appiattimento della curva di crescita. Viviamo in città superaffollate. Abbiamo violato, e continuiamo a farlo, le ultime grandi foreste e altri ecosistemi intatti del pianeta. Distruggendo l'ambiente e le comunità che vi abitavano… Facciamo terra bruciata, in modo letterale e metaforico. Uccidiamo e mangiamo gli animali di questi ambienti. Ci installiamo al posto loro, fondiamo villaggi, campi di lavoro, città, industrie estrattive, metropoli. Esportiamo i nostri animali, che rimpiazzano gli erbivori nativi. Facciamo moltiplicare il bestiame allevandolo in modo intensivo, in luoghi dove confiniamo migliaia [di esemplari]. In tali condizioni è facile che gli animali siano esposti a patogeni provenienti dall'esterno… e si contagino tra loro. In tali condizioni i patogeni hanno molte opportunità di evolvere e assumere nuove forme capaci di infettare gli esseri umani… Viaggiamo in continuazione, spostandoci da un continente all'altro… ovunque respiriamo la stessa aria diamo da mangiare agli animali tocchiamo tutto diamo la mano ai simpatici abitanti del luogo. Poi risaliamo su un bel aeroplano e torniamo a casa… Cambiamo il clima del globo con le nostre emissioni di anidride carbonica e spostiamo le latitudini in cui zecche e zanzare vivono. Siamo tentazioni irresistibili per i microbi più intraprendenti, perché i nostri corpi sono tanti e sono ovunque” (Quammen, Spillover, capitolo 9).
Arriverà un momento in cui dovremo imparare a convivere con questo virus fino a quando i nostri corpi si saranno modificati e molti di noi si immunizzeranno da soli e magari anche il virus perderà di forza e questo perché i virus continuano a mutare e durante il corso di queste mutazioni diventerà meno forte, da pandemico ad endemico.
Questo virus sembra essere sfuggito da un laboratorio di ricerca a Wuhan ma il virus non è nato là ma in campagna, nelle campagne cinesi dove gli esseri umani vivono ancora oggi con gli animali e il primo veicolo di contagio di questo virus è stato il mercato di Wuhan dove si vendono ancora gli animali vivi (cosa tipica cinese). Quammen in realtà smonta questa accusa perché dice che in realtà questi mercati vivono come attrazioni turistiche e non sono la prova del fatto che i cinesi sono ancora molto arretrati perché in realtà appunto questi mercati sopravvivono come attrazioni turistiche. Di nuovo anche qui c'è lo zampino dell’uomo che tiene in piedi questi mercati solo per i propri interessi ed è proprio lì che è avvenuto lo spillover, probabilmente questo virus non sarebbe circolato così tanto senza di essi.
Il sistema quindi deve cambiare perché questo sistema è troppo sottomesso al guadagno, al denaro e ad altri interessi e sicuramente non alla salute.
Perché 'Senza corona'?
Il libro del corso di intitola ‘Senza corona’ ma perché? Senza corona è un pò un gioco di parole ovvero si riferisce al coronavirus ma oltre a questo ci richiama questo bisogno di modificare il sistema all'interno del quale viviamo perché questo sistema è tutto costruito attorno alla centralità dell'uomo, in termini filosofici è tutto costruito intorno a un antropocentrismo ingiustificato, l'uomo si è fatto effettivamente Signore di questo pianeta, l’essere umano è la specie dominante ma il pianeta non è più la nostra casa da molto tempo o perlomeno non lo trattiamo come tale ed ecco appunto il riferimento alla corona che ci siamo messi in testa.
Questo pianeta però non è dell’uomo, un tema che ricorre spesso nel volume è proprio la fragilità dell'essere umano, la fragilità che è il dipendere, la dipendenza deriva dal fatto che non ci diamo l'esistenza ma la riceviamo ed è un esistenza limitata nel tempo; queste sono le caratteristiche che delineano il nostro essenziale dipendere da altri e da altro, cioè dall’ambiente esterno. Il nostro dipendere dalla natura è stato dimenticato, il rapporto con l'ambiente esterno, con la natura è stato messo in secondo piano e ci siamo sentiti sempre più potenti fino a coltivare, fino ai grandi progressi della tecnica, una pericolosa illusione di onnipotenza che è proprio l'opposto del dipendere. La dipendenza ti ricorda costantemente i tuoi limiti, la tua finitezza quindi la tua impotenza mentre l'onnipotenza è il non dipendere da alcunché (l’essere Dei, la vecchia tentazione di cui parla il libro del Genesi).
La tentazione dell’onnipotenza è il non dipendere ed è chiaro che ha fatto venir meno la primarietà della cura, non dipendo da altro, non dipendono dalla natura di cui non mi devo più curare e non dipendo più da altri e quindi non devo curare la relazione con gli altri, le relazioni di riconoscimento reciproco sono sempre più rare, noi viviamo di relazione di scambio, interpelliamo gli altri perché ci servono, per la loro funzione (utilitarismo) e non ci interessa più sapere che cosa l'altro sia in sé stesso.
Non è un caso che la crisi del rapporto con la natura vada di pari passo con la crisi del rapporto con l'alterità, le due si rispecchiano, non ci curiamo più nella natura così come non ci curiamo più degli altri, in generale non ci curiamo più della cura, la cura ai nostri occhi non ha più questa l’aspetto che aveva prima, questo è un tempo segnato dall'incuria. “Senza corona” quindi non è altro che accorgersi di ciò e capire che è necessario invertire questa tendenza, di capire che questo titanismo autoreferenziale, questo senso di onnipotenza che è anche barbarico, perché noi fondamentalmente veneriamo una divinità che è la divinità della tecnica e su di essa costruiamo un potere fittizio ed è una barbarie questo perché naturalmente ci porta a essere sempre meno responsabili.
Il potere della tecnica quindi alimenta il nostro falso senso di onnipotenza, si tratta quindi di cercare in qualche modo un’inversione di che sia il recupero autentico del significato della dimensione della cura ma questo comporta anche un confronto con noi stessi, che abbiamo sempre cercato di evitare negli ultimi decenni, che ci richiami la nostra fragilità e la necessità della cura degli altri intendendo con questo termine sia la cura che dobbiamo avere verso gli altri sia la cura che gli altri devono avere verso di noi (reciprocità).
L’opera indaga tutte queste dimensioni di fragilità che l'epidemia ha lasciato allo scoperto e una per una le analizza. Un aspetto su cui molti saggi del libro insistono e l'aspetto emotivo, la pandemia ha suscitato indubbiamente delle emozioni e ci sono due ragioni di questa insistenza sull'aspetto emotivo:
- Emotività passiva: l'insieme delle sensazioni ed emozioni, indubbiamente molto forti, che la pandemia ha lasciato su tutti noi. L’ultima grande pandemia che abbiamo vissuto è scoppiata esattamente 100 anni fa (1918), l'influenza cosiddetta spagnola che ha fatto milioni di morti in tutto il mondo quindi nessuno di noi ne aveva più memoria e tutti noi siamo cresciuti in un mondo dove nessuno deve preoccuparsi più di trovare da mangiare e ciò di cui ha bisogno, il nostro rapporto è modellato su questa. Le nostre emozioni sono in generale slegate da eventi così minacciosi.
- Emotività proattiva: l’emotività è importante anche dal punto di vista proattivo e non solo passivo cioè come ciò che noi abbiamo subito. Le emozioni sono importanti anche per interrogarci cosa molto importante se vogliamo cambiare il sistema.
Le emozioni della pandemia
È importante andare a indagare la pandemia perché essa è andata cambiare il senso della cura, intendendo con questo termine un senso amplissimo, cura come il sistema sanitario, il rapporto medico-paziente, quello che medici e infermieri hanno provato ma anche la cura come relazioni buone di dono e riconoscimento che ci devono essere tra gli esseri umani. Tutta la sfera emotiva è stata veramente colpita e scossa. Il primo aspetto da comprendere è questo, le emozioni della pandemia.
Un altro aspetto da analizzare è quello dei modelli di organizzazione, la pandemia ha apportato dei cambiamenti? I vecchi modelli si sono rivelati inadeguati alla novità della situazione e però non soltanto i modelli di organizzazione politica, industriale, sanitaria, etc. del nostro mondo ma anche i modelli di riflessione, i modelli con cui noi riflettiamo intorno al senso del mondo, di queste cose, della cura, etc.
Il tema delle emozioni dei curanti, nell’opera ci viene presentato da Fabio De Nardi, Giuseppe Moretto e Marco Della Valle. Questo breve capitolo sulle emozioni della pandemia una ricorre più di tutte le altre ed è le fragilità, il tema che ricorre più spesso, la sensazione di fragilità, il sentimento di fragilità, l'importanza della fragilità e di ripensare la nostra fragilità.
Tra le emozioni della pandemia, a partire dalle emozioni dei curanti, il sentimento di impotenza e di fragilità è stato la grande scoperta da parte del personale medico perché il personale infermieristico ha un altro rapporto con il paziente (tocca il corpo del malato), è molto più esposto rispetto al medico che mantiene sempre una grande distanza dai pazienti. Le nozioni dei curanti nella pandemia sono state emozioni di fragilità e anche gli stessi medici si sono sentiti impotenti perché il virus si è propagato alla velocità della luce e i medici hanno visto che non riuscivano a fermarlo e non solo, non sono riusciti a fermarlo tanto che hanno iniziato ad ammalarsi anche i medici.
C’è stata una grande tensione tra i medici, tra il pericolo del contagio e dall'altro il dovere di curare è qui è chiaro che emerge il valore della solidarietà perché giustamente un medico potrebbe non sentirsi di affrontare tutto ciò. Qui alla fine ha prevalso il senso del dovere e quindi il valore della solidarietà, sia in senso morale ma anche come difesa collettiva contro una situazione pericolosa. Questo ha rimesso al centro la funzione sociale della professione medica, ha quindi tolto questo quest’aura di potere, che viene a snaturare il senso autentico della missione di medico, e riportato la professione medica al suo significato originario che è quello di essere una funzione sociale; la medicina fondamentalmente ha una funzione sociale (guarire è una funzione sociale). I medici possono riscoprire il valore, il senso altruistico della medicina non scappando di fronte al pericolo.
La pandemia porta a rinchiudersi in sé stessi e in “Senza corona” Fabio De Nardi fa riferimento ad un’opera di Albert Camus, “La peste”, in cui viene trattato di questo chiudersi in sé stessi per paura e si parla del valore della solidarietà che viene meno in queste occasioni perché ognuno cerca di salvarsi, in particolar modo i medici dell’opera fanno ciò e qui il personaggio, una donna medico, al contrario invece riscopre l'importanza proprio del senso della medicina come solidarietà (medicina ≠ potere).
Questa fragilità non l’hanno sperimentata solo i medici che hanno perduto la loro corona, questo senso di potere di cui hanno sempre goduto per il fatto appunto che possiedono la capacità di curare, ma questa corona l'abbiamo persa un po' tutti, in qualche modo perché tutti noi possediamo un senso di falsa sicurezza (De Nardi) dovuta allo sviluppo tecnologico, tutti noi veneriamo la tecnica come una divinità e in questo modo diventiamo molto più deboli perché siamo pronti ad affidare i nostri destini alla tecnica che poi alla fin fine la tecnica non è nient'altro che un mezzo. Quindi questo senso di falsa sicurezza dato dallo sviluppo tecnologico è stato messo duramente alla prova dalle pandemia, nonostante sia passato molto tempo non abbiamo ancora un vaccino e tra l'altro è un virus molto semplice dal punto di vista biologico ma ancora non siamo riusciti a trovare una cura, non siamo riusciti a fermarlo.
Le reazioni possono essere molteplici: la reazione fondamentale di fronte a questo venir meno della sicurezza è l’angoscia, il sentimento che immediatamente si prova quando qualcosa che sentivamo sicuro viene meno, capiamo che quella che credevamo essere una difesa infallibile, una forza che non ci avrebbe mai abbandonati, non è così, non si è rivelata quella difesa efficace ed invincibile che prometteva di essere. Una volta che viene scardinata la falsa sicurezza restiamo con l’angoscia, questo però a sua volta può manifestarsi in due forme contrapposte tra di loro:
- Isterica tristezza, il catastrofismo es. “Moriremo tutti”;
- Falsa ironia, il sarcasmo, si cerca sempre di banalizzare tutto che cerca sempre di minimizzare tutto.
Questa sensazione di angoscia scatena a sua volta un potente senso di disagio che deve trovare varie forme con cui esprimersi, innanzitutto la rabbia e lo scontento verso:
- L'autorità che vengono accusate di non aver gestito bene la cosa
- Gli esperti (i virologi che hanno opinioni diverse), per poter parlare di un determinato tema bisogna avere una certa competenza tuttavia però, quando la scienza è democratica, la scienza è fondata sul consenso e non sulla verità, non c’è una teoria e quella è, non funziona così la scienza. Ci sono delle teorie più accreditate e altre meno, ma cosa vuol dire più accreditate? Sostenute dalla maggior parte degli astrofisici e quindi è un discorso di democrazia.
Questa ira contro gli scienziati che sembrano non riuscire più a rispondere alle esigenze dell’oggi deriva da una fede ingenua nella scienza, nella tecnica alla quale in precedenza abbiamo attribuito. La scienza non è un monolite, non ha un potere onnipotente che invece ci dava quel senso di falsa sicurezza, al contrario la scienza procede per prove ed errori e proprio per questo motivo questa pandemia ha in qualche modo colta di sorpresa tutti perché la classe dirigente di qualsiasi paese non sa come rispondere e hanno fatto tutti gli stessi errori.
Tutti questi sentimenti sono dettati dall'angoscia che a sua volta ha creato tre caratteristiche molto interessanti che De Nardi elenca:
- Il contagio della mente, l'epidemia, l'angoscia, contagiando la mente, ha insinuato la paranoia e la diffidenza, il sospetto. Improvvisamente non potevo sapere se la persona di fianco a me era malato oppure no. Una reazione a questo può essere la claustrophilia, il contrario della claustrofobia (paura dei luoghi chiusi), la paura dell’uscire.
- La paralisi del pensiero, si esprime in forme di pseudo logiche che sono il negazionismo, il cospirazionismo, etc. sono tutte forme paranoiche.
- La cecità del cuore, naturalmente in una condizione di questo tipo si verifica quello che descrive Camus in “La peste”, ognuno pensa agli affari suoi, pensa solo alla sua sopravvivenza. Quindi ogni capacità di sentire l'altro viene completamente meno.
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