INTRODUZIONE - LA PERSONA IN PROSPETIVA TRANSCULTURALE
La nozione di persona oltrepassa ogni singolo orizzonte sociale fino ad affermarsi come nozione
transculturale. Ogni cultura, in particolare, possiede una serie di assunti fondamentali su cosa
significhi essere una persona. La questione è capire in che modo, nel corso dei secoli, si è
sviluppato non il senso dell'io, della persona, ma il concetto di persona che si sono fatti gli uomini
delle varie epoche. A questo proposito l'antropologo Mauss afferma che il concetto primordiale di
persona va ricercato in alcuni popoli indiani come i Pueblo e gli Zuni. Egli, in particolare, ha
studiato i nomi di diversi clan e il ruolo che ciascuno aveva all'interno di essi. A questo proposito,
da un lato il clan era concepito come formato da un certo numero di persone o meglio di
personaggi; dall'altro, ogni personaggio del clan aveva come ruolo raffigurare la totalità
prefigurata del clan. L'antropologo, inoltre, afferma che già presso i Pueblo esisteva la nozione
della persona che cominciava già a distaccarsi dal clan durante il cerimoniale e attraverso la
maschera, il titolo, il rango, il ruolo. Questa nozione di persona si ritrovava inoltre anche nelle tribù
del Nord ovest americano e in Australia. La maschera, in particolare, è un elemento molto
ricorrente in tutte queste tribù in quanto rappresentava un fattore di identificazione della persona
nel clan e di differenziazione di un gruppo dai suoi vicini o dai suoi rivali. La maschera, inoltre,
esprimeva insieme delle relazioni con gli antenati. Per ciò che riguarda invece la nozione di
persona e di io non più intesa come personaggio, un ruolo importante è occupato dalla grande
cultura indiana. L'india, infatti, è stata la patria delle grandi religioni. Ancora prima del Buddhismo,
in particolare, l'io era considerato come parvenza, illusione. Questo assioma viene poi ripreso dal
Buddhismo, secondo cui vivere significa liberarsi dal nostro attaccamento al mondo che avviene
per mezzo della nostra volontà. Questo attaccamento al mondo porta l'uomo a soffrire, in quanto
egli è attaccato alla libertà del mondo che però è transitoria. A questo proposito Buddha cerca di
liberare l'uomo dai motivi della sofferenza, attraverso la negazione di questa volontà sino a
giungere al nulla. È necessario distruggere in se stessi la propria individualità. Sul piano
ontologico, quindi, l'uomo è una illusione, una parvenza. L'io, in sostanza, è come un arco con le
frecce dove le frecce sono le rappresentazioni dell'uomo. Il nulla buddhista, però, non va confuso
con il nulla nichilista. Vivere, secondo il credo Buddista, significa infatti perdere la propria
individualità per giungere al nirvana.
Nella cultura cinese, invece, troviamo un forte culto del clan, del cielo e degli antenati. Lo spazio
personale, invece, si deve negare. Per quanto riguarda la nozione di persona nella cultura latina e
nella fattispecie nella civiltà romana, in quest'ultima la persona diventa più un fatto di
organizzazione che fonda le sue radici sul diritto, piuttosto che un nome, un personaggio o una
maschera. Il termine persona, però, non è di origine latina, ma etrusca. Infatti furono gli etruschi a
dare alla cultura classica sia l'idea del ritratto sia la parola che designava quello che i ritratti
trasmettevano. In particolare la parola persona, che originariamente significava maschera, deriva
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dall'etrusco phersu. Sono stati però i romani a dare al termine persona il suo significato primitivo,
che è giunto poi fino a noi. In particolare, alcuni episodi che hanno fatto sì che si arrivasse a
considerare la nozione di persona in termini giuridici sono stati: la rivolta della plebe,
l'acquisizione del diritto di cittadinanza anche da parte della plebe, l'usanza di nomi, cognomi e
soprannomi ecc. Un altro contributo importante al concetto di persona è dato dai greci e in
particolare dagli stoici, i quali svilupparono un'idea di persona non solo in termini giuridici, ma
anche morali. Il termine greco pròsopon aveva lo stesso significato di persona e maschera ma
poteva significare anche il personaggio che ognuno è e vuole essere e il suo carattere. Lo
stoicismo estende poi il termine prosòpon all'individuo nella sua essenza. In questo modo dal II
secolo a.C. al IV secolo d.C. il termine pròsopon indica solo la persona, inoltre accanto al
significato giuridico acquista anche un significato morale, cioè l'idea di persona come essere
cosciente, autonomo, libero e responsabile.
Il concetto di persona è stato poi arricchito dall'aspetto metafisico con il cristianesimo, con il quale
si ha il passaggio dalla nozione di persona intesa come un uomo che ricopre un ruolo, alla
nozione di persona umana. Il cristianesimo si ha con San Paolo, colui che ha gettato le basi della
cultura occidentale. Nel testo più rivoluzionario di tutta la storia "Epistole ai Galati", S. Paolo
profetizzava l'uguaglianza delle persone e l'abolizione di tutte le differenze. Con San Paolo si
afferma quindi l'uguaglianza ontologica. L'uomo non è più visto come isolato ma in relazione con
gli altri. Con Costantino abbiamo poi l'istituzionalizzazione del cristianesimo come religione di
Stato. Nella nostra cultura il cristianesimo si è progressivamente distaccato dalla cultura ebraica
per avvicinarsi alla cultura greca e latina. Nel consiglio di Nicea, in Asia minore (325 d.C.), si
definisce il concetto di trinità e concettualmente viene concepito il principio di persona. Il
cristianesimo, però, non risolve il problema della persona, come coscienza dell'io. Questa
questione, in particolare, fu posta in età moderna dai movimenti settari (pietisti, maurietani,
puritani ecc.). La soluzione ai problemi posti da questi movimenti fu invece indagata dalla
filosofia. Fu Hume, in particolare, ad affermare che nell'anima ci sono solo stati di coscienza e
percezioni. Egli però non riuscì a dare una spiegazione esaustiva della nozione di io. Fu invece
Kant a tracciare meglio il problema, cioè capire se l'io fosse una categoria. Il primo a rispondere
finalmente a questo quesito fu Fichte, secondo il quale ogni fatto di coscienza è un fatto dell'io,
pertanto la categoria dell'io è condizione della coscienza e della scienza della ragion pura.
Successivamente, a livello di antropologia, emerge la "scuola del sospetto" con a capo Marx,
Nietzsche e Freud. Questa scuola è stata un po' diffidente nei confronti della centralità
antropologica. Marx in particolare ha contribuito a individuare la base materiale ed economica
della società. Secondo il pensatore tedesco tutti i nostri discorsi filosofici, politici e religiosi non
possono prescindere dalla base materiale. Marx invita pertanto a sospettare di quelle idee che
tendono a decontestualizzare. Nasce pertanto il sospetto verso una versione individualista
dell'uomo. Successivamente abbiamo poi avuto il contributo di Freud e Nietzsche. Freud ci ha
resi sospetti nei confronti dell'assolutizzazione della ragione. Egli scopre che dentro di noi c'è un
mondo che non conosciamo, l'inconscio, che non è del tutto rapportabile alla ragione. Con
Nietzsche, inoltre, non possiamo più concepire l'uomo come un essere razionale, ma come un
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essere tridimensionale che ha una dimensione fisica, biologica e spirituale.
Possiamo individuare una differenza sostanziale tra concetto orientale e concetto occidentale di
individuo e persona. In oriente il concetto di persona consisteva in un individuo che doveva
identificarsi totalmente con la maschera o con il ruolo sociale che le era stato assegnato. In
oriente viene pertanto annullata completamente l'individualità di ogni essere umano, in quanto
l'interesse si concentra non sulla persona ma sull'ordine sociale del sistema. In oriente, quindi,
l'individuo può avere coscienza di se stesso solo come attore che recita una parte codificata, cioè
una maschera, un ruolo sociale che deve incarnare. Al contrario in Occidente al centro del mondo
c'è l'individuo nelle sue singole specificità, ovvero l'individuo che nasce una sola volta, vive una
sola volta e si differenza da tutti gli altri uomini nella sua volontà e nel suo modo di pensare e di
agire. Nella società orientale, invece, l'essere umano è concepito come un essere immateriale
che per effetto della metempsicosi, trasmigra da un corpo a un altro. L'uomo, dopo aver raggiunto
la piena maturità e compiuto tutti i suoi doveri, potrà ritirarsi in una foresta o in qualche eremo per
liberarsi completamente della sua volontà. In questo modo egli avrà conseguito il film ultimo della
sua vita, cioè la liberazione assoluta dalla volontà di esistere. In Occidente, invece,
contrariamente alla società orientale, l'uomo si è conquistato il diritto a un'esistenza caratterizzata
da una volontà autonoma, rapportandosi a una divinità separata da lui. In oriente, invece gli dei
sono solo dei supervisori del cielo, che si limitano ad amministrare i processi di un ciclo che non
ha avuto origine da loro. Quindi, a una visione impersonalista del cosmo come nella società
orientale si contrappone in Occidente una visione personalista del cosmo.
Queste differenze sostanziali tra oriente e Occidente si ritrovano anche nelle rispettive religioni.
Infatti nelle religioni occidentali-monoteiste come l'ebraismo, il cristianesimo e l'islamismo, l'uomo
pur appartenendo al cosmo, si colloca in rapporto con un essere trascendente dal quale dipende.
Nelle religioni orientali come induismo, buddismo, confucianesimo e taoismo, invece, c'è una
continuità ontologica tra uomo e cosmo. Sul piano sociologico possiamo inoltre individuare la
contrapposizione tra individualismo (Occidente) e olismo (Oriente). Il primo si ha quando il valore
supremo è l'individuo, mentre il secondo si ha quando il valore supremo è la società intesa
globalmente. A questo proposito Dumont cerca di spiegare come, partendo dalla società olistiche,
si è sviluppato un nuovo tipo di società fondata sull'individuo. Egli, in particolare, individua la
svolta che ha determinato l'emergere dell'individualismo nel periodo ellenista che comincia nel II-
III secolo a.C. con l'avvento di Carlo Magno. Questa svolta, in particolare, è avvenuta in virtù di un
atteggiamento sviluppatosi nell'uomo: l'atteggiamento rinunciatario nei confronti del mondo. In
questa rinuncia l'uomo scopre che non è come la società, pertanto non si identifica più con essa.
Alla luce di questo, è possibile fare un confronto tra il rinunciante indiano e il rinunciante
occidentale. Nella società indiana, se da una parte si imponevano a ogni individuo una serie di
vincoli sociali, dall'altra, la rinuncia al mondo permetteva a chiunque sceglieva questa via una
piena indipendenza. In questo senso, l'allontanamento dal mondo sociale era la condizione
imprescindibile per lo sviluppo spirituale individuale. Coloro che in India rinunciavano al mondo,
però, non cercavano di cambiare l'ordine sociale ma si preoccupavano solo di se stessi. Quindi la
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differenza sostanziale che intercorre tra il rinunciante indiano e l'individuo occidentale sta nel fatto
che il primo vive al di fuori del mondo, mentre il secondo vive dentro il mondo sociale.
La differenza tra individuo e persona consiste nel fatto che l'individuo è ciò che non è divisibile e
ha una sua unità. Sul piano concreto, però, il puro essere senza relazioni è il nulla. L'uomo quindi
non può essere concepito senza riferirsi alle sue relazioni. La teoria dell'antologia relazionale
afferma in particolare che la relazione è costitutiva dell'uomo in quanto essere umano. Noi stiamo
però perdendo progressivamente il senso di un mondo attaccato e relazionato. Alla luce di
questo, diventa importante l'etica perché noi siamo esseri con l'altro e per l'altro. Essa però può
realizzarsi solo se c'è una relazione simmetrica (cioè quando il rapporto è reciproco). La relazione
educativa pertanto è etica quando un soggetto fruisce degli strumenti per fare in modo che l'altro
cresca e maturi autonomamente. Se il rapporto è per l'altro ma non con l'altro, noi non realizziamo
la nostra natura ma ci disumanizziamo. La nozione di persona nella sua struttura relazionale,
intesa come il volume totale dell'uomo, può essere inoltre il presupposto di ogni cultura, pertanto
essa acquista una forte valenza transculturale che ha permesso all'umanità di arrivare a traguardi
comuni come per esempio la "Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo" del 1948. Essa si
fonda in particolare su due principi tra loro strettamente interconnessi: da una parte l'unità della
specie umana che non tiene conto della diversità delle razze e degli individui che la compongono;
dall'altra l'universalità dei valori umani che prescinde dalla relatività dei valori propri di ogni
cultura. Al contrario i processi che hanno determinato il razzismo, fino al genocidio, sono stati
determinati dalla negazione dell'unità del genere umano. Per esempio è stato possibile compiere
il genocidio degli indios nel XVI secolo perché l'indigeno non era considerato un essere umano.
L'uomo pertanto ha una doppia identità: una identità sviluppata all'interno di una cultura
particolare e un livello ontologico costituito dalle sue possibilità non ancora attuate. Per realizzare
quest'ultimo livello e quindi l'uomo potentemente possibile, occorre fondere tra loro le diverse
culture e quindi unire Occidente e oriente. In questo senso, un contributo importante è offerto
anche dalle neuroscienze e dalla scienza cognitiva. A questo proposito George Lakoff ha parlato
di una persona neurocognitiva che contrasta in maniera radicale con la persona occidentale
tradizionale. Essa, infatti, è una persona integrale perché non è divisa tra mente e corpo; dà
inoltre valore al corpo in quanto inseparabile da esso; possiede qualità umanistiche, è una
persona giusta, altruista e rispettosa della diversità. Inoltre è una persona dotata di senso storico,
una persona complessa in quanto possiede un sistema concettuale complesso e differenziato che
tollera molteplici visioni del mondo e del sè. Allo stesso tempo è anche una persona aperta al
cambiamento, creativa ed ecologica, perché si considera inseparabile dal proprio ambiente. Infine
è una persona che ha una vita piena di significato, fondato sul corpo e sull'esperienza. 4
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PARTE I FILOSOFIA DELLA PERSONA
CAP. 1 - IL PERSONALISMO COMUNITARIO E LA CRISI DELLA MODERNITA'
1. La crisi della modernità
La filosofia di Mounier è una filosofia della crisi della modernità con una doppia accezione, in
quanto anche se è calata dentro la crisi morale e sociale della nostra civiltà, cerca anche di
oltrepassare la crisi stessa. Nella filosofia contemporanea, il concetto di crisi e il suo vero
significato storico si trovano nella dialettica hegeliana che ha segnato la crisi della categoria della
totalità. La crisi della categoria della totalità, in particolare, si sviluppa in una duplice direzione: da
un lato nega l'esistenza di un senso, fondamento che raccoglie in unità la totalità delle differenze,
in modo che la realtà appaia dissolta in una molteplicità infinita di parti; dall'altro lato, invece,
questa frantumazione della totalità si rispecchia nella frantumazione della conoscenza della
realtà. Queste due direzioni della crisi della categoria della totalità hanno messo in discussione lo
spazio e la legittimità della metafisica e l'atteggiamento derivato dalla tradizione filosofica che
pone la conoscenza della verità come guida dell'agire etico-politico. Allo stesso modo, anche le
trasformazioni sociali e culturali determinate dalla rivoluzione elettronica non hanno fatto che
confermare la crisi della modernità; pertanto la ricerca filosofica deve orientarsi su due versanti: la
definizione della modernità e la definizione di una nuova epoca. Nella sua filosofia, però Mounier
dà già una definizione di modernità, inoltre propone già il suo superamento. Per Mounier i principi
filosofici specifici della modernità sono il principio immanentistico che il principio
trascendentalistico. Nel principio immanentistico la libertà e l'interiorità consistono essenzialmente
in una opposizione al non-io e in una rivendicazione di indipendenza dell'interno rispetto
all'esterno, pertanto la verità e la vita devono essere cercate unicamente all'interno del soggetto
umano. Nel principio trascendentalistico, invece, è la nostra più intima sostanza che trascende e
domina ogni dato. Pertanto la natura, le leggi, i dogmi e i doveri non sono altro che pure
espressioni del nostro intimo. Di fronte alla crisi della modernità, la categoria filosofica che può
aiutarci a non brancolare nel buio o nel nichilismo e per superare la logica dominante che
sorregge tutta la modernità, e la categoria dell'evento. Si tratta in sostanza di stabilire un diverso
rapporto con l'essere, che non deve configurarsi solo come rapporto di dominio ma anche come
rapporto di ascolto. Anche nella filosofia di Mounier è presente la nozione di evento, la cui
coscienza rende l'uomo consapevole dei propri limiti nel trasformare la realtà, inoltre lo rende
attento al concreto, all'individuo, al particolare e lo apre al mondo e agli altri. Mounier fa però una
distinzione tra azioni ed eventi,
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