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Prefazione

La fotografia costituisce una questione fondamentale a livello estetico, gnoseologico, etico, politico e quindi filosofico. L’avvento della macchina fotografica non può essere considerato unicamente come un altro modo, un altro dispositivo che permette una diversa visione delle immagini. La fotografia ha infatti portato con sé un nuovo modo di guardare, di osservare. La sua nascita ha suscitato subito forti reazioni, in primis con l’arte.

Introduzione

Il riassunto si pone l’obiettivo di rispondere a varie domande tra cui: in che modo la foto ha cambiato l’uomo? Com’è cambiato lo sguardo per un uomo greco e per un occidentale? Cosa vuol dire ‘guardare’ per l’uomo del ‘900?

Lo sguardo non è sempre stato attivo: per l’uomo del ‘700 guardare significava qualcosa di diverso da ora, sia per i greci che per gli occidentali. Secondo Platone l’uomo è passivo di fronte alle immagini perché sono delle impressioni esterne che colpiscono l’uomo (così le definisce lui). Nel 700 invece l’uomo è l’attivo produttore di immagini (idea presa dalla filosofia di Cartesio, filosofo del 700) in quanto per lui conoscere significa impadronirsi e il mondo si riduce a immagine disponibile. Cartesio ritiene che esista un punto di vista unico dal quale è organizzabile tutto il sapere.

J. Crary in Le tecniche dell’osservatore ricostruisce la genealogia dell’osservatore contemporaneo, prendendo in considerazione i vari media che hanno caratterizzato la trasformazione del regime scopico, in particolare la camera oscura, che si può considerare l’antenato della macchina fotografica. L’uomo che guarda nella camera oscura non è lo stesso uomo che scatta le foto con il suo apparecchio fotografico o che guarda attraverso il telescopio. La camera oscura proponeva una netta separazione tra soggetto e oggetto. Nell’800 non è più la camera oscura a essere conforme all’uomo dell’800 ma subentra la macchina fotografica.

Parte prima

1. Sguardo fotografico tra ampliamento percettivo e anestesia

Fotografia ed economia della conoscenza

Il filosofo Ernest Mach vede la conoscenza come un processo, un arricchimento incessante che richiede una trasformazione dei nostri pensieri. Mediante l’apparecchio fotografico noi possiamo ottenere un patrimonio d’intuizioni che primi non erano accessibili. Grazie alla fotografia possiamo fermare, ingrandire, diminuire la realtà per sottoporla a un’osservazione più attenta. La fotografia ricopre per Mach soprattutto un’importanza di tipo “economico” in quanto diminuisce gli sforzi. Le immagini non sono più o meno vere delle conoscenze. Le trasformazioni troppo lente per essere viste direttamente come la crescita di una pianta, con l’aiuto delle immagini in serie si possono far scorrere cinematograficamente con velocità a piacere. Al contrario si possono rallentare i movimenti di un animale. L’antitesi tra rallentamento e accelerazione è analoga a quella tra ingrandimento e riduzione.

Per una nuova educazione estetica dell’uomo

Laszlo Moholy-Nagy, autore del libro Pittura fotografia film (1926), è uno dei maggiori esponenti della Bauhaus, scuola architettonica che coniuga arte, tecnica, artigianato, produzione, letteratura, filosofia e scienza al fine di giungere a una nuova sensibilità nell’uomo. Egli vede nella fotografia nuove possibilità di visione; in particolare la sua potenzialità sta nel riuscire a cogliere ciò che all’occhio naturale sfugge. Ne sono esempio le fotografie astronomiche o le radiografie: la foto può catturare le onde elettromagnetiche non visibili all’occhio naturale. La macchina fotografica permette l’ampliamento dello sguardo a più punti di vista e la creazione d’immagini che rispondono a nuove leggi ottiche.

La macchina fotografica permette la conoscenza di aspetti ignoti delle cose e fa emergere ciò che Benjamin chiamerà “inconscio ottico”. Moholy-Nagy vede anche un pericolo nelle tecniche non adeguatamente finalizzate alla formazione dell’uomo poiché possono creare una specializzazione dei saperi che la Bauhaus intendeva contrastare in ogni modo. Un secondo pericolo sta nella velocità di sviluppo delle nuove tecnologie in quanto l’uomo potrebbe non essere in grado di starne al passo. Egli era un pittore ma si rende conto dell’impossibilità per un artista di non tenere conto di questo nuovo medium. La sua idea principale è quella di sviluppare una nuova educazione estetica che non metta contro pittura, fotografia e scultura.

Moholy-Nagy scrive che quando si fanno nuove scoperte, l’uomo ne capisce il potenziale lentamente e dopo molto tempo, così è stato anche per la fotografia: anche se sono passati 100 anni dalla sua nascita, la sua valorizzazione è appena iniziata. Si prenderà coscienza che l’apparecchio fotografico è in grado di perfezionare e integrare il nostro strumento ottico, cioè l’occhio. La macchina fotografica riproduce infatti la pura immagine ottica mentre il nostro occhio integra l’immagine con la nostra esperienza intellettuale in un’immagine mentale. Mediante la fotografia possiamo avere una visione obiettiva. Cent’anni di foto e decenni di film – scrive Moholy-Nagy – hanno portato l’uomo a vedere il mondo con tutt’altri occhi.

Egli pensa che nel fotogramma giacciano le possibilità creative di una materia appena conquistata. Insiste sulle potenzialità creative della macchina fotografica per arrivare a porre fine all’affermazione che la fotografia non sia un’arte. Essa non è e non deve essere considerata una semplice copia della natura e ne è conferma la difficoltà di trovare una ‘buona’ fotografia. La foto trova il suo apice nel film, in cui si possono sfruttare le possibilità creativo-compositive dell’apparecchio fotografico. Moholy-Nagy pensa che la precisa conoscenza dei mezzi permette all’artista di recepire le reciproche sollecitazioni tra film, pittura e fotografia; egli stesso afferma di aver imparato molto per la sua pittura dal suo lavoro fotografico. Di seguito elenca le possibilità di applicazioni della fotografia, esempio: registrazione di situazioni di realtà, associazione proiezione di immagini sovrapposte o accostate, ritratti obiettivi ma anche espressivi, strumento pubblicitario ecc. e le possibilità del film, esempio: riproduzione di movimenti nella loro dinamica, osservazioni scientifiche, riprese accelerate o rallentate ecc.

Sguardo fotografico e seconda coscienza

Ernest Junger, filosofo del 900, parla della fotografia come un’anestesia, una sospensione dell’esperienza diretta nell’ambito della visione. Pubblica molti libri fotografici, combatte entrambe le guerre e pubblica un libro con le foto della prima guerra mondiale e di chi l’ha combattuta. È la prima guerra fotografata sistematicamente. Junger vuole capire come è mutata la sensibilità umana, come è cambiato il modo di percepire le forme da quando è nata la fotografia. Quando l’uomo si mette davanti alla macchina fotografica, è già all’opera una ‘seconda coscienza’, chiamata così per distinguerla dalla coscienza morale, quella che tutti conosciamo. La fotografia anestetizza, ad esempio, il dolore, in modo analogo all’anestetizzazione medica e diviene così uno dei sintomi principali dell’era globale della tecnica. Nella foto c’è una dimensione ‘violenta e intrusiva’ che tende ad abolire la separazione tra pubblico e privato. La foto dà una visione obiettiva e nello stesso tempo opera una anestetizzazione della visione. Infatti la registrazione fotografica è esterna alle zone della sensibilità. Inoltre la foto permette una serialità: quell’evento fotografato non è più legato a un tempo e un luogo preciso ma può essere riprodotto a piacere e infinite volte. Junger scrive che se oggi l’uomo è un grado di sopportare con maggior freddezza la vista della morte è anche grazie all’avvento della fotografia. Questa estraniazione dall’umano non può che aumentare e crescere senza sosta.

Ingrandimento e rimpicciolimento spazio-temporale

Ernest Bloch, filosofo marxista del ‘900, fa una riflessione sull’esperienza dell’uomo di fronte al piccolo e grande, prestissimo e pianissimo che caratterizzano la visione dell’uomo contemporaneo. L’uomo è esposto a una serie di choc che configurano in modo nuovo il rapporto sensibile con le cose. Bloch studia quali effetti ha l’uomo di fronte a un’immagine ingrandita, rimpicciolita e una sequenza rallentata e velocizzata. Il rimpicciolimento dei processi temporali ha un effetto perturbante mentre l’ingrandimento suscita un effetto piacevole; il rimpicciolimento spaziale degli oggetti provoca un effetto gradevole mentre l’ingrandimento un effetto perturbante. La vita al rallentatore ha un effetto piacevole: i pugili si accarezzano, i corridori sembrano nuotare (esempio). Ma se rallentiamo esempio un fulmine, questo non ha alcune effetto gradevole su di noi che vediamo, perché ci è estraneo. Non è difficile da capire il perché: “darsi tempo” significa un che di confortevole, mentre velocizzare ha un che di ostile, significa frenesia o inquietudine. Quindi l’effetto acceleratore o rallentatore nelle parti dello spazio è l’opposto di quello che si produce sui processi temporali. L’ingrandimento nello spazio, a differenza di quello nel tempo, rende il noto spesso estraneo, grottesco, a volte perturbante: esempio ingrandimento di una mosca o della pelle umana.

Un uomo senza mondo

Gunter Anders focalizza la sua filosofia sul rapporto che c’è tra uomo contemporaneo e tecnica. Le macchine che lui stesso crea lo pongono in una relazione di disparità rispetto ad esse, che appaiono allo sguardo umano come incomparabilmente perfetti e più efficienti del suo stesso produttore. La condizione in cui l’uomo finisce è quella di un sentimento di inadeguatezza. Per questo l’uomo contemporaneo è ridotto ad essere un uomo senza mondo: la sua libertà e la sua potenzialità vengono assorbite dalla tecnica. In questa situazione la tecnica della riproduzione di immagini ricopre una funzione decisiva. L’immagine tecnica si impone come sostituito o “surrogato del male”.

Ma le immagini dei media non costituiscono semplicemente un’apparenza di mondo ma si sostituiscono in toto alla realtà. La fotografia, definita da lui “mascheratura realistica”, suscita attraverso “immagini abbaglianti” un effetto di super-realtà. Rispetto alle teorie di Benjamin, la filosofia di Anders è un rovesciamento. Il mondo che ci viene costruito attraverso le immagini è un oggetto singolare: un modello induttore, a cui ci si deve adeguare. Dunque si tende far coincidere il mondo reale con il modello. Anders scrive che noi non viviamo nell’età del surrealismo ma in quella dello pseudo realismo: nell’età dei camuffamenti, che si camuffa da età delle rivelazioni e dove si mente, si fotografa. La macchina fotografica è il medium che meglio di ogni altro riesce ad assorbire la falsità e produrre bugie. Per poter confondere la realtà occorre un’immagine super-reale della realtà, abbagliante, sensazionale. La menzogna non ha mai posseduto uno strumento migliore – scrive Anders – riferendosi all’apparecchio fotografico. La realtà non si oscura con immagini false ma con la realtà stessa.

Anders fa poi una riflessione sul mondo contemporaneo, denunciando la società consumistica che non solo crea i prodotti ma anche i bisogni. Alla fine cosa è reale (in senso economico)? Il modello o la riproduzione? La risposta sarà: la riproduzione, la merce riprodotta. Perché il modello esiste solo in funzione della riproduzione. Poi Anders inizia una riflessione sui turisti che quando partono per un viaggio non si dimenticano mai la macchina fotografica. Anders fa riflessione sui turisti che visitano la città in compagnia delle loro inseparabili macchine fotografiche che gli permettono di catturare ogni paesaggio che vedono. Una volta scattata la foto, si sentono tranquillizzati. La foto è un’immagine che ora possiedono, è riproducibile e diventa un prodotto in serie. Le riproduzioni sono per loro la realtà. Ciò che vedono, lo vedono soltanto per poterlo fotografare quindi il reale non è ciò che vedono, ma ciò che possono riprodurre, ovvero le fotografie, diventate loro proprietà. Non conta esserci, ma solo esserci stati. Questo perché il presente è fuggevole, inafferrabile, improduttivo mentre il passato lo si può conservare sotto forma di immagine. Fotografando, il turista può essere certo che quel viaggio non è stato fatto invano, non è un viaggio sprecato perché si porterà a casa le sue riproduzioni, quindi oggetti fisici.

Parte prima: 2. Immagini fotografiche malgrado tutto

Le immagini fotografiche tra clichè e desiderio di derealizzazione

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-FIL/04 Estetica

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher emagiuffry di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Estetica e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Milano o del prof Pinotti Andrea.
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