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Capitolo I

Si fa riferimento a 2 testi esemplificativi: La Strada di McCarthy e La peste scarlatta di London. Nel primo un padre e un figlio lottano per la sopravvivenza in un mondo dove è avvenuta una catastrofe e la realtà si è fatta estremamente pericolosa (le persone sopravvissute si radunano in branchi affamati e praticano cannibalismo e altre barbarie), mentre nel secondo, nel medesimo scenario apocalittico, un vecchio professore di letteratura si trova a spiegare com'era il mondo prima della grande catastrofe a nipoti nati in una nuova età della pietra (stato di natura) post-catastrofe.

La questione verte su la più o meno plausibile fatalità e/o necessità della catastrofe che interroga i sopravvissuti retrocessi al livello 0 della civiltà. Quello che c'è di casuale nella fatalità si rivela necessario e questo significa che c'è uno scopo infinitamente grande e nascosto, come se il caso della catastrofe fosse in fondo l'unico modo per il mondo e per l'umanità di rigenerarsi. London "risolve" lo scenario evocando una sorta di sogno del protagonista: quella che prima era una bellissima e soprattutto inarrivabile donna, adesso (dopo la catastrofe) ella è la serva di un miserabile. La catastrofe è quindi una sciagura ma anche l'unico modo possibile per poter amare (e conoscere) quella donna - felix culpa.

Se consideriamo il vecchio e la sua idea di amore, possiamo evincere che secondo lui l'amore è quella cosa possibile solo al tempo del colera, una cosa meravigliosa ma possibile solo in una realtà disgraziata. L'amore salva solo chi prima ha infinitamente sofferto. Come concepire dunque che la cosa più bella possibile sia direttamente e indissolubilmente legata alla più grande delle sciagure? Scatenandosi la peste (come morbo, come ideologia, come linguaggio, come guerra) porta la possibilità dell'uomo della riduzione ai minimi e primordiali termini, a esseri viventi che vivono nonostante l'annientamento e l'uomo è tale in quanto negazione di questa; ricaduta nello stato di natura che pure è sempre plausibile e reale.

La peste è tra noi perché noi siamo la peste, siamo male e cura e non possiamo negarlo nonostante essa si manifesti di volta in volta in diverse coniugazioni storico-causali. La vita per poter germinare ha quindi sempre bisogno di non essere più vita, di raggiungere la distruzione per iniziare un nuovo percorso.

Che cos'è la salvezza e quindi l'essere sopravvissuti o lo scoprirsi immuni all'evento/malattia? La salvezza consiste nella restituzione del destino umano. L'uomo salvato è dunque libero, tragicamente. La libertà non è quella cosa che si conquista uscendo dallo stato di natura, ma quella che ci precipita nello stato di natura. Nello stato di natura ci sono i sommersi e i salvati: i sommersi muoiono, i salvati sono restituiti alla vita e quindi alla libertà che a sua volta non è emancipazione, ma tragedia.

Capitolo II

Com'è possibile la peste? Se la sciagura colpisce distrugge le persone e il mondo, tuttavia la comunità resiste e si trova rafforzata. Non c'è infatti evento catastrofico che non lasci spazi in cui l'esistenza continui tranquillamente (per esempio l'indifferenza per il dolore altrui). Solo la guerra è in grado di mutare la percezione del mondo e in questo caso chi combatte e chi è a casa si arrende ad una rottura irrimediabile.

Con la peste le cose vanno similmente e diversamente: la peste si manifesta come se provenisse da un'altra dimensione perché incompatibile con la nostra di dimensioni. Il flagello non è dunque misurato all'uomo che infatti si lascia inondare, spesso passivamente; l'uomo reagisce alla peste dichiarandola priva di senso anche se priva di senso non è la peste, ma la vita di un uomo che non riesce a spiegarsi tale morbo.

La peste crea inoltre lacerazione: di chi resta condannandosi e di chi fugge tradendo chi resta; questa scissione non sarà dunque propria dell'essere anziché figlia del morbo? La peste viene spesso ridimensionata a "brutto sogno" con i "passerà". L'etica della "resistenza al male" cede in quanto il male è troppo grande per essere contenuto dalla vita; c'è poi chi vede nella peste la peste, e quindi si trova immunizzato perché è riuscito a fare del male un'occasione di profitto, assecondando (anziché contrastando) la deriva e invece chi l'infezione l'ha superata e vinta provando piacere nel fare male essendo dunque un "perfettamente malvagio".

Il male e la morte odiosi esclusivamente in corrispondenza di una loro ultimità. Odiare la morte comporta un salto ontologico che consiste nel concepirla come parte dell'essere: la morte e il male sono fenomeni naturali e per combatterli bisogna far bene il proprio mestiere. L'etica della resistenza al male si basa dunque sull'imperativo "non deve essere" che presuppone il riconoscimento del male. Questo comportamento è generoso e soprattutto gratuito perché generato non dall'amore per il prossimo, ma dall'odio per il male che annulla ogni finalismo.

La peste deve essere considerata una punizione divina in un senso: colpisce gli accecati da sé, costringe a fare chiarezza; è un bagliore di verità e perché il flagello si abbatte indistintamente su colpevoli e innocenti? Perché tutti versano nelle tenebre non essendoci alcuno che non debba essere ridestato alla consapevolezza del male. Se la peste fosse un castigo essa colpirebbe solo chi se lo merita, e invece colpisce a caso in quanto destino, non castigo.

La peste è il male insito dell'uomo che talvolta si palesa a chi non ha il coraggio di vederlo e di ammetterlo. La peste non è forse figura dell'essere ma del non-essere; di per sé è poca cosa ma quando arriva opacizza i colori della vita, riattiva la memoria, acuisce il desiderio e quello che prima è indifferente adesso provoca una immensa nostalgia. E così la peste si manifesta per quello che è: non potenza di annichilimento, ma potenza della separazione.

Capitolo III

Per Artaud la peste, nonostante che cause ed effetti siano incerti, ha di chiaro la sintomatologia: essa infatti sconquassa il corpo dall'interno, il morbo cerca una via di fuga, come un vulcano. Tutti gli organi interni sono sottoposti ad una terribile fatica ma resistono tranne i polmoni e il cervello. I soli due organi, dice Artaud, responsabili di coscienza e volontà: che la peste abbia dunque un preciso significato spirituale e metafisico?

L'appestato, in preda al dolore e al decorso della malattia, si trova davanti ad un mondo (di sofferenze) che nemmeno credeva possibile; si trova per così dire libero al di là del bene e del male: un vortice di libertà. Che cosa sia la libertà ce lo insegna dunque la peste: un'accensione improvvisa e violenta, prima del bene e del male, che non proviene da alcun luogo perché insita nella natura umana.

La malattia è dell'anima prima ancora che del corpo: l'etica si inverte, il figlio virtuoso uccide il padre, il lussurioso getta oro dalla finestra, la febbre erotica di chi guarisce si sfoga sui morti. Ciò che è sicuro è che il male è ben rappresentato in tutti i suoi aspetti. La peste si configura come l'aspetto tremendo della libertà di chi agisce senza remore né inibizioni e questo spiega perché un intero mondo storico si disgreghi con l'arrivo del morbo. Le istituzioni si svelano nella loro fragilità; bisogna che la peste sia affinché sia la libertà. Libertà in grado di sconvolgere l'essere e liberarlo da sé stesso.

Il teatro è una sorta di specchio della peste se intendiamo non il teatro odierno ma quello di un passato arcaico: quando la peste irrompe è subito teatro, il teatro nasce con la peste e questa a sua volta ha una autentica vocazione teatrale perché chiama gli infetti a manifestarsi, si autorappresenta e si rivela a sé stessa perché non viene da fuori ma da dentro. L'appestato, di fronte ad un pubblico di cadaveri o alienati, si comporta come fino a poco prima non poteva neppure immaginare.

L'unica differenza consiste nel fatto che l'appestato è veramente appestato e abbandonato ad un furore impotente e sinonimo di verità; l'attore invece simula e tutto in lui è finzione anche se porta alla verità un servizio migliore: portare un delitto, per esempio, alla rappresentazione, senza compierlo, è molto più che compierlo e richiede un talento e un valore superiori a quello del vero delinquente.

Artaud è fermissimo sul paradosso della coincidenza tra peste e colpa. In maniera più precisa la peste non è colpa, ma per l'esattezza destino, destino di colpevolezza e maledizione. Della colpa non si dà né espiazione né assoluzione: perché la colpa non è un debito da pagare che una volta pagato ristabilisce l'ordine, in quanto il debitore tornerebbe ad essere colpevole, appestato; non si dà assoluzione in quanto chi assolto tornerebbe ad essere libero a quella libertà che lo fa colpevole. Secondo Artaud non resta che assumersi la colpa come cosa essenziale che appare tanto più vera quanto irreale e viceversa.

Il teatro è una passione funesta, un morbo che ammala i corpi ma insidia la moralità pubblica e privata, un delirio che porta gli scampati a mimare la catastrofe. La peste è poi necessaria perché ci sia la conoscenza, intendendo per peste la messinscena delle forze latenti che agitano il vivente.

Il testo di Artaud solleva la domanda: perché mostrarsi al male? Perché ogni libertà è "nera". Chiunque eserciti la libertà dovrebbe sapere che destino dell'uomo è volere il bene ma operare il male. Se è maligna la libertà di fare del male, è ancora più maligna dire a sé stessi che si sta facendo del bene mentre si sta facendo del male. Dice Artaud che l'azione del teatro, come l'azione della peste, è benefica perché spinge gli uomini a vedersi come sono, mette a nudo la verità, getta la maschera.

Capitolo IV

Victor Klemperer scrive tra il 1932 e il 1933 molte pagine in relazione agli avvenimenti che stanno imperversando al dilagare nazista. È braccato...

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-FIL/04 Estetica

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher balconi di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Estetica e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Firenze o del prof Givone Sergio.
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