Filosofia della fotografia
Prefazione
Con l’espressione filosofia della fotografia s’intende come la fotografia costruisca una questione fondamentale a livello estetico, conoscitivo e politico e dunque filosofico per l’uomo. Nella vita quotidiana ci confrontiamo sempre più verso questioni riguardanti il nostro sguardo, inscindibile dai dispositivi ottici, sia ormai integrato in essi. L’avvento del digitale ha segnato un cambiamento significativo per quanto riguarda la produzione d’immagini. La fotografia costituisce un passaggio fondamentale per chiunque si interroghi sul ruolo delle immagini.
Introduzione
Domande come “in che modo ha cambiato la foto l’uomo?” o “cosa vuol dire guardare per un uomo del ‘900?” sono domande che appaiono sempre più necessarie e il libro ha come obiettivo di rispondere a queste domande. Lo sguardo non è sempre stato attivo: per l’uomo del ‘700 guardare significava qualcosa di diverso da ora, come per i greci e gli occidentali. Per Platone l’uomo è passivo di fronte alle immagini in quanto impressioni esterne che colpiscono l’uomo. Nel ‘700 l’uomo, invece, produce immagini in quanto conoscere significa impadronirsi mediante la sperimentazione delle forze della natura e in base al quale il mondo è disponibile e dominabile nel suo complesso riducendosi ad immagine disponibile.
Parte prima
1. Lo sguardo fotografico tra ampliamento percettivo e anestesia
Fotografia ed economia della conoscenza di Ernst Mach
Ernst Mach, storico, filosofo e fisico della scienza, è uno dei protagonisti del dibattito scientifico e filosofico a cavallo tra il XIX e il XX secolo. In questi brani tratti da Conoscenza ed Errore, sintetizza le proprie riflessioni riguardanti la funzione della conoscenza nella vita dell’uomo. Le conoscenze scientifiche si fondano sulle sensazioni. Termini come io, mente e corpo sono simboli con cui le culture designano rapporti stabili. Una forma di conoscenza non pretende di dare verità assolute ma possiede un “carattere economico” in quanto processo di “adattamento”, analogamente all’adattamento che i corpi compiono nell’ambiente in cui si trovano. La conoscenza è un processo che richiede un cambiamento dei nostri pensieri.
In questo quadro, l’interesse di Mach per la fotografia dipende dalla possibilità di ottenere attraverso la fotografia un patrimonio di intuizioni, prima non possibili. Grazie alla fotografia è infatti possibile fissare l’oggetto in movimento, per sottoporlo ad un’attenta osservazione. Analogamente, movimenti veloci possono essere rallentati o accelerati con l’uso di immagini cinematografiche. Possiamo ad esempio studiare il volo degli insetti, rallentandolo, o studiare processi lenti come la crescita di una città o addirittura, la vita di un uomo. Sottolinea l’importanza della riduzione d’immagine, che permette di visualizzare con un solo sguardo ciò che è troppo grande per la visione naturale, come le carte geografiche, come nel caso di Keplero riguardante lo studio dei dati a proposito delle orbite ellittiche dei pianeti. Sarebbe bastato un solo colpo d’occhio per trovare la via giusta, se solo i moti fossero stati resi intuitivi in una scala spazio-temporale ridotta.
Per Mach la fotografia ricopre un’importanza “economica”, permettendo di osservare in un solo colpo d’occhio ciò che richiederebbe sforzi enormi. Dal punto di vista conoscitivo, le immagini non sono più o meno vere delle altre sensazioni. Risulta maggiormente efficiente dal punto di vista economico, all’interno del nostro sistema conoscitivo. La conoscenza è un’organizzazione delle nostre sensazioni che risponde al bisogno psicologico di orientarci nella natura, in maniera tale da non essere estranei rispetto ai suoi processi. La fotografia è quindi la risposta sul piano ottico al bisogno di “diminuire lo sforzo psichico” a fronte di un’accumulazione di conoscenze.
Per una nuova educazione estetica dell’uomo di László Moholy-Nagy
Moholy-Nagy può essere considerato l’artefice della prima teoria sulla fotografia moderna. Tra i principali esponenti della Bauhaus, è animato da un ottimismo totale verso le possibilità offerte dalle nuove tecniche e dalla produzione industriale. Alla base della Bauhaus vi è l’idea che tecnica e arte, artigianato e produzione industriale, discipline umanistiche e scientifiche debbano cooperare per formare una nuova sensibilità nell’uomo. L’arte ha come obiettivo quello di produrre sempre nuove e ricche relazioni fra le cose e l’uomo. Una fotografia che imita le antiche opere d’arte è insignificante dal punto di vista della “creatività produttiva”.
La creatività produttiva utilizza le nuove possibilità offerte dalla fotografia e consente lo sviluppo dell’uomo, ed estende a scopi produttivi i mezzi usati finora a fini riproduttivi. Per MN la macchina fotografica è il prototipo di uno strumento che permette di ampliare il campo visivo, non più vincolato dai limiti dei nostri occhi. Nessun mezzo manuale è infatti in grado di fissare “squarci del mondo” visti in quel modo. Inoltre, anche la possibilità di distorsione dell’obiettivo permette di creare nuove immagini che rispondono a nuove leggi ottiche, diverse dalla nostra visione naturale, vincolata a leggi associative. Ne sono esempio le fotografie astronomiche e le radiografie: la fotografia può catturare le onde elettromagnetiche, prima non visibili naturalmente.
MN chiarisce il rapporto tra fotografia e pittura. Lo sviluppo dei mezzi tecnici contribuisce alla nascita di nuove forme di composizione ottica. Fino alla nascita della fotografia, la pittura sommava in sé i compiti della rappresentazione e dell’espressione cromatica che adesso viene divisa in configurazione del colore (rapporti tra colori e valori luminosi che non dipendono da elementi esterni, come ad esempio l’esperienza personale) e della rappresentazione (imitazione dell’esterno che dipende anche dalla propria esperienza personale). Secondo Moholy-Nagy la pittura "d'ora in poi potrà occuparsi della pura organizzazione del colore" lasciando alla fotografia i problemi di una nuova configurazione della visione.
Dopo l’avvento della fotografia tutte le innovazioni introdotte si fondano sulla concezione di un’arte riproduttiva. Il nuovo non viene utilizzato in maniera corretta in quanto l’antico inibisce e il moderno viene influenzato dalle forme tradizionali. Per MN la luce dev’essere un elemento centrale per l’estetica dell’uomo contemporaneo. Le composizioni luminose, sono il nuovo mezzo creativo come il colore in pittura il suono nella musica. Le potenzialità della macchina sta nel poter perfezionare e integrare il nostro strumento ottico, l’occhio. Questo processo viene anche associato a scopi scientifici come nel caso dello studio del movimento (galoppo del cavallo) o ingrandimento e fotografie nel microscopio. L’immagine ottica associata alla nostra esperienza intellettuale produce una rappresentazione mentale che conduce ad una visione obiettiva, creando quello che Walter Benjamin definirà Inconscio Ottico.
Per MN l’uomo contemporaneo vede il mondo diversamente rispetto al passato grazie ad una quantità (e qualità) di relazioni più ricche che costituiscono un potenziamento della formazione dell’uomo e ribadisce l’importanza di una produzione rispetto alla riproduzione, che porta allo sviluppo dell’uomo. Nelle tecniche non finalizza alla formazione dell’uomo Moholy-Nagy vede un pericolo, dovuto anche alla velocità dello sviluppo tecnologico con l’uomo che potrebbe non riuscire a stare al suo passo.
Per MN nel fotogramma risiedono le possibilità creative di una nuova materia. La macchina fotografica è ricca di potenzialità creativa e arriva all’affermazione che la fotografia non sia un’arte. Non deve essere considerata una semplice copia della natura e, la prova di questo, risiede nella difficoltà di trovare una “buona” fotografia. La foto trova l’apice nel film, in cui si possono sviluppare le possibilità creative dell’apparecchio fotografico come ad esempio: registrazioni di realtà, ritratti, strumenti pubblicitari. Per quanto riguarda i film, riproduzione di movimenti, osservazioni scientifiche, riprese accelerate o rallentate (come ad esempio, rivivere in cinque minuti la vita di un uomo).
Sguardo fotografico e seconda coscienza di Ernst Junger
Il filosofo tedesco Ernst Junger vede la fotografia come un’anestesia, una sospensione dell’esperienze diretta nell’ambito della visione. La fotografia per l’uomo è il “modo di guardare il Mondo del Lavoratore”, lavoro che per Junger è la forza motrice della società. Per il filosofo tedesco, quando l’uomo è davanti alla macchina fotografica è già all’opera una seconda coscienza, una coscienza più fredda che è capace di vedere se stessi come un oggetto, che si differenzia dalla coscienza morale. La fotografia, infatti, anestetizza il dolore analogamente all’anestetizzazione medica divenendo uno dei sintomi principale dell’era globale. Nella foto troviamo una dimensione “violenta e intrusiva” che abolisce la separazione tra pubblico e privato.
La foto fornisce una visione obiettiva e allo stesso tempo ci anestetizza alla visione ed è esterna alle zone della sensibilità e permette una serialità: l’evento fotografato non è legato più al tempo e ad un luogo preciso in quanto può essere riprodotto infinite volte quando si vuole. Junger afferma che l’uomo, oggi, è capace di sopportare maggiormente la visione della morte in seguito all’avvento della fotografia e, questo senso di alienazione ed estraniazione nell’uomo non può far altro che aumentare e crescere senza sosta.
La fotografia è espressione del nostro modo di vedere, un modo di vedere crudele. Ovunque oggi accada qualcosa è accerchiato da flash e l’avvenimento stesso sparisce, mettendo in risalto più la sua “trasmissione”, diventando un oggetto come ad esempio processi politici e gare sportive il cui unico significato è quello di essere trasmesso. Con la crescita di questa oggettivizzazione cresce anche la quantità di dolore che l’uomo può sopportare. Il dolore verrà considerato un’illusione, in un modo differente rispetto al passato.
Oltre all’oggettivizzazione vi è la questione dell’obiettività fotografica: essa è obiettiva quando qualcosa per essere definitiva esistente, deve uniformarsi alle regole della trasmissibilità fotografica, entrando a far parte della seconda coscienza. Questa obiettività è costituita dal processo di anestetizzazione similare, come già detto, all’anestetizzazione fisica: come nell’anestesia il corpo è affrancato istantaneamente dal dolore, la diffusione dello sguardo fotografico ci porta a una intrusione profonda dell’ambito tecnico nella sfera della vita.
Ingrandimento e rimpicciolimento spazio-temporale di Ernst Bloch
Ernest Bloch riflette sull’esperienza dell’uomo di fronte al piccolo e grande, prestissimo e pianissimo che caratterizzano la visione dell’uomo contemporaneo. La filosofia di Bloch ruota attorno al tempo, al futuro ciò che non è ancora apparso. Studia gli effetti che l’uomo ha di fronte ad un’immagine ingrandita, rimpicciolita e una sequenza rallentata o velocizzata, visti come una serie di choc che cambiano il rapporto tra l’uomo e le cose.
Il processo dell’accelerazione del tempo appare perturbante: la fioritura di un fiore, che necessita di 5 giorni, compare in cinque minuti nello schermo. Al contrario, il rallentamento temporale risulta piacevole. I pugili si accarezzano e il pugno appare appunto come una carezza. Il rimpicciolimento spaziale degli oggetti è un effetto gradevole mentre. Bloch riporta come esempio il fatto che le rappresentazioni del sublime si avvalgano di un diminuendo spaziale. Dante ha riassunto il Paradiso nella figura di una rosa ad esempio. Al contrario, l’ingrandimento appare perturbante; mosche appaiono come demoni e la pelle umana appare “estranea”.
Lo sguardo dell’uomo contemporaneo è influenzato da esperienze scioccanti prodotte dai dispositivi ottici che lo mettono di fronte a nuove forme di alienazione ed effetti perturbanti. Bloch non è pessimista nei confronti di questa nuova percezione umana, ma una sensibilità verso i nuovi mezzi della cultura di massa. La natura di queste esperienze si riconduce alla natura stessa dell’uomo come testimonia il sentimento umano per eccellenza: la speranza. La speranza anima l’uomo, è il tentativo di realizzare il proprio vero volto che appare in immagini anticipatrici come nelle forme d’arte. Da qui la grande attenzione di Bloch verso l’arte come luogo privilegiato per trovare nel presente ciò che si realizzerà nel futuro.
Un uomo senza mondo di Gunther Anders
L’obiettivo di Gunther Anders è quello di mettere in luce il rapporto dell’uomo contemporaneo con la tecnica, ponendosi come obiettivo di indagare sulla metamorfosi dell’anima umana in relazione all’apparato tecnico. L’uomo, producendo una serie di macchine, si pone in una condizione di disparità rispetto ad esse. Questi prodotti, per l’occhio umano perfetti, appaiono più efficienti del produttore stesso. L’uomo si trova quindi in una condizione di “dislivello prometeico”, un divario ogni giorno sempre più grande tra l’uomo e il mondo dei suoi prodotti, un sentimento di inadeguatezza verso i mezzi verso il quale l’uomo è sia oppresso che meravigliato. L’uomo contemporaneo è ridotto ad essere un uomo senza mondo, non rispetto alla sua condizione biologica ma nel senso che le sue potenzialità vengono totalmente assorbite dalla tecnica.
La tecnica della riproduzione delle immagini ricopre un’importanza fondamentale in quanto da un senso al mondo con l’interpretazione delle cose attraverso l’astrazione e l’esperienza. Queste due caratteristiche, unite alla facoltà di immaginare (Anders definisce l’immaginazione come il nostro organo di verità), permettono all’uomo di riappropriarsi di quello che ha prodotto attraverso l’azione e il pensiero, attribuendogli un senso. Questa possibilità è però negata, in quanto l’immagine dei media, non si frappone fra l’uomo e la realtà ma la sostituisce.
La fotografia infatti si impone come schema fisso costruendo dei “modelli prefabbricati” che sostituiscono la visione soggettiva rendendo obsoleta l’immaginazione. Attraverso “immagini abbaglianti” la fotografia rende omogenea la percezione di qualcosa di sensazionale. L’immagine sensazionale (opposto dell’immaginazione) infatti “contribuisce a creare quell’immagine di insieme del mondo che non ‘corrisponde alla realtà’”. La sensibilità per il sensazionale si sostituisce all’immaginazione e all’interpretazione della realtà. L’uomo si riduce a “cliente” e si aspetta sempre più una realtà sensazionale, una pseudo realtà.
I prefabbricati pretendono di essere il mondo e mirano a modificare la sua immagine. Le riproduzioni non foggiano soltanto noi ma, il mondo reale: il modellamento ha un effetto boomerang tanto da trasformare la menzogna in realtà. Secondo Anders, dei turisti a cui non verrebbe data la possibilità di fotografare, rifiuterebbero il viaggio. Per il turista fotografare, significa appropriarsi di ciò che ha fotografato, facendo divenire la propria riproduzione realtà. Il reale è la riproduzione fotografica, e non ciò che vedono.
Al contrario di Benjamin, Anders vede l’unione tra uomo e macchina in maniera pessimistica. Da un lato infatti, le fotografie ci fanno ricordare ma dall’altro, e questo aspetto è molto più importante, la fotografia ha atrofizzato il nostro ricordo, il nostro stato d’animo al momento dello scatto. Non conta più esserci, ma esserci stati. La fotografia costituisce il momento iniziale dell’incapacità di immaginazione che condanna l’uomo a non poter più attingere dall’esperienza reale.
2. Immagini fotografiche malgrado tutto
Le immagini fotografiche tra cliché e desiderio di realizzazione di Siegfried Kracauer
Il saggio di Kracauer costituisce una della prime riflessioni sulle modifiche sociopolitiche del XX Secolo, di cui i nuovi media sono una componente fondamentale. Il saggio si concentra sulla dimensione massificante della fotografia e sul ruolo che le immagini svolgono nelle riviste illustrate. Con il Saggio “Sulla Fotografia”, critica l’effetto di continuum spaziale e temporale che i giornali illustrati producono attraverso le riproduzioni fotografiche. Viene infatti fissata la realtà, che modificata, rende incapace i fruitori di esercitare un memoria autentica, che opera in maniera discontinua. L’immagine fotografica tende a coprire “l’immagine che l’oggetto riconosciuto ha nello spazio” e l’effetto di somiglianza prodotto dalla foto tende a cancellare la “storia” attorno alla foto. L’immagine fotografica mette sotto minaccia la memoria, in quanto replica compiti svolti.
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