CAPITOLO 1: LE DISCIPLINE DEA
1: Cosa significa M-DEA/O1?
significa “discipline demoetnoantropologiche”. Questa denominazione combina i nomi di tre
M-DEA
insegnamenti di questo settore scientifico-disciplinare in Italia che sono:
Antropologia culturale
Etnologia
Demologia (storia delle tradizioni popolari)
Si tratta di tre scienze umane il cui oggetto è lo studio dell’uomo e delle culture umane nelle loro
articolazioni etniche e nelle loro espressioni popolari. In antropologia per cultura si intende non solo i
prodotti del lavoro intellettuale (arte, letteratura, scienza) ma il complesso degli elementi non biologici
attraverso i quali i gruppi umani si adattano all’ambiente e organizzano la loro vita sociale. Ad esempio
fanno parte della cultura le istituzioni, le tecniche di lavoro, le forme di parentela, il linguaggio ecc ecc.
Con il termine etnologia ci si riferisce a studi settoriali su specifici popoli e culture in ogni parte del mondo.
La demologia è lo studio della cultura popolare e tradizionale della nostra stessa società, invece
l’antropologia pone l’accento su ampi approcci
culturale di tipo teorico e comparativo.
2:L’origine dell’antropologia culturale
La nascita dell’antropologia culturale si fa corrispondere al 1871, data di pubblicazione di un libro di Edward
Tylor intitolato “Primitive Altri antropologi invece pensano che le origini dell’antropologia
Culture”.
risalgano a molto prima vedendo precursori in varie epoche della storia del pensiero. Altri invece pensano
che non si possa parlare di una vera e propria antropologia prima del Novecento ovvero quando si
svilupparono metodologie di ricerca sul campo che diventano tratto distintivo della disciplina.
l’antropologia culturale si costituisce negli ultimi decenni dell’Ottocento: è il
Tuttavia sul piano istituzionale
periodo della grande fiducia nella scienza e nel progresso e di uno sviluppo capitalistico visto come
inarrestabile.
L’antropologia si caratterizza per lo studio dei primitivi ovvero di quei gruppi non toccati dalla modernità.
Troviamo però una tensione intellettuale in quanto parlare di cultura dei primitivi significa contrapporsi ad
un senso comune che li considera bestiali e privi di ogni cultura e parlare di tale cultura significa mostrare
come essi siano più vicini a noi di quanto ci piaccia immaginare. L’antropologia fin dall’inizio sta dalla parte
che ne afferma l’inferiorità
dei primitivi e contro il razzismo biologico congenita.
3:Vocazione per la diversità
Nel contesto della globalizzazione è ovvio che non esistono più primitivi. L’attrazione per la diversità sta
dell’antropologia anche nei confronti della propria cultura. Il
anche alla base di una vocazione critica
confronto con l’altro costringe ad una continua revisione delle nostre categorie e di ciò che nel nostro senso
comune si dà per scontato. Il confronto con il diverso ci fa vedere le cose familiari sotto una luce diversa che
in qualche modo le rende “strane”. Ernesto De Martino, uno dei fondatori della moderna antropologia
italiana, chiamava scandalo etnografico questo incontro-scontro con una diversità che ci costringe a
rivedere i nostri sistemi categoriali e ci costringe a rivederli in un processo di costante ampliamento della
nostra consapevolezza storiografica. L’analisi di molte pratiche primitiva e apparentemente bizzarre hanno
portato a ripensare in modo fortemente critico alcuni fondamenti propri della nostra vita sociale.
Bisogna chiarire che non è possibile parlare di culture come entità compatte e ben definite e per di più
coincidenti con un popolo e un territorio. Ciò non significa che le differenze culturali non esistano più, al
contrario la globalizzazione per certi versi le moltiplica pur mischiando i contesti. In questa situazione
l’antropologia continua a definirsi in base allo studio delle differenze. La comprensione antropologica non
può far a meno di passare attraverso le diversità culturali.
4:La ricerca sul campo
Un tratto peculiare molto importante dell’antropologia è L’antropologia attraverso il
la ricerca sul campo.
fieldwork (ricerca sul campo) tenta di rispondere ai problemi teorici che si pone.
Il modello classico di fieldwork antropologico si viene definendo con le prime scuole novecentesche in
particolare con quelle anglosassoni. I padri fondatori di tale metodo sono Franz Boas e Bronislaw
Malinowski.
DIFFERENZA TRA MALINOWSKI E BOAS: Boas è uno dei primi antropologi ad andare a fare ricerca
sul campo, ma lui non viveva con gli abitanti del luogo bensì in una casa posta al di fuori del villaggio che
intendeva studiare e riceveva gli abitanti del luogo nella propria casa per informarsi su quella cultura.
Malinowski invece per fare ricerca va a vivere in mezzo alla popolazione che intende studiare e fa una vera
e propria esperienza delle loro tradizioni vivendole lui stesso.
Gli antropologi vittoriani non erano ricercatori. Ritenevano che la raccolta dei dati empirici e il lavoro
teorico di analisi e comparazione dovesse restare separati, affidati a persone con diversi ruoli e competenze.
Dunque non svolgevano il loro lavoro sul campo ma in biblioteca utilizzando come fonti i resoconti di
viaggiatori, naturalisti, missionari ovvero persone che non avevano una preparazione specifica ma che erano
stati in contatto con culture lontane e ne avevano scritto. Questa “antropologia da tavolino” aveva
l’inconveniente di poggiare su dati incerti, raccolti in modo dilettantesco e privi di attendibilità scientifica.
Nel ‘900 la figura del teorico e quella del ricercatore si fondono dando vita alla figura dell’antropologo . Il
manifesto programmatico di questa nuova figura si trova in un libro di Malinowski: “Argonauti del Pacifico
occidentale”(testo incentrato sulla descrizione del kula ring un complesso sistema di scambio cerimoniale di
oggetti preziosi). Nell’introdurre la sua ricerca M. chiarisce come sia necessaria sia la preparazione teorica e
metodologica, sia la diretta esperienza vissuta della cultura che si intende studiare per andare a formare la
figura dell’antropologo: senza la preparazione non si saprebbe osservare e l’osservatore non sarebbe in grado
di individuare i tratti rilevanti di un contesto culturale e di conseguenza non saprebbe trasformare in
documenti o dati l’esperienza vissuta.
Invece senza l’esperienza diretta il teorico non riuscirebbe mai a comprendere fino in fondo un’altra cultura e
non riuscirebbe ad entrare in empatia con essa. Malinowski conia il termine osservazione partecipante per
indicare quello stile di ricerca per cui l’antropologo vive all’interno di una comunità, condivide la
quotidianità ed entra in rapporti personali con i suoi membri partecipando alle più importanti pratiche sociali.
Questo stile di osservazione partecipante diventerà lo standard per molte generazioni successive di
antropologi. Tale metodo implica una permanenza prolungata sul territorio non inferiore ad un anno e
condotta a stretto contatto con gli indigeni: ciò significa tagliare i rapporti on gli altri occidentali e vivere
un’esperienza di radicale estraniamento dalla propria cultura di provenienza.
Questo può provocare vere e proprie crisi esistenziali: è il caso stesso di M. Infatti dopo la sua morte la
moglie acconsentì alla pubblicazione del suo diario: “Diario di un antropologo” si trattava di appunti che
M. stesso aveva preso durante la sua permanenza nelle isole Trobriand. Ciò provocò un grande scalpore
nell’ambiente antropologico in quanto viene fuori un uomo frustrato, infastidito dalla società stessa che
stava studiando e che non vedeva l’ora di tornare a casa. Da questa pubblicazione poi vennero fuori dei
dibattiti sul ruolo della soggettività nella ricerca sul campo.
La ricerca sul campo deve adottare un approccio olistico ovvero deve andare a studiare tutti gli aspetti di una
cultura: occorre imparare il linguaggio locale, studiare gli aspetti economici quelli politici, le strutture di
parentela, le pratiche religiose e così via. Altri strumenti metodologici molto importanti oltre
all’osservazione partecipante sono: schemi genealogici, interviste strutturate (con scelta di informatori
privilegiati) la schedatura dei manufatti, la documentazione fotografica e la redazione delle note e del diario
di campo. Anche il modello malinowskiano di fildwork però non è sopravvissuto alle trasformazioni degli
oggi le condizioni per immaginare l’antropologo
ultimi decenni. Sono troppo diverse come eroe solitario che
esplora una cultura nella sua autenticità.
Tuttavia, anche se in forme diverse, la ricerca sul campo continua ad essere il nucleo centrale delle discipline
DEA.
5: Gli specialisti disciplinari
L’antropologia si articola in diverse partizioni specialistiche in quanto è aperta ad una molteplicità di
tematiche. Tali partizioni riguardano innanzitutto le aree geografico-culturali in cui si svolge la ricerca. Il
modello classico di fieldwork implica che uno studioso nella sua carriera, può diventare esperto di due, o in
casi eccezionali tre, aree culturali. Solitamente lle specializzazioni vengono espresse in riferimento a grandi
continenti o sub-continenti (antropologi africanisti, europeisti, oceanisti ecc ecc). Ovviamente, nel quadro di
queste grandi aree, gli studiosi sviluppano la loro ricerca in regioni circoscritte o in piccoli villaggi.
Le fonti orali sono il più comune strumento utilizzato nella ricerca. Vi sono settori che si specializzano nella
loro produzione e nella loro trascrizione. Le fonti scritte sono state considerate a lungo estranee in una
illetterate. Oggi l’antropologia non può far a meno di
disciplina che è impegnata nello studio di culture
considerare la dimensione storica dei suoi campi di studio, e le fonti scritte rappresentano uno strumento
cruciale.
Un altro tipo di fonte da considerare sono le fonti iconiche: fotografie, videoriprese che rappresentano
strumenti importanti della documentazione culturale.
che riguardano i manufatti dell’artigianato tradizionale,
Inoltre vi sono le fonti materiali infatti
l’antropologia museale è attualmente uno dei settori più importanti della disciplina. Poi troviamo
l’antropologia l’antropologia del mondo antico (che
storica, si occupa di rappresentare le civiltà antiche
l’antropologia linguistica (che include l’etnografia della conversazione o del
come quella greca o romana)
l’antropologia
discorso) psicologica (che studia le variazioni culturali nella definizione del concetto di
l’antropologia medica, l’etnopsichiatria
persona) (che studia gli aspetti culturali delle forme di disagio
l’antropologia filosofica
mentale) e che però in Italia non appartiene alle discipline Dea.
6:Le partizioni della cultura
L’antropologia novecentesca persegue un approccio olistico he vede la cultura come un tutto, le cui varie
componenti non possono essere separate. Tuttavia è molto frequente che gli studiosi si specializzino su
specifici ambiti della vita socioculturale. I principali sono:
Sistemi di parentela, forme di matrimonio e della vita familiare
Sistemi economici e sistemi di scambio nelle società di cacciatori-raccoglitori o di pastorizia
Stratificazione sociale, istituzioni della politica e tipologie del potere
Linguaggio e comunicazione non verbale
Religione, magia, miti e pratiche simboliche
Etnoscienza ovvero i saperi naturalistici e cosmologici degli indigeni e i processi cognitivi che ad
essi si accompagnano
Espressione estetica con riferimento sia all’artigianato che all’arte primitiva (canti popolari, danze
narrazioni). Per i repertori musicali si è sviluppata una disciplina chiamata etnomusicologia.
Mutamento culturale, in quanto tutti questi aspetti sopraelencati non sono statici ma soggetti a
cambiamenti.
Al giorno d’oggi gli sviluppi della disciplina hanno fatto emergere campi nuovi relativi agli aspetti della
l’antropologia urbana
realtà contemporanea come ad esempio che riguarda lo studio delle grandi città
piuttosto che lo studio di villaggi tradizionali.
7: A cosa serve l’antropologia
Nel sistema universitario le discipline DEA non sono molto forti. Per diversi motivi storici il loro potere
è inferiore rispetto a discipline analoghe come la sociologia. In Italia non vi sono faciltà specifiche di
antropologia. Tuttavia le discipline DEA propongono diversi tipi di sbocco professionale. Oltre a poter
diventare docente, l’antropologo è una figura fondamentale nella mediazione interculturale soprattutto
all’interno di una società in cui i flussi migratori sono sempre più frequenti. Un ulteriore sbocco
professionale può essere quello della cooperazione internazionale che è un campo professionale elettivo per
gli antropologi.
CAPITOLO 2: RAZZA, CULTURA, ETNIA
1: Razza
Il termine razza veniva usato ne cinquecento per indicare una discendenza, un lignaggio o un gruppo di
parentela. Nel XIX secolo il termine ha assunto un altro significato: un gruppo umano caratterizzato da
specificità sia somatiche che intellettuali e comportamentali che si suppongono fondate e biologicamente
trasmesse per via ereditaria.
Dopodiché intorno alla metà dell’ottocento si diffondono delle dottrine razziste soprattutto negli Stati Uniti e
in Europa. La più celebre di esse è quella del conte francese Gobineau che nel 1856 pubblica Il saggio
sull’ineguaglianza delle razze umane. I concetti fondamentali di questo testo sono:
La naturalizzazione di ogni tipo di differenza tra culture o civiltà umane
L’affermazione di una rigida gerarchia tra le razze che vede ai vertici la razza bianca
L’orrore per la mescolanza tra le razze
La superiorità sarebbe dimostrata non solo dai risultati raggiunti dalla razza bianca ma soprattutto da fattori
estetici come la bellezza, la giusta proporzione delle membra, la regolarità dei tratti del volto. Gobineau
sostiene che la razza bianca, che ha creato una civiltà e una morale superiore, sia minacciata dagli incroci
con le altre razze che ne contaminano e impoveriscono il patrimonio genetico.
Nel razzismo ottocentesco c’è un’altra visione che si distanzia da quella di Gobineau e che affonda le radici
nell’illuminismo e nel positivismo ottocentesco. Tale pensiero troverà piena espressione nelle teorie
Darwin e l’evoluzionismo mettono fine alla
evoluzioniste in particolare nelle opere di Darwin e Spencer.
disputa tra teorie monogenetiche e teorie poligenetiche delle razze. Secondo il principio monogenetico tutta
l’umanità ha una comune origine e le differenze attualmente riscontrabili sono frutto di processi di
evoluzione influenzati da circostanze storiche, ambientali e altri fattori esterni. Per i sostenitori della
poligenesi invece le differenze attuali rimandano a origini diverse e dunque a peculiarità interne e
irriducibili.
L’evoluzionismo accredita la teoria monogenetica. L’origine è unica e le differenze si formano nel processo
evolutivo e di adattamento all’ambiente dei diversi gruppi umani. Ciò però non abbatte la gerarchia delle
razze, anzi la rafforza: se tutte le razze umane hanno la medesima origine, i diversi risultati storici che esse
ottengono dipendono da un miglior adattamento e quindi da una supremazia sul piano della naturale legge
per la sopravvivenza. Si conferma quindi una gerarchia legittimata dalle legge della natura che da un lato è
oggettiva e dall’altro buona e giusta.
Contrariamente a Gobineau i razzisti progressisti ritengono di poter influire sull’evoluzione delle razze
umane attraverso una programmazione scientifica. Le politiche biologiche appaiono ad alcuni una delle vie
possibili verso l’utopia.
2:Cultura
Anche il concetto di cultura si sviluppa nella seconda metà dell’ottocento. Gli antropologi per cultura
intendono non solo l’arte, la letteratura o la scienza ma l’insieme di tutte quelle consuetudini, usi e
conoscenze quotidiane che una comunità possiede e attraverso le quali si adatta all’ambiente e regola le
proprie relazioni sociali. Nell’ottocento tutti gli antropologi sono influenzati dal razzismo tuttavia sono
interessati allo studio della cultura intesa come elemento di differenziazione tra gruppi. Ma come si spiega la
diversità culturale se tutti gli esseri umani hanno un’origine comune? La risposta sta nell’ipotizzare un unico
processo di evoluzione culturale che si muove a velocità diverse in diverse parti del mondo e per diversi
gruppi umani. Se così è attualmente i popoli primitivi stanno vivendo uno stadio evolutivo precedente;
dunque anche se cronologicamente sono contemporanei alle società più evolute, questi popoli letteralmente
sono situati in un periodo passato rispetto ad esse.
In questo modo gli altri sono considerati uguali a noi ma solo nel senso in cui lo sono dei bambini che vanno
punto è cruciale per l’immaginario antropologico ottocentesco.
educati e aiutati a crescere. Questo Si ha un
mutamento radicale nel novecento quando in antropologia si afferma un punto di vista relativista e pluralista
della cultura. Per il nuovo secolo le valutazioni negative delle altre culture dipendono soprattutto
dall’incapacità di comprendere il funzionamento di codici linguistici, estetici, morali semplicemente diversi
da quelli che ci sono più familiari. Da qui il principio del relativismo culturale: non si possono formulare
giudizio etici, estetici e secondo alcuni neppure cognitivi, al di fuori di un contesto culturale poiché è il
contesto culturale a stabilire i criteri di riferimento. Ogni tentativo di stabilire criteri sovra-culturali di
riferimento è etnocentrico. Il sociologo americano Sumner definiva: il pun
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