Capitolo 1. Esigenze etiche e nuovi scenari della comunicazione
Qualcuno di recente ha detto che quella comunicativa è l’ultima grande rivoluzione quindi, non solo sono cambiati i mezzi di comunicazione ma anche il modo di comunicare. Nel momento in cui si fa notizia bisognerebbe riflettere di più sul fatto, non dare subito dei giudizi precipitosi e soprattutto i nomi di chi ha commesso il fatto. Per cui è sbagliato decontestualizzare i fatti e soprattutto fare delle ipotesi, delle congetture al posto dei fatti stessi. La notizia spesso viene trasformata nel suo commento. Al giornalista non si chiede più solo una laurea ma anche saperi tecnici come: conoscenze delle lingue, capacità di ricerca, qualità matematiche mentre all’utente è richiesta una nuova disponibilità a consumare informazione e cultura.
Non bisogna essere solo culturalmente pronti a ciò che cambia ma anche eticamente capaci di adeguare le scelte ai principi. Disponiamo di mezzi sempre più idonei al mutamento; la TV sarà sempre un testimone scomodo perché il suo modo di rappresentare la realtà è quasi sempre esposto al pericolo dell’imprecisione e dell’ambiguità: è irrealistico volere una TV radicalmente migliore della società che la esprime. La TV e la società devono crescere insieme. Costruire una comunicazione corrispondente alla deontologia dell’audience può essere il frutto solo di diverse strutture linguistiche: immaginative, psicologiche, professionali.
Capitolo 2. Etica e giornalismo
Lo scopo del giornalismo è quello di concorrere alla formazione della coscienza critica di ogni cittadino. Per arrivare a questo importante risultato i giornalisti devono necessariamente perseguire la verità o, almeno, la veridicità dei fatti, essere obiettivi e distinguere i fatti dalle opinioni, agendo nel rispetto della sfera privata dei cittadini: devono rispettare alcune regole etiche o deontologiche. Se queste non vengono rispettate, allora si manipola l'informazione e anziché informare si deforma la realtà dei fatti. La letteratura sui misfatti del giornalismo è piena di esempi che dimostrano come il giornalismo non rispetti le regole etiche prefissate.
Giovanni Gozzini narra, ad esempio, che già dal 1812 era conosciuta la pratica del puff, in Italia soffietto, che consiste nel nascondere la pubblicità dentro articoli d'informazione. Oggi i media sono la linfa vitale della vita democratica e, paradossalmente, in una società democratica un’informazione corretta è più importante che in una società autoritaria, dittatoriale.
L’etica ha per oggetto la determinazione della condotta umana nell'osservanza dei grandi principi del costume, della vita civile, dei rapporti sociali: agire onestamente, respingere qualsiasi tentativo di corruzione, essere leali. L'etica è ciò che dice dove sta il giusto e il bene, che ci sono dei valori e perché dovrei seguirli. Non appartiene ad una categoria specifica di persone ma all'umanità in generale.
La deontologia riguarda la trattazione dei doveri inerenti ad una particolare categoria di persone. Per questo viene associata alla parola professionale per indicare l'insieme delle regole di condotta riguardanti gli operatori di una specifica professione.
L'ordine dei giornalisti italiani (l'Italia è l'unico paese europeo ad averlo) è nato nel 1963 con la legge n.69 che riconosce per i giornalisti il diritto e l'obbligo a perseguire la verità, tutela la libertà d'informazione ma anche la privacy e i diritti altrui. Negli anni '90 nascono:
- La Carta d'informazione e pubblicità, che stabilisce che l'utente debba poter stabilire l'identità dell'emittente di un messaggio pubblicitario.
- La Carta di Treviso, che in base ai principi sui diritti del bambino della Convenzione ONU del 1989, assume dei principi e delle norme per tutelare il bambino, la sua crescita e il suo sviluppo.
- La Carta dei doveri, che determina la responsabilità e i doveri della categoria. La cui applicazione è vigilata da un Comitato nazionale per la correttezza e la lealtà dell'informazione.
- La Carta informazione e sondaggi, che stabilisce l'importanza di fornire strumenti per valutare la correttezza e l'attendibilità delle informazioni raccolte mediante la tecnica del campione statistico.
- E per ultimo, nel 1998, l'Ordine dei Giornalisti con il Garante della Privacy, è arrivato all'emanazione di un Codice deontologico relativo al trattamento dei dati personali nell'esercizio dell'attività giornalistica, nel quale si stabiliscono le norme di tutela dei diritti fondamentali della persona, in relazione soprattutto alla diffusione dei dati riguardanti la sfera privata che non devono essere diffusi (il domicilio, l'origine razziale o etnica, le convinzioni religiose, le opinioni politiche, le condizioni di salute, la sfera sessuale).
Nel nostro paese chi non rispetta tali codici può essere sottoposto a procedimento disciplinare, l'Italia è l'unico paese europeo a potersi avvalere degli strumenti repressivi anche del diritto pubblico in caso di violazione. Le sanzioni disciplinari sono fissate nell'articolo 51 della legge 69/1963 e sono: a) l'avvertimento; b) la censura; c) la sospensione dell'esercizio della professione per un periodo non inferiore a due mesi e non superiore ad un anno; d) la radiazione dall'Albo.
È impossibile dare una descrizione dell'enorme quantità dei fatti che accadono ogni giorno, ogni ora e ogni minuto sul pianeta, le notizie che ci arrivano dai mass media sono solo una selezione degli avvenimenti. Ogni mezzo d'informazione è perciò, inevitabilmente un giudizio sulla realtà. Non c'è un'oggettività della notizia e della sua importanza. È opportuno sapere che il medium non è mai neutrale, è importante conoscere la tendenza del giornale che si sta leggendo, che si prenda coscienza delle sue posizioni, per valutarle ed assumerle criticamente. Occorre tenere distinte però la dichiarazione del punto di vista dalla manipolazione della notizia, cioè dalla costruzione della realtà per creare consenso attraverso l'omissione di alcune notizie e l'enfasi di altre. La collocazione nella pagina, l'ampiezza, la strutturazione, le immagini manipolate contribuiscono a restituirci una realtà opportunamente mediata, usata per creare consenso.
Giorgio Bocca definisce questa pratica la disinformazia. Un esempio di come opera la disinformazia sono le classifiche dei best seller: ogni giornale le pubblica pur sapendo che sono manovrate dalle grandi case editrici, oppure, ogni giornale si rivolge agli istituti per sondaggi pur sapendo benissimo che sono fatti per campioni ridotti e inattendibili.
Dato che l'oggettività dei fatti non è raggiungibile, sarebbe almeno auspicabile garantire la pluralità dei punti di vista e delle interpretazioni, sulla base dei quali il cittadino potrebbe costruirsi un'opinione meglio ponderata. Anche l'Unione europea ha ribadito più volte l'importanza di un pluralismo dei mezzi di comunicazione. In Italia la situazione è diversa: il tasso di concentrazione del mercato televisivo nel nostro paese è il più alto d'Europa: nonostante la nostra offerta televisiva conti dodici canali nazionali e da dieci a quindici canali regionali e locali, il mercato è caratterizzato dal duopolio tra RAI e Mediaset. Il gruppo Mediaset, soprattutto, è il più importante gruppo privato italiano nel settore delle comunicazioni e dei media televisivi e uno dei maggiori a livello mondiale, controllando tra l'altro reti televisive (RTI s.p.a.) e concessioni di pubblicità (Publitalia '80), entrambe riconosciute formalmente in posizione dominante e in violazione della normativa nazionale dell'Autorità per la garanzia delle comunicazioni. Uno dei settori nel quale è più evidente il conflitto d'interessi è quello della pubblicità.
Una delle tecniche usate per manipolare l'informazione è l'Inondazione. Alcuni studiosi degli strumenti di news management (la produzione di eventi come strumento di controllo dell'informazione), hanno teorizzato la sovrabbondanza per il controllo. L'inondazione infatti confonde, crea disorientamento, fa perdere di vista le informazioni veramente importanti su cui varrebbe la pena riflettere. La sovrabbondanza impedisce una piena comprensione dei fatti perché nell'oceano di notizie il lettore si smarrisce e non riesce a dare valore e significato, a contestualizzare le notizie che gli giungono. Mai come oggi l'opinione pubblica è bombardata di notizie eppure mai come oggi il pubblico è poco informato. La sovrabbondanza è figlia di quello che Bocca definisce giornalismo quantitativo o gigantista (supplementi sullo spettacolo, la cultura, lo sport, l'economia, supplementi dalla culla alla bara: ripetizione all'infinito delle stesse ricette, delle stesse recensioni) e genera quella che Giuliano da Empoli definisce overdose cognitiva (crescita di domanda e di offerta di informazioni mentre la nostra capacità di elaborarla rimane immobile).
In questo meccanismo di giornalismo gigantista non è possibile verificare che il 2-3% delle notizie, le quali arrivano di solito dalle grandi agenzie di stampa. Chi ha interesse a far circolare una notizia falsa ha molte probabilità di riuscirci, così la dinamica di questo meccanismo di circolazione delle notizie è stata e viene spesso usata da agenzie di disinformazione per i propri scopi. Possiamo quindi essere vittime di disinformazione senza volerlo e senza che nemmeno gli operatori dell'informazione lo vogliano.
La fabbrica dell'informazione seleziona e costruisce l'agenda setting (la gerarchia delle notizie con cui si stabilisce la priorità di alcune su altre) sulla base delle esigenze di mercato. I parametri della notiziabilità (quelli secondo i quali una notizia ha più o meno interesse o appeal) sono ispirati a logiche mercantili. Il potere economico ha teorizzato che l’informazione è oggi, e ancor più diventerà domani, il prodotto di un’industria che ha un peso economico sempre più rilevante, e che l’industria dell’informazione è un’industria come le altre.
La logica mercantile ha invaso il sistema mediatico. Il potere economico tiene saldamente le redini del giornalismo contemporaneo e ha ottimi motivi per farlo: il giornalismo costituisce uno degli strumenti di controllo delle masse e oggi più che mai l'economia ha interesse a farlo.
Occorre parlare anche del fascino operato dalla pubblicità sul giornalismo. Molto spesso l'anima del commercio entra nelle redazioni e ne motiva le scelte e le strategie, finendo per subordinare la presenza del giornalismo alla presenza della pubblicità e non viceversa. Le scelte editoriali che dovrebbero essere dettate dalle logiche dell'informazione e della notizia vengono inquinate dalle contiguità con la pubblicità. L'anima del commercio seduce gli interessi e le motivazioni del giornalismo. Si può quindi affermare che oggi esistono due professioni e due mercati giornalistici: quello degli informatori che operano ancora nei quotidiani e nei settimanali d'informazione generale, e quello degli anfibi, metà giornalisti e metà pubblicitari, che dominano nei fogli d'informazione specializzata, fra il merceologico e l'affaristico, fra l'informazione di servizio e la pubblicità, che si occupano di moda, tempo libero, giardinaggio, salute, casa, culturismo, gastronomia, enologia, sport, ecc.
Abbiamo oggi a disposizione un'enorme massa di informazioni su tutto quello di cui potremmo avere bisogno e probabilmente questo è proprio quello che differenzia la nostra epoca da quelle precedenti. Il fruitore medio di informazioni non è oggi in grado di elaborare un’immagine più consapevole del mondo di quanto non avvenisse in altri momenti della storia, e per il singolo cittadino sembra alla fine essere garantita un’informazione migliore, intesa come migliore comprensione intellettuale del mondo, dei suoi aspetti e di quanto vi avviene.
Capitolo 3. Etica e televisione
Per rispondere al quesito sull’esistenza di un rapporto tra etica e televisione è necessario ripercorrere le tappe principali che hanno caratterizzato la storia della televisione e la sua programmazione. I primi esperimenti di televisione si ebbero negli anni trenta in vari paesi e portarono all'inizio delle trasmissioni in Germania, Inghilterra e Stati Uniti tra il 1936 e il 1939. Ma è solo dopo la Seconda guerra mondiale che la televisione si affermò davvero. Il servizio televisivo italiano iniziò il 3 gennaio 1954, con grande espansione tra il 1956 e i primi anni '70 ed è svolto dalla RAI in regime di monopolio e sotto il controllo governativo. Negli anni '70 poi i monopoli vennero messi in discussione e tutti i paesi d'Europa si posero il problema di aprire e privatizzare le frequenze radiotelevisive anche ai livelli locali e sopranazionali. In Italia una legge del 1975 ribadì il monopolio e introdusse una terza rete televisiva. Nel 1976 invece una sentenza della Corte Costituzionale ammetteva l'emittenza privata, sia radiofonica che televisiva, negando il monopolio. Si arrivò così, nel 1984, al superamento da parte di Fininvest (poi Mediaset) del fatturato pubblicitario della RAI.
L'effetto di queste novità modificò profondamente il linguaggio e i contenuti della televisione italiana. I programmi erano distribuiti nel corso della settimana con regolarità, per cui alcuni giorni erano dedicati ai film, altri al teatro, ai quiz, all'approfondimento informativo, agli sceneggiati, con un’offerta molteplice di prodotti diversi. La televisione non trasmetteva tutto il giorno: la mattina non c'erano programmi, iniziavano all'ora di pranzo con il telegiornale e nel pomeriggio con i programmi per ragazzi. I programmi non erano interrotti dalla pubblicità ed esisteva una netta distinzione di generi. Con la nascita e l'avvento delle TV commerciali private, l'idea di fondo dei nuovi progetti televisivi, estesa anche alla RAI, divenne quella di catturare lo spettatore allo scopo di offrire il maggior numero possibile di ascoltatori agli investitori pubblicitari. Il telespettatore non è più il destinatario di un atto comunicativo ma un target da colpire. Così i programmi televisivi, film, show e quant'altro, sono adeguati ai prodotti delle pubblicità per poter garantire un maggior ritorno di audience. Per questo tipo di televisione Umberto Eco ha coniato il termine neotelevisione, differenziandola da quella precedente legata al monopolio e chiamata prototelevisione. La competizione fra reti non ha favorito l'innalzamento della qualità dei programmi ma il loro decadimento, invece di elevare il livello culturale degli utenti, ha contribuito al suo abbassamento. Un discorso a parte va fatto per quanto riguarda la possibilità di eseguire video su internet, una piattaforma distributiva alternativa sia a quella televisiva che a quella cinematografica, accessibile a milioni di utenti in tutto il mondo. Il duopolio cinema televisione viene incrinato e poi spezzato via da un medium che possiede, tra le sue caratteristiche più importanti l'interattività, elemento non esistente negli altri due.
Gli elementi caratterizzanti del messaggio televisivo sono: immagine, contenuti, rapporto fra realtà e finzione. Un ulteriore elemento che caratterizza la televisione e che la rende così affascinante e nello stesso tempo potenzialmente pericolosa è l'immagine e la sua capacità di confondere realtà e finzione, di far sembrare vero anche quello che non lo è. Lo spettatore televisivo, che dipende dalle immagini che vede sullo schermo, sta subendo una vera e propria metamorfosi: da homo sapiens si sta trasformando in homo videns. La televisione non è più soltanto uno strumento di comunicazione ma è divenuta un medium che genera un nuovo tipo di essere umano. I bambini guardano molto la televisione ancor prima di imparare a scrivere e sono formati dalle immagini trasmesse dalla televisione prima che dalla parola. L'adulto che ne verrà fuori, sarà sordo agli stimoli del leggere e del sapere trasmessi dalla parola scritta, capace solo di rispondere a stimoli di carattere visivo. La TV poi ha la capacità di cancellare le distanze, di far vedere in tempo reale avvenimenti che accadono a migliaia di chilometri di distanza; di contro però, la parte di mondo non vista dalla telecamera viene come cancellata, facendo sì che gli avvenimenti che accadono non siano percepiti come realmente avvenuti.
Questi elementi pongono una riflessione di carattere etico: esiste ed è notizia soltanto quello che la televisione ci trasmette, tutto il resto non esiste. Un altro problema etico è quello che realtà e finzione sono portati sempre di più a fondersi: la TV cerca di avvicinarsi sempre di più al quotidiano cercando di imitarlo e il quotidiano diventa così spettacolo; la nostra vita vuole imitare ciò che vediamo in televisione in una continua osmosi. Anche i programmi dedicati all'informazione privilegiano lo spettacolo a scapito della presentazione della notizia, del rispetto dell'obiettività e dell'equità. Siccome gli organi d'informazione selezionano le informazioni che attirano l'attenzione del pubblico, dirigendo la comunicazione su determinati temi, così anche i politici si rapportano sempre meno con la realtà e sempre più con gli eventi selezionati dalla televisione e molte volte “distorti” dalla videocamera. La televisione detiene un'enorme potere: quello di influenzare a livello economico, sociale e politico la società, in un modo estremamente superiore agli altri mezzi di comunicazione, questo perché percepita come
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