Filosofia del successo.
INTRODUZIONE - LA PERSONA IN PROSPETTIVA TRANSCULTURALE
Ricoeur ritiene che il termine “persona” sia il migliore referente per affermare la
dignità dell’uomo.
Secondo Mauss, la nozione di persona è da porre in relazione a qualcosa di fragile,
preziosa e bisognevole di un’ ulteriore elaborazione. Tutti la trovano naturale,
precisa all’interno della loro coscienza. La nozione di persona diventa sempre più
un punto comune di riferimento delle culture, che oltrepassa gli orizzonti sociali
fino ad affermarsi come una nozione transculturale. Ogni cultura cioè, come
afferma Lakoff, possiede una serie di assunti fondamentali su cosa significhi essere
una persona. Non è mai esistito un essere umano sprovvisto della propria
individualità. Occorre vedere in che modo, nel corso dei secoli, si è elaborata la
nozione dell’io, l’idea che gli uomini delle varie epoche e culture se ne sono fatti.
Mauss colloca agli inizi gli Indiani Pueblo, gli Zuñi; egli afferma l’esistenza di un
numero determinato di nomi per clan e la definizione del ruolo esatto che ognuno ha
nella rappresentazione del clan. Da un lato il clan è concepito come formato da un
certo numero di personaggi; dall’altro, il ruolo di tutti questi personaggi consiste nel
raffigurare la totalità del clan.
Mauss afferma l’esistenza presso i Pueblo già della nozione dell’individuo,
attraverso la maschera, il rango, il ruolo, la proprietà, la sopravvivenza e la
riapparizione sulla terra in uno dei suoi discendenti.
Lo stesso tipo di nozione di persona Mauss lo ritrova nelle tribù del Nord-ovest
americano e un po’ dappertutto in America. La perpetuità delle cose e delle anime
è assicurata dalla perpetuità dei nomi degli individui. Tutto, anche la guerra, si
svolge tra portatori di diversi titoli ereditari che incarnano le diverse anime.
Mauss segnala le maschere doppie o anche triple, che rivelano due o tre esseri
personificati dal portatore della maschera. Ogni momento della vita è personificato
con un nuovo nome, un nuovo titolo. La maschera è fattore d’identificazione della
persona nel clan e di differenziazione di un gruppo dai suoi vicini, dai suoi rivali o
dai suoi predecessori. Mentre per noi lo scopo della maschera è quello di
nascondere l’identità, per le culture illetterate, invece, serve proprio a descrivere
l’identità dell’uomo e del clan. L’India è stata la più antica delle civiltà che abbiano
avuto la nozione dell’individuo, della sua coscienza, dell’io.
Il sãmkhya, la scuola che ha preceduto il buddismo, ritiene che l’io sia illusorio; il
buddismo decretava che l’io era un composto, divisibile. Buddha rifiuta la dottrina
dell’atman, secondo la quale nell’uomo l’unico vero soggetto non è l’io, ma il sé,
l’atman appunto, il quale non è reale nelle sue determinazioni individuali ma nella
sua identità con Brahman, ovvero l’Essere eterno che tutto riempie di sé, e conserva
la dottrina dell’illusorietà dell’io, che egli riduce a rappresentazioni.
Nella Cina antica, come nel Nord-ovest americano, l’ordine delle nascite e il rango
sociale fissano i nomi, la forma di vita dell’individuo, la sua <<faccia>>. La sua
individualità è il suo ming, il suo nome. Il nome, il ming, è un collettivo, una cosa
venuta da un altro luogo: portato dall’antenato corrispondente, andrà al discendente
del portatore.
In Africa, la nozione di persona è data dal termine muntu, che significa
precisamente <<persona-in>>. L’ “unione con” ci rimanda all’unità della famiglia.
L’elemento che fa sì che questa “persona-in-unione-con” resti un’individualità, è il
muxima, il cuore. Esso non è solo la sede delle emozioni e degli affetti sensibili, ma
è anche il centro del pensiero. Il fatto che l’uomo sia muntu, cioè persona in unione
con, non significa che possa declinare tutte le sue responsabilità sulla famiglia o
sulla comunità. I figli non necessariamente ereditano il carattere, la volontà e
l’intelligenza dei loro genitori; essi hanno la propria identità e quindi la propria
personalità.
Nella civiltà romana, la persona è più che un fatto di organizzazione, più che un
nome o un personaggio o una maschera, è un fatto fondamentale del diritto. Nel
diritto non ci sono che le personae, le res e le actiones..
Sembra certo che il significato originario del termine “persona” fosse 1
<<maschera>>; in realtà, il vocabolo non è di origine latina, ma etrusca. Comunque,
anche se non sono stati i Latini ad inventare il vocabolo, sono stati loro a dargli il
significato primitivo, che è diventato il nostro. Questo, però, non avvenne subito; ci
sono stati degli episodi, come la rivolta della plebe, il pieno diritto di cittadinanza
acquistato da tutti i membri plebei delle gentes, l’usanza dei nomi e soprannomi, che
hanno stabilito il diritto alla persona. Da questo diritto è escluso lo schiavo; egli non
ha personalità, non possiede il suo corpo, non ha antenati, nome, cognome, beni
propri. L’uomo libero è invece proprietario del proprio corpo; i servi, pur non
possedendo il loro corpo, però, hanno già un’anima data loro dal Cristianesimo.
Importante è il contributo dello stoicismo, che estende il termine pròsopon
all’individuo nella sua nuda essenza, tolta via ogni maschera, e, al tempo stesso, si
conserva il senso dell’artificio: il senso di ciò che costituisce l’intimità della persona
e il senso di ciò che è il personaggio.
Dal II sec. a.C. al IV d.C. pròsopon indica ormai solo la persona e viene aggiunto al
significato giuridico un significato morale, il senso di un essere cosciente,
indipendente, autonomo, libero, responsabile.
A dare una base metafisica alla nozione di persona ha concorso il Cristianesimo.
Con esso si ha il passaggio dalla nozione di persona intesa come uomo rivestito di
un ruolo, alla nozione di persona umana.
Come affermava S.Paolo, <<Non c’è giudeo, né greco né schiavo né libero né
maschio né femmina, tutti voi siete uno solo in Gesù Cristo>>. E’ a partire dalla
nozione di uno che si è creata la nozione di persona.
Il problema della persona, come coscienza dell’io, ha trovato la sua soluzione nei
movimenti settari durante il XVII e XVIII secolo. Questi movimenti posero le
questioni riguardanti la libertà individuale, la coscienza personale, il diritto di
comunicare direttamente con Dio, di avere un Dio interiore, e stabilirono la nozione
secondo la quale la persona = l’io e l’io = la coscienza.
Fu Hume a dirci che nell’anima ci sono solo stati di coscienza, percezioni; egli,
però, finiva con l’esitare davanti alla nozione di “io” come categoria fondamentale
della coscienza. E’ solo con Kant che essa prende una forma precisa, l’io
inscindibile Kant lo trovava intorno a sé. Kant pose, ma senza risolverlo, il
problema consistente nel sapere se l’ “io” sia una categoria. Chi rispose che ogni
fatto di coscienza è un fatto dell’ “io”, chi fondò tutta la scienza e tutta l’azione sull’
“io”, fu invece Fichte.
Mauss, riepilogando tutto il cammino della nozione di persona, afferma che da un
semplice mascheramento alla maschera, da un personaggio a una persona, a un
nome, a un individuo, da questo a un essere di valore metafisico e morale, da una
coscienza morale a un essere sacro, da questo a una forma fondamentale del
pensiero e dell’azione, il percorso è compiuto.
Ora occorre effettuare una distinzione tra il concetto orientale e quello occidentale
di individuo.
In Oriente il concetto comune di persona è che un individuo debba identificarsi
totalmente con la maschera o con il ruolo sociale che gli è stato assegnato, e poi,
dopo che tutte le aspettative sociali sono state perfettamente compiute, che debba
cancellare se stesso altrettanto totalmente. In contrasto con l’idea, tipica dell’Europa
occidentale, di un destino e di un carattere che, presente in ognuno di noi, deve
essere realizzato nella nostra unica vita appunto come suo “significato” e
“compimento”, nel mondo orientale l’interesse si concentra non sulla persona, ma
sull’ordine sociale del sistema. Mentre in Occidente il centro della visione del
mondo è l’individuo che nasce una sola volta, vive una sola volta e si differenzia da
ogni altro nella sua volontà, nel modo di pensare e di agire, in tutto l’Oriente l’entità
vivente è concepita come un essere immateriale che trasmigra da un corpo a un
altro, indossando prima una forma poi un’altra. Tale entità non è il proprio corpo,
non è il proprio io: si deve pensare a tutto ciò come a qualcosa di illusorio. In breve,
i principi riguardanti l’io, il libero pensiero, la libera volontà, l’agire sotto la propria
responsabilità sono, nelle società orientali, respinti come opposti a tutto ciò che è
naturale, buono, vero.In Occidente l’uomo si è conquistato il diritto a un’esistenza
personale dotata di una certa autonomia di volontà, rapportandosi a una divinità
separata da lui, che gode anch’essa di libero arbitrio. A una visione impersonalista 2
del cosmo, delle sue leggi si contrappone in Occidente una visione personalista del
cosmo e delle sue leggi.
Questi caratteri distintivi dell’Oriente e dell’Occidente sono riportabili alle
rispettive religioni. Per Ebrei, Cristiani e Musulmani, l’uomo pur appartenendo al
cosmo, se ne distacca nettamente e si colloca in rapporto personale con un Essere
trascendente dal quale dipende.
Per tutte le altre religioni, invece, c’è continuità essenziale tra l’uomo e l’universo,
tra la sostanza profonda dell’io (atman) e quella dell’universo (brahman).
Sia nell’induismo (per cui l’individuo è un’illusione) e nel buddismo (volere di
non volere=noluntas) che nel confucianesimo e nel taoismo, l’individuo non è il
valore centrale, perché tali culture sono sociocentriche e/o cosmocentriche.
Secondo Dumont, là dove il valore supremo è l’individuo, come in Occidente,
abbiamo l’individualismo; là dove il valore supremo si trova nella società, abbiamo
l’olismo, come in Oriente. Dumont cerca di spiegare come, partendo dalle società
olistiche, si sia potuto sviluppare un tipo nuovo di società, quello fondato
sull’individuo, che contraddiceva la struttura olistica dominante. Dumont pone nel
passaggio da Platone e Aristotele al periodo ellenistico il punto di rottura che ha
prodotto l’emergere dell’individualismo. Mentre, infatti, in Platone e Aristotele era
la polis ad essere considerata autosufficiente, con l’ellenismo è l’individuo che
viene concepito tale da bastare a se stesso. Per epicurei, cinici e stoici l’individuo
non è solo un dato di fatto empirico, ma è anche un ideale morale, ovvero un essere
indipendente, autonomo e di conseguenza non sociale.
Il primo passo per diventare saggi e autonomi è lasciarsi alle spalle il mondo
sociale, rinunciare al mondo. La verità può essere raggiunta solo da chi ha
rinunciato, come in India.
La comparazione con l’India permette a Dumont un raffronto tra il rinunciante
indiano, che è un <<individuo-fuori-dal-mondo>>, e l’individuo occidentale, che è
un <<individuo-nel-mondo>>.
L’allontanamento dal mondo sociale è la condizione indispensabile per lo sviluppo
spirituale individuale. Dalla rinuncia al mondo deriva la relativizzazione della vita
nel mondo. I rinuncianti non cercano affatto di cambiare l’ordine sociale; il
rinunciante basta a se stesso, non si preoccupa che di se stesso. Il suo pensiero è
simile a quello dell’individuo moderno, ma mentre noi viviamo entro il mondo
sociale, egli ne vive al di fuori. Dumont in questo modo crea un collegamento tra
Oriente e Occidente e ipotizza che anche in Occidente l’individualismo sia nato in
modo analogo.
Quella che chiamiamo dignità dell’uomo, individualità e responsabilità dell’io non è
l’esperienza fondamentale della persona, ma sono idee elaborate storicamente e
culturalmente condizionate. L’esperienza, l’idea di individualità e la coscienza
responsabile non possono essere considerate il punto fenomenico di partenza per la
definizione della persona.
Otto suggerisce il concetto di reciprocità, ovvero ciò che concerne le persone non
va cercato soltanto nelle persone stesse ma tra di loro. Una persona può esistere ed
essere compresa non <<in sé>>, ma soltanto attraverso il rapporto con altre persone.
Il tratto principale dell’esistenza umana è <<l’uomo – con – l’uomo>>,
<<l’interrelazione>>, che ha la sua radice dove l’uomo vede nell’altro la sua
alterità, vede quest’altro essere ben determinato, posto lì per comunicare con lui. Il
“tra” costituisce l’essere-persona; e tutto ciò che si vuole pensare sulla realtà della
persona va pensato a partire da esso.
Un uomo non è soltanto esterno all’altro in quanto suo interlocutore ma, in quanto si
rivolge a lui, gli è anche immanente (interno).
Il fine ultimo di ogni cultura non è solo la sopravvivenza, ma il perfezionamento
dell’uomo. Ogni cultura umana è contemporaneamente particolare in quanto cultura
e universale in quanto umana; ogni uomo porta in sé la forma intera dell’umana
condizione. L’uomo è duplex, ha una identità elaborata all’interno di una cultura
particolare e un altro livello costituito dalle sue possibilità non ancora attuate.
Proprio perché non è apparso tutto quello che noi siamo, nessuna cultura ha finora
realizzato tutte le potenzialità umane. Per realizzare l’uomo inedito, occorre avviare
quella che Gadamer ha chiamato <<la fusione degli orizzonti>>, un processo di 3
reciproca fecondazione delle culture, per costringerle a misurarsi in avanti.
E’proprio il “noi”, la persona intesa come reciprocità e in senso comunitario che
può articolare singolarità e comunità.
Lakoff parla di persona neurocognitiva, ovvero una persona:
a) integrale, perché non è divisa tra mente e corpo;
b) che dà valore al corpo, perché si considera inseparabile da esso;
c) che non sottovaluta la spiritualità;
d) dalle qualità umanistiche;
e) giusta e altruista;
f) rispettosa della diversità;
g) dotata di senso storico;
h) complessa, possiede un sistema concettuale complesso e differenziato che
tollera molteplici visioni del mondo e molteplici aspetti del Sé;
i) aperta al cambiamento;
j) creativa, poiché riconosce l’importanza del ruolo che hanno i meccanismi
dell’immaginazione nel costruire la comprensione del mondo e il proprio
posto al suo interno;
k) ecologica, perché non si considera separabile e indipendente dal proprio
ambiente;
l) dalla vita piena di significato, fondato sulla pienezza dell’esperienza.
Se la nostra società adottasse una simile concezione della persona, secondo
Lakoff parecchie cose cambierebbero profondamente.
CAPITOLO 1 – IL PERSONALISMO COMUNITARIO E LA CRISI DELLA
MODERNITA’
La crisi della modernità
Come affermava Nietzsche, il passato si comprende soltanto come architetti del
futuro, come sapienti del presente, solo in questo modo si riesce a sfuggire alla
<<malattia storica>>.
La filosofia di Mounier è calata dentro la crisi morale e sociale della nostra civiltà,
ma rappresenta anche una proposta di oltrepassamento della crisi stessa. Nella storia
le crisi si sono risolte affrontandole e combattendo, gettando le basi per il loro
superamento.
La crisi della dialettica hegeliana ha segnato la crisi della categoria della totalità e di
ogni razionalità totalizzante. La crisi della categoria della totalità si sviluppa in una
duplice direzione: da un lato si nega l’esistenza di un senso che raccolga in unità la
totalità delle differenze; dall’altro, questa frantumazione della realtà totale si
rispecchia nella frantumazione della conoscenza della realtà. Frantumazione che
consiste nell’abbandono di quel significato trascendentale del pensiero: la
coscienza che il pensiero non è un ente tra gli altri, ma è l’orizzonte di ogni ente, è
la dimensione all’interno della quale è solo possibile parlare di un qualsiasi ente, e
che questa è la totalità stessa.
In Mounier abbiamo sia la consapevolezza della crisi della modernità sia la
definizione della modernità sia il superamento della modernità stessa. Per Mounier i
principi filosofici specifici del mondo moderno sono: il principio immanentistico e
quello trascendentalistico.
Principio immanentistico: la libertà e l’interiorità consistono in una opposizione al
non-io, in una rivendicazione d’indipendenza dell’interno rispetto all’esterno; verità
e vita devono essere quindi cercate unicamente all’interno del soggetto umano,
poiché ogni azione, ogni aiuto, ogni regola che provenisse dall’altro sarebbe un
atte
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