L’etera e la geisha
L’Oriente ed l’Occidente: per molti secoli queste due zone del continente eurasiatico non si sono mai venute a contatto tra loro, sviluppando così due culture totalmente differenti, sia secondo le tradizioni, che secondo la religione e la moralità. Pochi sono i punti in comune tra di esse, tra cui la condizione delle donne: sia in Occidente che in Oriente, esse non avevano alcun diritto, erano costrette a servire l’uomo e a soddisfare tutti i suoi desideri. Non a caso, quindi, si svilupparono in entrambe le culture figure come la prostituta e l’etera in Occidente, o la geisha in Oriente.
Ritengo, a mio parere personale, che sia molto interessante esporre un confronto tra queste due ultime figure, l’etera e la geisha, perché ritengo che sia sorprendente la somiglianza tra esse benché si siano sviluppate a migliaia di chilometri di distanza.
I rapporti extraconiugali e le donne nell’antica Grecia
Al matrimonio non mancavano altre occasioni per soddisfare tanto i suoi desideri quanto il bisogno d'affetto o di rapporti intellettuali. Il matrimonio era un vero e proprio contratto che l'uomo della polis stipulava con la famiglia della donna che voleva sposare.
Come diceva Demostene, un uomo ateniese poteva avere tre donne:
- La moglie (“gynè”) per procreare figli legittimi;
- La concubina (“pallakè”) per la cura del corpo;
- L'etera (“etaira”) per il piacere.
Sebbene nell'età classica fosse di regola la monogamia, talora poteva essere tollerata ed era legalmente tutelata la presenza di una concubina. La concubina è spesso una straniera che non può essere sposata, ma è una donna che viene considerata dal diritto ateniese. Questa costituiva in pratica un doppione della moglie legittima, dalla quale si differenziava principalmente perché la sua presenza non era garantita da alcun impegno formale, e pertanto poteva essere congedata quando il padrone lo riteneva. D'altra parte si può ritenere che l'uomo greco, che teneva in casa una concubina, nutrisse per lei un rapporto affettivo o, quanto meno, sentisse una attrattiva materiale molto più intensi a confronto della moglie.
Va inoltre detto che vi era, a disposizione dell’uomo greco, anche la “pòrne”, la prostituta dietro compenso. A questa gamma di possibilità di rapporti, bisogna aggiungere - perché è molto importante - il suo giovane amante. In Grecia l'educazione dei giovani era affidata al rapporto con un adulto, per un uomo adulto era normale avere anche un giovane da educare, al quale insegnare a diventare un cittadino.
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Mentre l'uomo viveva molteplici rapporti, la donna invece, ovviamente, non ne aveva nessuno e se tradiva il marito, commetteva un reato chiamato “moikéia”; a questo era soggetta anche la concubina, la quale quindi non aveva diritti ma veniva punita come una moglie. Il fatto che la legge intenda come adulterio intrattenere rapporti non solo con una donna maritata, ma anche con una donna nubile o con una concubina, dimostra che il reato non lede l'interesse del marito alla fedeltà della sposa, ma l'interesse del gruppo familiare, dell'“oìkos”, che può essere inquinato dall'introduzione di figli bastardi. La soppressione dell'adultero è quindi un atto di legittima difesa, esercitato dal capo dell'“oìkos” a tutela di un bene di sua proprietà, non diverso da quello del padrone di casa che uccide il ladro sorpreso a rubare.
La donna greca aveva bisogno di un tutore che spesso era il marito e non ereditava, a differenza della donna romana. Se questi moriva, era affidata al parente più stretto del defunto o al figlio. Le donne si sposavano sempre molto giovani. Il divorzio era concesso unilateralmente dal marito ma più che un divorzio poteva essere considerato come un vero e proprio ripudio. Le donne più ricche, vivevano in genere segregate in casa e avevano scarso contatto con il mondo esterno. La loro attività principale era la tessitura che si svolgeva nel gineceo: luogo in cui passavano la maggior parte del tempo. Queste regole riguardo alla vita della donna, però, non erano seguite a Sparta: lì le donne potevano praticare anche loro i vari esercizi ginnici, gareggiare con gli uomini e poter uscire di casa anche dopo il matrimonio.
Molto spesso le donne erano colpite da un forte disagio psicologico causato dal fatto che fin dalla giovane età erano costrette ad abbandonare la casa paterna per vivere con il marito spesso molto più vecchio. Dovevano essere delle ottime madri e delle amministratrici rigorose.
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La donna, l’“aretè” e la “sophrosyne”
“Se devo accennare anche alla virtù femminile, per tutte quelle che ormai sono vedove, con una breve esortazione mi basterà per esprimere ogni cosa: il non essere inferiori rispetto alla vostra natura vi darà grande reputazione, così come se di voi si parlerà meno tra gli uomini, sia per la virtù che in biasimo.”
(Tucidide, “Guerra del Peloponneso”, II, 45, 2)
È Pericle che parla, e si rivolge alle vedove degli Ateniesi morti per la patria. Delinea in queste parole con precisione ciò che si pretende da una donna onesta: silenzio, obbedienza, sottomissione. Non ci sono giunte infatti parole e atti memorabili di donne se non riportate per colpire o sottolineare difetti e pregi della figura maschile che le accompagna: le donne greche non hanno voce.
L’“aretè”, la virtù, ha un valore maschile, ma Pericle nel discorso usa questa stessa parola per richiedere il doveroso coraggio alle vedove ateniesi e ciò specifica che si tratta di “gynaikèias aretès”, virtù femminili, declinato al femminile. La donna deve soprattutto provvedere alla procreazione, cioè garantire la continuità sociale, poi le si raccomanda la “sophrosyne”, la saggezza che si esplica nella castità coniugale e si confonde nell'anonimato: essere discreta, virtuosa, casta, adattarsi alle regole di condotta che a lei vengono richieste, anzi si pretendono, deve uniformarsi ad un codice di comportamento, non farsi notare, rinunciare a essere brillante o spiritosa. Il nome di una donna non deve arrivare alle cronache, ché questo sarebbe imperdonabile segno di cattiva reputazione: per le donne la fama è cattiva fama. E per una “civiltà della vergogna”, la cattiva fama è l'esposizione all'esclusione sociale. Alla fine della vita, a questa “gynè” spetta la ricompensa dell'epitaffio: “Se esiste una virtù (“aretè”) delle donne, costui la ebbe al più alto grado”.
“Fra tutte le creature dotate di anima e intelligenza, noi donne siamo le più sventurate. Intanto, dobbiamo comprarci con una robusta dote un marito, anzi prenderci un padrone del nostro corpo, che è malanno peggiore. Ma anche nella scelta c'è un grosso rischio: sarà buono o cattivo il marito che ci prendiamo? [...] Un uomo, quando è stanco di starsene in famiglia, esce, evade dalla noia, si ritrova con amici e coetanei; noi donne, invece, siamo costrette ad avere sempre sotto gli occhi un'unica persona. Si blatera che conduciamo una vita priva di rischi, tra le mura domestiche, mentre i maschi vanno a battersi in
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