Riassunto estetica
§ Il secolo dei Lumi
Il problema del “brutto” nell’arte viene affrontato dalla seconda metà del 700. Si recupera
la questione già sollevata da Aristotele, del perché nell’arte l’imitazione del ripugnante
procura piacere. Questo tema emerge in Boileau, nella sua “Art Poètique” del 1674, dove
afferma che il piacere suscitato dal brutto risiede nel modo in cui il soggetto viene
imitato. Però per Boileau, a differenza di Aristotele, l’imitazione dev’essere assoggettata
all’arte che prescrive dei limiti. La riflessione coinvolge anche altre aree culturali, e altri
personaggi, come Burke, Lessing, Kant; comune a tutti è l’idea che il brutto non sia
semplicemente l’opposto del bello, ma che il brutto abbia dignità e valore specifico, come
il bello. Tramite Burke e Lessing, il brutto è valorizzato anche come elemento costitutivo
dell’arte: l’influsso del “Paradise Lost” è notevole, Dennis, Addison, Burke, Lessing, Kant,
fanno riferimento a quest’opera di Milton come modello di poesia. La rappresentazione
poetica di Satana e della morte, che suscitano di per sé orrore, mostra che è possibile
esprimere artisticamente il brutto, con la condizione che l’artista sia dotato della facoltà
morale della libertà. Schlegel sottolinea la necessità di una “teoria oggettiva del brutto”:
egli non propone il ritorno al classico, ma pensa che si debba seguire Goethe, artista
attento anche all’individuale e al caratteristico. Con Schopenhauer il brutto subentra
prepotentemente nell’estetica. La filosofia ha il compito di superare il mondo fenomenico,
fisico e di raggiungere l’essenza del mondo. Questa essenza è formata da una “volontà
cieca”, causa di dolore in tutta la natura, e il compito dell’arte è proprio di liberare l’uomo
da questo dolore e di consolarlo. Nietzsche segue Schopenhauer, ma se ne distanzia
quando concepisce il brutto come elemento originario di una “metafisica dell’arte”.
° J. ADDISON – Una strada inaugurata da Locke °
Nel saggio del 1712, Addison fa un parallelismo fra gusto sensibile e gusto mentale: il
gusto è l’esercizio dell’immaginazione, che è potere della mente di percepire le qualità
degli oggetti. Addison fonda le sue tesi sulla filosofia di Locke e sulla sua opera “Saggio
sull’intelletto umano” del 1690. Le idee, la cui percezione suscita piacere, sono idee
secondarie; solo queste, come luce e colori, suscitano attrazione estetica e sono il
dominio vero dell’immaginazione. Alle idee di qualità secondarie sono legati due tipi di
piacere: i piaceri primari e i piaceri secondari:
- I piaceri primari derivano dalla vista di oggetti
- i piaceri secondari derivano da idee di oggetti visibili richiamati dalla memoria
Solo l’architettura tra le arti produce piaceri primari; eccellono gli antichi (in particolare
gli orientali) nella grandezza del volume del corpo, mentre nella grandezza dell’aspetto
formale e dello stile eccelle il Pantheon di Roma. La scultura, la pittura, la musica e le
descrizioni producono invece piaceri secondari; Addison si sofferma sui piaceri derivanti
dalle parole, e soprattutto dalla poesia: Omero eccelle in ciò che è grande, Virgilio eccelle
in ciò che è bello, Ovidio eccelle in ciò che è nuovo, Milton invece è perfetto sotto tutti gli
aspetti. ° E. BURKE – Genealogia delle passioni umane °
Nel saggio “ Philosphical Inquiry” del 1757 dell’irlandese Edmund Burke, vengono
indagate le caratteristiche della bellezza; all’inizio viene presentata la definizione della
bellezza: per bellezza si intendono le qualità dei corpi che destano amore o passioni simili
all’amore. Quindi, Burke traccia una caratterizzazione in negativo della bellezza,
distinguendola dalla proporzione e dalla perfezione. Le vere misure della bellezza sono le
figure geometriche, che hanno una precisione e una simmetria, in quanto idee
matematiche. All’origine di questa concezione geometrica della proporzione vi è la teoria
platonica della convenienza e dell’attitudine: dove non c’è deformità, dev’esserci per forza
bellezza. Quest’idea è sbagliata per Burke, è inammissibile: la deformità è l’opposto non
della bellezza in sé, ma della forma comune e completa; la bellezza non ha niente a che
fare con l’abitudine, anzi, è rara, e fuori dal comune; colpisce per la sua novità. L’idea di
bellezza non scaturisce dall’abitudine, né dalla proporzione naturale. Allora, qual è
l’opposto della bellezza? Non è la sproporzione o la deformità, come alcuni hanno detto,
ma la bruttezza. Tramite i suoi scritti, Burke vuole affermare che l’unico rimedio alla
confusione che c’è fra bello e sublime, deve scaturire da una indagine accurata sulle
passioni, affiancata da una rigorosa indagine sulle proprietà delle cose esterne. Il Bello e
il Sublime comunque, sono qualità sensibili e hanno valore universale e oggettivo.
Sembra anche che Burke sia stato influenzato da Epicuro, tramite il “De rerum natura”
di Lucrezio. L’influenza è visibile nel rilievo dato alla levigatezza come qualità che
produce il rilassamento fisico del corpo. La seconda parte dell’ “Inquiry” ricorda che in
Orazio vi è una opposizione fra udito e vista: la vista ha una capacità superiore di
eccitare l’animo, rispetto all’udito. Da questo principio muove Du Bos, con il suo scritto
“Riflessioni critiche sulla poesia e sulla pittura”, dove antepone la pittura alla
poesia,perché la pittura suscita passioni in maniera più efficace rispetto alla poesia, visto
che si fonda sulla vista e si serve di segni naturali. Nella quinta parte dell’ “Inquiry”
Burke si chiede come le parole possano suscitare il bello e il sublime, per capirlo divide le
parole in 3 tipi:
- le parole aggregate idee semplici, come cavallo, albero, uomo
- le parole astratte semplici idea singola come rosso, azzurro, cerchio,quadrato
- le parole astratte composte unione dei due tipi, come virtù, onore
Le parole possono produrre così 3 effetti:
- suono
- immagine della cosa rappresentata dal suono
- sentimento originato dal suono o dal suono e immagine
Burke afferma che il suo scopo non è svolgere una critica del sublime e del bello, del
brutto e via di seguito, ma di fissare i principi che possono condurre a distinguere un
canone. ° M. MENDELSSOHN – Una teoria dei sentimenti misti °
Influenzato da Burke, Mendelssohn inizia un percorso originale: nel suo scritto
“Rapsodia” elabora una distinzione, ossia l’oggetto della rappresentazione viene concepito
come gnoseologicamente distinto dalla rappresentazione; ogni passione produce un
aumento dell’autocoscienza del soggetto o della sua “perfezione”. Tutte le passioni sono
fonte di godimento che è tanto più intenso quanto più sono violente. Per Mendelssohn le
parole non suscitano immagini nell’anima (come invece afferma Burke) e la poesia
pittorica non è un’arte imitativa. Viene quindi legittimato un tipo di fruizione che
ammette un grado di dolore che deriva dal contatto col brutto, il male e l’imperfetto. Da
ciò nasce il sentimento misto, che consta sia di piacere che di dispiacere: se l’oggetto
giunge ad una vicinanza eccessiva, il piacere diminuisce fino a lasciare il posto al dolore.
° J. J. WINCKELMANN – Radici classiche °
Alla teoria del bello ideale, criticata da Hogarth e Burke, si ricollega invece Winckelmann,
egli afferma che i tre pregi delle opere d’arte antiche sono:
- la bella natura
- il contorno
- il drappeggio
Grande attenzione viene data al Laocoonte: l’opera marmorea presenta un Laocoonte
diverso rispetto a quello disegnato da Virgilio nell’Eneide, nella scultura il dolore e la
grandezza dell’anima sono equilibrate, nel marmo è impressa l’espressione di un’anima
grande. Winckelmann riprende il concetto di “ parentirso”, derivante dal trattato “Sul
sublime” dello Pseudo Longino: il parentirso viene definito come un pathos vuoto. Nel
Laocoonte si sarebbe verificato un parentirso se fosse stato rappresentato solo puro
dolore, e per evitarlo l’artista ha scolpito un’azione vicina alla tranquillità. Nella scultura
non esiste e non deve esistere e non può esistere il brutto.
° G. E. LESSING – L’imperscrutabilità del sentimento °
Lessing, con il suo scritto “ Laokoon” del 1766, prende spunto da Winckelmann a cui
però si contrappone in maniera decisa. Per Lessing innanzitutto c’è la differenza tra
poesia e pittura: il Laocoonte di Virgilio colpisce l’udito con parole sublimi, ma non
dipinge una bella immagine; Laocoonte, che grida, è in realtà un patriota e un padre e
suscita di per sé un sentimento di amore, non si riconducono quindi le grida al suo
carattere, ma alla sua pena. Nella scultura invece il grido viene ridotto quasi a sospiro,
per evitare appunto che il grido stravolga il volto in modo indecoroso. Laocoonte non deve
presentarsi come stoico ma deve suscitare un sentimento di compassione. Lessing
afferma di non avere propensioni per la filosofia stoica, i cui principi sono esposti da
Cicerone, e non condivide la teoria della sopportazione e del dolore fisico. In errore cade
anche Adam Smith, scozzese, di derivazione empiristica: nel suo scritto “Teoria dei
sentimenti morali” afferma che sentimenti e passioni possono diventare indecorose se
espresse con troppa foga: il principio che Smith segue è quello della “simpatia”, si può
provare simpatia con il dolore fisico, se non si subisce in prim
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