Introduzione: L’ordine bello e i principi dell’estetica antica
a)Intuizione del bello e intuizione del mondo
per i greci la scoperta della bellezza coincise con l’intuizione dell’universo. Davanti ai loro occhi
stupiti mondo = kosmos, un sistema coerente di parti che suscitavano quel particolare sentimento
di ammirazione ed emulazione. Lo stesso sentimento originerà la filosofia. Il principio dell’ordine
bello ispirò qualsiasi ambito della conoscenza. L’ambito conoscitivo, apprendere verità infatti =
sollevarsi dal visibile all’invisibile per poter contemplare le leggi dell’ordine cosmico. L’ambito
morale: conquistare il bene = conformare carattere e condotta dell’individuo alla razionalità
dell’ordine cosmico. L’ambito sociopolitico: costruzione della polis = ripensare in termini di rapporti
sociali l’ordine cosmico. Ambito artistico: produrre opera d’arte = garantire a una serie di elementi
formali una simmetria compositiva analoga a quella dell’ordine cosmico.
b)estetica antica ed estetica moderna
la disciplina dell’estetica (Baumgarten XVIII secolo dottrina della conoscenza sensibile e della sua
perfetta realizzazione nella bellezza) non ebbe nell’antichità un terreno teorico. Ma comunque
apporti del pensiero greco e romano sono innegabili. Tuttavia visto che non si è elaborata una
compiuta nozione di autocoscienza l’antichità non attinse quasi mai la dimensione soggettivistica
dell’esperienza estetica, ma allo stesso tempo alcuni personaggi del dramma antico (es. Antigone)
sono gli antesignani del carattere e della consapevolezza individuale propri dell’uomo moderno.
Inoltre in alcune acquisizioni del pensiero antico si può cogliere il precorrimento della sensibilità
momderna. Ma ci sono anche differenze; l’estetica moderna cerca la bellezza nelle opere d’arte,
l’estetica antica assume l’arte tra le competenze tecniche e artigianali e ne destina i prodotti a una
fruizione prevalentemente pubblica. Sfera dell’arte e sfera del bello sono dunque mantenute
lontane dagli antichi: la bellezza la si ricerca nella natura, nel corpo umano, il quale è il più nobile
tra gli esseri. Questo primato attribuito all’uomo gli consente di poter esprimere la propria bellezza,
oltre che nella proporzione delle forme fisiche, anche nella dignità dei comportamenti pratici. Ecco
il forte legame tra bello e buono, esemplificato dall’ideale greco della kalokagathia (kalos significa
bello, agathos buono. Kalos + agathos = kalokagathia).
c)Il principio dell’ordine e la “Grande teoria”
vi è una possibilità di assumere una prospettiva moderna senza tuttavia alterare l’identità storica
dei dati cui essa si applica; tale possibilità viene dal criterio dell’ “ordine bello”. Da questo criterio
nasce anche la Grande teoria dell’estetica europea: a partire dai pitagorici la bellezza di un
oggetto consiste nella perfezione della sua struttura costituita dalla perfezione delle parti,
cioè dal suo ordinamento, dal suo kosmos. Interessante notare come questo termine intervenga
nel sistema delle arti.
Già dall’età arcaica opera d’arte = insieme composito di elementi che rappresentano
mimeticamente un ordine esterno all’opera medesima. Nelle arti verbali un termine che designa
questo insieme composito è proprio kosmos e che già Omero collegava all’idea di bellezza.
Ad attivare il processo compositivo del kosmos è quell’impulso mimetico che, per Aristotele,
caratterizza l’uomo in quanto animale vocato alla conoscenza. L’antica nozione di imitazione, di
mimesis può riferirsi sia ai processi di poesia, arti figurative e musica, ma anche alla mimica vocale
e orchestrica, alla recitazione teatrale, all’assunzione di comportamenti ritenuti esemplari o
addirittura alla contemplazione filosofica delle forme ideali.
d)il significato della techné e il criterio del prepon
rappresentare la realtà = interpretarla, filtrarla con un meccanismo selettivo che sappia estrarne gli
elementi significativi. L’esperienza artistica esalta la dimensione ricompositiva della mimesis: visto
che l’artista opera alla stregua di un fabbricatore (poietes) che mediante una techné mette insieme
un kosmos formale analogo al kosmos reale. La costruzione mimetica di un kosmos riesce tanto
più bella e attraente quanto più in essa la realtà imitata salta agli occhi e risplende (prepei) con la
luce che le è propria. Un artista infatti ottiene successo anche per il suo senso di appropriatezza
(prepon, decorum) cioè la sua capacità di rendere i mezzi espressivi convenienti alla situazione
dell’opera finita. La mimesis artistica indica sempre un kairos cioè una giusta occasione.
e)l’origine divina della poesia e l’assenso estetico
questo piacere conferisce all’opera d’arte una forza seduttiva e la circonda di un alone magico e
divino. Il canto dunque è inteso come un dono soprannaturale che ha il potere di dilettare e di
affascinare gli spettatori. Già l’estetica antica mirava alla lusinga dei sensi e questo non ci
sorprende. Il termine moderno estetica infatti presuppone il termine greco aisthesis, che indica la
percezione sensoriale, collegata nell’etimo al verbo aio che significa ascoltare. Dunque l’ascolto di
un canto ad esempio aedico è un’esperienza di aisthesis. L’adesione del fruitore alla magia
mimetica del canto sembra risolversi in una specie di assenso rituale: chi ascolta accorda il suo
amen, il suo così sia, alla realtà rievocata dal poeta. Il progressivo intellettualizzarsi delle forme
definirà poi la tipologia della katharsis cioè le modificazioni indotte dalla poesia nella coscienza dei
fruitori.
f)L’arte della finzione e l’ambiguità del bello
le coordinate principali dell’antica esperienza estetica sono già tutte sintetizzate dagli elogi che
Ulisse rivolge al cantore Demodoco, perché parla dei fatti di Troia come se anche lui vi avesse
fatto parte. Ma proprio questo come se pone il problema dell’attendibilità della conoscenza
mimetica. Visto che Ulisse ha partecipato ai fatti, egli può anche attestare che Demodoco sia
degno di fiducia. Ma laddove ai fruitori non viene data la possibilità di verificare la corrispondenza
al vero, un prodotto mimetico trae efficacia fascinatoria da quella che si definisce la sua apergasia,
cioè la sua lavorazione in quanto kosmos capace di rispecchiare anche i fatti possibili e dunque
capace di mentire.
Dunque già dall’origine i greci non ignorano il potere ambiguo e simulatorio che la bellezza riesce
ad esercitare. Omero chiama kosmos anche l’insieme di accorgimenti femminili con cui Era si fa
bella. la guerra troiana consegue a una scelta edonistica estetica: Paride sceglie Afrodite,
scegliendo il piacere che gli era stato promesso: Elena. Quando distingue una poetica della verità
autoptica da una poetica della finzione illusionistica, Omero daa l’avvio a quella che Platone
identificherà come la palata diaphora cioè l’antica contesa tra filosofia e poesia. Platone guiderà al
culmine la diaphora tra poesia e filosofia e sancirà il primato della componente razionale
dell’anima, protesa all’apprensione dell’Idea. L’arte rimane bloccata al terzo gradino della scala
verso la verità e visto che sollecita le emozioni ottende anche lo sviluppo della ragione dialettica.
La prospettiva Platonica è capovolta da Aristotele secondo il quale la poesia assolve a
un’importante funzione conoscitiva: la poesia rende significativi e comprensibili gli eventi spesso
caotici e contraddittori della vita reale. Visto ciò, il legame tra apparenza – doxa – e inganno –
apate – ci si ripresenta nei termini di un inganno apparente, cioè un inganno che non è più tale
perché si mostra, appare, nella fragranza di un kosmos artistico.
g)Oltre l’antico
Le riflessioni postplatoniche e postaristoteliche sul fine dell’arte si dibatteranno ancora a lungo
nell’alternativa tra eterotelismo e autotelismo. Ma la rivalutazione aristotelica della conoscenza
mimetica favorirà in età ellenistica una nuova sensibilità verso le ragioni del testo. Gli stoici
promuoveranno un’idea “premoderna” della creatività intesa come frutto dell’immaginazione
personale dell’artista.
Capitolo 1: l’estetica preplatonica
a)La poetica della verità
fra VIII e V secolo AC le riflessioni dei greci vertono su due argomenti: il conflitto tra poesia e verità
e la definizione della bellezza in termini di armonia ed equilibrio. L’alternativa tra realtà e poesia
era stata già toccata da Omero ma è con Esiodo che si radicalizza: egli deriva il suo ideale poetico
dalle muse alle quali dedica i lungo inno che apre la teogonia ovvero il poema sulle genealogie
divine. Le nove muse sono celebrate da Esiodo con quei nomi che in età romana saranno collegati
ad altrettanti patrocini. Nei nomi delle muse si riassume l’intero ambito della mousikee. Le dee che
si sono dilettate a cantare la finzione dell’epopea eroica, attraverso Esiodo intendono farsi garanti
di un canto votato alle cose vere. Nella lirica monodica e corale il bisogno di esprimere i sentimenti
soggettivi rende i poeti consapevoli della dimensione tecnica di un lavoro che si configura come
una vera e propria professione. La poesia infatti pur essendo garantita dalla divinità la poesia resta
un’abilità pratica. Nasce dunque un’opposizione tra la poesia votata all’ utile (chreston) e una
poesia votata al diletto (terpnonn).
Questa opposizione nace negli albori della storiografia ma si fa avvertire decisamente in area
filosofica. Secondo Parmenide ad esempio l’opinione (doxa) può distrarre i mortali dalla via della
verità grazie alla seduzione illusionistica di un ingannevole ornamento di parole. Inoltre ammonisce
il pubblico di non farsi incantare dalle finzioni. Queste finzioni appartengono a quei soggetti mitici
ed eroici. Anche Eraclito di Efeso biasima coloro che si lasciano incantare dalla presunta sapienza
dei poeti.
In Pindaro il motivo della verità è collegato alle esigenze della poesia encomiastica. Pindaro
incarna lo stereotipo del poeta dotto e ispirato che tiene a distinguere la sua arte dalla pedanteria
degli addottrinati. Visto che è celebrazione del valore vero dei fatti, la poesia rapisce all’oblio le
sofferte imprese dei grandi uomini e le consegna alla fama.
Interessante la posizione di Pitagora e dei suoi seguaci: questa dottrina intendeva purificare le
anime contaminate dalla prigione del corpo, inducendole ad assimilarsi al divino per porre fine
all’obbligo di ulteriori reincarnazioni. Questa assimilazione era chiamata mimmesis, imitazione.
Per i pitagorici la comunione mistica era un’esperienza intellettuale pi che emotiva. Infatti essa si
realizza attraverso la contemplazione del divino entro un universo guidato da un principio
ordinatore attivo anche nei singoli viventi. Tale principio è chiamato harmonia con questo termine si
indica il reciproco adattamento delle parti entro un insieme.
Nell’epoca in cui Laso di Ermione componeva il primo trattato di teoria musicale classificando in
chiave etnica i modi melodici un’intuizione insieme musicale e matematica promoveva la
concezione pitagorica dell’universo come un sistema armonico fondato sul numero. L’associazione
dei numeri con le cose si spiega per l’arcaica tendenza a risolvere le unità numeriche in unità
geometriche. A tradurre la relazione tra entità numeriche e i fenomeni spaziali era il simbolo mistico
della tetrktys entro cui i primi quattro numeri interi (1 + 2 + 3 + 4 = 10) erano rappresentati da dieci
sassolini sistemati nella forma di un triangolo equilatero. Pitagora sarebbe stato il primo a definire
come kosmos la “disposizione ordinata” che si scorgeva nell’insieme di tutte le cose.
Devoti ad Apollo dio dell’arco e della lira, i Pitagorici derivano dall’esperienza musicale l’attitudine a
riflettere sul rapporto tra i visibilia e gi audibilia: capirono che la perfetta corrispondenza tra la
lunghezza dei segmenti geometrici e l’altezza dei suoni dimostra l’esatta traducibilità reciproca del
visibili e dell’udibile nel visibile.
Nell’immutabile movimento degli astri i Pitagorici vollero ravvisare un’armonia specialissima che
sembrava produrre suoni collegati da un rapporto identico a quelli dell’intervallo dell’ottava. Dalla
concezione pitagorica della bellezza nei termini di armonia e proporzione numerica si svilupperà
poi la grande teoria del pensiero estetico occidentale. I Pitagorici attribuivano alla musica la
capacità di restituire l’armonia psicofisica dell’uomo sedando i dolori e le passioni.
b)Policleto e il “Canone”
la pertinenza estetica delle idee pitagoriche si dimostrò quando esse furono applicate alle arti
figurative. Policleto di Argo compilò il suo famoso Canone: un trattato di arte plastica informato per
l’appunto alla nozione matematica di symmetria e affiancato da una statua che ne realizzava
concretamente i principi. Canone -> kanna -> kanòn, giunco -> principio regolatore, modello. Un
modello teorico e pratico della perfezione scultorea era ciò che voleva proporre Policleto con il suo
Canone. Ivi, il canone della symmetria non aveva una funzione esclusivamente tecnica, ma mirava
anche al conseguimento di una bellezza articolatoria che liberasse l’esperienza artistica dalla
fissità compositiva dell’arcaismo. Nel trattato si attesta sicuramente l’importanza che nasce anche
dai piccoli dettagli, anche da quelli che sembrano insignificanti perché attestano un grande valore
espressivo. Un piccolo scarto nei vari calcoli numerici delle proporzioni può fare mancare l’effetto
desiderato, che dipende comunque dalla cura dei particolari. La statua di un uomo è
canonicamente bella quando la bellezza d’insieme è sintetizzata dalla bellezza di ogni singola
parte. Il Canone rivela l’ideale nel reale e ci mostra così la consonanza tra bellezza dell’individuo e
del cosmo.
c)L’origine della retorica e i sofisti
le origini della parola risalgono agli dei. Gli inizi storici della retorica però, intesa come capacità di
manipolare consapevolmente il linguaggio a fini ornamentali e persuasivi si datano al V secolo AC
e si collocano in tre città della Sicilia: Agrigento, Siracusa e Leontini. Aristotele vede in Empedocle
l’iniziatore della retorica come della generica attitudine a parlare, ma ricollega la retorica come
inserita in una corrente precettistica al rifiorire della democrazia siciliana: i siracusani Corace e
Tisia sarebbero i primi estensori di manuali. L’interesse verso i problemi del linguaggio
contraddistinse i cosiddetti sophistai, cioè gli “insegnanti di sapienza” (sophia intesa come abilità
pratica). Il relativismo etico ed estetico che ispirava la pretesa di guidare gli uomini a un facile
successo sociale attirò contro i sofisti le critiche di Platone tant’è che ancora oggi avvertiamo nel
termine “sofista” un’accezione negativa. Ad gni modo i sofisti seppero farsi interpreti di quel
bisogno di istruzione retorica che le consuetudini assembleari e giudiziarie della vita democratica
avevano acuito nei cittadini animati da ambizioni politiche. Per quanto riguarda le teorie stilistiche
una figura importante è Gorgia di Leontini, il quale praticò una prosa d’arte caratterizzata dal
ricordo a quei parallelismi formali detti figure gorgiane. Il suo testo più importante è l’encomio di
Elena che ci mostra un esempio mirabile di epideixis cioè discorso dimostrativo. L’esame dei
meccanismi persuasivi del linguaggio offre a Gorgia la possibilità di enunciare le sue idee
estetiche. Enuncia la teoria della Wirkung, la quale si applica al logos come linguaggio in generale,
senza alcuna distinzione tra prosa e verso. La poesia infatti secondo Gorgia non è che linguaggio
metricamente ordinato e le emozioni che essa suscita non sono diverse dalle emozioni suscitate
dall’oratoria. La poesia a cui Gorgia si riferisce è prima di tutto la tragedia, i cui effetti verranno
codificati da Aristotele nella Poetica.
Ragione e parola insieme, il logos definisce il contenuto e la forma di un testo ed esercita perciò il
suo sortilegio non solo sulle emozioni ma anche sui pensieri. Trascina l’anima in errore e il giudizio
in inganno. Con Gorgia l’illusione diventa una carategoria estetica.
d)Il moralismo estetico di Aristofane
il razionalismo dei sofisti e di Socrate provoca una radicale revisione dei valori tradizionali e
conferisce alla poesia una dimensione intellettualistica che abbatte le antiche credenze mitiche ed
induce i cittadini a un esercizio più affilato della coscienza. La crisi dell’arte tragica diventa uno dei
bersagli preferiti della satira sociale di Aristofane. La commedia antieuripidea e il didatticismo
estetico affiorano in varie commedie di Aristofane, ma in particolare si enunciano nelle Rane. La
commedia diventa quasi un manifesto dell’antica solidarietà tra poesia e morale (trama pag. 34).
Nelle Rane lo scontro tra Eschilo ed Euripide si svolge tanto nei termini di un’estetica della
produzione letteraria quanto nei termini di un’estetica della ricezione. La poesia deve rendere gli
uomini migliori e per Aristofane, ciò significa che deve nutrire i loro sentimenti morali e deve
rinsaldare la loro fede nei patrii costumi. A una poesia che secondo Eschilo vuole imitare il metodo
con cui il maestro istruisce i fanciulli e vuole educare gli adulti nascondendo loro il male e
cercando, invece, di dire cose utili corrisponde, sul piano formal
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